Il regalo di Berlusconi: le bandiere di una destra in ritardo
Mercoledì 14 Novembre 2007 – 161 – Carlo Martello la lapide ai fratelli Bandiera

La storia del risorgimento narra la vicenda di Attilio ed Emilio Bandiera, che sbarcarono al sud nel giugno del 1844 per guidare un’insurrezione popolare contro la monarchia borbonica. Giunsero purtroppo in ritardo. I moti erano già stati sedati dai gendarmi del re. I fratelli Bandiera decisero comunque di proseguire nell’impresa, ma riuscirono ad aggregare solo qualche avventuriero. Denunciati alla polizia da un astuto doppiogiochista, che avrebbe dovuto accompagnarli alla conquista delle coscienze, furono braccati dai contadini e fucilati ad appena un mese dal loro arrivo. Passarono alla storia come esempio di cospirazionismo velleitario, sebbene animato da amor patrio e tante buone intenzioni, di quelle che lastricano l’inferno della politica.
Nel centenario della morte dei fratelli Bandiera, la Repubblica Sociale Italiana fece stampare un francobollo commemorativo che ritrae i loro volti ai lati di un fascio, mazziniano più che littorio. Una piazzetta romana li ricorda con un motto: “Nella vecchia piazza dal sole baciata, la banda fratelli è tutta schierata”. Nei dintorni, le strade dell’urbe sono ancora tappezzate da un manifesto che sembra ispirato al francobollo celebrativo dei fratelli Bandiera. I volti scarni dei due eroi sono sostituiti dalle facce rubiconde di Francesco Storace e Teodoro Buontempo. Al posto del fascio, compare il simbolo del loro nuovo partito: una fiaccola che sovrasta un tricolore. Pretende di annunciare l’insurrezione tanto attesa, ma è probabile che anche i nuovi fratelli Bandiera siano giunti in ritardo.
All’inizio dell’anno, un noto intellettuale di destra esternava il suo rapporto di amore-odio nei confronti del leader di Alleanza Nazionale dicendo che quella di Gianfranco Fini è una sinistra in ritardo. Era un giudizio pronunciato a consuntivo di un triennio di atteggiamenti poco ortodossi, assunti da Fini, rispetto alle opinioni dominanti nel tradizionale elettorato di destra: la condanna del fascismo come male assoluto, il consenso alla Turchia in Europa, il voto agli immigrati, l’apertura verso i gay, le posizioni anticattoliche sulla fecondazione eterologa. Veniva evidenziato come, su molti temi d’attualità, egli giungesse alle stesse conclusioni della sinistra, con l’unica differenza di avere una classe dirigente più carente.
E’ strano come tale opinione, indubbiamente fondata, sia stata espressa da un intellettuale che ama sfilare ai meeting nella destra sociale, che è il laboratorio politico dove si riciclano tematiche di sinistra col marchio “noi l’avevamo detto prima”, con tanto di citazioni illustri. Qualche reduce dei nos belles années de plomb, che oggi pontifica su web, la chiamerebbe sintesi tra solve et coagula, reminiscenza di un certo esoterismo spurio di cui è intrisa la destra radicale, altro logo castrante di un ambiente in continua crisi di identità. Tuttavia, gli unici problemi rilevanti per i destini della nazione, non sono tanto le rivalità personali ed i miti incapacitanti che ostacolano la tanto agognata unità dell’area, quanto il fatto che il vuoto all’estrema destra produce una tendenza costante all’astensionismo, a tutto vantaggio dei comunisti.
Questo fenomeno preoccupa anche Silvio Berlusconi, che da qualche anno ha dato in appalto l’obiettivo di riconquistare quella fascia di elettorato che AN sembra oramai snobbare. Prima dei nuovi fratelli Bandiera, altri valorosi hanno tentato un’impresa analoga, subito dopo il viaggio di Fini a Gerusalemme, ma hanno fatto la fine dei trecento giovani e forti di Carlo Pisacane: con la differenza che, invece della spigolatrice di Sapri, loro sono morti sognando la spigolaia di Capri, la bella pescivendola che è stata la sirena delle loro gesta. I pochi sopravvissuti continuano a rifornirsi al supermarket del fascismo, dove si vende tutto e il contrario di tutto: dalle insorgenze cattoliche al neopaganesimo, da faccetta nera al white power.
Ma la banda fratelli è un’altra cosa. E’ un partito consapevole del proprio ruolo: esprimere il valore aggiunto di cui ha bisogno il centrodestra per tornare al governo. Lo hanno più volte ripetuto i loro capi, nei rispettivi interventi, ponendo le proprie condizioni. Il cavaliere ne ha ratificato alcune, rettificato altre, imposto le proprie, precisato la forma d’intesa: non nascerà il partito unico del centrodestra, almeno per il momento, e neanche una coalizione, da cui eventuali dissenzienti potrebbero staccarsi. Si formerà una federazione, che funzionerà col voto di maggioranza dei partiti che aderiscono al programma: il dissenso di qualcuno non fermerà l’azione di governo, se sarà sostenuta dal consenso degli altri. Questa è l’unica novità emersa dell’assemblea costituente de La Destra. Tutto il resto è spettacolo, sventolio di vecchie bandiere.
Aggressivo e prolisso, Teodoro Buontempo ha evocato il sangue dei martiri anticomunisti, rilanciato l’importanza del radicamento nei quartieri popolari, balbettato di socializzazione e lotta al precariato. Ha ricordato il pianto di quanti, al congresso di Fiuggi, videro spegnersi la fiamma del MSI. Peccato che ad uscire dalla sala, tra l’indifferenza della platea, fu solo Pino Rauti. “Dopo un secolo di guerre e di lotte sociali nate dalla crisi del capitalismo ottocentesco - disse l’anziano ideologo - oggi scopriamo il liberismo. Potevamo arrivarci prima”. La neonata destra di Fini era un laissez-faire in ritardo, una Democrazia Nazionale replicata con maggiore successo. Tra lacrime e lamenti, anche er pecora scelse di restare nel gregge. Il suo ruolo in AN è stato quello di prendere voti borgatari con rozzi riguirgiti di fascismo. Quando tale compito è stato dato in outsourcing a partiti esterni ad AN, egli è diventato un precario ed ha preferito mettersi in proprio.
Moderato e retorico, Nello Musumeci ha puntualizzato che il problema del centrodestra non è il contenitore ma il contenuto, accusato i suoi leader di scarsa credibilità, celebrato la sacralità della politica. Lui che aveva lasciato AN per aderire ad un progetto autonomista, avrebbe potuto dire qualcosa di nuovo in materia di localismo. Invece ha sparato banalità a raffica: la questione meridionale e settentrionale sono problemi nazionali, l’identità italiana è la sintesi delle tradizioni locali, bisogna aprirsi alla società civile e non solo ai delusi di AN. Avrebbe potuto presentare il costituendo partito come embrione di grande movimento identitario nazionale, in prospettiva di una futura alleanza con la Lega Nord e Raffaele Lombardo, unico modo per superare il probabile sbarramento della nuova legge elettorale. Invece ha preferito i buoni sentimenti. Si è dichiarato discepolo di un diplomatico siciliano che salvò tanti ebrei, e ha detto che agli immigrati, oltre ai diritti, bisogna prescrivere doveri. I piccoli Fini crescono.
L’indiscutibile autorevolezza dell’eurodeputato siciliano, non è sfuggita a Francesco Storace. Per esorcizzare il timore di avere già il suo fiato sul collo, ha esordito con una storiella cinese ed ha fatto battute a raffica sul partito che lo fece ministro e governatore della regione Lazio. Ha smesso di fare l’istrione solo quando ha solennemente dichiarato che mai, neanche dal dicastero degli esteri, maledirebbe il fascismo. Ma dopo quella storica bestemmia del suo amico Gianfranco, accettò volentieri il ruolo di frenare l’emorragia di iscritti, riunendo i ribelli all’Ergife per convincerli che le battaglie si fanno dall’interno del partito. Le sue critiche sono visibilmente in ritardo rispetto ai comportamenti di cui accusa la dirigenza di AN. La rivolta è già stata sedata.
La banda fratelli è la corte dei rancori. Non c’è passione, né ideologia, ma solo ambizioni inappagate che assumono valenza politica grazie a Silvio Berlusconi. Giunto un’ora in anticipo rispetto al suo intervento, il cavaliere nero annuiva agli strali anticomunisti di Buontempo, rideva alle battutacce di Storace, cercava tra le righe dell’intervento di Musumeci eventuali segnali ostili verso Totò Cuffaro. Salito sul palco, ha definito il comunismo l’impresa più disumana e criminale della storia, ha benedetto il ritorno della destra alla destra - sono le sue testuali parole - ha dettato al partito di Storace le condizioni per entrare nella sua federazione: cancellare dal programma le critiche al nucleare, contenere le spinte movimentiste, e soprattutto evitare ogni atteggiamento ostile verso gli alleati Americani. Parlava della sinistra radicale, ma si rivolgeva ai presenti. La platea ha incassato in silenzio, almeno per il momento.
Tuttavia Berlusconi non ha dato alcuna garanzia su almeno tre temi: il veto nei confronti di Mastella e Di Pietro, una riforma elettorale che preveda il ritorno alle preferenze, l’elezione diretta del capo dello Stato. In materia di lavoro, si è dichiarato favorevole alla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda. Rideva Buontempo, pensando di aver estorto un poco di socialismo fascista. Cosa intendesse realmente Berlusconi, lo sa bene Confindustria. E’ il contratto individuale di lavoro, secondo il modello diffuso nei Paesi Bassi, che consente al lavoratore di negoziare la sua posizione al di fuori del contratto nazionale scegliendo, in cambio di una precarizzazione del suo rapporto di dipendenza, una serie di presunti benefici, tra cui una minima partecipazione agli utili dell’impresa. Se il governo Prodi non sarà capace di completare la riforma Biagi per l’opposizione della sinistra radicale, la patata bollente passerà al futuro governo di centrodestra. Il cavaliere ha bisogno di qualche ministro con vocazione al martirio che prenda il dicastero del Lavoro. Il libro bianco fu messo in mano ad un leghista. E’ probabile che ora stia pensando ad un postfascista.
E’ difficile prevedere la consistenza elettorale di questo partito. Dipende da come investiranno i loro soldi. Invece è abbastanza facile capirne la strategia. Giunti in ritardo rispetto all’apice dell’indignazione della base militante, cercano di ricreare un clima di sfiducia nei confronti dei vertici di AN proprio mentre i colonnelli serrano le fila e Gianfranco Fini compie vigorose virate a destra. Dopo le esternazioni degli ultimi anni – discutibili ma politicamente produttive nel medio e lungo termine - oggi lui può dire di tutto, cavalcando paure e intolleranza senza essere accusato di fascismo. Non serve scomodare Sarkozy per spiegare come una destra efficace sul piano mediatico possa svuotare in poche mosse tutti i cespugli di estrema destra. Basta ricordare Berlusconi nelle ultime due settimane di campagna elettorale alle politiche del 2006.
La sua presenza alla nascita di un partito concorrente di AN, è molto più di una legittimazione politica. E’ un’espressione di sovranità del capo del centrodestra su tutto il suo potenziale elettorato, anche quello più estremista. Il cavaliere nero tiene al guinzaglio Storace, dimostra a Fini e alla signora Floriani di riuscire dove loro hanno fallito, minaccia indirettamente Casini di sconfinare in territorio democristiano oltre Rotondi e Pizza. Egli è l’unico politico italiano capace di unire la nazione. Da solo tiene insieme maggioranza e opposizione, con lui o contro di lui, a seconda della congiuntura politica. Sarebbe un buon presidente della repubblica, ma si ostina a voler fare il capo del governo.
Così, prima di andare al meeting del Circolo di Marcello Dell’Utri - organizzato da gente seria e “perbene”, a lui più affine per cultura ed estrazione sociale - Berlusconi ha raccolto le ultime ovazioni di una platea composita, tenuta insieme dall’entusiasmo dei giovani e dal livore di vecchi rottami politici. Ai proletari senza coscienza di classe, che essi intendono rappresentare, l’uomo più ricco d’Italia ha regalato un partito in cui sfogare la loro rabbia, fino a quando andranno al governo. Oggi possono gridare, domani dovranno tacere. Ai nuovi fratelli Bandiera, salpati alla conquista dei voti di destra, rimane il compito di spiegare come farà, un uomo che dichiara un patrimonio di oltre 11 miliardi di dollari, a tutelare gli interessi anche degli Italiani che non arrivano a fine mese.
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