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    Predefinito Federico De Roberto (1861 - 1927)



    Napoli, 1861 - Catania, 1927

    «Sognavo di raggranellare una sommetta per riscattare gli stocks delle edizioni invendute dei miei libri per darli al fuoco. Poi venne la guerra e con essa, non che mettere quattrini da parte, nacque l’improvvisa necessità di battere moneta: Ti giuro – e mi devi credere – che se avessi saputo o potuto, se mi avessero preso, avrei fatto il contabile, il magazziniere, lo scaricatore, il lustrascarpe (guadagnano 40 lire quotidiane), per forza di cose dovetti invece di bruciare le edizioni invendute, accettare che si ristampassero quelle esaurite da venti e trent’anni e ricominciare a metter nero su bianco. E’ la sola cosa ch’io sappia o possa fare e nella quale riesca a cavare qualche poco di denaro»




    [Da una lettera di De Roberto a Giovanni Verga]

    ato a Napoli il 16 gennaio 1861 da padre napoletano, don Ferdinando, ufficiale di Stato Maggiore di Francesco II e da madre catanese, donna Marianna degli Asmundo, di piccola, ma antica nobiltà, Federico De Roberto assorbì profondamente i disagi della vita isolana postrisorgimentale ed ebbe come amici e maestri Verga e Capuana.
    Studiò ed ottenne il diploma di ragioniere all’istituto tecnico di Catania, ma la sua attenzione fu precocemente rivolta alla conoscenza del latino e dei classici. Visse a Firenze e Milano, dove lavorò come critico letterario per il «Corriere delle Sera», venendo oltremodo a contatto, pur senza inserirvisi, con il movimento degli Scapigliati. Catania, tuttavia, cui De Roberto dedicò una monografia nel 1907 e nella quale conobbe Paul Bourget, rappresentò lo sfondo decisivo per la sua formazione e per i temi che egli vi cercò e vi trovò.
    Una spiccata propensione alla critica lo condusse ben presto ad elaborare saggi sulla letteratura naturalista e verista, su Zola, Flaubert, Capuana e Matilde Serao, che sono ora racchiusi in Arabeschi (1883). S’impegnò contemporaneamente nella stesura di racconti che conservano l’impronta della lezione verghiana, pur volgendosi ad indagini più inquiete e sottili. Testimonianza di questa attività sono le raccolte dai titoli: La sorte (1887), Documenti umani (1888), Processi verbali (1890), L’albero della scienza (1890).
    Nonostante la forte avversione dei critici, De Roberto continuò a scrivere e pubblicare molto. Temi sentimentali ed erotici, compiacimenti ed indagini autobiografiche e, ancora, il gusto delle analisi psicologiche di personaggi del mondo politico ed aristocratico, fanno dell’autore un punto di riferimento all’interno del più ampio quadro verista.
    In Ermanno Reali (1889), romanzo piuttosto esteso e ricco di spunti autobiografici, così come pure in Spasimo, altra opera di simile stampo (1897), i protagonisti mettono in scena un’inquietudine ed un pessimismo che li ha fatti avvicinare al Corrado Silla e al Daniele Cortis di Fogazzaro, nonchè all’Andrea Sperelli di D’Annunzio. L’interesse positivistico e zoliano per la storia, vista negli intrecci esistenziali di una famiglia che eredita e tramanda, è all’origine della scelta del più felice dei suoi temi e della più famosa della sue opere: I viceré (1894).
    [Se l'itinerario stilistico di Federico De Roberto può considerarsi inscritto sull’asse verismo-naturalismo-psicologismo, I viceré è il risultato dell’elaborazione dei vari passaggi che lo hanno svincolato da ogni precedente “ismo“. Nel saggio Ereditarietà e predestinazione nei personaggi de “I Viceré” Anna Maria Bonfiglio illustra come nel romanzo la storia della Sicilia post-garibaldina vienga delineata attraverso le vicende private degli Uzeda di Francalanza, il cui ultimo “discendente” sarà soltanto un groviglio di cromosomi degenerati.]
    Il ciclo degli Uzeda, la grande dinastia catanese discendente dai viceré spagnoli, le cui imprese popolano le pagine de I viceré, s’inizia già ne L’illusione (1891) con la particolare raffigurazione di un inquieto personaggio femminile, Teresa Uzeda Duffredi di Casaura; ne L’imperio (1929, postumo), poi, viene seguita la carriera politica di Consalvo Uzeda, già noto personaggio de I vicerè.
    Per una certa affinità di soggetto storico, incarnato dal fallimento del risorgimento, Il Gattopardo ha ricondotto sguardi e attenzioni su I viceré di De Roberto. Dopo questo romanzo che piacque a Pirandello, Capuana e più tardi a Brancati (mentre Croce lo stroncò impietosamente in due paginette di un fascicolo della «Critica» (1939) e ne «La letteratura della nuova Italia»), De Roberto non seppe continuare a svolgere quei motivi tanto fortunati. Tornò piuttosto a certi suoi interessi di psicologia amorosa e si abbandonò a non riuscite elucubrazioni teoriche che ritroviamo soprattutto in L’amore, fisiologia, psicologia morale (1895), in Gli Amori (1898) e, infine, in Come si ama (1900); con intenti antifemministi, inoltre, in Una pagina della storia dell’amore (1898), raccontò le avventure sentimentali di George Sand.
    Ancora in veste di critico produsse uno studio sul Leopardi (1898) in chiave positivistica e una serie di saggi tra cui il Colore del tempo (1900) e L’arte (1901). Importanti sono gli studi verghiani raccolti postumi e sotto il titolo: Casa Verga e altri saggi verghiani (1964). Commentò, inoltre, i casi della prima guerra mondiale in Al rombo del cannone (1919), al quale fece seguire All’ombra dell’ulivo (1920). Pubblicò anche una raccolta di novelle: La messa di nozze (1911), La cocotte (1920) e si cimentò nel teatro con Il rosario (1912), Il cane della favola (1912) e Tutta la realtà (1921).
    Federico De Roberto fu stroncato dalla flebite il 26 luglio 1927, a poco più di sessantasei anni, proprio mentre si trovava sulla porta di casa, a Catania. La sua scomparsa, però, come forse la sua vita, passò quasi inosservata nell’ambiente culturale nazionale, poichè il 27 luglio, appena un giorno dopo, morì a Napoli la più famosa, perché più popolare, Matilde Serao.

    Da www.italialibri.net

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  2. #2
    Gioa
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    Scusa ma come mai non hai messo questo personaggio dentro la lista nella discussione i Siciliani?
    Ciao

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Percaso Visualizza Messaggio
    Scusa ma come mai non hai messo questo personaggio dentro la lista nella discussione i Siciliani?
    Ciao

    Percaso...


    Per un motivo molto semplice (e, forse, un po’ sofistico): nonostante De Roberto si possa tranquillamente definire uno scrittore siciliano e, in particolare, catanese, egli nacque a Napoli.

  4. #4
    Gioa
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    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    Percaso...


    Per un motivo molto semplice (e, forse, un po’ sofistico): nonostante De Roberto si possa tranquillamente definire uno scrittore siciliano e, in particolare, catanese, egli nacque a Napoli.
    Si ma secondo me lo potevi mettere anche lì.
    Ciao grazie per la risposta.

  5. #5
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    Predefinito I Vicerè

    Da www.italialibri.net


    l centro di questo straordinario romanzo che ci occupa la mente e le mani per molte pagine di inaudita ricchezza - in quanto ad agganci con la storia e personaggi - si ritrova l’epopea d’una potente dinastia, la vicenda esistenziale, in buona sostanza, di un’antica famiglia catanese d’origine spagnola: gli Uzeda di Francalanza. E come sia venuto in mente, a De Roberto, di impiegare così poderosamente le proprie energie di letterato in un mondo di illustri personaggi che non ne apprezzavano il talento, è facile scoprirlo. Basta voltarsi indietro e guardare alla storia; volgere lo sguardo alla situazione sociale e politica in cui l'autore versava durante il processo di formazione del suo romanzo e immedesimarsi: un'epoca di cambiamenti, crisi, rinnovamento. L'opera che qui si analizza porta in sé un solo squarcio della lunga narrazione riguardante la vicenda genealogica degli Uzeda di Francalanza, venendo a costituire il secondo volume d’una trilogia che elenca in ordine d’uscita: L’illusione (1891), I viceré (1894) per l’appunto, L’imperio (1929, postumo).
    Si diceva, dunque, che molte nobili menti, personalità di spicco e rilievo all’interno d’un insigne panorama letterario, non amarono De Roberto, né tanto meno la sua opera. Non si afferma che costoro ne lessero superficialmente le pagine, fraintendendo gli intenti dell’autore verista; si dice, comprendendo ancor di più la gravità del fatto, che ad un’attenta analisi la “fatica” de robertiana era apparsa fallimentare. Un nome tra tutti, Benedetto Croce, asseriva: «E’un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore (…)» (La letteratura della nuova Italia). Una stroncatura impietosa, senza via di fuga, schiacciante.
    De Roberto fu troppo spesso e ingiustamente relegato sull’isola buia della sua arte indecifrata, trattato con sufficienza, superiorità e distacco; non certo da Verga e Capuana, amici e sostenitori, ma da tutti coloro che ne intaccarono l’immagine e che ancora oggi, nonostante l’importanza dell’autore nel quadro verista, fanno sì che nelle scuole non se ne studino a sufficienza o affatto le sorti. E per calarsi maggiormente in questa crudele verità, giova citare il commento di un apprezzato critico, Renato Serra, che nelle sue Lettere del 1913 scriveva: «(…) la sincerità di De Roberto non arriva ad essere originalità, e la sua fatica è più nobile e acuta che non veramente felice».
    La vicenda dei principi di Francalanza, quindi, seppure infarcita degli avvenimenti storici del lontano Ottocento, a molti risultò e continua a risultare poco avvincente. Le meschinità, le inimicizie, la bramosia e l’antagonismo sono elementi immateriali, ma tuttavia palpabili di una scenografia entro cui si muovono numerosi “attori”, perennemente lacerati da conflitti intestini alla famiglia cui appartengono, incatenati tra loro dal solo privilegio della casta e dalla difesa di una esaltata superiorità sociale. Sopravvive, a movimentare uno sfondo altrimenti troppo monotonamente scontato, una sorta di germe della follia che svela la decadenza della razza. Ciascuno dei personaggi delineati, infatti, manifesta un eccesso di stranezza, fissazioni al limite dell’ossessione.
    Da tutti è ormai ripetuto il necessario accostamento tra I Viceré di Federico De Roberto e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, cosicché quando si parla dell’uno non si può non citare anche l’altro. In entrambi pare prendere respiro un certo cliché, lo schema precostituito del romanzo storico. In realtà, come anche sottolineava Geno Pampaloni in una delle sue recensioni, il paragone da cui si traeva la troppo spinta somiglianza tra le due opere sarebbe stato azzardato. E’ ormai noto alla critica, nonostante l'irruente querelle in merito, che Il Gattopardo sarebbe molto più autobiografico di quanto non si volesse far credere (forse da Lampedusa stesso), a scapito dell’attributo di “romanzo storico” da sempre affibbiatogli. Il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento sarebbe, a ben guardare, proprio quello di De Roberto e le affinità con quest’ultimo andrebbero cercate, volendo farlo, non tanto in Tomasi di Lampedusa, quanto nella personalità, moralista, schietta e beffarda di Vitaliano Brancati, il quale, tra le altre poco note curiosità, si laureò proprio con una tesi su De Roberto.
    Leonardo Sciascia, in un articolo apparso su «la Repubblica» nell’agosto del 1977 e intitolato Perché Croce aveva torto, esaltava le doti dell’autore de I Viceré condendo il suo commento con notazioni ironiche, ma scientemente calibrate: «(…) era difficile, nella scuola di allora, mandare al diavolo Croce e i crociati, la poesia e la non poesia, e leggersi I vicerè come poi durante la guerra li lessi, pensando che tanto peggio per la poesia, se poesia non c’era (…). "Se ci fossero cinquanta pagine in meno", sospiravano coloro che amavano il libro ma non volevano mancare di rispetto a Croce. E perché avrebbero dovuto esserci cinquanta pagine in meno? E quali poi?»
    Una cosa è certa: l’opera de robertiana non passò inosservata; solo per questo, anche se ciò potrebbe suonare come riduttivo, ci si sentirebbe in dovere di giudicarla valida. Leonardo Sciascia scrive ancora: «Tecnicamente è un romanzo ben fatto, senza ingorghi e dispersioni. Una tecnica così sicura; un tempo e un ritmo tanto vigilato e costante, danno ai personaggi una situazione – per dirla con una espressione di Ortega – di “democrazia ottica».
    Alla fine di tutto, in un guazzabuglio di situazioni, scene e personaggi, non si saprebbe dire quale si ricordi meglio, quale ne esca protagonista, unica voce a risuonare in mezzo ad un’infinita polifonia. I personaggi de robertiani sono messi tutti sullo stesso piano e ognuno, alternativamente, è prima comparsa, poi protagonista, in una serie di vicende che a loro volta sono ad un momento di contorno, a un altro fulcro della storia che le racchiude tutte. Sconcertante la freddezza, così come la precisione da chirurgo e la rudezza quasi schematica del certificato propria dello stile de robertiano, che mette ordine in un contenuto di per sé caotico, dal quale non si può venire a capo se non lasciandosi guidare dalla torcia illuminate della mano del nostro autore, che sputa frasi e crea casi da cui si entra ed esce con estrema e rapida facilità.
    Un genio incompreso, un destino simile a quello incontrato da I vecchi e i giovani di Pirandello, il quale fu considerato una delle prove meno brillanti del “brillante” autore siciliano. «Evidentemente – scrive Vittorio Spinazzola ne Il romanzo antistorico – i lettori italiani, da una generazione all’altra, dall’ultimo Ottocento a metà Novecento, avevano una riluttanza profonda di fronte al tipo di discorso che i romanzieri siciliani si ostinavano a riproporre».
    Noi concludiamo con il commento di Brancati, riportato nell’articolo di Leonardo Sciascia: «Sulla diversità di tono fra le pagine de I Viceré o dei Processi verbali e le nostre pagine, tutti sono in grado di giudicare. Lo possiamo anche noi ». E dieci anni dopo avrebbe aggiunto: «Così come tutti sono in grado di giudicare la somiglianza delle sue delusioni alle nostre. E lo possiamo soprattutto noi».
    [L'itinerario stilistico di Federico De Roberto può considerarsi inscritto sull'asse verismo-naturalismo-psicologismo. Nel saggio Ereditarietà e predestinazione nei personaggi de “I Viceré” Anna Maria Bonfiglio affronta il romanzo-simbolo della decadenza e della fine non solo di una stirpe ma di tutta una condizione sociale, come risultato dell'elaborazione dei vari passaggi che hanno svincolato l'autore da ogni precedente "ismo"]

 

 

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