Legge elettorale e Finanziaria dividono, il monito di Dini
Roma, 11 nov (Velino) - Silvio Berlusconi non molla, si dice certo, parlando ai quattromila aderenti ai circoli di Marcello Dell'Utri riuniti a Montecatini, che le elezioni anticipate ci saranno. Da Milano, quasi in parallelo, gli fa eco Lamberto Dini. L'ex premier non parla di scioglimento delle Camere, ma di Romano Prodi dice che “tende a galleggiare”. E aggiunge: “Se questo governo non è suscettibile di guadagnare il consenso dei cittadini, dovrebbe trarne le conseguenze”. Poi ribadisce che il voto dei tre senatori di Rinnovamento italiano alla Finanziaria non è scontato. "Se la Finanziaria non passerà - spiega - ci sarà una crisi di governo. Non c'è alternativa".
A Dini questa Finanziaria non piace. Come non piace alle istituzioni finanziarie internazionali e alla Commssione europea, che non perdono l’occasione di bacchettare il governo italiano. Ha sintetizzato Tremonti, mettendo a confronto le scelte del governo italiano a quelle del governo tedesco: “La Merkel ha usato l'equivalente del tesoretto italiano 'da formica, e non da cicala', per raggiungere il pareggio di bilancio; mentre Prodi ha dilapidato i frutti della buona stagione…L'immagine trasmessa da questa Finanziaria e del suo autore evoca il grottesco autunnale di una zucca di Halloween'.
Dini chiede a Prodi un segnale chiaro che segni un'inversione di tendenza rispetto ai condizionamenti dell'estrema sinistra, in particolare in relazione ad alcune misure della Finanziaria che, se accolte (Dini ha fatto un riferimento esplicito all’abolizione di aluni ticket sanitari), comporterebbero un ulteriore aumento della spesa. Viceversa, il voto sarebbe negativo. E' la stessa richiesta, anche se su un terreno diverso dalla politica economica, che ha fatto e continua a ribadire - anche se il premier non ha dato alcun cenno di risposta – Francesco Cossiga. Il presidente emerito della Repubblica è pronto a bocciare la Finanziaria se Prodi non gli garantirà pubblicamente, prima del 14 novembre, che non sarà istituita la commissione parlamentare d'inchiesta sul G8 reclamata dai radical della coalizione di maggioranza.
I conti, così, sono presto fatti: ai 156 voti su cui può contare al Senato il centrodestra, se ne potrebbero aggiungere quattro: i tre diniani più Cossiga, e diventerebbero 160; mentre ai 161 di cui dispone sulla carta – compresi i senatori a vita che sino a questo momento hanno votato per sostenere il goverrno – se ne dovrebbero togliere tre e la maggioranza potrebbe così disporre di soli 158 voti. Sono in bilico anche Domenico Fisichella, che in questi ultimi giorni si è qualche volta astenuto nelle votazioni, e il senatore di Rifondazione Franco Turigliatto. Se dovessero sfilarsi, la maggioranza scenderebbe a quota 156.
Si tratta di calcoli puramente aritmetici, elaborati sulla base del presupposto che alle dichiarazioni seguano comportamenti coerenti. E Cossiga ha già anticipato di non credere che questo possa succedere. E che,se non dovesse succedere, neppure lui si recherà al Senato per pronunciare il no che potrebbe far cadere il governo. Tuttavia, i giochi sembrano aperti. Ad accentuare la tensione ha contribuito la sortita veltroniana che ha rilanciato il proporzionale senza premio di maggioranza in una inedita versione che coniuga il sistema tedesco e quello spagnolo. Dini ha bocciato la proposta senza appello. I referendari sono su tutte le furie. Mario Segni ha accusato Veltroni di incoerenza: “Ha sempre detto di ispirarsi a Kennedy, ma si sta comportando come un voltagabbana, si sta rimangiando 15 anni di battaglie fatte con noi per il maggioritario e per il sindaco d'Italia”. I minori del centrosinistra sono sul piede di guerra. An ha già detto no. Casini ha messo le mani avanti, incassando compiaciuto la disponibilità a discutere di ritorno al sistema proporzionale, ma chiarendo che è disposto ad accettare soltanto il sistema tedesco e che lo rifiuterebbe se fosse presentato in “salsa spagnola”.
Una babele di posizioni e di reazioni che hanno rafforzato in Berlusconi la convinzione che al voto si andrà presto, che il governo cada o meno sulla Finanziaria, con la legge in vigore. "Credo che il capo dello Stato, in costanza di questa legge – è la convinzione del Cavaliere - non possa sostituire all'eventuale caduta del governo Prodi un altro presidente qualsiasi. Si deve tornare al voto". (Remo Urbino) il Velino
11 nov 15:27




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