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    Predefinito Verga e il Risorgimento

    Da Pirandello e la Sicilia, di Leonardo Sciascia.


    Più volte, in note di diario e nelle “lettere al direttore” sull’“Omnibus” di Longanesi, Vitaliano Brancati confrontò il successo, la verbosità e le stranezze di Rapisardi all’insuccesso, al silenzio e all’assoluta “normalità” di Verga: e muoveva il confronto sullo sfondo della città di Catania, come sempre nelle sue pagine investita di comica luce. Catania amava Rapisardi: il poeta che usciva col parapioggia, che portava con fiero cappello e una cravatta a fiocco; non poteva amare Giovanni Verga, che vestiva come un qualsiasi galantuomo, non era distratto, non faceva stramberie e parlava poco. Lo zar di tutte le Russie veniva a sentire all’Ateneo catanese, le lezioni di Rapisardi; Garibaldi gli scriveva: “All’avanguardia del progresso, noi vi seguiremo”, e Victor Hugo, che non aveva nemmeno ringraziato Carducci per l’ode che gli aveva dedicato, a Rapisardi diceva: “Voi siete un precursore” (parole che il Municipio di Catania ha fatto incidere sotto il busto del poeta). Tanto amava Rapisardi, il popolo catanese, che quando si seppe del tradimento della moglie, e il terzo era per l’appunto Giovanni Verga, ad esprimere solidarietà al poeta tradito i catanesi gli portarono sotto casa una festosa fiaccolata: il che, per un popolo che solitamente disprezza e dileggia i cornuti, è una strabiliante prova di affetto. Nemmeno la tresca con la moglie di un amico, azione che di solito rende stimabile un uomo, in una società fitta di miti e vagheggiamenti erotici, riuscì a sollevare Giovanni Verga nella stima dei suoi concittadini: diventò anzi motivo di accresciuta avversione.
    Ma non è di questo episodio, che par nato dalla fantasia di Brancati, e con Verga e Rapisardi ridotti a personaggi brancatiani, che vogliamo parlare: il confronto Verga-Rapisardi vogliamo piuttosto portarlo sul piano della storia, là dove assume ancor valido senso indicativo.
    Mario Rapisardi (Rapisarda, a quanto pare, per l’anagrafe: e in questo piccolo ritocco che apportò al proprio cognome, suggerito forse dall’araldica toscana, è da ravvisare un tratto caratteristico dell’uomo) rappresentava agli occhi del popolo siciliano la vivente incarnazione del mito del Risorgimento, e più precisamente del mito garibaldino inteso come eversione e palingenesi, come profanazione dei valori “religiosi” che però, nell’atto stesso della profanazione, si ricostituivano in forme apparentemente nuove di “religione”. Mettere Lucifero al posto di Dio non faceva poi effettuale rivoluzione (a parte il fatto che veniva a confermare, anche se detronizzata, l’esistenza di Dio): e il Lucifero di Rapisardi non produceva più storia di quanta ne producesse il Dio di Pio IX. Dio restava come un “pretendente” in esilio di fronte a una repubblica improvvisata e confusionaria (e ne abbiamo visto, conseguentemente, portata come una coltura di germi dagli stessi elementi “luciferini” del Risorgimento, che se ne ritenevano immuni, la “restaurazione”): e s’intende che parliamo di Dio nell’accezione per cui l’idea si trascina dietro una “temporalità” antirisorgimentale.
    Mandando a picco, in una burrasca di mare, sotto i segni della fatalità, la Provvidenza manzoniana, cioè la barca dei Malavoglia denominata la Provvidenza, Giovanni Verga faceva in effetti più rivoluzione di Mario Rapisardi. Nella Provvidenza che va a fondo c’è più Risorgimento che nelle esaltazioni di Lucifero e di Satana.
    Ma violentemente dispiegando illusioni rivoluzionarie su una realtà dolorosamente immobile, sulle realtà disillusa mortificata tragica che Giovanni Verga veniva rappresentando, Rapisardi aveva ovvio vantaggio nei riguardi di Verga: e soltanto il tempo la storia la formazione di una cultura nazionale avrebbero respinto e ristretto l’autore del Lucifero ad una breve antologia di idilli, contemporaneamente svelando l’opera di Verga in tutta la sua grandezza.
    Intanto, facendo a meno di vedere in quale misura e dentro quali limiti agiscano nell’opera di Verga gli ideali del Risorgimento, una semplice ma essenziale considerazione s’impone: ed è che pur operando su una realtà di cui la storia pareva aver respinto definitivamente e senza appello le istanze (si pensi alla sanguinosa repressione di Bixio delle rivolte contadine nel circondario etneo: repressione che, suggerita in egual misura dalla preoccupazione della guerra in corso e dalle esigenze dei latifondisti, veniva a fondare in Sicilia un sistema di tipo coloniale le cui più feroci applicazioni ricordiamo nei moti contro la leva militare e in quelli dei Fasci dei Lavoratori), pur rappresentando come fatale e irrimediabile l’esclusione dalla storia e irrevocabile l’immobilità economica e politica del popolo siciliano, Verga inconsapevolmente portava questo popolo nel flusso della storia: ponendolo, nella luce della poesia, come “problema storico” nella coscienza della nazione e dell’umanità. (Sappiamo bene che c’era già una “questione meridionale”: ma sarebbe rimasta come una vaga “leggenda nera” dello Stato italiano, senza l’apporto degli scrittori meridionali.)
    Insomma: nel momento stesso in cui, sotto i segni di una tragica fatalità, Verga dava rappresentazione di una condizione umana senza speranza, questa condizione umana veniva a partecipare della speranza, della storia; in una parola: del Risorgimento.
    Perché, questo è il punto, l’esistenza di uno scrittore come Verga è di per sé un fatto “risorgimentale”; un fatto che non si sarebbe potuto dare se la Sicilia non fosse stata effettivamente toccata dal Risorgimento nazionale. Uno scrittore come Verga conta come fatto sostanziale dell’Unità d’Italia: e a paragone si possono considerare accidentali, se non addirittura negativi per la causa del Meridione, i governi presieduti da uomini politici siciliani.
    Questa constatazione, alla quale noi moviamo da una prospettiva storica ormai definitiva, Verga non fu in grado di fare: perché era un uomo di sentimenti e non di idee; e perché a inquadrare i suoi sentimenti nelle idee che muovono la storia, non ebbe, sebbene il De Sanctis ne avesse preparato il terreno, una critica. A Pirandello, più tardi, doveva capitare di peggio: scrivere I vecchi e i giovani, un romanzo storico, senza “idea della storia”; e così, più tardi, al principe di Lampedusa. Per fortuna, Verga non scrisse romanzi storici. Perché la denominazione di “romanzo storico” copre genericamente opere che evocano e rappresentano il passato umano, magari soltanto movendolo come sfondo o atmosfera; ma in effetti dovrebbero esser considerati romanzi storici quelle opere in cui gli accadimenti rappresentati sono una parte di una “realtà storicizzata”, cioè conosciuta e situata, nel suo valore e nelle sue determinazioni, in rapporto al presente: passato che si fa presente. (E appunto nel Gattopardo accade il contrario: il presente si fa passato.)
    Nel senso che qui diamo al romanzo storico, I promessi sposi del Manzoni e Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann restano tra gli esemplari più alti. Verga non scrisse romanzi storici; ma scrisse nella storia: sciolse una necessità storica nei termini fissati dal De Sanctis. Non crediamo ci siano, nella storia della letteratura, casi paragonabili a questo: di un critico come De Sanctis che anticipi la definizione di uno scrittore come Verga. Un caso che, non per fare giuoco di parole, va rapportato alla causalità e non alla casualità.
    Nella sua particolarità biografica, psicologica, il caso di Verga ha qualche analogia con quello del Belli: la cui opera, indubbiamente rivoluzionaria, appare sciolta da ogni rapporto con le convinzioni e il comportamento del suo autore. Verga è unitario, antiautonomista, “crispino” e monarchico in politica; pessimista, e addirittura preoccupato da una specie di superstizione, nei riguardi della società: e da questa superstizione portato a dar sorte di annientamento ad ogni tentativo di “ascesa sociale” (“i vinti”). Ma assumendo come materia della loro arte la vita del mondo, entrambi giungono a quella che De Sanctis avrebbe detto “la grande abbreviazione del pensiero umano”: ad un mondo cioè in cui le idee si abbreviano in immediate immagini di vita.
    Quando Verga confessava a Francesco Guglielmino di non poter andare oltre il primo capitolo della Duchessa di Leyra perché non riusciva a far parlare gli aristocratici (“la gintuzza sapevo farla parlare”), veniva inconsapevolmente a porre l’indissolubilità del fatto morale dal fatto estetico, della realtà dalla storia: “I nobili quando parlano mentono due volte: se hanno dei debiti dicono di avere l’emicrania”: la doppia menzogna della classe dominante: la doppia menzogna di uno stile, di una cultura, di una filosofia in cui (ancora De Sanctis) “l’Italia è stata finora avviluppata come di una sfera brillante, la sfera della libertà e nazionalità”. Verga aveva raggiunto “la grande abbreviazione del pensiero umano” che è la vita del popolo: credeva di aver soltanto raggiunto “una realtà che non mentiva”; ma aveva anche raggiunto la storia.


    1960

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