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    Cool Uomini e no. (Mingardi e Piombini)

    Uomini e no
    di Aberto Mingardi e Gugliemo Piombini

    L'inconsistenza delle teorie che vedono gli animali sullo stesso piano degli esseri umani

    Uno degli elementi che caratterizza l'ecologismo è il suo essere generalmente percepito come una filosofia dai valori ampiamente condivisibili. A eccezione di quella sparuta pattuglia di studiosi che hanno individuato l'origine del problema dell'inquinamento nella "tragedia dei beni comuni" da cui ci mise in guardia il biologo Garret Hardin, la maggior parte delle persone tende a riconoscersi nelle ragioni dei cosiddetti ambientalisti. L'alternativa di mercato spesso non viene nemmeno presa in considerazione, in quanto essa implicherebbe ipso facto una "mercificazione" delle risorse ambientali - che, nella retorica del "bene comune", assumono in qualche modo uno status ontologico più alto, non assoggettabile alla volgare legge della domanda e dell'offerta. È su questo pregiudizio naif che germogliano alcune teorie strampalate - fra cui quella, piuttosto in voga, dei "diritti degli animali" - legate tra loro da un filo rosso, che non è soltanto quello della "preoccupazione ambientale", quanto piuttosto il rigetto sistematico dei valori e delle assunzioni che, sedimentate, nel corso dei secoli sono andate a costituire il corpus del pensiero occidentale. È il buonismo contro il buonsenso. L'enunciazione forse più nota della teoria dei "diritti degli animali" risale al filosofo Tom Regan, autore di un libro in cui sostiene l'idea che agli animali vadano riconosciuti "diritti" in qualche modo assimilabili a quelli rivendicati dagli uomini. Tra i punti portati da Regan a sostegno della sua tesi, quello forse più importante è l'equiparazione fra mammiferi di altre specie ed esseri umani "difettosi": così come riconosciamo il diritto alla tutela della propria persona agli handicappati, sostiene Regan, dobbiamo estendere tale diritto agli animali, perché anche essi hanno "credenze, pulsioni, percezioni e senso del futuro". E se è vero che questo loro essere è meno sviluppato rispetto al nostro, è anche vero che pure un bambino down lo è rispetto a un filosofo di Harvard. A fornire una spietata demolizione degli argomenti di Regan è Robert Nozick. Si noti anzitutto come l'intero dibattito si ponga fin da principio in termini di diritti "positivi": non esiste una concezione "libertaria" dei diritti degli animali, che focalizzi l'attenzione sul loro diritto a non essere aggrediti dall'uomo. I diritti degli animali sono, invece, doveri degli uomini: non basta la non-aggressione, ci vuole la protezione coatta da parte della razza umana, la tutela. Come ci prendiamo cura dei nostri fratelli più sfortunati, allo stesso modo dobbiamo comportarci verso zebre, oranghi e leoni. Ne deriva quindi il bizzarro paradosso che la legge della giungla è più incompatibile con questa concezione dei diritti degli animali, di quanto lo sia la prigionia (assistita, s'intende) negli zoo.
    Lo stesso Regan non è molto lontano da questo paradosso: egli postula il dovere del vegetarianismo (dovrebbe essere utilizzata la forza della legge, se necessario, contro chi alleva animali destinati all'alimentazione) e della proibizione di ogni tipo di ricerca scientifica sugli animali (in quanto si tratta di sperimentazioni basate in larga misura sulle reazioni di panico, e dunque di dolore, delle cavie). Ma una volta entrati in questo circolo vizioso, suggerisce Nozick, è estremamente difficile tornare indietro: "Se si ammette che gli animali di un anno possiedano diritti, possiamo immaginare persone che avanzano proposte ben più radicali, invocando assegni sociali per gli animali di un anno, cittadinanza senza voto e diritti di matrimoni misti". Nozick, da par suo, avanza una visione volutamente abbozzata: "Gli animali hanno un certo valore loro proprio e di conseguenza non possono essere trattati in un qualunque modo, ma il loro valore proprio non è uguale a quello delle persone". Si tratta di una soluzione a dir poco insoddisfacente, e decisamente difficile da sostanziare. Nella sua astrattezza si dimentica di esaminare scenari concreti, come disincentivare i maltrattamenti degli animali - la risposta ci sembra cristallina, ricorrendo al libero mercato. Non a caso, è tristemente facile incappare in teneri bastardini abbandonati ai bordi dell'autostrada, un po' meno in cani di razza il cui valore è stimato diversi milioni. Non siamo in grado di stabilire se questa presunta "mercificazione" urti o meno la sensibilità dei nostri amici a quattro zampe, ma senz'altro ne disincentiva l'abbondono e crea un'eventuale occasione di scambio in cui, presumibilmente, gli animali finiscono per diventare proprietà di chi è maggiormente interessato a prendersene cura. Il meccanismo è quello dei prezzi: chi attribuisce maggior valore a un cane, verosimilmente ne diventerà il proprietario. E, nel caso si accorgesse di "essersi sbagliato", non si affezionasse, perdesse interesse, eccetera, finirà per rimettere l'animale sul mercato dove, con un po' di fortuna, potrà trovare un padrone più attento.
    Prima di esaminare nel dettaglio l'approccio liberale a questo problema, vale la pena spendere alcune parole sul perché esso coincida con quello cristiano. Sull'ultimo numero di Fondazione Liberal, due voci diverse come monsignor Alessandro Maggiolini ed Edoardo Boncinelli si sono trovati concordi nel rintracciare nella cultura ecologista, antiscientifica e anticapitalista i germi di una patologia potenzialmente letale per l'Occidente. Analogamente, Padre Michael Beers osserva come "non diversamente dai pagani di mille anni fa in Germania, il movimento ambientalista e gli aderenti della New Age avanzano un culto che non è né teocentrico né apprezza la dignità della persona umana". Sembra dunque difficile anche per un interprete genuino del pensiero cattolico non essere d'accordo con quanto disse Ayn Rand, in un'appassionata difesa della civiltà occidentale, a proposito dell'ambientalismo: "L'ecologia come principio sociale... condanna città, cultura, l'industria, la tecnologia, l'intelletto e predica il ritorno degli uomini alla "natura", allo stato di animali grugnanti che scavano il suolo a mani nude". Il perché è presto detto: manca, nel pensiero ecologista e soprattutto nella teoria dei "diritti degli animali", quella chiara differenziazione fra esseri animati razionali e non razionali che sta alla base della tradizione occidentale. Papa Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace del gennaio 1990, osserva: "La chiamata di Adamo ed Eva di partecipare al piano di Dio che si svela con la creazione, li porta a impiegare quelle abilità e quei doni che distinguono l'essere umano da tutte le altre creature. Allo stesso tempo, la loro chiamata stabilisce una relazione fissa fra l'umanità e il resto della creazione. Fatti a immagine e somiglianza di Dio, Adamo ed Eva devono esercitare il loro dominio sulla terra con accortezza e amore". E dunque l'uomo che trasforma il suo habitat si fa partecipe del piano di Dio nella creazione.
    Sono queste le caratteristiche che hanno portato l'uomo a sviluppare una morale, come dimostra Roger Scruton in un vivace pamphlet in cui lega l'emergere della teoria dei "diritti degli animali" al più generale declino della civiltà occidentale . E non è un caso, spiega Scruton, che quando viene proposta una morale "positiva" per gli animali (per esempio, da Peter Singer, oltre che da Regan), essa sia sempre e comunque una morale "utilitarista", che fa perno su un'improbabile minimizzazione del dolore sociale: si pensi agli argomenti utilizzati contro la ricerca sulle cavie. Ma una morale così concepita di fatto è, nelle parole di Scruton, "la caricatura di una morale", dato che l'etica non si basa su concetti come dolore o felicità, ma sulla volontà e il libero arbitrio - altrimenti perde la sua dimensione genuinamente drammatica e, sì, cristiana.
    E non regge nemmeno il paragone fra animali e minorati o bambini, i quali (inclusi i feti) sono comunque membri potenziali della comunità morale umana. Gli animali non lo sono: non discutono, non rispettano diritti altrui, non si sentono chiamati ad adempiere a dei doveri, non esercitano sovranità sulla propria vita e non rispettano la sovranità degli altri sulla loro - non l'hanno mai fatto, e non potranno mai farlo. Non hanno quelle caratteristiche che rendono possibile la teorizzazione e l'applicazione di una morale. Non ci si lasci ingannare dalle apparenze: un cane non obbedisce al padrone per senso del dovere - sono istinto e affetti a entrare in gioco. D'altronde, che gli animali non possano vantare uno status "morale" lo si capisce anche con un'occhiata sommaria al modo in cui funzionano le società animali, le quali non conoscono nessuno dei tabù che gli esseri umani invece hanno, per il semplice motivo che essi non sono "abilitati" a pensare e ad agire moralmente. Inserire gli animali nel nostro ordinamento giuridico in posizione paritaria rispetto agli umani, sarebbe dunque un'operazione priva di senso, perché dagli animali non si può pretendere il rispetto degli altrui diritti, umani o animali che siano. Quando i passeri si gettano sul raccolto, quando una volpe fa strage di galline in un pollaio, o quando un leone divora una gazzella, non lo fanno per malvagità, ma per seguire l'imperativo biologico della propria sopravvivenza. Condannarli moralmente o giuridicamente come ladri o assassini sarebbe assurdo. I diritti, del resto, sono qualche cosa che di norma si reclama: un diritto esiste quando se ne prende coscienza. Gli animali non hanno coscienza del loro essere come individui, e come tali non reclamano nessun diritto - sono gli uomini a identificarsi con essi, finendo per riconoscervi qualcosa che non sono.
    Abbiamo detto che la tradizione giudaico-cristiana riconosce all'uomo una posizione di dominio sul resto del creato, che comporta il dovere della "cura". Ma come può questa "cura" diventare prassi? Se i diritti degli animali non esistono, e non possono razionalmente essere riconosciuti, tuttavia in quell'abbozzo di tesi formulato da Nozick si avverte una necessità: quella di riconoscere agli animali il rispetto per ciò che essi sono. Casi di crudeltà e abbandono sono tristemente famosi, anche se - e questa è un'altra prova dell'inconsistenza dell'idea dei diritti degli animali, che sono "negli occhi di chi guarda", cioè nei nostri - gli esseri umani tendono a vedere maltrattamenti e crudeltà soltanto verso alcune specie. Spiaccicare una mosca colpevole solo di fare (inintenzionalmente) un rumore fastidioso o ammazzare una vipera il cui unico crimine è incrociare il nostro cammino viene ritenuto ammissibile: strabismo? Ovviamente no, ci sono ragioni storiche e contingenti per cui proviamo affetto verso certe bestie e non verso certe altre. L'importante è non concettualizzare l'affetto, impelagandosi in teorie perniciose.
    Il problema resta: quale può essere un metodo efficiente e relativamente rispettoso per relazionarsi con gli animali? La risposta, secondo chi scrive, sta in due parole: proprietà privata. È questo l'istituto che ha permesso agli uomini di prendersi cura del creato, di apprezzarlo, di conservarlo, di migliorarlo. La proprietà rende responsabili gli uomini, attribuendo a ciascuno i premi e le punizioni a seconda del comportamento tenuto. Nei sistemi collettivisti, invece, avviene esattamente l'inverso, come già San Tommaso e i tardoscolastici medievali (de Soto, de Mercado, de Mariana) avevano perfettamente compreso. L'Aquinate aveva scritto che "ciascuno è più sollecito nel prodigarsi a vantaggio di ciò che appartiene a lui esclusivamente, piuttosto che per ciò che appartiene a tutti o a più persone: ognuno, per sfuggire alla fatica, tende a lasciare agli altri quanto spetta al bene comune". Se per San Tommaso giustizia significa "rendere a ciascuno quanto gli è dovuto", allora solo la proprietà privata realizza questo principio sulla terra, mentre la proprietà comune è "ingiusta" perché permette ai reprobi di addossare al prossimo costi che dovrebbero ricadere su di loro, e di impossessarsi dei benefici che dovrebbero spettare solo a chi ha agito virtuosamente. Il collettivismo premia e istituzionalizza lo spreco, l'approfittamento, e il parassitismo, e per tale ragione è molto più facile attendersi la diffusione di condotte individuali egoistiche e antisociali non nei sistemi capitalisti fondati sulla proprietà privata, come spesso viene sostenuto, ma proprio nei sistemi dove questa manca. Di questo abbiamo continue conferme non solo nella vita di tutti i giorni, dove i beni pubblici (strade, parchi, boschi, fiumi, ecc.) sono generalmente malconservati, ma anche nella storia recente, dato che nei Paesi ex-comunisti, dove la propietà privata era bandita, è avvenuto un vero e proprio ecocidio: "Nessun'altra civiltà industriale come l'Urss ha mai avvelenato così sistematicamente e a lungo l'aria, la terra, l'acqua, e le persone", hanno scritto Murray Feshbach e Alfred Friendly jr. in un libro che documenta in maniera drammatica le catastrofi ambientali causate dal socialismo.
    Promuovendo l'egoismo predatorio, il collettivismo ha significato anche la condanna a morte e il rischio di estinzione per numerose specie animali, come i pesci, le balene, gli elefanti, le tigri, i panda, i rinoceronti. Al contrario, laddove la proprietà privata ha potuto favorire azioni responsabili a lunga portata, cani, gatti, bovini, suini, equini, ovini e tante altre specie animali che tradizionalmente vivono a contatto con l'uomo, hanno proliferato - quand'anche in condizioni che non sembra conquistino l'approvazione degli ecologisti. È la proprietà che ha insegnato faticosamente all'uomo il rispetto per la natura e gli animali: basti vedere cosa sta avvenendo nell'ambito della pesca oceanica, dove nessuna legislazione restrittiva e nessun trattato internazionale era finora riuscita a impedire il progressivo spopolamento ittico dei mari da parte dei pescatori, condannati ad agire come predatori dall'inesorabile logica perversa del comunismo oceanico. Fino a quando esisterà la proprietà comune dei mari, a nessun pescatore sarà, per dirla con San Tommaso, "dato quanto gli spetta", dato che i comportamenti virtuosi di coloro che si autolimitassero nello sfruttamento delle risorse marine, o che facessero investimenti per ripopolare le acque, sarebbero immediatamente catturati da altri pescatori con meno scrupoli. È bastato però che la Norvegia e la Nuova Zelanda creassero dei diritti di proprietà trasferibili nelle proprie acque territoriali, per vedere nuovamente i mari ripopolarsi di salmoni atlantici e altri pesci oceanici.
    Perché non usare lo stesso sistema per le balene, si è chiesto l'economista Walter Block? Se questi cetacei fossero privatizzati, si potrebbe star certi che il proprietario li difenderebbe mille volte meglio dei funzionari governativi invocati dagli ecologisti come panacea di tutti i mali. I proprietari potrebbero agire per interesse, allo scopo di venderne la carne e il grasso, o anche per scopi più direttamente culturali e conservativi: ad esempio, organizzando gite turistiche a bordo delle baleniere. Purtroppo, afferma sconsolato Block, nei mari aperti ci comportiamo ancora da primitivi, come l'uomo di Neanderthal che sfruttava il proprio territorio di caccia senza mai arricchirlo, mentre la rivoluzione neolitica negli oceani non è ancora iniziata.
    Decisamente meglio, invece, sono andate le cose per un altro grosso animale, che fino a un decennio fa era considerato a rischio estinzione: l'elefante africano. La convivenza di questi pachidermi con gli indigeni non è mai stata facile, dato che il passaggio di una mandria di elefanti ha spesso l'effetto di un tornado distruttivo, e la loro abitudine di foraggiarsi per diciotto ore al giorno può esaurire l'erba di vaste aree e i raccolti di mesi di lavoro. Come indurre gli uomini che vivono quotidianamente in contatto con questi animali a proteggerli invece di combatterli e ucciderli? La risposta ideologica degli ecologisti occidentali è stata quella di far dichiarare gli elefanti "specie protetta", e imporre la messa al bando del commercio dell'avorio su scala internazionale, durante la Convenzione di Losanna del 1989. La soluzione non poteva essere più controproducente, come l'esperienza dei Paesi dell'Africa orientale aveva già abbondantemente dimostrato. Il Kenya, dopo aver nazionalizzato tutti gli elefanti, dichiarati pomposamente "patrimonio comune del popolo", e aver dichiarato guerra senza pietà ai cacciatori d'avorio (il presidente Arap Moi bruciò simbolicamente davanti alle telecamere zanne d'elefante per un valore di tre milioni di dollari), durante il decennio 1979-1989 ha visto crollare il numero dei propri elefanti, da 167 mila a 16 mila, sterminati dai bracconieri.
    Invece di impedire agli abitanti dei villaggi di potersi legittimamente difendere dalle scorribande degli elefanti, in altri Paesi come lo Zimbabwe, il Botswana, e la Namibia, si è preferito attribuire loro diritti legali sugli animali. Ancora una volta la proprietà privata ha dimostrato di funzionare: nello stesso periodo in cui nel proibizionista e statalista Kenya gli elefanti scomparivano, nello Zimbabwe sono aumentati da 40 mila a 50 mila unità. Inoltre la piaga del bracconaggio è praticamente scomparsa, dato che la vendita dell'avorio frutta ai proprietari degli elefanti somme notevoli, che possono essere utilizzate per le recinzioni e la sorveglianza. Ulteriori entrate provengono dal turismo o dall'organizzazione di safari fotografici e battute di caccia, dato che vi sono cacciatori occidentali disposti a pagare fino a 25 mila dollari per potersi vantare di aver abbattuto un elefante. Grazie agli eccellenti risultati conseguiti, nel 1997 i Paesi africani che hanno adottato questo approccio liberale al problema degli elefanti hanno ottenuto l'autorizzazione di esportare l'avorio in sovrappiù.
    Finalmente una storia africana con un lieto fine, dove l'antica saggezza di San Tommaso ha trovato conferma: l'istituzione più giusta e naturale, la proprietà privata, ha modificato radicalmente l'interazione tra l'uomo e il mondo animale, trasformando gli elefanti da bestie pericolose e indesiderate, in animali amati e ricercati, da proteggere, curare, e salvaguardare.

    Alberto Mingardi è editorialista di Libero
    Guglielmo Piombini è scrittore


    http://www.liberalfondazione.it/arch.../uominieno.htm

  2. #2
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