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Risultati da 1 a 10 di 39
  1. #1
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    Il ruolo dell'Ue nei Balcani.

    Visto che viene menzionato spesso il ruolo dell'Ue, mi sembra opportuno aprire un thread apposito.
    Correzione: il titolo giusto e' "cosa ne pensate del ruolo dell'Ue nei Balcani?

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da rafrad6164 Visualizza Messaggio
    Visto che viene menzionato spesso il ruolo dell'Ue, mi sembra opportuno aprire un thread apposito.
    Correzione: il titolo giusto e' "cosa ne pensate del ruolo dell'Ue nei Balcani?
    ho votato non so , ma mi sembra piu' negativo che positivo

  3. #3
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    Predefinito Spiace dirlo ma...

    Negativo, l'Europa ha dimostrato impotenza durante la guerra, paternalismo in seguito, menefreghismo se non vera e propria volontà di boicottaggio per quanto riguarda le adesioni. E sempre e sempre un burocratismo che non fà molto ben sperare...
    Il caso più eclatante è stato il blocco del capitolo di accessione croato sull'educazione, bloccato per mesi perchè non si poteva rendere obbligatoria la scuola secondaria senza una modifica costituzionale...
    Fidarsi delle dichiarazioni favorevoli del 99% del Sabor, no?
    E non parliamo dei tiraemolla sui criminali di guerra.

  4. #4
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    negativo. L'europa ha dimostrato solo di voler dividere la Jugoslavia di Milosevic con l'aiuto di USA e Vaticano. uno schifo totale.

  5. #5
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    14.11.2007 - La guerra in Kosovo è forse inevitabile?
    La crisi economica che sta colpendo gli Stati Uniti connessa all'impennata del costo del petrolio si sta ripercuotendo pian piano, come un effetto domino su molte regioni dell'Europa Orientale e dell'Asia Centrale con gravi segnali di instabilità politica. Il caso iraniano non è più il fulcro delle problematiche internazionali, in quanto ad esso si affianca la crisi in Pakistan, in Kurdistan, in Georgia, caricando la tensione a livello mondiale come una bomba ad orologeria che ben presto esploderà, proprio forse nei Balcani.


    L'attenzione dei media internazionali è quasi totalmente rivolta ai focolari di guerriglia che si sono aperti negli Stati che hanno un importante ruolo nella produzione e nella offerta di petrolio. Tuttavia, mentre tutto questo accade, nei Balcani - termometro del malessere in cui versano l'Europa e gli Stati Uniti - si sta innescando una bomba che potrebbe deflagrare da un momento all'altro. Il gruppo di contatto internazionale si trova in questo momento in una "imbarazzante" situazione di empasse, in cui ogni tentativo di intermediazione viene respinto dalle due parti coinvolte, senza riuscire a trovare un comune terreno di discussione. Per ovviare al problema, e allo stesso tempo "salvare le apparenze", la Troika ha annunciato che presenterà una nuova proposta in occasione del prossimo incontro di discussione del Kosovo a Brussel . Wolfgang Ischinger, membro del gruppo di intermediazione, dichiara ai reporter di Voice of America che la troika sta elaborando una nuova soluzione che potrebbe "normalizzare" le relazioni tra Pristina e Belgrado, senza far riferimento in alcun modo alla parola "status del Kosovo".
    "L'accordo sullo 'status neutrale' sarà una proposta per entrambi le parti che potranno delle relazioni indipendentemente da qualsiasi decisione che verrà presa sullo Status del Kosovo" - afferma Ischinger. Il contenuto della nuova proposta della troika non è stato ancora reso noto, ma secondo le prime dichiarazioni sarà un accordo sulla cooperazione su un certo numero di aspetti, come l'economia, il lavoro e la prevenzione della criminalità organizzata, così che le autorità kosovare saranno competenti su certe materie, mentre su altri avrà l'obbligo di consultare la Serbia sulle relazioni con le minoranze, la gestione dei confini, che rientrano infatti negli interessi di entrambe le parti. Ciò che tuttavia questo accordo non andrà a definire è lo status giuridico del Kosovo vero e proprio, e si attenderà comunque la reazione delle parti, in quanto allo stato attuale "tutte le proposte erano state rifiutate", per cui data l'oggettiva difficoltà di intermediare tra queste due controparti, "nessuna alternativa va trascurata". È evidente, dunque, che la guerra che si sta facendo è fatta solo di "parole", di definizioni o termini giuridici, in quanto l'ostacolo che si vuole superare è quello dell'individuazione di un punto di riferimento da cui partire per portare a termine un piano predeterminato.
    Alla dichiarazione del diplomatico Ischinger risponde il Ministero per il Kosovo Slobodan Samardic, che definisce "improponibile" un accordo sul Kosovo neutrale alla prossima riunione di Brussels, in quanto "la provincia non può avere uno status naturale differente dalla Serbia, perché è parte integrante e inalienabile del suo territorio".
    La proposta di Ischinger di uno status neutrale per il Kosovo, secondo Samardic, ricorda molto l'accordo del 1972 tra la Repubblica Federale e la Repubblica Democratica tedesca - il cosiddetto accordo di base (Grundlagenvertrag) volto proprio a normalizzare la posizione dei due Stati, con il quale i due paesi si impegnavano a garantire la reciproca integrità territoriale e riconoscevano la rispettiva sovranità - che tuttavia presupponeva già l'esistenza di uno Stato autonomo, cosa che di per sé "è assolutamente contrario alla Risoluzione ONU n. 1244". Infatti, secondo la posizione della Serbia, discutere intorno ad un accordo di "status neutrale" del Kosovo equivale a presumere che le due entità territoriali siano divise e già indipendenti l'una dall'altra, superando così una tappa necessaria delle contrattazioni in corso. Questo evidentemente accade perché, quando il prossimo 20 novembre si discuterà dinanzi alla Comunità Europea la troika di intermediazione ha già pianificato che esporrà come gli statuti autonomi rappresentano delle soluzioni efficienti per la gestione del territorio. Molto probabilmente, la troika sta cercando di preparano il terreno per la stesura di un trattato che sarà un atto meramente formale, ricco di clausole di riserva che potrebbero nel tempo essere ignorate o modificate, senza che le singole entità possano protestare oppure fermare quel processo irreversibile dell'alienazione degli Stati. Non dimentichiamo infatti che i burocrati delle Nazioni Unite hanno già creato uno Stato Federale ibrido, che è la Bosnia Erzegovina, in cui le entità etniche possiedono un'autonomia solo sulla carta, mentre nei fatti sono sottoposti al controllo del Governo Centrale, dell'Alto Ufficio dei Rappresentanti, e della Comunità Europea, mentre tutto ciò che è stato scritto nel Trattato di Dayton viene ignorato o considerato a seconda delle esigenze. Identico esperimento che sta avendo chiari segni di cedimento è la Macedonia, che ha già violato il Trattato di Ohrid, con il quale si pose fine al conflitto e si regolamentò i rapporti tra le etnie interne. Al momento il Kosovo, che aspira all'Indipendenza più di ogni altra cosa - e per questo lotta affinchè la parola indipendenza figuri nello Statuto - deve valutare bene il costo di tale passo, considerando che il rovescio della medaglia è un'autonomia solo apparente e formale, dovendo sottostare all'ingerenza della Serbia, che è lo Stato che lo contiene e circonda i suoi confini - e della Comunità Internazionale.
    È chiaro che quello del Kosovo è un vespaio di problemi, un vero rompicapo dal quale tutti possono uscire sconfitti e tutti possono essere vincitori, ma qualsiasi soluzione verrà adottata, questa non rispetterà la vera esigenza della popolazione. Se fosse il contrario, se l'Indipendenza del popolo Kosovaro fosse davvero un problema sentito e una richiesta spontanea, allora le lobbies non avrebbero certo bisogno di utilizzare delle bande armate per creare "l'armata della resistenza". È stato infatti confermato anche dalla Nato l'esistenza sulle montagne del Kosovo, in particolar modo le catene ai confini con la Macedonia dell'Armata Nazionale Albanese (AKSH), che è intervenuta nella regione macedone del Tetovo per sposare la causa della comunità albanese che è stata danneggiata dalle recenti decisioni di riforma costituzionale. L'Esercito Nazionale Albanese (ANA) è cresciuto, stando a quanto riferito dalla Nato, raggiungendo una quota di adesioni intorno alle 12,000 persone assoldate in tutte le terre di etnia albanese nei Balcani. I membri, dopo gli scontri nel Tetovo, hanno dichiarato, mediante il loro portavoce politico Gafur Adili, dirigente del Fronte unito per la Liberazione del Kosovo, che si stanno disponendo lungo confini per contenere l'eventuale ritorsione della formazione paramiliare serba della Garda di Car Lazar alla possibile dichiarazione dell'indipendenza da Kosovo con attacchi contro autorità internazionali ed istituzioni locali. L'ANA dichiara di non essere un'organizzazione terrorista - a differenza però di quanto detto dal Ministero degli Interni della Macedonia - e di non essere intenzionato a creare degli scontri contro l'UNMIK e la KFOR. "Noi siamo nella nostra terra, ma loro, il paramilitari serbi vogliono venire qui", dichiara ad AP un portavoce del movimento, "i nostri nemici sono Serbia e la Garda di Car Lazar."
    La Nato ha così convocato d'urgenza il consiglio chiedendo alla Serbia, presente in veste di membro della Partnership of Peace, di far luce sulla presenza di gruppi paramilitare albanesi in Kosovo , e di prendere così le dovute misure per opporsi ed eliminare le minacce per la di sicurezza in Kosovo, e la ripresa regolare delle negoziazioni. Infatti, le entità sovranazionali si sono preoccupate, prima di ogni altra cosa, della possibile influenza di tale notizia sul processo di pace, temendo che "nel caso di una dichiarazione unilaterale dell'indipendenza, ci si chiede cosa accadrà nel nord di Kosovo, e in particolare a Kosovska Mitrovica, che ospita una enclave serba. La Serbia deve dunque trovare e reprimere i terroristi per garantire che il processo diplomatico, nonché le elezioni in politiche in Kosovo, continuino come da programma.
    Stranamente tali bande criminali intervengono in un momento critico per le contrattazioni, con una forza e un equipaggiamento di milioni di dollari, per poi pubblicizzare le loro operazioni con interviste e reportage dinanzi ai media. Tutto questo suona davvero molto strano, in quanto, grazie all'aiuto di un reporter e un cameraman ben disposto, è possibile inscenare lo scoop del ritorno delle forze di resistenza ai governi che non vogliono l'Indipendenza. L'ipotesi della manipolazione da parte delle forze occidentali non è molto inverosimile, e si rivela sempre più attendibile, considerando il forte impatto mediatico che ha sull'opinione pubblica internazionale e sulla popolazione locale. Si sta dunque cercando di creare un clima di guerra all'interno della regione kosovara, al fine di forzare in qualche modo la situazione qualora a livello diplomatico non si riesca ad ottenere ciò che si intende raggiungere. Qualora infatti la popolazione pacificamente accetti l'Indipendenza o la perdita di autonomia, le bande armate sono pronte ad intervenire per destabilizzare la regione e richiedere in ogni caso l'intervento della Comunità Internazionale per sedare le rivolte. Il Kosovo rappresenta infatti quel tassello del grande puzzle della politica estera degli Stati Uniti e della stessa Comunità Europea che vuole a tutti i costi un conflitto per consentire l'arresto del rialzo dell'inflazione e del prezzo del petrolio, e così dell'economia americana ed europea che stanno così subendo una delle crisi economiche più pericolose e rischiose degli ultimi trent'anni.

    Rinascita Balcanica


    Per quanto riguarda il sondaggio, negativo ovviamente.

  6. #6
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    ma secondo loro e secondo te, amico rafrad, ritornerà la guerra ?

  7. #7
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    15.11.2007 - I Balcani nella morsa delle Banche
    La Etleboro ONG, in collaborazione alle redazioni di Evropa Nacjia e di Rinascita Balcanica, ha intrapreso un'indagine sulla prassi bancaria degli Istituti di credito della Bosnia Erzegovina, per fare luce sulle gravi distorsioni e la totale mancanza di trasparenza sul mercato bancario nei Balcani.

    In seguito alle molteplice segnalazioni inviateci dalle imprese aderenti alla Tela nella Republika Srpska, la Etleboro ONG, in collaborazione con Evropa Nacjia e di Rinascita Balcanica ha intrapreso un'inchiesta sulla prassi bancaria e le condizioni imposte dalle Banche all'interno dei Balcani. L'esito di questa prima indagine ha rivelato che il sistema bancario della Bosnia e Erzegovina impone regole e procedure di credito poco trasparenti, contraddittorie e con costi molto elevati. Una piccola azienda che cade nella ragnatela delle procedure e della burocrazia di queste banche, rischia di compromettere seriamente la propria stabilità finanziaria in quanto non esistono regole ben determinate, né un ente che faccia da garante qualora si presentino delle gravi violazioni. Nel corso della nostra indagine è emerso che, sebbene l'euro non sia ancora una valuta in corso, ha già un grande impatto sul sistema bancario, senza alcuna regolamentazione stabile e conosciuta dai cittadini e dalle imprese.

    A dimostrazione della totale mancanza di chiarezza nei rapporti banca-cittadino, basta considerare una banale operazione di apertura di un conto corrente che deve ricevere degli euro. La banca impone, in maniera obbligatoria, l'apertura di un doppio conto corrente, uno nella divisa nazionale KM ( marko convertibile ) uno denominato in euro, giustificando tale operazione dicendo che il cliente "non pagherà spese se non utilizza il secondo conto" . Tuttavia, sebbene il cliente abbia due conti correnti - sostenendo così il doppio dei costi di tenuta di conto e di tassi di interesse - la banca rilascia solo il contratto denominato in KM, cosicché il cliente non ha alcun documento per provare l'esistenza del conto in euro, o solo per verificare le condizioni e i costi praticati sulle transazioni. Infatti, per le operazioni denominate in euro, la banca applicherà il tasso di cambio due volte, ossia una volta per convertire la somma in KM nel momento in cui viene ricevuta, e una seconda volta quando si ritira la somma. Dinanzi alla richiesta di rilasciare il contratto, le banche si limitano a rispondere che "non è possibile consegnare un contratto per i conti correnti aperti in euro". Cosa davvero strana, considerando che la Banca ha imposto l'apertura del secondo conto per ricevere somme di denaro in euro.

    Su questa prassi illecita abbiamo interrogato le più alte Istituzioni bancarie presenti in Bosnia per avere dei chiarimenti o anche solo i regolamenti bancari che stabiliscono "prassi e condizioni" di credito, ossia le nostre "norme uniformi bancarie" in mancanza di un vero e proprio codice finanziario . Alla nostra richiesta inoltrata al Dipartimento per i Sistemi di Pagamento e alla Divisione per le relazioni esterne riceviamo come risposta:
    "La Banca Centrale della Bosnia e Erzegovina non ha autorità per supervisionare sulle altre banche. Per questo tipo di informazione occorre far riferimento all'Agenzia Bancaria nella Republika Srpska e in Bosnia e Erzegovina"
    [ Centralna banka BiH nema ovlasti za superviziju banaka. Stoga se za slicne informacije obratite agencijama za bankarastvo - u RS-u i Federaciji BiH. Sead Bijedic ]

    Allo stesso modo, dunque, contattiamo l'Agenzia Bancaria nella Republika Srpska e nella Bosnia, ottenendo una risposta dello stesso tono, che ci invita ad "inoltrare questo tipo di domanda alla Banca Centrale" [Dear Sirs, please forward this request to the Central Bank of BiH! Regards, Banking Agency of the FBiH].

    È chiaro dunque che siamo dinanzi ad un assurdo, una situazione paradossale in cui ogni "probabile" Istituzione competente rinvia all'altra la risposta o la risoluzione di questo increscioso incidente. Ciò può significare innanzitutto che questi enti non conoscono bene le competenze e le materie su cui ciascuno opera, oppure non esiste nei fatti alcuna autorità che è in grado di dare una risposta alle imprese o ai cittadini che vogliono delle spiegazioni o maggiore tutela nei loro rapporti con le banche. Infine - cosa ancor più grave - la Banca Centrale, organo di sorveglianza e di controllo per eccellenza, afferma di "non avere alcun potere sulle altre Banche" . Abbiamo contattato così l'autorità del Fondo Monetario Internazionale in Bosnia Erzegovina, e l'Ufficio degli Alti Rappresentanti della Bosnia e Erzegovina, che - ironia della sorte - non ha alcuna e-mail tra i contatti , e infine l'Ufficio Europero anti-frode ( OLAF ). Aspettiamo ora una risposta affinchè ci spieghino come mai non esiste alcuna autorità garante per i consumatori e per le imprese, perché la Banca Centrale "non è un ente di controllo" e, quindi, quali sono le sue reali competenze.

    Occorre ricordare che quando è stato ratificato l'Accordo di Dayton, la Comunità Internazionale pretese che il Governatore della Banca Centrale doveva provenire dal Fondo Monetario Internazionale, e dunque non essere "yugosloveno", in modo da "garantire indipendenza" rispetto al Governo Bosniaco, proprio come prescrive Maastricht e il Fondo Monetario Internazionale. Venne inoltre stabilito che la Federazione avesse un'unica Banca Centrale di emissione che emette il KM (Marco convertibile) con il limite che l'emissione deve essere interamente coperta da Euro, versando così il signoraggio alla BCE. Dopo tale ratifica è stato dato il via libera alle Banche occidentali di privatizzare gli Istituti di credito di proprietà statale, nonché di acquistare le Banche con una vera deregolamentazione. Per salvaguardare tali operazioni sono state create una miriade di Organizzazioni non Governative, finanziate da Fondazioni Bancarie e da grandi uomini d'affari, che hanno promosso progetti umanitari o di opere sociali mai portate a termine, oltre ad aver scatenato scandali ogni qual volta si incontrava un ostacolo sulla strada delle liberalizzazioni e del saccheggio delle lobbies. Nessuna entità sovranazionale o internazionale, né ambasciatori o ong si è mai adoperata per controllare quello che le Banche e o le multinazionali stavano facendo nei Balcani, calpestando i diritti delle imprese locali e dei lavoratori.
    Esiste dunque un abisso tra le Banche e le imprese e i cittadini, che sono presi in considerazione meno degli utenti, perché vi un abuso del potere contrattuale che possiedono. Ciò significa che, nonostante la Comunità Europea continui a fare pressioni in nome della democrazia per le riforme istituzionali, per i processi dei crimini di guerra e per le liberalizzazioni, non è giunto nei Balcani nè la "trasparenza bancaria" nè il codice finanziario. Al contrario, il processo di "occidentalizzazione" della Bosnia e Erzegovina sta portando sempre più verso la crescita sproporzionata del potere delle Banche, che, dopo aver acquistato i piccoli istituti di credito e privatizzato le banche nazionali, stanno ora saccheggiando le piccole imprese, imponendo condizioni contrattuali che sono di usura. La Banca impone un interesse del 20% di mora se una rata non viene pagata entro il termine prefissato.
    Ciò che più aggrava questa situazione, è l'atteggiamento passivo delle Istituzioni che dovrebbero invece monitorare e sorvegliare su coloro che possiedono un tale potere sull'economia.Possiamo assicurarvi che ogni giorno i cittadini dei Balcani vengono calpestati e denigrati da un sistema autoritario e usuraio che sfrutta una situazione di potere politico ed economico, approfittando della non curanza delle Istituzioni, dei tribunali e di tutti coloro che dovrebbero invece cautelare il sistema economico. Aspettiamo dunque con ansia la risposta di questi signori alle nostre e-mail inviate nel pomeriggio di ieri, chiamati a replicare sulla loro irresponsabilità, indifferenza e complicità nei confronti di un esercito di pirati che sono giunti nei Balcani per esportare democrazia e banche.

    Etleboro - Evropa Nacjia - Rinascita Balcanica

  8. #8
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    Ferma ma equa: l'Ue e i Balcani
    09.11.2007 scrive Tomas Miglierina

    L'ultimo rapporto della Commissione europea può essere sintetizzato in due parole: fermezza ed equità. la Commissione evita pronostici sulle possibili date di ingresso dei paesi dei Balcani occidentali, eccetto la Croazia che potrebbe entrare nell'UE fra due o tre anni
    Per rispondere ad una giornalista che gli chiedeva quando la Macedonia avrebbe ottenuto una data per avviare i negoziati di adesione, martedì 5 novembre il commissario europeo all’ allargamento Olli Rehn ha scomodato persino il suo connazionale Jean Sibelius. “Oltre ad essere un celebre compositore, Sibelius era un inveterato nottambulo”, ha spiegato Rehn ad una platea assai divertita. “A sua moglie che gli telefonò un mattino alle sei per chiedergli quando sarebbe tornato a casa, rispose: ‘cara, sono un compositore, non un veggente’, e questa potrebbe essere anche la mia risposta alla sua domanda”.

    A parte il fatto che Rehn ha un passato da calciatore, ma non da compositore, l’aneddoto del commissario finlandese risponde a verità: non solo con la Macedonia, ma con tutti i Balcani occidentali quando si tratta della marcia verso l’ adesione Bruxelles non formulerà mai più alcun pronostico, che fatalmente verrebbe preso come una promessa. Al tempo stesso alla Commissione preme di mantenere credibili le prospettive di un nuovo allargamento: se i candidati dovessero perdere la fiducia verrebbe meno lo strumento più efficace che l’Unione ha posseduto fino ad ora per stimolare le riforme nel sudest EUropa.

    E’ fra queste due coordinate che si muove la politica europea per i Balcani occidentali, condensata nei rapporti annuali sull’ allargamento. Per dirla con le parole di José Manuel Barroso, “con i Balcani occidentali l’Unione europea deve essere ferma ma equa”.

    Dopo l’abbuffata del 2004 (e la coda di Romania e Bulgaria) Bruxelles non è disposta a fare sconti, e ancora meno degli “sconti comitiva”. Ognuno dovrà qualificarsi da solo, senza potersi inserire nella scia dei vicini più virtuosi. Inoltre, se è vero che i criteri formali di adesione non sono cambiati, è altrettanto vero che la loro verifica si è fatta più severa, dunque l’asticella da superare si è alzata.

    Nessuno dei paesi coinvolti può attendersi un adesione prima del 2012 e anche questa è la più ottimistica delle previsioni. Fa eccezione solo la Croazia, cui rimane ormai relativamente poco da fare per concludere le trattative avviate nel 2005: in primo luogo la riforma del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione. Per Zagabria le porte potrebbero aprirsi entro il 2010.

    La Macedonia è riconosciuta da due anni come paese candidato, ma le dispute tra slavo-macedoni ed albanesi hanno condotto alla paralisi del parlamento e fatto perdere tempo prezioso. E’ pertanto quasi impossibile che Skopje ottenga una data per l’inizio delle trattative nei prossimi dodici mesi. Al contrario Albania e Montenegro hanno fatto registrare progressi più o meno ampi nel rispetto di tutti i criteri di adesione, dalla democrazia allo stato di diritto, senza dimenticare un certo consolidamento dell’economia. Ma in entrambi i Paesi le strutture statali sono troppo gracili e la corruzione ancora dilagante.

    Per la Serbia il primo dei problemi attuali si chiama Ratko Mladic. L’accordo di stabilità ed associazione con l’ UE è pronto (è stato parafato lo scorso 7 novembre), ma per firmarlo si attende la piena collaborazione con il Tribunale dell’Aja. Non c’è un legame formale tra l’attitudine di Belgrado verso la soluzione del problema Kosovo e la firma degli accordi con Bruxelles. Formalmente lo status del Kosovo e la consegna di Mladic sono due problemi separati. Quando verranno entrambi risolti, il cammino della Serbia resterà comunque lungo, ma almeno la marcia sarà molto più leggera. Se il Kosovo è il “secondo” problema della Serbia, Belgrado è - al contrario - il primo problema di Pristina, che non potrà negoziare alcun accordo con se prima non vi sarà chiarezza sul futuro della regione. Chiude la classifica la Bosnia-Erzegovina, dove la crescente retorica nazionalista e la paralisi delle istituzioni fanno persino dubitare della reale volontà dei suoi politici di entrare nell’Unione.

    La corsa verso Bruxelles è fluida, le posizioni possono cambiare: sette anni fa Croazia e Bosnia-Erzegovina erano quasi alla stessa distanza da Bruxelles, oggi sono ai due stremi della lista. Negli ultimi dodici mesi, nonostante i gravi problemi, il dialogo con Belgrado è andato avanti, mentre Sarajevo e Skopje hanno sostanzialmente marciato sul posto.

    Entro il 2012 le cose cambieranno, e di certo non solo nei Balcani: per quella data sarà già entrato in vigore il trattato riformatore, che i ventisette firmeranno il mese prossimo a Lisbona, in sostituzione della defunta Costituzione europea. Oppure capiterà un incidente nel processo di ratifica, anche quel documento diventerà carta straccia e questo porterà comunque alla fine dell’Unione, nella sua forma attuale. Succeda quel che succeda, fra sei anni il traguardo verso cui si muovono i Balcani occidentali non sarà più ciò che è ora.

    E’ nell’interesse della regione che prevalga la prima ipotesi: un’ continente più forte e più sicuro di sé potrebbe aprire la porta a cinque nuovi piccoli Stati senza troppi patemi d’animo. Al contrario, un’Europa fatta di piccoli gruppi che si muovono in ordine sparso e a velocità diverse sarebbe quasi certamente poco interessata. E probabilmente anche poco interessante.

    Fonte: www.osservatoriobalcani.org

  9. #9
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    Come ha detto un moderatore della Poltica di Discutere.it forum , questi sembrano piu' un blog che i propri post.

    Si riferiva a rafrad6164.Sarebbe meglio solo linkare , e poi dare un opinione personale.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Bergdolmo Visualizza Messaggio
    Come ha detto un moderatore della Poltica di Discutere.it forum , questi sembrano piu' un blog che i propri post.

    Si riferiva a rafrad6164.Sarebbe meglio solo linkare , e poi dare un opinione personale.
    Smettila di fare il moralista visto che tu sei un'ospite straniero che si comporta in maniera VERGOGNOSA verso noi italiani insultando gli infoibati.

 

 
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