17 novembre. Tutti/e a Genova
diGigi Malabarba* da Liberazione
Se dopo sette anni, passando attraverso quattro governi di differente colore, fosse stato il governo Berlusconi a promuovere il capo degli sbirri a capogabinetto del Viminale, avremmo gridato al golpe. Ma lo ha fatto Prodi e solo i prefettizi scavalcati hanno protestato, mentre nella sinistra di governo si sono persino levate voci per dire che Gianni De Gennaro era stato messo in disparte. L'obnubilamento governista impedisce di comprendere la gravità della promozione da capo operativo a capo politico all'indomani - e in risposta! - all'iscrizione nel registro degli indagati del capo della polizia per la regia occulta delle testimonianze degli agenti al processo per il G8 di Genova. Questo è il punto.
Ma c'è qualcuno che vuol cominciare a mettere in relazione la partecipazione dell'Italia alla guerra con l'uso dei carabinieri (quarta forza armata, grazie al governo D'Alema) sia nelle missioni militari che nelle piazze? Che conseguenze hanno l'arruolamento dei poliziotti esclusivamente tra i reduci dai teatri di guerra e la formazione di corpi speciali nella polizia locale per dare la caccia a migranti e graffitari da parte di giunte di destra e di sinistra? Che cosa si insegna al posto della Costituzione nelle scuole di polizia, se Digos e Ros vanno ufficialmente a Guantanamo a interrogare detenuti sotto tortura (e nessun parlamentare della sinistra di governo presenta neppure un'interrogazione al riguardo)?
I pogrom che cominciano a profilarsi nei confronti di rumeni e rom, conseguenza delle leggi razziali emanate dal centrosinistra con qualche timida obiezione di un ministro, danno tristemente l'idea che proprio il paventato pericolo per la democrazia rappresentato da un possibile ritorno di Berlusconi era uno spauracchio per far digerire il peggio del peggio.
Solo Stefano Rodotà, autorevolmente e da tempo, continua a mettere giustamente in relazione le politiche antiterrorismo partorite dopo l'11 settembre con l'involuzione dello stato di diritto. Chi pensava di stare in guerra sì ma un po' meno, di accettare il liberismo sì ma un po' meno, si è trovato come l'apprendista stregone a dare alimento a un'opposizione sociale di destra e a fomentare rigurgiti razzisti e xenofobi. Questo significa la sinistra radicale al governo: la sparizione anche di un punto di vista critico sulla guerra e il liberismo, in nome della filosofia del meno peggio.
La Commissione d'inchiesta sul G8 per far luce sulla catena di comando che ha ordito la repressione a Genova (e prima a Napoli) è stata dapprima stoppata dal centrosinistra al Senato, dove doveva essere votata già nel giugno 2006, e poi bocciata in commissione alla Camera nei giorni scorsi: chi ha promosso il capo della polizia, come si vede, è parte del problema.
Il rischio che, con il clima securitario che ci circonda, la Commissione d'inchiesta - se mai ci sarà - possa andare in direzione opposta da quella desiderata dal movimento è tutt'altro che peregrina. Il 17 novembre a Genova vanno messe sotto critica l'insieme delle politiche sull'ordine pubblico e sull'immigrazione, di cui le destre sia di opposizione che di governo sono insieme protagoniste. O si rovescia la logica dominante, ricostruendo i rapporti di forza adeguati nella società, o non ci sarà giustizia né per Genova, né per Aldro, né per le vittime di fascisti e razzisti di ogni sorta. Liberismo e guerra affossano anche la democrazia. Sempre.




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