Roma, 12 nov (Velino) - “Clamorosi errori” di merito e di metodo, a cominciare dalla “plateale partigianeria” nel cercare di costruire una legge ritagliata “su misura del Partito democratico”.
Il politologo Gianfranco Pasquino non fa sconti a Walter Veltroni, sempre più lanciato nell’impresa di definire una nuova legge elettorale. Un’accelerazione - quella impressa da Veltroni - che secondo Pasquino rischia però, per molteplici ragioni, di far deragliare il treno della riforma.
Tanto che - suggerisce il politologo - il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, e persino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dovrebbero - sia per la loro competenza sia per le funzioni che rivestono - riportare il dibattito “sui giusti binari”.
Il cahier de doléances stilato da Pasquino si apre con gli errori di metodo attribuiti a Veltroni. “In una fase lunga, durata più di un anno, il ministro delle Riforme, Vannino Chiti, ha svolto consultazioni e lanciato proposte. Veltroni - dice Pasquino al VELINO - avrebbe dovuto prendere l’abbrivio da ciò che era stato fatto, fornendo sollecitazioni ulteriori e forse responsabilizzando Chiti. Il cui silenzio di questi giorni è assordante”. Non solo: secondo il politologo, Veltroni dà l’impressione di cercare sponde nello schieramento di centrodestra - guardando in particolare all’Udc, “che gli dà risposte incoraggianti, anche se opportunamente non segue il giochino del tedesco spurio, invocando quel modello nella sua interezza” - prima che nel proprio campo di gioco. E sembra ritagliare la riforma elettorale sulle esigenze del Pd.
Il leader del nuovo soggetto politico dovrebbe indicare i vantaggi che la nuova legge elettorale apporterà all’intero sistema, non quelli dei due grandi partiti destinati - nello scenario tratteggiato da Velroni - a caratterizzare il confronto tra i due schieramenti.
Quanto alle critiche attinenti al merito del lavoro di Veltroni, Pasquino segnala innanzitutto che il sistema tedesco e quello spagnolo - ibridati nella proposta del segretario del Pd - sono diversi anche nel numero di deputati che eleggono: 598 in Germania - ma ci possono essere seggi aggiuntivi, come nella legislatura attuale - e 350 in Spagna. Dunque non possono stare “sufficientemente bene insieme”. Inoltre, il sistema tedesco ha a lungo ruotato attorno a tre partiti, poi diventati quattro con i Verdi e ora cinque, mentre in Spagna sia il governo Aznar sia l’esecutivo Zapatero hanno avuto bisogno di un partito regionale catalano. “E oggi, senza i voti della sinistra repubblicana, il governo Zapatero non avrebbe la maggioranza assoluta”. In ogni caso dei sistemi esistenti si possono apprezzare pregi, difetti, conseguenze: “Nulla sappiamo su un loro ibrido, se ci avventuriamo in una terra ignota - avverte Pasquino - non potremo fare previsioni”. Il politologo tiene poi a rimarcare che la componente bipolare ravvisabile in entrambi i sistemi politici non è stata prodotta da una legge elettorale ma scelta dai partiti, “senza la costrizione delle regole di voto”. E ancora: “In Germania e Spagna abbiamo partito sufficientemente forti e organizzati da dare stabilità al sistema anche quando perdono le elezioni. La Spd ha il 35,2 per cento dei consensi, ai quali il Pd non arriva; il Partito popolare spagnolo ha il 40 per cento dei voti. La stabilità dei due sistemi politici non è data solo dalla legge elettorale. Romano Prodi chiede stabilità alla legge elettorale? Dovrebbe piuttosto invocare l’introduzione della sfiducia costruttiva, un meccanismo che gli spagnoli hanno preso in prestito dalla Germania. E che consente un giusto grado di flessibilità nelle alleanze e nella scelta del premier”.
Per far rientrare il dibattito sulla riforma nei giusti binari occorrono a giudizio di Pasquino “alcune parole di verità” che Veltroni farebbe bene a pronunciare. A cominciare da una constatazione: non esiste al momento una maggioranza parlamentare per una riforma in senso maggioritario e bipolare. Dunque, se si vuole riformare la legge, occorre farlo in senso proporzionale. Privilegiando il sistema - conosciuto e funzionante - che più si adatta alle caratteristiche del nostro Paese. Il che conduce - secondo il politologo - a privilegiare il sistema tedesco, che non esclude le grandi coalizioni ma garantisce la governabilità “e soprattutto è migliore del nostro”. Senza aspirare a varare “il migliore sistema in assoluto” (una palma che Pasquino assegna al sistema elettorale francese e al modello istituzionale della Quinta Repubblica), accontentiamoci - consiglia il politologo - del “second best”. Potrebbe esserlo anche il sistema spagnolo (nonostante le differenze tra la realtà iberica e quella italiana), purché si evitino ibridi e “salti nell’ignoto”. Soprattutto, va bloccato il “tentativo surrettizio” di escogitare regole che “vadano bene a un singolo partito. Una furbata che non funziona mai e che fa male all’intero sistema”. La speranza del politologo è che Amato e Napolitano esprimano commenti e suggerimenti. Anche per evitare il pericolo che i vincitori delle prossime elezioni, magari insoddisfatti per la nuova legge elettorale, avvertano la tentazione di rimetterci le mani, così prolungando la “transizione incompiuta”. Un problema che - sottolinea Pasquino - non ha a che fare solo con le regole di voto: “Sembra che tutto dipenda dalla legge elettorale, mentre con ogni probabilità non è affatto così. Altro che parola magica, quella della legge elettorale è una scorciatoia posticcia”.
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