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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Sentivamo la mancanza di crediti d'imposta e debiti sanitari...

    http://www.lastampa.it/redazione/cms...7634girata.asp

    CREDITO IMPOSTA SUD: torna il credito d’imposta sull’occupazione nel Mezzogiorno. Per i datori di lavoro che nel 2008 impiegheranno a tempo indeterminato giovani al Sud sarà concesso per il 2008, 2009 e 2010 un credito di imposta pari a 333 euro al mese per ciascun lavoratore. In caso di lavoratrici donne il credito d’imposta aumenta a 416 euro. Si stimano 40-50 mila nuove assunzioni.

    STAGE NEOLAUREATI SUD: arriva un finanziamento mensile (per sei mesi) di 400 euro per favorire lo stage di 30 mila neolaureati al Sud. Alle imprese che li assumono verrà assegnato un bonus di 3.000 euro.

    G8 IN ITALIA: vengono stanziati 30 milioni di euro per il 2008 per l’organizzazione del vertice G8 in Italia previsto per il 2009.

    PIANI RIENTRO DEFICIT: lo Stato darà un anticipo finanziario, fino a un massimo di 9,1 miliardi, ad alcune Regioni (Lazio, Campania, Molise e Sicilia) per estinguere i debiti contratti sui mercati finanziari fino al 31 dicembre 2005. La norma è introdotta in attuazione degli accordi sui piano di rientri dei deficit sanitari.

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  2. #2
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    Questo governo, così come i prossimi venturi, è totalmente meridionale, non ci si poteva aspettare altro..intanto però la gente al nord è sempre più inc....ta, ma veramente tanto, a giudicare dai discorsi.

  3. #3
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem Visualizza Messaggio
    PIANI RIENTRO DEFICIT: lo Stato darà un anticipo finanziario, fino a un massimo di 9,1 miliardi, ad alcune Regioni (Lazio, Campania, Molise e Sicilia) per estinguere i debiti contratti sui mercati finanziari fino al 31 dicembre 2005. La norma è introdotta in attuazione degli accordi sui piano di rientri dei deficit sanitari.
    Debiti sanitari delle regioni: aria di nuova emergenza

    http://gabriocasati.org/?p=137

    (da il Riformista 30-10-2007) C’è un tema di grande rilievo nazionale che in queste ultime settimane – salvo rarissime eccezioni – è stato relegato alle pagine locali di Roma. Si tratta del debito sanitario regionale o, per essere più precisi, di quale sia lo stato di attuazione delle misure che la scorsa primavera il governo ha preteso che fossero assunte da quelle Regioni i cui conti erano ormai completamente fuori controllo, primo fra tutti il Lazio.

    A maggio scorso, infatti, la maggioranza – con un curioso e molto significativo voto di fiducia anche alla Camera – aveva convertito in legge il decreto 23/2007 (noto come “salva debiti”) per il ripianamento dei debiti sanitari di cinque Regioni che stanziava 3 miliardi di euro per le cinque Regioni, in maggioranza centro-meridionali, con conti fortemente dissestati (2,3 dei quali per il solo Lazio). Per ottenere i finanziamenti previsti, tra i quali anche un gigantesco prestito trentennale a interessi zero da parte dello Stato (interessi che ovviamente lo Stato a sua volta paga comunque), ciascuna Regione era tenuta a sottoscrivere un accordo con i ministeri di Economia e Salute contenente obiettivi e misure per il rientro del deficit. Le regioni che non fossero state in grado di rispettare i termini dell’accordo riducendo la propria spesa sanitaria, sarebbero andate incontro al commissariamento della sanità da parte della Presidenza del Consiglio. Da notare che il settore vale mediamente tra in due terzi e i quattro quinti dei bilanci regionali. Per una Regione, dunque, perdere il governo sulla sanità significa perdere in misura analoga la propria ragion d’essere.

    Già in occasione della conversione in legge del decreto salva-debiti, si dava conto, anche sulle pagine di Ambrogio, di un consistente scostamento (28%) tra obiettivi di risparmio fissati nell’accordo tra governo e Regione Lazio e obiettivi effettivamente conseguiti nel corso già del primo trimestre dell’anno. Secondo Kpmg che per conto del Tesoro segue l’evoluzione del dossier, il Lazio starebbe andando verso un colossale fallimento degli obiettivi fissati nel piano di rientro: circa 1,2 miliardi di deficit contro i 640 programmati. Assolutamente diverse e di segno opposto le stime fornite dalla Regione, secondo le quali – al netto del riconoscimento di trasferimenti relativi a nuovi residenti recentemente attribuiti al Lazio dall’Istat – a fine anno potrebbe addirittura verificarsi uno sforamento in positivo di circa 5 milioni. Scatenata l’opposizione in Consiglio regionale che, soprattutto con An, denuncia – non si capisce bene a che titolo, visto che 5,8 miliardi dei 9,6 che costituiscono il debito sanitario pregresso sono attribuibili proprio alla giunta di centrodestra – la sostanziale irrealizzabilità del piano.

    Al di là dell’incredibile differenza tra stima del Ministero e stima della Regione e assumendo per buona un’ipotesi mediana tra le due, resta il fatto che l’ipotesi di commissariamento appare più che concreta. Tanto da aver fatto parlare di incontri riservati tra esponenti del governo e presidenza della Regione in cui si puntava, nell’ipotesi di nomina del commissario ad acta, l’affidamento diretto dell’incarico al Presidente della Regione, come per i rifiuti in Campania. Una strada che è stata sbarrata da un emendamento presentato dalla Lega Nord in Commissione Bilancio del Senato, passato all’unanimità.

    Nonostante le diverse lacune nell’attuazione del piano di rientro denunciate da molti (meno del 50% dei provvedimenti contenuti nel documento attuati ad agosto di quest’anno, difficoltà nell’attuazione delle misure strutturali, ecc.), non c’è dubbio che lo sforzo di risparmio operato dalla Giunta sia del tutto eccezionale. Ma non abbastanza eccezionale, sembrerebbe, per restare all’altezza di obiettivi che lo stesso Tesoro – oltre che l’agenzia Fitch – definivano già all’inizio del processo “molto ambiziosi”. Se il deficit sanitario del Lazio (in attesa di sapere cosa stia accadendo nelle altre quattro regioni dissestate) dovesse superare le soglie prefissate, si potrebbe facilmente dire che quegli obiettivi erano “troppo ambiziosi”.

    Troppo per evitare che si riproponga, a meno di un anno di distanza, il nodo di fondo che sottende, con particolare evidenza quando si tratta di sanità, tutta la vicenda: un drenaggio enorme e sistematico di risorse pubbliche dalle regioni più virtuose nella gestione dei propri conti (Lombardia e Veneto in testa) e quelle in cui si verificano dispersioni e sprechi del tutto insostenibili. Uno squilibrio che appare ancora più evidente oggi, quando Lombardia e Veneto annunciano i primi accordi concreti che danno seguito a un Protocollo d’intesa per la progressiva costituzione di un unico sistema sanitario, piuttosto che non l’avvio del confronto tra Regione Lombardia e Governo per l’attuazione del federalismo differenziato con l’attribuzione al livello regionale, secondo l’art. 116 Titolo V della Costituzione, delle competenze su dodici materie oggi in capo allo Stato.

    Da un lato, dunque, regioni produttrici di ricchezza che si organizzano e chiedono maggiori competenze convinte di poter fare di più e meglio dello Stato centrale; dall’altro regioni generatrici di debito, per anni totalmente deresponsabilizzate verso i propri bilanci e per le quali si rende necessaria una riduzione di competenze, riportandone alcune, “pesanti” come la sanità, in capo proprio al governo centrale. un modo, quello del commissariamento, che non va certo nella direzione della responsabilizzazione delle autonomie locali. Al contrario, rischia di trasformarsi nel veicolo attraverso cui il governo chiederà ancora una volta un esercizio di solidarietà nazionale alle regioni virtuose, cioè, con buona approssimazione, al Nord. Chiederà ancora una volta di devolvere risorse che potrebbero ben altrimenti essere investite per tappare i buchi di sistemi allo sfascio, senza però che si tocchino, per esempio, investimenti in altri settori operati nelle medesime regioni disastrate (dai metrò alle autostrade, dai festival ai musei, ecc.), in nome, come sempre, dell’ennesima “emergenza nazionale” come ebbe a dire il dicembre scorso il Sindaco di Roma, oggi a capo del Pd riferendosi proprio al debito sanitario della sua regione. Un giochino di cui, da queste parti, cominciano a essere davvero stufi un po’ tutti, come sanno bene i deputati di centrosinistra eletti in Lombardia che si trovarono a votare quella strana fiducia alla conversione del decreto “salva-debiti” il maggio scorso.

 

 

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