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Discussione: E se ci si comprano?

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    Predefinito E se ci si comprano?

    Chi ha paura dei "fondi sovrani"


    MARCO PANARA


    Dopo aver impiegato dieci faticosissimi anni a ridimensionare lo stato padrone, lo stato padrone riappare sotto nuove spoglie, più potente e inquietante che mai. Con tre novità: la prima è che questa volta il fenomeno non è italiano né europeo ma globale, la seconda che i protagonisti non si chiamano Italia, Francia o Germania ma Cina, Russia, Arabia Saudita, e la terza, la più delicata, è che il progetto non è fare i padroni in casa propria ma in quella altrui. I protagonisti dei sogni inquieti dell’Occidente, che fino a ieri si considerava ed era il padrone del mondo, sono i ‘fondi sovrani’, creature misteriose capaci di investire quanto nessun altro ha mai potuto. Preoccupano gli hedge funds e i private equity, ma quando a comprare sono Mosca o Pechino, lo stato russo o quello cinese, allora la paura ha un’altra qualità: è il gioco delle grandi potenze che torna in auge, con le armi sottili della finanza.
    I fondi sovrani non sono una novità. Il primo ha superato da poco i cinquant’anni e fu creato nel 1956 nelle Gilbert Islands, in Micronesia, con parte della valuta che arrivava grazie all’esportazione dei fosfati. Oggi vale 520 milioni di dollari. Il grosso lo hanno messo insieme i paesi petroliferi Abu Dhabi (che si dice abbia un patrimonio di 875 miliardi di dollari), l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar, ma anche la Novegia, con il suo Norway’s Pension Fund, che ha ora in cassa 367 miliardi di dollari in partecipazioni. Poi Singapore, con i suoi due fondi, Tamasek e Gic, ha aperto la strada ai paesi che accumulano riserve in valuta pregiata non grazie all’esportazione di materie prime ma di manufatti e il suo esempio è stato seguito dalla Korea e dall’Australia, ma anche dal Canada, che esporta sia petrolio che manufatti.
    La chiave è la bilancia dei pagamenti: i paesi che hanno un surplus strutturale, sia questo dovuto alle materie prime che alla capacità di collocare nel mondo i propri prodotti, accumulano montagne di valuta. Messa da parte la quantità necessaria a garantire la stabilità del cambio e a proteggersi dalle crisi di liquidità (le due funzioni tipiche delle riserve ufficiali), sempre più spesso decidono di destinare la valuta in eccesso a fondi di proprietà dello stato che hanno la funzione di investire all’estero con una strategia di lungo termine e l’obiettivo di avere un reddito più elevato rispetto a quello che la gestione prudente e liquida delle riserve ufficiali può consentire.
    Le ragioni per costituire un fondo sovrano sono molteplici: la prima è evitare di inondare il mercato con una liquidità in eccesso che creerebbe inflazione più che crescita; la seconda è accantonare risorse finanziarie per i momenti difficili o per quando i pozzi di petrolio saranno esauriti.
    Fino alla primavera scorsa di questi fondi non s’è preoccupato nessuno. A farli diventare ombre inquietanti sono stati due fatti: la dimensione delle risorse a disposizione e, soprattutto, il fatto che nel club sono entrati Cina e Russia, due potenze militari e politiche che stanno diventando anche potenze economiche. E quando a voler comprare una banca inglese o le ferrovie tedesche sono Pechino o Mosca, Putin o Hu Jintao, non è la stessa cosa se a volerle comprare è un private equity americano o anche il fondo sovrano della Noervegia o del Qatar.
    Si sono allarmati tutti. Angela Merkel ha proposto una legislazione che metterebbe Berlino in condizioni di bloccare gli investimenti esteri in una società tedesca ‘strategica’ quando questi superino una certa quota di capitale. Ma anche Alistair Darling, il cancelliere allo scacchiere della liberista Inghilterra e persino George Bush hanno dato l’allarme. Il G7 ha chiesto al Fondo Monetario di studiare delle linee guida che i fondi sovrani dovrebbero poi seguire e il segretario al Tesoro di Washington, Henry Paulson, ha incontrato i responsabili dei maggiori fondi sovrani per chiedere loro maggiore trasparenza.
    I problemi sono complessi. L’unico fondo che rivela come investe il suo patrimonio e con quali criteri è quello norvegese, che pubblica dati trimestrali e ogni anno rende nota la lista delle sue partecipazioni. E’ un fondo ‘democratico’ ed è indicato come quello che tutti dovrebbero imitare. L’Arabia Saudita comunica l’ammontare del suo patrimonio, ma non come è investito. Tutti gli altri sono tesori segreti, dei quali si sa pochissimo a nulla. La prima questione è quindi la trasparenza, senza la quale se apre subito un’altra: gli obiettivi. La logica finanziaria comune vorrebbe che gli investimenti fossero finalizzati ad ottenere il migliore rendimento possibile ad un accettabile livello di rischio, ma se la trasparenza non c’è è possibile che le parole vadano in una direzione e i fatti invece da un’altra. Si può ipotizzare per esempio che un fondo sovrano acquisisca il controllo di una impresa per appropriarsi della sua tecnologia, oppure per condizionare le sue scelte strategiche, il che in alcuni settori, come le infrastrutture, può condizionare lo sviluppo di un paese. E’ questo che le grandi capitali dell’Occidente temono e vogliono evitare.
    Ma non è finita qui. Finché i paesi esportatori accumulano riserve valutarie e le impiegano per comprare titoli del Tesoro americano, come da anni fanno Cina e Giappone, per gli Stati Uniti non c’è problema. E’ quando questi paesi da creditori dell’America, o di paesi europei, si trasformano in proprietari di beni presenti in quei paesi, che il rapporto cambia. Tanto più che a comprare, in questo caso, non sarebbero imprese private cinesi, giapponesi o russe (il che comunque ha creato più di una tensione negli anni scorsi), ma lo stato cinese oppure lo stato russo. Il timore è che il dilagare delle acquisizioni da parte di fondi sovrani possa scatenare un nuovo tipo di protezionismo, questa volta non chiudendo i mercati delle merci ma i mercati finanziari. Per la globalizzazione sarebbe la fine.
    E poi ci sono le dimensioni. Secondo Morgan Stanley oggi i fondi sovrani gestiscono complessivamente duemila e 500 miliardi di dollari (gli hedge funds mille e 600 miliardi), che sono già una cifra enorme ma che diventeranno 12 mila miliardi entro il 2015 e continueranno poi a crescere esponenzialmente. Si calcola che nel 2020 controlleranno il 10 per cento circa della ricchezza finanziaria dell’intero pianeta, e si ritiene che allora, ma probabilmente anche prima, il numero uno del club sarà la Cina.
    I governi si preoccupano, ma per le imprese e coloro che fanno i gestori di professione, è una sorta di bengodi. Quanto ai gestori, Merrill Lynch calcola che dalla parte dei fondi sovrani che sarà affidata alle loro cure potranno incassare commissioni per circa 8 miliardi di dollari l’anno. E quanto alle imprese è stato champagne alla Blackstone quando la Cina ha deciso di comprare il 9 per cento del suo capitale, mentre nessuno ha protestato quando Cina e Singapore hanno annunciato di voler fornire munizioni alla Barclay’s per la scalata, poi fallita, ad Abn Amro.

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Althane Visualizza Messaggio
    [/B]I governi si preoccupano, ma per le imprese e coloro che fanno i gestori di professione, è una sorta di bengodi. Quanto ai gestori, Merrill Lynch calcola che dalla parte dei fondi sovrani che sarà affidata alle loro cure potranno incassare commissioni per circa 8 miliardi di dollari l’anno. E quanto alle imprese è stato champagne alla Blackstone quando la Cina ha deciso di comprare il 9 per cento del suo capitale, mentre nessuno ha protestato quando Cina e Singapore hanno annunciato di voler fornire munizioni alla Barclay’s per la scalata, poi fallita, ad Abn Amro.
    In effetti i maggiordomi in genere se la cavano bene, fanno la cresta sulle spese, reggono il moccolo alla signora, fanno i mezzani al padrone, gestiscono la servitù.
    Una manna.

 

 

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