Da “La corda pazza”, di Leonardo Sciascia.




LA LOMBARDIA SICILIANA

Nel palazzo palermitano che fu sede dell’Inquisizione (il famoso Steri che va in indescrivibile e incredibile rovina), ancora ci sono tre celle e due camere le cui pareti sono fitte di immagini e di scritte, a carboncino o graffite, dei prigionieri. Oggetto di particolare studio sono state, da parte di un geografo, due disegni che raffigurano la Sicilia; ed uno, il più completo e leggibile, è come postillato da questa dichiarazione ed invito. La traduciamo dal dialetto: “Chi fece questa Sicilia non la completò né ci mise le città e terre di montagna per non sapere i loro veri nomi e siti. Chi li sa, può aggiungere il resto a memoria”.
Questa scritta può fare da epigrafe a Le città del mondo di Elio Vittorini: un libro incompiuto, una carta della Sicilia cui possiamo aggiungere il resto a memoria; e scritto ad una distanza e in uno stato d’animo che si può anche assomigliare a quello del prigioniero dell’Inquisizione di tre secoli addietro. Perché queste carte della Sicilia, se non per rivederla e ricantarla nei siti e nei nomi – da lontano? Il prigioniero che non sa se rivedrà quei paesi e ne ricorda l’aria, la luce, le architetture, i colori; e così lo scrittore che ne è lontano da trent’anni, in una terra diversa e diversamente amata: la terra del nord che è ordine anche quando si accende di conflitti; coscienza, società, storia – in contrapposizione all’isola natale che è caos, dispersione, negazione della storia. E questa dualità, questo conflitto che Vittorini si porta dentro, ecco che ad un punto trova una sintesi illusoria, simbolica, mitica: la Lombardia siciliana, i paesi lombardi della Sicilia. E sono poi, sulla carta disegnata a memoria, nella memoria, le “città belle”: “e più la città è bella e più la gente è bella come se l’aria vi fosse più buona…”
Città belle sono Aidone, Piazza Armerina, Nicosia: e sono quelle in cui è avvenuto un coagulo di gruppi etnici detti lombardi. Ma sono belle anche Enna, Caltagirone, Scicli: Enna col suo Castello di Lombardia, Caltagirone che segna il suo municipio con lo stemma di Genova, Scicli che venera San Guglielmo; città, insomma, alla cui storia diedero apporto uomini del nord. Brutte sono invece Alimena, Resuttano, Licata, Regalbuto, Raddusa, Mirabella Imbaccari: “Io non vorrei esser nato da una donna brutta come sono le donne delle città brutte.. Di Alimena, per esempio. Che schifo! O di Resuttano. Che schifo di schifo! O di Licata. Che schifo di schifo di schifo di schifo. Fortuna che mia madre era di Aidone… Tra un bel posto e uno brutto per i quali puoi passare tu scegli sempre di passare per il brutto. Tra Piazza Armerina e Imbaccari non v’è dubbio che tu non scelga Imbaccari. Tra Aidone e Raddusa non v’è dubbio che tu non scelga Raddusa… Ora non vuoi passare per Agira ch’è un bel posto…” E non è un caso che le città brutte abbiano in prevalenza nomi arabi; c’è anzi da credere che non tutte - belle e brutte – Vittorini le conoscesse, e che dunque le distinguesse in base al nome alcune, nel ricordo della geografia elettorale prefascista tutte. La Lombardia siciliana, la carta delle città belle, coincide in effetti con le circoscrizioni elettorali in cui il partito repubblicano aveva prevalenza: certe zone che allora appartenevano alle province di Caltanissetta e di Siracusa e che furono poi costituite in province autonome, Enna e Ragusa. Quella che è oggi la provincia di Enna appunto era la roccaforte repubblicana di Napoleone Colajanni: l’uomo che riassumeva l’idea vittoriniana del Gran Lombardo; l’uomo che era nato in un “posto lombardo” della Sicilia, che era alto e grande, forte e non soddisfatto di sé e del mondo – e soprattutto che “pensava ad altri doveri” (perciò nell’edizione di Conversazione in Sicilia “illustrata a cura dell’autore con la collaborazione fotografica di Luigi Crocenzi”, le pagine in cui si discorre del Gran Lombardo, e si tenta di definirlo somaticamente e moralmente, portano tre fotografie del monumento a Colajanni che si trova in una piazza di Enna). “Altri doveri”, poiché “questi nostri doveri di ora sono troppo vecchi”, “sono marci, morti e non vi è soddisfazione ad adempierli.” E chi sente e porta questi altri e nuovi doveri è un Gran Lombardo anche se è nato in un posto non lombardo. “Anche se era nato in Cina” – dice il protagonista di Conversazione, parlando del nonno che non ha conosciuto – “sono sicuro che era un Gran Lombardo”. E’ il punto della tipica contraddizione vittoriniana: un Gran Lombardo che può nascere anche in Cina, una Sicilia che “solo per avventura è Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela” – e mentre ribadisce, nel 1953, questa sua dichiarazione di astrazione geografica, ecco che dispiega in un centinaio di fotografie (e dodici riproducono addirittura cartoline) “gran parte degli elementi di cui il libro s’intesse”. La verità è che attraverso il Gran Lombardo, e ritagliando una Sicilia lombarda, Vittorini tentava di risolvere quella profonda e drammatica contraddizione che è nei siciliani migliori, nei siciliani che non partecipano di quella che Lampedusa chiama la follia siciliana (la follia di credere la Sicilia perfetta e se stessi portatori di un modo di vita impareggiabile); la contraddizione, per dirla con antiche parole, del “nec tecum nec sine te vivere possum”.
La Sicilia lombarda, dunque: un’astratta sintesi, una illusione, un mito. E tuttavia, in sé e singolarmente, gli elementi di cui Vittorini si serviva per costituirla erano ben concreti: esistono i paesi lombardi; esistono i paesi di tradizione repubblicana; ci sono, anche a distanze brevi, le città belle, aperte, ariose e quelle brutte, chiuse, opprimenti; c’è una Sicilia mafiosa e una Sicilia non mafiosa. Ma è difficile trovare un paese che abbia insieme queste qualità: lombardo, bello, repubblicano, non mafioso. “Né questo fiore di città ti lascia dubbi – dice il padre al figlio nelle Città del mondo – sul suo carattere di metropoli di una repubblica…”; e invece sì, te li lascia.
Ma restringendoci ai paesi propriamente lombardi – a quelli cioè che furono detti lombardi in una nozione della Lombardia che comprendeva tutta l’Italia settentrionale – c’è da notare una peculiarità che vien fuori dalle manifestazioni di folklore e dalle espressioni di poesia: una risentita coscienza delle condizioni sociali, un’aspirazione civile, un’attenzione dolorosa e ironica alla vita quotidiana. L’ironia e la satira sono anzi la forma che le cose, i sentimenti e i risentimenti, assumono nell’espressione del poeta popolare o semicolto o colto. E sarà magari una suggestione che viene in parte dal dialetto (irto di consonanti e con due, tre o addirittura quattro vocali di seguito, e ciascuna con un suono distinto): ma i poeti di San Fratello o di Nicosia più fanno pensare al Porta che al Meli. Diceva Luigi Vasi, presentando nel 1881 un’antologia di poesie sanfratellane: “sono ottave dettate la più parte a diletto, a sfogo d’umori mordenti”. Ora di questi umori mordenti nella poesia siciliana, in dialetto siciliano, soltanto ne troviamo o nelle cosiddette canzoni di sdegno, che son quelle dell’amante abbandonato o tradito, o in certi canti in cui, dal carcere, il condannato inveisce contro i propri nemici e le spie. Un canto come quello che un poeta di San Fratello scrisse in morte di un mafioso, è impossibile trovarlo nella poesia siciliana. Bisogna arrivare a Ignazio Buttitta, cioè a un poeta dei giorni nostri, per trovare tanto coraggio civile. Il poeta di San Fratello ne aveva già nel secolo scorso: e no si creda che attaccare un mafioso morto comportasse meno rischio che attaccarlo da vivo.
Il canto trascorre dalla satira all’invettiva con immagini concentrate ed efficaci. Comincia col fingere compianto per il mafioso strappato alla vita: “Morte, come ti affretti stamattina / a strappare il garofano dal suo calice!”, elenca i meriti del defunto, il dolore del paese; e infine esplode: “Il cancro ai polmoni / venga ai nostri concittadini! / Se al sessanta avessero ammazzato questi bricconi, / sarebbe valso meglio che la pioggia a maggio pei seminati”. Tanta destrezza nel maneggiare la satira fa pensare a un poeta colto (probabilmente lo stesso Vasi); ma anche in altre poesie, evidentemente di autori popolari, non manca la satira: più o meno diretta, più o meno cruda. E così è anche in quel La Giglia, farmacista poeta di Nicosia, che in due volumi di versi ha dato un ragguaglio della vita paesana nei primi due decenni di questo secolo: solo che in lui la satira si discioglie in toni crepuscolari, a volte; e con l’effetto di riportare personaggi e momenti della vita del paese a una “pena di vivere così” immutata e immutabile. Così la Sicilia lombarda entra nella condizione siciliana; e un diverso modo di vedere le cose e di reagire ad esse, per tanti secoli conservato come in vitro, s’incrina a lasciare intravedere un cielo baluginante dei segni del destino e della morte.

1970