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    Predefinito italici, indoeuropei del centro

    Augusto Lancillotti ultimo alievo del grande Vittorio pisani è professore emerito di glottologia all'università degli studi di perugia.

    Romolo Cerri ricercatore collaboratore del c.n.r della cattedra di glottologia di lettere dell'università degli studi di perugia



    Le attestazioni linguistiche sulla cui base sono operate le precedenti scansioni sono così disposte:
    - dal ‘Piceno’ provengono iscrizioni di età arcaica di carattere linguistico safino arcaico (le iscrizioni “sudpicene”);
    - dall’Umbria” provengono iscrizioni di età recente e di carattere linguistico safino innovativo (le Tavole Iguvine e le iscrizioni “umbre”);
    - dalla “Sabina” provengono glosse di età regia e di carattere linguistico paleoumbro, nonché iscrizioni di età arcaica e di carattere linguistico safino;
    - dal territorio “Osco” provengono iscrizioni di età arcaica e di carattere linguistico safino arcaico (le iscrizioni “campane”), nonché numerose iscrizionì di età più recente e di carattere linguistico safino conservativo
    (le iscrizioni “osche”).
    In ultima analisi il nostro concetto di sflino si distingue da quello di “oscoumbro” per il fatto che con “safino” si intende solo ciò che nel complesso oscoumbro non appartiene al sostrato “paleoumbro”:
    safino è, in altri termini, ciò che costituisce il “superstrato” recenziore dell’unità linguistica oscoumbra.
    Il nome dei Sabini
    Quanto al nome di “sabino”, si deve partire oggi dalla considerazione che « gli Italici di Penna S.Andrea [in iscrizioni del V sec.a.C.] definiscono safina la loro toùta e i loro nerf ‘principes’ sono nerf di Safini ... Nell’iscrizione su bracciale si legge ombriìen akren ‘nell’agro umbrio’, con l’ovvio richiamo al fatto che nell’umbro delle tavole iguvine (V è ricordato come parte di una circoscrizione umbra un territorio (agro) in area del Piceno (genitivo Piquier Martier)» (Prosdocimi 1987).
    Il termine di “sabino” è centrale in questo nostro discorso. Secondo Rix (1957) i nomi di popolazioni italiche come Sabini, Sabelli, Samnites, ecc. sono il risultato della diffusione di un etnonimo italico che si ricostruisce come *sajeno (con Jl spirante sonora). Dice Prosdocimi (19877): « se questo *Sakeno è l’etnico sia di italici del nord di tipo umbroide, come i Sabini (della storia) e i Safini (epigrafici), sia di italici del sud come i Sanniti, *Sa/jeno sarebbe l’etnico che precede questa divisione, sarebbe quindi l’etnico proprio che si davano gli Italici, o almeno una sezione di Italici giunti ad avere una coscienza etnica ».

    ad esempio,Sabini a causa della loro religiosità e pietà» (dal verbo greco sébomai = venero, onoro). legati all' etimologia è da far risalire alla radice indo-europea *s(w)e-bh(o)-, all'origine del termine germanico sibja (parentela di sangue) e dell'antico termine indiano sabh (assemblea, congregazione, società, totus ).




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    Come ha osservato De Simone (1992:228 ss.), la tradizione letteraria (Catone, Igino e Silio Italico) che istituisce il dio Sabus come eponimo dei Sabini, noi diremmo come “base derivazionale” dell’aggettivo Sabino-, è una tradizione autentica (non semplicemente un’invenzione di Catone fondata sul rapporto ovvio “nome in -os: aggettivo in -inos”) ed è linguisticamente fondata, in quanto il significato lessicale di sabho- è ‘proprio, il proprio’, come già rilevato: ne discende che l’aggettivo (sostantivato) sabino- vale ‘colui che è proprio, ciò che è proprio’, detto di uomini, territorio, costumi, ecc., in opposzione a ciò che è altrui, diverso dal proprio. De Simone dimostra poi come le varie derivazioni da questa base (*sabhen/sabhon, *sabhnio *sabhenqo., ecc.) sono morfologicamente “ben formate” e giustificate nella semantica: il quadro che se ne ricava è solido e del tutto convincente. Tutto ciò non contrasta con quanto emerge dalla lettura di Prosdocimi 1987, e cioè che il tema safino-/sakino- si applicava come autodenominazione indifferentemente a Umbri, Piceni e Sabini fin da un’epoca protostorica; che è quanto dire che lo si può considerare l’etnonimo universale dei parlanti “oscoumbro”, gli Italici. Una conferma viene dal fatto signifcativo che quando nel I sec.a.C., con le guerre sociali, le genti italiche si organizzarono contro Roma, a Corfinium, scelta a capitale federale, si coniarono monete con la scritta Saflnim: tutti gli Italici si dovevano riconoscere in questo etnonimo tradizionale.
    Il tema di partenza *sapeno mostra comunque diversi adattamenti che sono quelli intervenuti nelle varie aree linguistiche dove l’etnonimo è stato recepito, e sono essenzialmente dovuti all’ intolleranza che i diversi sostrati locali mostrano nei confronti delle spiranti sonore. Infatti va detto che in genere le cosiddette “medie aspirate” indeuropee (bh, dh, gh: per cui si parte da un*sabheno) sono entrate in Italia come spiranti sonore (ft, 4 j: quindi *sa!eno) e che da queste si deve partire per rendere ragione delle reali articolazioni che le lingue attestano. Nel caso in esame va anche considerato che la lingua delle genti che inizialmente si autodefinivano *Safteno si è diffusa forse anche in parte per moltiplicazione e propagazione dei parlanti originari, ma certo in modo prevalente per diffusione della lingua da quelli a parlanti nuovi; e quando una lingua viene adottata da parlanti non originari ciò avviene sempre e necessariamente a spese di alcuni suoi caratteri peculiari; le prime peculiarità che ne soffrono sono quelle fonetico-fonologiche. Così nel Piceno il /1 di *sap heno ha perduto la sonorità (f in origine non era labiodentale, come pronunciamo oggi, ma bilabiale, quindi era la versione sorda di J3); a Roma, dove l’etnonimo non può essere entrato dopo l’VITI sec.a.C., perché i *Saffini parteciparono al sinecismo, ha subìto
    l'occlusivizzazione in -b-; nell’Umbria settentrionale ha subìto al contempo l'assordimento e l’occlusivizzazione, divenendo -p- su bocca “paleo-umbra”.
    Lo schema della diffusione linguistico-culturale (e non necessariamente di materiale umano, si badi bene) che Prosdocimi (1987:60) propone è il seguente:
    Umbri [nel nostro discorso Safinì”]
    Sabini
    Picentini
    Sanniti
    Campani
    Lucani
    nome individuale
    L ‘unità originaria del mondo oscoumbro
    L’unità originaria del mondo italico (dove per ‘italico” noi in
    tendiamo “safino”), se mai ci fosse bisogno di dimostrarla, è implicita
    nella compattezza del sistema onomastico usato da tutti gli Italici. Pro sdocimi (1987:63) ritiene questo « un fenomeno che per la sua particolare posizione tra lingua come forma e cultura come contenuto esige nel suo prodursi che il mondo italico fosse unitario ... il suo prodursi è collegabile a un fenomeno socioculturale preciso: si tratta del fatto che il morfema -jo- assume un aspetto diverso a seconda che si trovi nel primo o nel secondo membro della formula binomia, tipo
    Nominativo -is -(i)es, -iìs, -IES
    Accusativo -im -iùm, -IOM
    Questo comporta il fatto che nella coscienza dei parlanti Safini la formula binomia fosse solidamente istituzionalizzata e al di sopra di ogni opzionalità. Ora, poiché questo “istituto culturale” col suo preciso risvolto
    linguistico percorre tutto l’italico dall’umbro al piceno, al sabino, alle va
    rietà sabelliche, al sannitico e a tutto ciò su cui il sannitico si è sovrapposto, tale omogeneità si spiega solo come comune eredità

    Le caratteristiche linguistiche del sabino
    All’interno di questo panorama linguistico abbastanza compatto, quel che più sembra difforme rispetto al gruppo è proprio l’ambiente sabino: per ironia della sorte, là dove si è fissato il nome “originario” dei parlanti oscoumbro, la tradizione linguistica è più alterata che altrove. In mancanza di una tradizione scritta di pertinenza sabina (dovuta al fatto che quando nell’Italia mediana si cominciarono a redigere per iscritto testi in modo non episodico e casuale il sabino era praticamente scomparso come entità linguistica autonoma, a causa della diffusione della lingua di Roma), sotto questa etichetta passa per lo più un certo numero di attribuzioni lessicali operate dai Romani di età classica (e postclassica) i cui tratti linguistici caratteristici non sembrano scevri da ambiguità. Poiché nel nostro lavoro ha particolare importanza la nozione di “sabino” (inteso come lingua dei Sabini protostorici, propaggine meridionale del mondo “umbro”, i quali hanno avuto una parte importante nella prima cultura romana), si sente la necessità di chiarire per quanto possibile la consistenza ditale lingua.
    I pochi dati linguistici dìretti che possediamo sulla Sabina partono dall’iscrizione di Poggio Sommavilla (tra Magliano Sabina e Poggio Mirteto) che risale al VII sec.a.C. e già mostra almeno due fatti linguistici di matrice oscoumbra (per noi più esattamente “safina”), costituiti dalla presenza di -f- interno (laddove le altre lingue dell’Italia mediana, che attestassero le voci corrispondenti, mostrerebbero b o d) e dalla sincope di vocale breve in sillaba finale; caratteri simili hanno le frammentarie testimonianze che fin dal VII sec.a.C. provengono da Colle del Giglio. D’altro canto, un’iscrizione da Cures (oggi Corese Terra, sempre in Sabina) presenta caratteri identici a quelli delle iscrizioni sudpicene (p.es. da Penna S.Andrea). Ciò significa che il sabino delle iscrizioni ha grande affinità con l’umbro, in quanto secondo Prosdocimi (19875) «la
    lingua [delle antiche iscrizioni sudpicenej è di tipo ‘umbro’ o, meglio, l’umbro è una variante seriore di italico di cui il sudpiceno è varietà più antica per documentazione e per conservatività ».
    Viceversa, se si osserva il sabino delle glosse, cioè se si considerano quelle voci che gli studiosi romani classici hanno tramandato come “sabine”, si giunge a conclusioni molto diverse. E’ quanto appare al Negri (p.es. 1988), secondo il quale il sabino delle glosse, che cronologicamente attiene all’età regia, ha i seguenti caratteri, che lo contrappongono in parte al latino di Roma e in parte all’oscoumbro: (1) assenza di rotacismo (là dove il latino e l’umbro lo presentano), (2) continuazione con I di alcuni d di tradizione indeuropea (mentre in latino il fenomeno è presente solo in voci di provenienza sabina, appunto), (3) au - indeuropeo conservato (come accade in latino, mentre in umbro i dittonghi sono monottongati), (5) f- iniziale anche là dove l’etimologia rimanda a un gh- indeuropeo che dovrebbe essere continuato con li- iniziale (testimoniato questo dal latino), p da k indeuropeo conservato (come in oscoumbro, mentre il latino presenta qu), (7) -p- da -bh indeuropeo (contro l’esito latino che è -b- e quello oscoumbro che è -f-), (8) 0i, indeuropeo che passa ad oe (mentre in latino e in umbro passa ad u), (9) eu conservato (mentre in latino si risolve in u e in umbro in o); (10) inoltre il sabino si caratterizza per un gruppo ditemi lessicali particolari (diversi dai “corrispondenti” latini e oscoumbri ambrones), (11) e per certe palatalizzazioni (assenti in latino) come quella di -dj- che passa a -sVa però detto che la conservazione di caratteri arcaici riferita ad
    un’età molto antica non può essere utilizzata per fini classificatori, come lo stesso Negri in altri suoi lavori insegna. Così non sarà di particolare rilievo la conservazione dei dittonghi (tratti 3,4,8 e 9 del Negri), perchè in età regia tali dittonghi originari erano probabilmente conservati in tutte le lingue indeuropee dell’Italia mediana e quando si dice che in latino o in umbro tali dittonghi si erano monottongati ci si riferisce ad una documentazione certo posteriore.
    Un ‘articolazione sociolinguistica nel Latium Vetus
    Va qui fatta un’altra considerazione di ordine generale, e questa volta a proposito dell’uso da parte dei glossatori latini dei termini di sabinus e di rusticus in senso linguistico. Non si può negare che si tratti di un uso abbastanza confuso riproducente l’immagine che i Romani avevano del mondo arcaico, meno trainato dal modello urbano di quanto non fosse il mondo loro contemporaneo: si ricordi il drastico ribalta mento della scala dei valori che è rappresentato dalla famosa affermazione di Varrone viri magni nostri maiores non sine causa praeponebant rusticos Romanos urbanis (r.r.2.1-5). Tuttavia, pur nella ‘confusione” tra le nozioni di antiquitas e di rusticitas, si può intravvedere operante in età classica una certa distinzione. Sembra infatti che gli studiosi romani dì cose antiche in età classica tendessero a chiamare “sabina” una forma arcaica (al tempo loro) che noi oggi valuteremmo come la variante conservativa di una parola, e a chiamare “rustica” una forma arcaica che però rappresentasse la variante innovativa in senso antiromano di quella parola. E ciò può giustificarsi in due modi: anzitutto perché ancora al tempo loro la variante innovativa in senso antiromano sopravviveva in campagna, e poi anche perché da un punto di vista sociolinguistico la riduzione dei dittonghi contrassegnava un registro più basso rispetto alla conservazione degli stessi (perciò risultava più facile giudicare “rusticismo” la monottongazione che non giudicarla un sabinismo). Per esempio, secondo l’interpretazione dei dati proposta da Negri (19881-32), si osserva per il nome del ‘capretto’ un’articolazione tripartita, che vede un sabino faedus (attestato da Velio Longo e Festo) opporsi a un romano haedus e ad un rustico fedus (attestato da Varrone, che però lo qualifica come sabino). Ma non sarebbe difficile salvare tutte le testimonianze antiche a questo proposito se solo si accettasse che le affermazioni geolinguistiche si intrecciavano con quelle sociolinguistiche; in verità il passo varroniano (LL 5.97) dice <hi>rcus, quod Sabinifircus; quod illicfedus, in Latio rure <h>edus, qui in urbe ut in multisA addito <h>aedus. Allora si tratta di combinare quattro (e non tre) varietà di lingua: faedus, come voluto da Festo e Velio Longo, sarà sabino, ma sabino “urbano”, conservativo, legato a un registro alto, magari a testi religiosi che ancora le fonti dei due epitomatori leggevano; fedus invece sarà sabino “rustico”, cioè legato a un registro basso, dove le innovazioni avevano preso piede per tempo; così hedus è dichiaratamente latino rustico, mentre haedus appartiene al latino di Roma. In altri termini, il sabino non sarà stato diverso da ogni altra lingua, cioè sarà stato articolato in varietà più o meno conservative o innovative. La conservazione dei dittonghi, insomma, si deve riferire al “sabino conservativo” e non al sabino tout court, perchè preso nel suo insieme il sabino conosceva sia la conservazione che la monottongazione dei dittonghi (come il latino). Il fatto che l’umbro (tavole iguvine) mostri che la monottongazione vi si è totalmente affermata non depone né a favore nè a sfavore di una parentela tra umbro e sabino, in quanto si tratta di due “stati di lingua” troppo lontani nel tempo (il sabino delle glosse risale ad età regia, l’umbro delle tavole di Gubbio è di alcuni secoli più recente) perché il diverso trattamento dei dìttonghi abbia una vera rilevanza.






    Anche il mancato rotacismo è un tratto ambiguo, giacché quando nel VII o VI sec.a.C. il sabino fasena ‘sabbia’ si opponeva al latino hasena il rotacismo non era affermato in nessun parlare della zona. Lo dimostra l’assenza del rotacismo in osco (sannitico), che, essendosi cominciato a staccare dall’area linguistica sabino-picena a partire dall’inizio del V sec.a.C., avrebbe tracce del fenomeno se prima di quell’epoca in quell’area il rotacismo fosse affermato. Lo stesso iguvino, cioè l’umbro delle tavole di Gubbio, pur mostrando una solida presenza del rotacismo (anche se in molti casi vi si è conservata la sibilante intervocalica -s-, come in esono rispetto ad erelo-, o come in kurlasio- e sestentasiocol suffisso -asia- rispetto a ezariaf con -ano-), non ci insegna nulla per l’epoca precedente alla stesura dei testi incisi nelle tavole, un’epoca comunque ben più tarda dell’età protostorica di cui parliamo (v. pag. 231). A chiarimento di tutto ciò va detto che è stata recentemente confermata la cronologia assoluta del rotacismo umbro che si pone dopo il III sec.a.C. (Poccetti 1979: 19 n.), e che di quello latino si è sempre saputo che si è completato intorno al 340-330 a.C.
    Lo scambio d/l invece non presenta motivi di discussione: si tratta con ogni probabilità di varianti di un’articolazione retroflessa che circolava nell’Italia mediana ed ha interessato particolarmente l’ambiente sabino, ma che ancor più tipicamente appartiene all’umbro, nella forma resa graficamente col segno q dell’ alfabeto epicorio (segno da noi trascritto i secondo la consuetudine), e resa rs con l’alfabeto latino (il fenomeno è trattato da Meiser secondo i suoi due diversi aspetti, cioè come palatalizzazione di / da una parte e come spirantizzazione di d dall’altra). E’ inutile insistere allora sul fatto che questo tratto depone a favore di una particolare affinità fra umbro e sabino.
    La presenza di f- iniziale di contro alla h- romana è attributo della sabinità almeno per due esempi, cioè fircus rispetto al romano hircus ‘caprone’, e fasena rispetto ad harena ‘sabbia’; in diversi altri casi i Romani di età classica attribuiscono il fenomeno agli antiqui o ai veteres, ma si sa che la confusione di “antichi” e Sabini era ideologicamente frequente e giustificata. Tra le altre voci appare folus pro holere (PF 91 PL) e la forma trova un corrispondente nell’umbro felsva ‘verdure’ della tavola V.a.11, rispetto al latino helvella ‘erbetta, verdura da cucina’, diminutivo di un *helva non attestato. Per quel poco che questo tratto (ambiguo e controverso, peraltro) lascia capire, non si oppone ad una particolare parentela tra sabino ed umbro (tanto più che le tavole iguvine stesse sembrano mostrare la compresenza dei due membri del modulo in questione nei due sinonimi erafont erahunt ‘la medesima’ (ablativo femminile singolare da *isàd ghont).
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    La tesi che il sabino conosca anche lesito -b- da -bh- indeuropeo, dissociandosi così definitivamente dal comportamento dell oscoumbro che ha invece -f-, si fonda in Negri (1988:20 Ss.) sull’opposizione teba colle’ : tifata ‘lecceto’, Tibur ‘Tevere’ : Tifernum ‘la Tiberina’ (oggi Città di Castello), e Fabaris ‘Nome di un fiume’ : Farfarus ‘Nome dello stesso fiume’. Lo stesso Negri esclude nebrundines ‘testicoli’ del dialetto di Lanuvio che si oppone al nefrundines ‘reni’ degli “antichi’ (in una glossa di Festo), in quanto si tratta di esito di *.gwh avanti consonante, il che configura una situazione particolare e non paradigmatica. Ma è necessario respingere il primo confronto che non è sostenibile sul piano dei significati (che il ‘lecceto’ debba sottintendere la natura gibbosa del terreno è cosa poco probabile); senza il termine di paragone con -finterno, il tipo sabino con -b- interno non testimonia necessariamente l’esito di -bh-, potendo continuare un -b-. Per il secondo e il terzo esempio, l’interpretazione tradizionale secondo cui Tifer- è la versione sabina del latino Tibur e Farfarus la forma sabina corrispondente al Fabaris latino, resta decisamente più diretta e convincente.
    Infine, su questo punto vanno segnalati i dati contrari alla tesi di Negri (secondo cui il sabino non è né latino nè oscoumbro). quelli cioè che fanno del sabino una lingua di tipo dichiaratamente umbro. Questi sono, oltre a Tifernum e Farfarus da interpretare come pertinenti al sabi, MpvXa ‘nome di una città’ (Dionigi di Alicarnasso 1.14.3) che in Tito Livio (1.38) suona Medullia (in Sabina), nonché il nome dell’albano Mettius Fufetius che con la sua “facies” oscoumbra indica iniziata già in epoca regia la “safinizzazione” della Sabina, anzi, la sua avanzata fino alle porte di Roma. Col che si deve ritenere che nell’ambito stesso del sinecismo romano ebbero parte dei Sabini “safinizzati” (cioè guidati da “Safini”, nella nostra terminologia).
    Resta da considerare il tratto della palatalizzazione posto dall’esito -d,i- che passa ad -s-, come nel nome del personaggio sabino Attius Clausus; costui, trasferitosi a Roma pochi anni dopo la fondazione con un numeroso seguito proveniente dalla città sabina di Regillo, ebbe il nomen di Clausus trasformato in quello romano di Claudius, divenendo il capostipite della gens Claudia. Il sabino sembra aver conosciuto sia questo fenomeno che la sua assenza: infatti il fondatore di Cures (città sabina da cui proveniva la comunità sabina di Tito Tazio che fu tra quelle che parteciparono all’avviamento della città di Roma) si chiamava M6&o Paf3&o. A parte il fatto che può trattarsi di un’ambiguità solo apparente, in quanto i nomi in questione potrebbero appartenere a due momenti successivi della storia del sabino (prima senza palatalizzazione, poi con).





    In sabino emerge il sostrato “paleoumbro”
    Quanto all’esito delle labiovelari indeuropee che in sabino passano a labiali, si tratta di un carattere oscoumbro indiscutibile. E’ dunque partendo da questo presupposto che la presenza del sabino tesqua con labiovelare conservata va spiegata con Negri “in chiave interferenziale” (Negri 1988:18), cioè considerandola frutto dell’interferenza di un’altra lingua che l’avrebbe “prestata” al sabino; si potrebbe ulteriormente spingere la tesi al punto di legare la voce al ‘sostrato paleoumbro”, ambiente linguistico che certamente aveva caratteri estranei al tipo oscoumbro. Quindi anche la continuazione delle labiovelari indeuropee avviene in modo parallelo in umbro e in sabino.
    Il punto più delicato è costituito dalla continuazione in sabino delle cosiddette “medie aspirate” indeuropee (bh dh gh g”h) all’interno di parola. Mentre in oscoumbro notoriamente si ha l’esito di spirante sorda (fe h), in sabino sembrano accreditati alcuni casi di occlusiva sorda, in particolare -p- < -bh- come in alpum bianco da indeuropeo *albho (cfr. greco latino albus); un altro caso sarebbe costituito dal sabino “arcaico” scirpus ‘giunco’ rispetto al sabino “tardo” skerfs: ma sono i linguisti ad attribuire al sabino la voce scirpus; in Festo il termine è citato senza indicazioni di provenienza. Quanto al nome umbro della Sapinia tribus ‘territorio Sapino’ (Livio 31.2.6 e 33.37.1) rispetto a Sabina tn bus e a Safina tribus, nonché il derivato Sapinates (Plinio NH 3.114: su tutto ciò cfr. Prosdocimi 19877), resta il dubbio che si tratti di una banale derivazione dall’idronimo Sapis ‘Savio’ (fiume romagnolo), senza che si abbia relazione con l’etnonimo dei Sabini. Nell’ambito delle dentali si cita (dubbiosamente) rutilus ‘rosso acceso’.
    A nostro vedere si tratta semplicemente di emergenze del “sostrato paleoumbro” nel territorio sabino già largamente “safinizzato”. Il fatto che nel sabino (per l’appunto già “safinizzato”, quindi certamente ricco di casi di spirante interna) siano state rilevate dagli antiquaristi proprio le ricorrenze di occlusiva sorda in luogo delle più “normali” ricorrenze di -f- interno, va inteso come frutto del particolare interesse che tali forme potevano destare, rispetto alla banale presenza di spirante interna, e non come testimonianza dell’assenza dell’esito più diffuso.
    In sintesi, non sembra fuori luogo ritenere che già nell’Vili sec.
    a.C. la valle del Tevere fosse tutta stata “safinizzata” su una base “paleoumbra’ anteriore, in modo che si può dire che l’umbro e il sabino. storici sono due segmenti di uno stesso ambiente linguistico, tanto da giustificare la designazione del loro insieme attraverso la denominazione di “umbro-sabino” qui adottata.
    Qualche motivo per insistere sulla presenza di un sostrato
    “paleoumbro” nell’Italia mediana
    Una componente imprescindibile in un discorso sulla formazione del mondo umbro è dunque costituita da quelle costellazioni etnolinguistiche che rispetto ai gruppi safini vanno considerate “sostrato”, cioè preesistenti in loco. Questa nozione non si costituisce necessariamente come equivalente di non indeuropeo”: preesistenti nella penisola italiana rispetto allo strato safino sono certamente anche gruppi di lingua indeuropea, benché difficilmente precisabili ne siano oggi i contorni linguistici e culturali. In questa prospettiva va collocato anche il ricordo sopravvissuto in ambiente greco e romano di quella significativa presenza etnolinguistica pre-italica, cui andava il nome di “Umbri” (qui li chiamiamo Paleoumbri): come sè detto vanno sotto questo nome genti delle quali si tramandava la presenza tradizionale in un’area ampia che andava dall’Adriatico al Tirreno, dal Po al basso Tevere, prima che si avverasse lespansione etrusca che muoveva dalle coste del Tirreno e quella safina che muoveva dalle coste dell’Adriatico. Queste due correnti di penetrazione sono quelle che avrebbero portato il Tevere a costituire il confine naturale” tra le due aree di influenza; con la differenza che mentre in ambiente Etrusco il ricordo degli Umbri si sarebbe ridotto (secondo alcuni) al nome del fiume Ombrone (leggasi ambrones "ambr(os)" in osco significa "fiume", "corso d'acqua" n.d.r).

    ambrones n.d,r), in ambiente safino il nome delle genti di sostrato sarebbe rimasto a pieno diritto a designare sia il territorio Umbria) sia le popolazioni risultanti dall’incontro dei Safini con i Paleoumbri: gli Umbri propriamente detti.
    La ragione della diversa capacità di sovrapposizione fra etnonimo preesistente e nuovi arrivati sta nella maggiore distanza culturale che doveva opporre Paleoumbri ed Etruschi rispetto a quella che opponeva Paleoumbri e Safini. La particolare affinità che deve aver facilitato la fusione di Paleoumbri e Safini può dipendere dagli antefatti indeuropei che caratterizzano i gruppi in parola: invero (se qualche valore possono avere le coincidenze etnonimiche portate dalle tradizioni leggendarie degli antichi), gli Umbri (i nostri Paleoumbri) potevano essere una propaggine meridionale di quei gruppi indeuropei che in Erodoto (IV.49) e risultano stanziati non lontano dalle valli dellIndo e della Drava, mentre i Safini, tra i quali un etnonimo caratteristico è quello di Piceni! Picentes, potrebbero avere legami con i Picenses della zona a sudest dell’attuale Belgrado: nell’immenso panorama dell’indeuropeità queste aree si possono dire vicine, cosicché gli antefatti degli etnonimi di Umbri e Piceni (che sono una sezione dei Safini) si possono considerare indizio di relazioni più strette di quelle che mediamente intercorrono tra le culture indeuropee.
    E’ possibile che nell’ VIII sec.a.C. le genti safine abbiano raggiunto gran parte delle sedi del loro habitat storico, vale a dire che dal Piceno sono penetrate gradualmente verso l’entroterra, valicando l’Appennino. Attraverso le valli del Sentino e dell’Esino sono entrate nella piane di Iguvium e di Tadinum, attraverso la valle del Tronto e Norcia sono entrate nel territorio Naharco che diventa la Sabina storica, mentre risalendo la costa a nord del Piceno sono giunte fino a Sarsina; qui si sovrappongono ai Sapinati, etnonimo che probabilmente designava delle tribù “paleoumbre” locali, se Plino « annovera i Sassinati tra gli Umbri a lui contemporanei, i Sappinati tra quelli ‘scomparsi’ » (Roncalli 1988a:
    399). In seguito, sempre muovendo dal Piceno, le parlate “italiche” si spingono a sud, prima nell’area abruzzese (dove produrranno le parlate sabelliche) e quindi nel Sannio: ma questa è la storia dei Sanniti, o più in genere degli Osci, le genti safine integrate col sostrato degli Opici.
    Ma, a parte l’ovvio fatto che se delle genti sono entrate nell’Italia centrale alla fine del Il millennio a.C. è necessario pensare che vi abbiano trovato genti preesistenti (l’Italia è abitata dal Paleolitico, notoriamente), che cosa può suggerire che i gruppi preesistenti fossero proprio di origine indeuropea?
    Una prima ragione è che in epoca storica accadrà, come si è visto, che si attribuiscano ai Sabini sia tradizioni e fatti linguistici indeuropei di tipo “safino” sia altri sicuramente indeuropei. ma di un tipo non riconducibile a qualcosa di noto nel panorama delle lingue dell’Italia antica: e ciò si può capire solo come emergenza di un sostrato indeuropeo che sopravvive con particolare resistenza proprio in Sabina. E siccome, combinando i dati della storia, quelli della linguistica e il testo delle tavole di Gubbio, si sa che in Sabina dei gruppi Safini si sono sovrapposti a quelli che nelle tavole iguvine son detti Naharchi, diventa ragionevole pensare che la lingua della Sabina storica possa contenere fatti appartenenti al sostrato Naharco della regione, un sostrato che può solo esser parte di quel tipo culturale che qui chiamiamo “paleoumbro”.
    Una traccia della sovrapposizione di due etnie nella Sabina si ha poi nella tradizione riportata da Varrone secondo cui il territorio reatino era abitato precedentemente dagli Aborigines e quindi fu invaso dai Sabini: i primi corrisponderebbero ai nostri “Paleoumbri”, i secondi ai nostri “Safini”.

    •   Alt 

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    un'occhio alle costruzioni ciclopiche poligonali indoeuropee

    Una nutrita schiera di insediamenti si disponeva lungo il ciglio orientale della Valle Umbra, da Assisi a Spello, a Trevi, a Campello sul Clitunno e nella stessa Spoleto. In quest’ultimo sito le sepolture sparse nell’area della futura città romana e databili dal VII al Iv secolo a.C. hanno restituito materiali che evidenziano gli stretti contatti esistenti fra l’ambiente umbro, quello dell’Etruria e quello medio-adriatico (villanoviani), mentre la cinta muraria in opera poligonale del iv secolo a.C. riunì forse per la prima volta più abitati sparsi in una più grande entità urbana, alla quale si sovrapporrà, nel 241 a.C., la colonia romana.
    Altre importanti comunità umbre si dispongono alle pendici dei rilievi appenninici e lungo le antiche vie di comunicazione con il versante adriatico. E il caso di Gubbio, il principale luogo sacro degli Umbri in età storica, la cui conoscenza, a causa della continuità di insediamento con la città medievale, è purtroppo limitata ai pochi riferimenti topo- grafici contenuti nelle Tavole Iguvine, la più lunga iscrizione umbra pervenutaci e i cui esemplari più antichi sono databili negli anni a cavallo fra il III e il li secolo a.C. Se in questo eccezionale documento, che contiene specifiche informazioni sui rituali della città, si riflette l’immagine di un centro profondamente strutturato a livello istituzionale sullo scorcio del iii secolo a.C., l’antichità dell’insediamento è testimoniata da un abbondante scarico di materiale ceramico dei secoli viii e vii a.C. ivi rinvenuto, peraltro coerente con la cronologia di alcuni materiali sporadici provenienti dalle necropoli sparse nel territorio.
    Nei territori di Gualdo Tadino e di Nocera Umbra, disposti lungo l’asse viario che dal 220 a.C. verrà ricalcato dalla via Flaminia, segmenti di necropoli e tombe isolate databili al VII secolo a.C. hanno restituito corredi maschili e femminili che mostrano nel tipo di fibule utilizzato e nell’impiego di ricche stole femminili ornate con dischi in lamina di bronzo notevoli consonanze con quelli coevi dell’ambiente medio- adriatico.
    L’origine antichissima (ii a.C.) attribuita dalle fonti letterarie ad Amena (Amelia) ha trovato conferma in recenti esplorazioni archeologiche che hanno restituito testimonianze materiali riconducibili all’inizio dell’Età del ferro, mentre tombe coeve e tipologicamente affini alle sepolture della seconda e terza fase di Terni (ix-vi secolo a.C.) sono state rinvenute in diverse località di Cesi.

 

 

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