Rosmini, a Roma
l’agente segreto di Carlo Alberto


1848 : missione impossibile alla corte di Pio IX

di : SAR MARIA GABRIELLA DI SAVOIA

Le personalità di Carlo Alberto di Savoia (1798 - 1849) e di Antonio Rosmini Serbati (1797 - 1855) mostrano alcuni tratti distintivi che sembrano accomunarli, pur nella così marcata diversità dei ruoli svolti, e fanno risaltare le «virtù eroiche» di entrambi in un percorso ricco di superiore spiritualità e di avvicinamento alla santità. Entrambi si sentirono votati al rigore e al sacrificio, a spogliarsi quanto più fossero ascesi, sino a stagliarsi quali giganti nella propria epoca, autentici protagonisti del loro tempo e della Storia.

Pensoso e solitario sullo sfondo di tumulti, insurrezioni, rivoluzioni, battaglie, tra «primavera dei popoli» e guerre dinastiche, Carlo Alberto consumò la sua parabola tra il marzo e il luglio 1849. Dopo la «brumal Novara», sconfitta bruciante che tuttavia rimane testimonianza del grande valore dell’Armata sarda, egli dovette abdicare e questo sacrifico fu necessario a fronte dell’Europa dei re, ma anche a quella dei movimenti popolari e di quei travagli della fede che da decenni animavano in Italia le pagine di Silvio Pellico e di Vincenzo Gioberti, di Luigi Tapparelli d’Azeglio e appunto di Antonio Rosmini Serbati.

Per quanto possa sconcertare, in tempi recenti sono comparsi profili di Carlo Felice e di Carlo Alberto e della loro epoca nei quali il nome di Rosmini neppure compare. Eppure quei trent’anni di storia (1821-1849) non sono comprensibili se non si tengono a mente i suoi fondamenti religiosi e ideali, le figure di riferimento. Tra queste, Rosmini si staglia al di sopra di ogni altra. Il discendente di Tomaso di Carignano lo sentì vicino, affine, più dei molti e pur importanti teologi e filosofi a lui coevi.

Colpisce l’assonanza del suo itinerario spirituale e quello di Carlo Alberto. Mentre il principe di Carignano viveva nascostamente nel castello di Racconigi, fra memorie e libri, attendendo di poter iniziare la missione cui si sentiva votato, dal nativo Trentino, dopo il viaggio a Roma, Rosmini si trasferì a Milano per studiare alla Biblioteca Ambrosiana e visse significativamente presso la chiesa del San Sepolcro. Da lì poi si sentì chiamato al Santo Calvario di Domodossola: uno spazio propizio alla meditazione, sempre lontano, però, da ogni tentazione di solitudine egoistica. Come Carlo Alberto si sentì e rimase Re, responsabile nei confronti dei sudditi, così dalla contemplazione e dalla meditazione Rosmini trasse forza per avviare opere di carità: questo, grazie anche dal suo incontro con il cattolicesimo subalpino, in un’età segnata da fervide iniziative, come ricordano le congregazioni religiose volute da Giuseppe Cottolengo (poi assunto a modello da san Giovanni Bosco) e da Giulietta Falletti di Barolo Colbert (ma a questi pochi esempi molti altri potrebbero essere aggiunti). Anche per Gioberti la virtù è frutto di conquista, autodisciplina, sacrificio.

Altrettanto valeva per Carlo Alberto, che aveva un profondo e vivo senso della storia e del prezzo che il suo corso esige. Lo scrive egli stesso del resto in modo chiaro: «Peu de grands exemples ont sauvé milliers de personnes, ont réaffirmé la discipline dans l’armée et préservé notre pays des scènes de désordres qui ont désolé et ensanglanté d’autres nations». Su tali premesse, nella certezza che l’interlocutore sapesse cogliere l’animo di chi lo sceglieva per fargli da «ambasciatore», il governo di re Carlo Alberto inviò Rosmini a Pio IX, in veste di «messo straordinario», per gettare le basi di un concordato tra il regno di Sardegna, ora statutario, e il Sacro Soglio e verificare la fattibilità della ventilata confederazione degli Stati italiani con presidenza del Santo Padre. Rosmini era chiamato a cercare di realizzare il sogno dei cattolici liberali, per i quali l’unione degli italiani era nell’appartenenza alla Chiesa, senza necessità di unificazione sotto una medesima corona.

Le tragiche vicende della lotta politica in Roma spezzarono sul nascere ogni speranza. L’assassinio di Pellegrino Rossi (15 novembre 1848) anziché «il primato degli italiani» sognato da Gioberti, segnò purtroppo il sopravvento del neogiacobinismo e del terrorismo politico, a tutto vantaggio di chi, come il cardinale Antonelli, era contrario a vere riforme dello Stato pontificio in direzione liberale e costituzionale. Tramontata ogni ipotesi di un governo da lui presieduto e persino del conferimento del cappello cardinalizio quale meritato riconoscimento della sua opera teologica, filosofica e di organizzatore dell’Istituto della Carità, a Rosmini non rimase che tornare a Stresa: spettatore dell’ultima fase del regno di Carlo Alberto.

Se ne deve concludere che egli sia stato uno sconfitto, alla stregua del Re? In una visione di breve periodo ci si potrebbe rassegnare ad ammetterlo. Ma in un’osservazione storica di più ampio respiro va constatato che nell’ultimo lustro di vita Rosmini rimase il punto di riferimento carismatico per Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo e per uno stuolo di cattolici altrettanto convinti della conciliabilità tra fede e liberalismo. Tra i molti basti ricordare Cesare Balbo, autore delle Meditazioni storiche (pubblicate postume) in cui riprese e approfondì le Speranze d’Italia e Massimo d'Azeglio.

Fra il 1853 e il 1865, scomparvero purtroppo tanti cattolici-liberali di grande autorevolezza: e fra questi, oltre a Silvo Pellico, Balbo e Rosmini appunto, quasi un’epoca si stesse chiudendo e le loro vite risultassero superflue. Così non fu, invero. Infatti, le loro opere, gli scritti e gli esempi di vita, continuarono ad alimentare il dialogo tra l’Italia nascente e la Chiesa, tra il pensiero cattolico e quello di liberali che, va osservato, non furono mai irreligiosi né meno ancora anticristiani. Risulta significativo che nessuno abbia mai proposto di abolire o modificare l’articolo 1 dello Statuto e che dal canto suo, nei momenti fondamentali, soprattutto nelle ore più difficili, la Chiesa di Roma non abbia mai fatto mancare il sostegno diretto e netto al giovane Regno d’Italia: a conferma del magistero morale e culturale di questi due giganti solitari, Carlo Alberto e Rosmini, e del loro non dimenticato insegnamento.

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