sono passati esattamente 40 anni dalla morte di una delle menti migliori, e allo stesso tempo più sottovalutate, della storia italiana.
http://www.brunoleoni.it/
sono passati esattamente 40 anni dalla morte di una delle menti migliori, e allo stesso tempo più sottovalutate, della storia italiana.
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A quarant’anni esatti dalla sua tragica scomparsa, Bruno Leoni è assai più noto di quanto non lo fosse venti o dieci anni fa. E’ cosa buona e giusta, ma anche sorprendente. Quando, nel 1995, Aldo Canovari di Liberilibri pubblicava - su impulso di Raimondo Cubeddu - il suo “La libertà e la legge”, non stava mettendo in catalogo una ristampa di un testo dimenticato. Stava facendo tradurre, per la prima volta, un libro uscito in inglese nel 1961, a sua volta frutto di un ciclo di lezioni tenute da Leoni nel 1958. In quel trentennio, Leoni era stato una presenza viva, nel dibattito internazionale. Non sono pochi i pensatori che hanno riconosciuto nei suoi confronti un debito di riconoscenza e di idee. E questo nonostante, per gli studiosi anglosassoni, restasse a tutti gli effetti autore di un libro soltanto.
“La libertà e la legge” è un saggio incardinato su un’intuizione apparentemente semplice, e geniale. Leoni si mette nella scia degli economisti di “scuola austriaca”, che sin dai tempi di Carl Menger avevano individuato nel diritto, così come nel mercato, o nel linguaggio, un “ordine spontaneo”. Il prodotto, per usare un’espressione cara ad Hayek, dell’azione umana ma non di un progetto umano, il risultato armonioso di una serie di azioni scoordinate e portate avanti indipendentemente l’una dall’altra, da una pluralità di attori. Tuttavia, gli “austriaci” non avevano pensato che, proprio come era stata ambizione delle ideologie prevalenti imbrigliare e sovvertire l’ordine spontaneo del mercato, sostituendovi un altro ordine figlio e dell’azione umana e di un progetto umano, meccanismi del genere erano al lavoro anche nel campo del diritto. Leoni paragona la pianificazione economica con la “pianificazione legislativa”, con il diritto “scritto” dal legislatore. Ordine spontaneo è invece quello della “common law” anglosassone, legge abbarbicata alle spire del sociale, che a noi si presenta come un fiume sempre in piena di “precedenti” sortiti dall’azione di tribunali e giurie decentrati ed indipendenti l’uno dall’altro. Come segnala a più riprese Carlo Lottieri, in un saggio che è il più vasto e ambizioso lavoro su Bruno Leoni ora disponibile in italiano (Le ragioni del diritto, Rubbettino, 2006), la preferenza di Leoni per la legge delle corti contro la legge dei Parlamenti non era certo un atto di sfiducia verso la “razionalità del diritto”. Al contrario, ciò che pare irrazionale - per dirlo a sciabolate - è l’idea positivistica per cui il diritto si riduce a ciò che viene prodotto come tale dai “nuovi sovrani”: non più il re, ma i Parlamenti. Per Leoni bisogna guardare ad una “esperienza giuridica” che è più ampia e più interessante degli annali della Gazzetta ufficiale. Un universo di norme scritte e non scritte, di convenzioni, di usi, che costituisce il vero “ordine spontaneo” del diritto. Una sorta di vocabolario per la convivenza civile, costruito mattone dopo mattone, dalle generazioni che ci hanno preceduto.
Non vi è, in questo diritto frutto della consuetudine, un “piano”: non è scritto dal legislatore al momento x, per ottenere effetti y. Ma la lenta evoluzione delle norme, il loro progressivo adattarsi, il loro sopravvivere o decadere a seconda delle circostanze, non è irrazionale. Non lo è sia perché può essere oggetto di una “rigorosa scelta giuridica”, sia perché ciascuno dei tasselli di questo mosaico è magari inconsapevole della vicinanza degli altri tasselli, ma è frutto delle interazioni di individui che agiscono razionalmente. Sono, queste, idee associate dai più al pensiero di Hayek. Tuttavia, Hayek era assai più tiepido sulla natura evolutiva del diritto, prima di incrociare Leoni. La sua opera più matura, “Legge, legislazione e libertà”, è assai condizionata dalla lettura de “La libertà e la legge”. Il testo leoniano nasce infatti come critica ad una conferenza di Hayek al Cairo, che poi costituirà il centro del suo “The Constitution of Liberty”. In quel testo, Hayek salvava - contro la legge delle continue eccezioni, che rappresenta uno dei modi più caratteristici in cui lo Stato espande il proprio ambito d’intervento - un diritto fissato su norme generali di comportamento. Il governo della legge (senza eccezioni), contro il governo degli uomini (che eccezioni ne fanno di continuo). Leoni ribatte che siamo governati da uomini, proprio perché siamo governati dalla legge. Per il pensatore torinese (aggettivo non impreciso: sardo, nato ad Ancona, Leoni a Torino aveva radici intellettuali, affettive e professionali), non si può abbandonare, in nome della fascinazione per il “governo delle leggi”, il necessario realismo che ci deve fare guardare a chi le leggi le fa. Anche per questo, Leoni fu, prima di Hayek e più di Hayek, molto scettico sulle democrazie: “la mitologia politica del nostro tempo”, scriveva, “non è religiosa ma politica; e i miti principali sembrano essere, da una parte, la ‘rappresentanza’ del popolo e dall’altra la pretesa dei leader politici di possedere la verità e di agire di conseguenza”.
Il liberale si comporta in fondo come un saggio investitore: non vuole mettere tutte le uova nello stesso paniere. Per questo preferisce il mercato alla pianificazione: gli imprenditori privati possono sbagliare quanto un unico pianificatore pubblico, ma il fatto che siano più d’uno, e costretti alla disciplina della concorrenza, limita l’impatto dei loro errori. Il liberale preferisce istituzioni decentrate a istituzioni centralizzate, per il medesimo motivo. Più alta la vetta, più rovinosa la caduta. Lo stesso principio si può applicare alle fonti del diritto.
Oggi Bruno Leoni non è più il Carneade che era quando è stata pubblicata in italiano “La libertà e la legge”. Si è ricordato che egli era uno studioso per nulla alla periferia del dibattito. Era anzi in stretto contatto non solo con i migliori scienziati sociali del tempo, cui lo legavano (come nel caso di due premi Nobel, Hayek e James M. Buchanan) anche vincoli di sincera amicizia. Scriveva con frequenza su 24 Ore (i suoi editoriali vengono ora ripubblicati in volume). La sua rimozione chirurgica dalla nostra cultura è ormai cosa del passato. La sua biblioteca è stata “salvata” e messa a disposizione del pubblico, grazie al Cidas di Torino, dal 2001. Dal 2003 esiste un istituto intitolato al suo nome - che fra le altre cose ha promosso nuove edizioni de “La libertà e la legge” in francesce, tedesco, e ceco.
Non è stato profeta in patria - ma il suo lascito intellettuale è fecondo. Egli ha influenzato lo sviluppo dell’analisi economica del diritto - in autori come Richard Posner e Richard Epstein. Ha stimolato autori che hanno sviluppato nuovi approcci “liberisti” al diritto - come Bruce Benson, autore di un libro, “The enterprise of law”, leoniano sin del titolo. Alcuni di questi suoi "figli" si ritroveranno il prossimo primo dicembre a Moncalieri, per un convegno che vuole ricordare un grande pensatore - ma soprattutto continuare a costruire sulla sua grande opera.
Da Libero, 21 novembre 2007
Un grande convegno a Moncalieri
Si terrà presso il Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, il primo dicembre, il convegno “Le ragioni del diritto”, organizzato dall’Istituto Bruno Leoni con il supporto della Compagnia di San Paolo, a quarant’anni dalla scomparsa di Bruno Leoni. Interverranno, fra gli altri, Richard A. Epstein (University of Chicago Law School), Randy Barnett (Georgetown University Law Center) e Piero Ostellino (Corriere della sera). Per tutte le informazioni, è possibile consultare il sito www.brunoleoni.it.
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5900
Quarant’anni fa, il 21 novembre 1967, moriva a Torino in circostanza tragiche Bruno Leoni (1913-1967), straordinaria figura di pensatore liberale a cui si devono originalissimi contributi nella filosofia del diritto e nella scienza politica. A lungo dimenticato in Italia (nonostante il suo libro del 1961, Freedom and the Law, abbia avuto ampie schiere di estimatori negli Stati Uniti), lo studioso è da circa quindici anni al centro di una “Leoni Renaissance” grazie alla quale molte opere leoniane sono state ripubblicate e pure tradotte in varie lingue: dal francese al ceco, al tedesco.
Per il quarantesimo anniversario della morte, l’Istituto Bruno Leoni organizza il prossimo primo dicembre un convegno internazionale presso il Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (Torino), dove interverranno importanti studiosi italiani e stranieri, tra cui Randy Barnett, Raimondo Cubeddu, Frank van Dun, Richard Epstein, Lorenzo Infantino, Joseph Pini e Andrea Simoncini.
“Si tratterà – ha dichiarato Carlo Lottieri, direttore del dipartimento Teoria politica dell’IBL – di fare il punto su un pensiero che ha avuto il merito di difendere la libertà individuale e l’autonomia del diritto dallo Stato, e che acquista adesso una crescente attualità. Mentre taluni autori che hanno dominato gli scorsi decenni già stanno per essere dimenticati, Leoni oggi ci appare prezioso: un maestro di libertà per l’epoca della globalizzazione”.
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5899
Esattamente quarant'anni fa, a Torino, scompariva tragicamente Bruno Leoni. Non aveva ancora cinquantacinque anni: eppure si era già guadagnato notorietà e stima internazionali per la sua attività professionale (era avvocato), per i suoi studi nel campo della filosofia del diritto e della scienza politica (era stato allievo di Gioele Solari e poi docente all'Università di Pavia), per la sua straordinaria capacità editoriale e divulgativa (fondò la rivista 'Il Politico').
Soprattutto, Bruno Leoni fu un protagonista del dibattito liberale dei suoi anni, a fianco di studiosi del calibro di Friedrich von Hayek. Le sue riflessioni ne fecero un assoluto protagonista del rinnovamento del pensiero liberale, grazie anche all'intensa attività internazionale, come visiting professor in importanti università anglosassoni - da Oxford a Manchester a Virginia a Yale - e come protagonista di quella Mont Pelerin Society che raccoglieva (e tuttora raccoglie) il meglio del pensiero liberale a partire, per l'Italia, da Luigi Einaudi. Ne era stato eletto presidente pochi mesi prima della morte.
La sorte del suo pensiero rappresenta una delle pagine più tristi della cultura italiana. Nonostante, infatti, l'ampiezza dei suoi interessi, la novità delle sue idee, gli stabili e duraturi collegamenti internazionali, alla sua morte, sulla sua opera in Italia piombò il silenzio più assoluto. Basti pensare che uno dei suoi libri più importanti, Freedom and the Law, pubblicato negli Stati Uniti nel 1961, non fu pubblicato in Italia che più di trent'anni dopo.
In quell'indifferenza della cultura italiana c'è, purtroppo, il senso del suo ritardo e del suo sostanziale provincialismo: un ritardo di cui scontiamo ancora le conseguenze quando ci chiediamo stupiti perché la cultura liberale sia rimasta sostanzialmente minoritaria nel nostro Paese. La ragione è che per quella cultura ci fu un sostanziale rifiuto da parte degli intellettuali italiani, che archiviarono Leoni e non si accostarono, nemmeno per la curiosità che dovrebbe essere la sostanza del loro lavoro, agli altri studiosi che in quegli anni rinnovavano dalle fondamenta il pensiero liberale, dallo stesso Hayek a Friedman a Buchanan, per non citare che tre premi Nobel per l'economia (ai quali molti altri sarebbero seguiti). Del resto, in quegli anni di sostanziale "tradimento dei chierici" nei confronti della libertà e del pluralismo, un velo d'oblio coprì Luigi Einaudi, tra i pensatori (non solo liberali) più moderni ed europei del suo tempo.
La cultura italiana si tagliò così fuori da filoni di pensiero che sono stati alla base della grande rivoluzione intellettuale che si produsse attorno alla metà degli anni 80. Tanto più colpevoli furono la sua disattenzione e il suo silenzio su Leoni quanto più attivo era stato quest'ultimo nel suo apostolato. Alle pubblicazioni scientifiche di altissimo livello, Leoni affiancò infatti un'attività instancabile di pubblicista e organizzatore culturale, come dimostra l'impegno, oltre che nella Mont Pelerin Society, nell'avvio del Centro Luigi Einaudi di Torino.
Di questa attività resta imponente testimonianza la lunga e prolifica collaborazione a "24 Ore", il nuovo quotidiano economico fondato nel 945, al quale egli iniziò a collaborare nel 1949. Fu una collaborazione lunghissima e felice, nella quale la sua verve polemica affiancò gli sforzi del direttore, Piero Colombi, di svecchiare l'informazione economica nella versione più paludata, allora rappresentata dal "Sole". La raccolta dei suoi articoli, opportunamente riproposta ora da Rubbettino, la coraggiosa casa editrice che è artefice della riscoperta in Italia del pensiero di Leoni, dimostra la ricchezza dei suoi interessi, il coraggio delle sue posizioni, la novità del suo liberalismo. E spiega come quella cultura - così fortemente intrisa di fiducia nell'individuo, di diffidenza verso la visione di uno Stato etico e onnipotente, di riconoscimento del valore morale della concorrenza e del mercato - non potesse che suonare estranea a un'Italia che progettava le nazionalizzazioni e scivolava fatalmente verso il compromesso storico. Gli interventi su "24 Ore" e poi su "Il Sole 24 Ore" di Leoni, a partire da quello qui pubblicato, ne dimostrano l'impressionante attualità, soprattutto in una fase in cui, di nuovo, il liberalismo deve riflettere su se stesso per confermarsi strumento di convivenza e tecnica di governo.
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