Ricordate Roger & Me? È il film del 1989 con il quale Michael Moore divenne famoso. Il Roger del titolo era Roger Smith, allora presidente della General Motors, responsabile della chiusura delle fabbriche automobilistiche nella città di Flint, Michigan, dove Moore è nato e cresciuto. Tutto il film - un documentario che, battezzando lo «stile Moore», univa la militanza civile a un esplosivo umorismo - era costruito sul fatto che Michael Moore inseguiva Roger Smith per chiedergli conto delle malefatte della sua multinazionale, e non lo beccava mai.
Bene: ora sappiamo che Moore incontrò Smith due volte, ebbe occasione di parlare con lui ma decise di tagliare le dichiarazioni di «Roger» perché così il film sarebbe venuto più polemico e più divertente. Ce lo racconta, insieme con tante altre storielle edificanti, il documentario Manufacturing Dissent che ieri pomeriggio ha aperto, alla presenza (almeno all’inizio) di Nanni Moretti, la sezione «Lo stato delle cose» del Torino Film Festival. Alla proiezione (74 minuti molto serrati… sì, in puro «stile Moore»!) è seguito un breve incontro con i due registi, i canadesi Rick Caine e Debbie Melnyk.
Che, interrogati da Emanuela Martini, hanno tenuto a precisare una cosa che a nostra volta teniamo molto a precisare a voi: non sono due bigotti repubblicani - quelli, si sa, odiano Moore a prescindere - ma due cittadini canadesi di sinistra che sono partiti per realizzare un film sul proprio idolo, Michael Moore appunto; e che strada facendo non sono mai riusciti a intervistarlo (manco fosse Roger Smith…) e hanno scoperto, nei suoi film, molte manipolazioni della realtà che rendono quanto meno discutibile l’uso del termine «documentario».
La cosa buffa è che sono riusciti a intervistare Roger Smith («è bastato telefonargli», dicono con un pizzico di perfidia): l’ex boss della GM, oggi 82enne, dice loro per telefono di non aver smentito, a suo tempo, il film perché «c’erano cose più importanti a cui pensare». A testimoniare l’avvenuto incontro fra Moore e Smith è Jim Musselman, un collaboratore di Ralph Nader, il famoso leader dei consumatori americani del quale Moore fu sostenitore nella campagna elettorale del 2000. Nello staff di Nader sono molto amareggiati con Moore. Nader stesso dice, nel film: «Ma come, prima mi sostiene fino all’ultimo giorno di campagna elettorale poi si sfila e mi accusa di aver fatto perdere Al Gore?».
Sta di fatto che in Manufacturing Dissent viene riproposto un filmato molto istruttivo: siamo a una convention della General Motors, Musselman - che è lì assieme a Moore, per le riprese del film - prende il microfono e rivolge a Roger Smith le domande previste. Smith risponde. La convention termina. Smith se ne va. Moore si avvicina al microfono, finge di porre una domanda, poi finge che il microfono gli venga spento. Nel film vediamo - grazie alla sublime arte del montaggio - Moore che fa la domanda e Smith che non gli risponde. Bell’inizio, per un festival che ha sempre fatto del documentario un proprio tema elettivo: Manufacturing Dissent («fabbricando il dissenso») è un documentario che dimostra come i documentari possano mentire. Anche a fin di bene, certo: con Fahrenheit 9/11 Moore pensava di far cadere Bush, e sappiamo come è andata.
Il problema, naturalmente, non è che Moore abbia sapientemente costruito la propria carriera per arrivare al successo. Il problema è come, partendo da istanze giuste e condivisibili, si possa decidere di manipolare la realtà perché «il fine giustifica i mezzi». In fondo, Manufacturing Dissent agita - forse inconsapevolmente - un tema che è cruciale in ogni democrazia e ha risvolti italiani molto inquietanti: è lecito, per un uomo di spettacolo, usare gli strumenti dello spettacolo - che sono per definizione «finti», o finalizzati alla finzione - per incidere sulla politica? A noi, vedendo il film, sembrava di continuo che dietro l’immagine debordante di Moore facesse capolino quella di Beppe Grillo.
E poiché questo festival è diretto da un regista che in un momento ben preciso della sua vita è entrato nel dibattito politico attraverso il movimento dei Girotondi, pensiamo che Nanni Moretti abbia scelto non casualmente di aprire il festival con un film così problematico: per costringerci a riflettere, e farci capire che il mondo non è tutto bianco o tutto nero: anzi, è molto molto grigio.
Ma, sia chiaro, è una nostra impressione: non ce l’ha detto Moretti, non siamo andati a chiederglielo e non faremo finta adesso che ce l’abbia detto. Non siamo Michael Moore.
Alberto Crespi
Fonte: ww.unita.it
24.11.07




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