Genesi della società multirazziale
Sabato 17 Novembre 2007
di Raffaele Ragni
All’ingresso del porto di New York, la celebre statua della libertà reca ai suoi piedi una scritta:
“Tenetevi il vostro patrimonio di storia, o popoli antichi. Datemi le vostre folle stanche, povere, oppresse, che anelano a respirare aria libera, gli sciagurati respinti dalle vostre rive brulicanti. Mandatemi i senza patria, sballottati dalla tempesta. Io tengo alta la lampada accanto alla porta dell’oro”.
Questa epigrafe esprime uno dei contenuti più suggestivi del sogno americano: l’accoglienza indiscriminata e illimitata di tutti i migranti col miraggio della ricchezza. E’ la genesi storica della società multirazziale, come prodotto made in Usa destinato ad essere esportato nel mondo intero e a contagiare i popoli europei come fase tumorale del male americano.
Dalla fondazione delle tredici colonie, che nel 1776 avrebbero costituito gli Stati Uniti d’America, milioni di individui di tutte le razze hanno lasciato la loro patria e sono approdati nella moderna terra promessa. Gli studiosi del fenomeno divergono sulla questione se l’elemento decisivo deve essere individuato nelle condizioni di vita esistenti nel Paese d’origine dei migranti o nelle suggestioni che offriva il nuovo mondo. Tra i fattori di spinta sono generalmente annoverati la povertà e la persecuzione, politica o religiosa. Tra i fattori di attrazione, alcuni insistono sulle informazioni inviate da parenti ed amici già residenti in America, altri sullo sviluppo industriale degli Stati Uniti.
Come premessa riteniamo sbagliato separare la spinta dall’attrazione, mentre è preferibile considerare il fenomeno migratorio in funzione del divario economico tra il Paese d’origine e quello d’approdo. In tale prospettiva, i livelli salariali assumono importanza decisiva, a partire dal caso americano. Basti pensare che, nell’ultimo ventennio del secolo XIX, gli operai non qualificati che lavoravano nelle miniere di antracite statunitensi guadagnavano un dollaro e 25 centesimi al giorno. Nello stesso periodo la paga giornaliera dei lavoratori russi di analogo livello era pari a 30 centesimi al giorno, mentre quella dei polacchi era appena di 24. Nella Poznania prussiana la manodopera agricola e industriale percepiva 60 centesimi al giorno.
Questo divario venne progressivamente ad attenuarsi grazie alla politica dei grandi trust americani di favorire l’immigrazione per ridurre il costo del lavoro. I loro agenti europei reclutavano passeggeri di terza classe, pagando il viaggio ai lavoratori che accettavano salari più bassi rispetto alla media. Le compagnie di navigazione dei gruppi Morgan e Rockefeller stabilivano collegamenti diretti da Napoli, Danzica, Memel, Fiume, Atene. Linee speciali collegavano il porto di Ellis Island alle regioni minerarie ed ai principali centri manifatturieri. L’enorme ricchezza accumulata dalla nascente oligarchia mondialista non derivava soltanto dalle economie di scala, rese possibili dai processi di concentrazione industriale, ma anche dall’impiego di manodopera a basso costo, formata in gran parte da lavoratori immigrati.
La nuova tratta degli schiavi organizzata dai grandi trust alterò la composizione originaria della popolazione americana. I primi coloni erano di origine nordeuropea. Col tempo si aggiunsero ebrei sefarditi e deportati africani. All’epoca dell’indipendenza (1776-1783) circa il 75% della popolazione bianca era di origine anglosassone e di religione protestante, sebbene divisi in molte sette. Erano i cosiddetti WASP, acronimo che significa white anglo saxon protestant. Questo nucleo originario restò dominante fino all’ultimo decennio del XIX malgrado l’incremento dei flussi migratori: 250.000 immigrati dal 1783 al 1819, circa cinque milioni fino alla guerra civile (1861-1865) ed altri 10 milioni fino al 1890.
L’anglo conformity fu definitivamente compromessa dai successivi flussi migratori. Fino alla prima guerra mondiale giunsero ben 15 milioni di immigrati di origine slava e mediterranea. Successivamente, ad un’attenuazione degli approdi di popolazioni europee, corrispose una crescita esponenziale degli immigrati latinoamericani, africani ed asiatici. I nuovi arrivati erano discriminati, oltre che per motivi razziali e religiosi, anche perché accusati di lavorare a salari inferiori a quelli comunemente accettati, frustando così la tendenza dei nativi ad organizzarsi per ottenere miglioramenti salariali ed una riduzione degli orari di lavoro. Avvennero le prime spaccature nella classe operaia americana, polarizzata tra l’American Federation of Labor, che accoglieva solo manodopera qualificata, e gli Industrial Workers of the World, formato prevalentemente dai immigrati.
Il progressivo esaurimento delle terre di frontiera del far west spingeva gli ultimi arrivati a dirigersi verso le zone urbane della costa orientale, mentre l’impiego di nuove tecnologie per la produzione in serie accresceva la richiesta di manodopera non qualificata. Nell’ultimo decennio del secolo XIX molti WASP lasciarono le zone rurali e si spostarono in città, nei distretti industriali e minerari. Si scatenò così una grande competizione per trovare lavoro, a tutto vantaggio dei trust che incrementavano i flussi migratori ed offrivano paghe sempre più basse. Il salario, da principale fattore di attrazione, divenne elemento di discriminazione e causa scatenate della guerra tra poveri.
Alla fine del XIX secolo un operaio americano scriveva: “La nostra vita è determinata dall’immigrazione, i nostri salari sono basati sull’immigrazione, la condizione delle famiglie è in funzione dell’immigrazione”. Sulla costa orientale, dove approdavano prevalentemente clandestini asiatici, si scatenarono i primi tumulti, con assalti dei nativi ai quartieri cinesi ed eccidi di massa. Il Congresso vietò l’immigrazione di cinesi (1882) e giapponesi (1907), mentre fissò quote annuali per i flussi provenienti dall’Europa con una serie di leggi emanate tra il 1921 ed il 1929. Nessun limite fu posto all’immigrazione dal Canada e dall’America Latina, soprattutto per appagare le pressioni di agricoltori ed allevatori del sud-ovest che intendevano servirsi di manodopera messicana a basso costo. L’Immigration and Naturalization Act (1952) confermò il principio della piena accoglienza per gli hispanics.
Agli inizi della guerra fredda, e in previsione di una crescente competizione interna alla Triade (USA, Europa, Giappone), sembrò opportuno calmierare il costo del lavoro prevalentemente con manodopera ispanica, in coerenza con la dottrina di Monroe - aggiornata da Theodore Roosevelt e ripresa da Henry Truman - che attribuiva agli USA il predominio economico e militare su tutto il continente americano. Negli anni cinquanta entrarono ufficialmente 300.000 messicani e 400.000 portoricani, gli afroamericani intensificarono la lotta per i diritti civili, ma il predominio dei WASP non fu sostanzialmente alterato. La propaganda degli anni ruggenti era intrisa di nostalgia delle origini. In tutti i suoi personaggi John Wayne incarnava l’ideale dell’uomo di frontiera, con la Bibbia e il fucile, come lo aveva esaltato il liberale Alexis de Tocquevillle. L’America neoimperialista era il nuovo Israele sognato dai padri pellegrini, la città sulla collina che illuminava il mondo.
Col tempo la maggiore prolificità dei coloured ha determinato una graduale trasformazione dell’identità statunitense. All’ideale del conformismo anglosassone – che attribuiva all’uomo bianco di religione protestante il compito di portare nel mondo la pace e la libertà – è subentrato il modello della società multirazziale – secondo cui una nuova umanità, nata dalla mescolanza di tutti i popoli e guidata dagli Usa, avrebbe svolto un’analoga missione civilizzatrice per affermare la democrazia e il libero mercato. Divenuta irrimediabilmente crogiuolo di razze, l’America avrebbe trasformato il mondo a sua immagine. L’integrazione di diverse comunità etniche e religiose, in grandi realtà metropolitane, sarebbe stata sperimentata prima negli Stati Uniti e poi esportata nel mondo intero.
Volendo indicare una data che segna l’assunzione della società multirazziale ad obiettivo strategico dell’oligarchia mondialista, possiamo riferirci all’Immigration Act del 1965. Furono annullate tutte le leggi ed i provvedimenti restrittivi emanati nel primo trentennio del secolo XX, in particolare il divieto per gli asiatici e il criterio delle quote basate sulla composizione della popolazione americana in base ai censimenti. Fu istituito un tetto massimo di immigrati per continente di provenienza, ma fu consentito l’ingresso illimitato ai loro parenti. Alcune leggi successive, anch’esse emanate col dichiarato obiettivo di accentuare il carattere globale della popolazione americana, regolarizzarono gli immigrati clandestini ed incrementarono le quote delle razze meno presenti sul territorio.
Quando l’immigrazione di allogeni è diventata un problema europeo, siamo stati contaminati dalla sociologia dell’accoglienza ed abbiamo cominciato a sperimentare, sulla nostra terra, modelli di integrazione ideati, provati, e falliti negli Usa. Il sistema normativo americano è servito da modello per tutti i governi che, nel regolare l’immigrazione, mirano ad aumentare l’eterogeneità di una popolazione. I criteri sono dovunque gli stessi: nessuna discriminazione, quote rivedibili annualmente, ricongiungimento familiare per eccedere i limiti fissati, regolarizzazione periodica dei clandestini. Il movente dei flussi migratori, un tempo verso l’America ed oggi verso l’Europa, è sempre lo stesso, cioè il salario, che agisce sia come fattore di attrazione che come fattore di spinta: salari elevati attirano immigrati, l’obbiettivo di abbassare il costo del lavoro spinge le aziende ad assumere immigrati.
Tra i vari studi sull’immigrazione, manca un’analisi dettagliata della sua incidenza sulla dinamica salariale. La Banca Mondiale rivela che la retribuzione di un operaio tedesco è superiore 14 volte a quella di un operaio del Kenya e 30 volte a quella di un operaio indonesiano.
Ciò serve a spiegare, almeno in parte, perché l’Europa attrae immigrati. Sarebbe interessante approfondire se in Italia esiste un nesso di casualità, anche minimo, tra i dati trionfalistici sull’aumento dell’immigrazione, pubblicati ogni anno dalla Caritas, e la decrescita dei salari rispetto ad altri Paesi europei, recentemente denunciato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al solo scopo di invocare maggiore flessibiltà nei contratti e spalmarne i costi sulla collettività.
L’argomento potrebbe essere approfondito dall’ufficio studi di Confindustria, i cui associati sembrano essere i principali beneficiari dei presunti vantaggi dell’immigrazione e del precariato.




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