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  1. #1
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    Una missione possibile: regalare una copia della Costituzione a Grillo

    La magistratura in Italia è indipendente dal potere politico. Così indipendente da avere nel Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), in qualità di presidente, il diessino Giorgio Napolitano e, come vice presidente, il biancofiore Nicola Mancino. Il tutto per garantire gli equilibri istituzionali (a favore della politica).

    http://www.beppegrillo.it/



    Suggerisco di regalare al Grillo sparlante una copia della Costituzione, questa è anche in CD Rom.



    Che ne dite? Facciamo una colletta?

  2. #2
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  3. #3
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    troppo difficile per lui

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Lollo87Lp Visualizza Messaggio
    La magistratura in Italia è indipendente dal potere politico. Così indipendente da avere nel Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), in qualità di presidente, il diessino Giorgio Napolitano e, come vice presidente, il biancofiore Nicola Mancino. Il tutto per garantire gli equilibri istituzionali (a favore della politica).

    http://www.beppegrillo.it/



    Suggerisco di regalare al Grillo sparlante una copia della Costituzione, questa è anche in CD Rom.



    Che ne dite? Facciamo una colletta?
    La magistratura garantisce i privilegi dei magistrati .

  5. #5
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    Ma vale la pena spendere per lui?

  6. #6
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    Non ho capito il problema specifico, ma, comunque, son contrario a regalare la Costituzione a Grillo perchè sarebbero alberi abbattuti per nulla.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Alberich Visualizza Messaggio
    Non ho capito il problema specifico, ma, comunque, son contrario a regalare la Costituzione a Grillo perchè sarebbero alberi abbattuti per nulla.
    potremmo regalargliela in carta riciclata

    Il "problema specifico" (ma neanche tanto specifico) è questo, nel delirio quotidiano il Grillo sparlante ha scritto queste perle di saggezza sul CSM:
    La magistratura in Italia è indipendente dal potere politico. Così indipendente da avere nel Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), in qualità di presidente, il diessino Giorgio Napolitano e, come vice presidente, il biancofiore Nicola Mancino. Il tutto per garantire gli equilibri istituzionali (a favore della politica).

    Parole che se avesse letto la Costituzione ci avrebbe potuto risparmiare.

  8. #8
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    Beh...ma è vero.

  9. #9
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    IL COMMENTO
    Le agenzie del risentimento
    di GIUSEPPE D'AVANZO

    L'AFFAIRE Forleo non è un "caso giudiziario". Se lo fosse, se fosse stretto nel territorio della buona o cattiva amministrazione della giustizia, sarebbe poca e triste cosa. Da ricordare così. Un giudice finisce illuminato dall'attenzione dell'opinione pubblica mentre provvede alle richieste dei pubblici ministeri che scoprono i trucchi delle scalate Bpi/Antonveneta e Unipol/Bnl. L'improvvisa visibilità ne sollecita l'ambizione. Deve chiedere al Parlamento l'autorizzazione a utilizzare nel processo le telefonate tra banchieri e politici. Eccede con opinioni irrituali. Non le spetta ventilare ipotesi delittuose contro i parlamentari "quasi-imputati".

    Per molti non è affar suo, ma cede alla tentazione per orgoglio e, forse, per vanità. Corretto con severità dal capo dello Stato, anche presidente del Consiglio superiore della magistratura, il giudice corre ai ripari per proteggersi da una probabile censura disciplinare.

    Mal consigliata, segnala un complotto di "ambienti politico-giudiziari che la vogliono rovinare"; una manovra dei giornali che la fraintendono con intenzione; l'ostilità dell'associazione magistrati che la isola; il malanimo dei magistrati-blogger che la criticano; l'animosità della Camera che "stigmatizza" il suo lavoro; l'inimicizia dei magistrati di Brindisi che "le vogliono dare una lezione"; il livore aggressivo di carabinieri e poliziotti.

    Il giudice conquista, in due occasioni, il talk-show di prima serata e rincara la dose. Denuncia di aver subito "interferenze e intimidazioni istituzionali". Diventa un'eroina. La si glorifica come l'icona di una magistratura che con coraggio difende l'autonomia e l'indipendenza da un potere politico minaccioso, pervasivo, forse assassino, "come nel film Le vite degli altri" dice il giudice in tv.

    Alle prese con questa scena, il Consiglio superiore della magistratura interviene - che deve fare? - per dare un nome ai congiurati che accerchiano la toga e - sorpresa e imbarazzo - il complotto si sgonfia come un soufflé malfatto. I testimoni offerti dal giudice negano il suo racconto, correggono i suoi ricordi, la smentiscono. Il Csm conclude, sconsolato, che "le interferenze e le intimidazioni istituzionali non trovano alcun riscontro": la cospirazione è immaginaria, l'allarme immotivato. Il trasferimento del giudice per "incompatibilità ambientale e funzionale" è la dignitosa via d'uscita per chiudere una dolorosa vicenda fatta di scelte impudenti in attesa che la procura di Brescia metta ordine alle accuse del giudice e alle testimonianze contraddittorie dei suoi confidenti.

    Se fosse un "caso giudiziario", l'affaire Forleo sarebbe allora malinconico. Ma non è soltanto un desolante "caso giudiziario", se ci chiede: come ha potuto prendere corpo fino ad oscurare i nodi irrisolti delle scalate del 2005? Come ha potuto, al di là di ogni evidenza, attrarre per settimane l'interesse di un'opinione pubblica sempre più smarrita, incupita, irata per quel che le si andava raccontando?

    Come si è potuto credere e lasciar credere (il giudice ancora oggi lo ripete con sfrontatezza) che "così l'inchiesta Antonveneta/Unipol è finita"? Al cuore dell'affaire, sembra di cogliere non solo la spensieratezza di un giudice ambizioso (è l'occasione, questa), ma il sorprendente esito di uno stato di sregolatezza, di anomia (assenza della legge, della regola, dell'ordine) che pare governare le cose italiane dove "le passioni sono meno disciplinate proprio quando sarebbero bisognose di maggior disciplina".

    L'affaire Forleo, più di altri, ci mostra come, nel discorso pubblico, nei pubblici comportamenti, "non si sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è; ciò che è giusto e ciò che è ingiusto; quali sono le rivendicazioni e le speranze legittime; quali quelle che passano la misura. E così non v'è nulla che non si pretenda..." (Emile Durkheim).

    Si vede in azione, tra le quinte, una spinta disgregante che scredita e delegittima, al di là di ogni concreta ragionevolezza, gli assetti istituzionali come se un diffuso risentimento per una società ingiusta, fragile, impaurita del presente, insicura del futuro non chiedesse altro che un'occasione - quale che sia, quale che sia la sua attendibilità o verosimiglianza - per scatenare la sua rabbia, esplodere il suo rancore contro quelle istituzioni, quello Stato, quel ceto dirigente che non garantiscono e rassicurano le aspettative di ognuno.

    Lungo questi Itinerari del rancore (è il titolo di un libro, curato da Renato Rizzi per Bollati, che può spiegare al meglio l'autentica natura di questo bizzarro "caso") si intravedono al lavoro delle vere e proprie "agenzie del risentimento". Vi collaborano, alla luce del sole, cattiva politica e cattiva informazione. Nella piccola folla si scorgono i volti di Antonio Di Pietro, Beppe Grillo, Michele Santoro, Enrico Mentana, per fare qualche nome e lasciare in un canto i soliti noti del centrodestra.
    Hanno sotto gli occhi per intero il canovaccio. Devono manipolarlo per renderlo verosimile ed eccitare passioni e collera. Il giudice, e non il pubblico ministero, diventa il titolare esclusivo e indispensabile dell'inchiesta, il garante della sua efficacia. Ha clamorosamente sbagliato indirizzo nello spedire la richiesta di usare i colloqui telefonici (per D'Alema, è il parlamento europeo e non nazionale). Si glissa. Di quell'autorizzazione, dopo una sentenza della Corte costituzionale depositata il 23 novembre, non c'è più nemmeno bisogno. Lo si dimentica.

    Bisogna enfatizzare la figura eroica del giudice, ravvivare la furia e lo sdegno che attraversò l'Italia di Tangentopoli, come se il Paese di oggi avesse gli stessi problemi di ieri. Il cattivo giornalismo paragona allora quel giudice ai Davigo, Colombo e Boccassini che trascorrevano le loro giornate nella procura di Brescia dimenticando che quei pubblici ministeri erano stati trascinati in quell'ufficio dalle denunce di Berlusconi e Previti mentre il nostro giudice è in quella procura per denunciare - lei - altre toghe.

    Non può bastare, però. L'enfasi deve essere iperbolica a dispetto dei fatti. "Dopo aver preso scelte scomode, mi sono ritrovata a non avere i soliti inviti" si lamenta il giudice e, privato del convivio serale, quella solitudine diventa simile all'abbandono che uccise Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come se questa messinscena potesse essere paragonata alle tragedie siciliane (la farsa si consuma alla presenza di un silente procuratore di Palermo, forse a disagio, forse no).

    La denuncia di complotto smuove il Consiglio superiore della magistratura che, presto, si accorge dell'inganno. Per la cattiva informazione, ha fatto troppo in fretta (doveva forse attendere? e che cosa?): il Csm teme che il giudice "dica la sua". Come se non avesse detto "la sua" fino ad oggi, come se domani non avrà ancora l'opportunità di farlo, se vuole.

    Si potrebbe continuare nel lungo rosario di ciniche mosse che ha costruito questo teatro di cartapesta che lascia tutti sconfitti e screditati, la politica, la magistratura, lo Stato, l'informazione. Tutti, tranne le "agenzie del risentimento" che presto, abbandonato al suo destino il povero giudice, troveranno altri fuochi venefici per alimentare i miasmi che frantumano i legami sociali, lacerano le istituzioni, confondono un'opinione pubblica alla ricerca delle ragioni della sua insoddisfazione.


    (5 dicembre 2007)

    http://www.repubblica.it/2007/10/sez...entimento.html

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Alberich Visualizza Messaggio
    Beh...ma è vero.
    Certo che è vero che il presidente del CSM è il presidente della Repubblica e il vicepresidente del CSM è scelto dal plenum tra i suoi componenti eletti dal Parlamento, ma non mi pare una verità sconvolgente: anzi, sta scritto nella Costituzione. E Grillo la spaccia come una grande notizia che il messia disvela agli adepti. Quando basterebbe aver letto la Costituzione per sapere che è così dal 1948.

 

 
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