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Discussione: Sette riflessioni

  1. #1
    sionismo = infamità
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    Sette riflessioni

    Come mi ha chiesto qualche tempo fa lele15, pubblico in questo thread il mio saggio nel quale spiego cosa intendo per "socialismo libertario", così da poter permettere a tutti di leggerlo ed eventualmentediscutere.

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  2. #2
    sionismo = infamità
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    Introduzione










    Con le presenti pagine intendo dare un piccolo, breve e schematico contributo ad una discussione di cui sento vi sia la necessità di riprenderne le fila, una discussione che spinga alla riformulazione, dopo decenni di crisi se non di vera e propria assenza, di un pensiero socialista libertario sia per quanto riguarda i suoi complessivi profili generali, sia in rapporto alla presente epoca storica. Proprio per questa caratterizzazione ambivalente la trattazione oscillerà tra principî che si ritengono essere generali ed universali e considerazioni e pensieri inerenti il tempo presente, dai quali sono tuttavia desumibili ulteriori principî egualmente caratterizzabili come universalmente validi; lo scritto può contemporaneamente essere considerato sia un manifesto teorico che enuncia linee guida, sia un abbozzo di programma sulle strategie da attuare e perseguire nel quadro presente. La sua valenza è al contempo storicamente contestualizzata ed universalizzata.
    La trattazione si articola in “sette riflessioni”, di fatto “capitoletti” o paragrafi ognuno dei quali analizza un determinato argomento (metodo d'analisi, economia, politica, quadro internazionale, rivoluzione, imperialismo, strategie e prospettive delle lotte) tra quelli sotto cui ho scelto, tra le tante possibilità presenti, di articolare l'insieme delle idee che ho fin qui elaborato.
    Non mi nascondo, e anzi ne sono consapevole, che le stesse pagine si caratterizzano in molti punti per essere eurocentriche se non addirittura italocentriche, sia per la maggiore quantità di informazioni e riferimenti storici per queste aree geografiche rispetto al resto del mondo, sia per punti che affrontano nello specifico problematiche prevalentemente o esclusivamente alle stesse aree contestualizzate: la ragione per cui ho proceduto in questo modo è nel fatto che ritengo che la quotidiana esperienza sensibile materiale informi gli esseri umani anche nel proprio modo di pensare e di concettualizzare la realtà, ed avendo in un ben definito contesto geografico sempre vissuto, ho voluto evitare l'ipocrisia di caratterizzarmi come falsamente onniscente ed avulso da qualsivoglia condizionamento etnocentrico che per forza di cose caratterizza tutti gli esseri umani, dato che è attraverso gli schemi culturali e l'esperienza pregressa che la mente umana si forma una chiave di lettura per poter leggere, comprendere e classificare gli avvenimenti del mondo circostante, anche e specie nella sua dimensione globale.
    Il socialismo libertario che lo scritto delinea è al tempo stesso saldamente legato alle tradizioni ed al variegato patrimonio storico delle esperienze passate, e tuttavia attualizzato per affrontare le sfide ed i problemi del presente. Si adotta il metodo d'analisi marxista in funzione del raggiungimento di un ordinamento economico e politico socialista libertario, si definiscono poi le relazioni con gli attori della contemporanea scacchiera globale, e si analizza il rapporto con il marxismo, specie con le sue componenti di sinistra (trozkismo, bordighismo, luxemburghismo, consiliarismo) proprio a partire dalle idee delle quali spesso viene sviluppato il discorso, sia assumendone alcune visioni, categorie e concetti, sia declinandone o ridefinendone altri.
    In generale spero che partendo da quelle che sono linee guida – sette riflessioni, appunto – si possa definire più nello specifico categorie e concetti, nonché si possa, seppur timidamente e sottobanco, tornare a riflettere per la ridefinizione di un nuovo socialismo che sia libertario ed antiautoritario, al fianco degli oppressi e perciò in lotta contro capitalismo e imperialismo, rappresentando un'alternativa su cui far crescere le basi per una società più giusta e più umana.

  3. #3
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    1.
    La metodologia d'analisi marxiana










    A differenza di quanto avviene per le scienze naturali, nella sfera delle scienze sociali è impossibile riuscire a stabilire delle leggi deterministiche immutabili ed universalmente valide, come invece asseriva in passato il pensiero positivista. Questo per almeno due ragioni fondamentali. Poiché innanzi tutto gli esseri umani, “particelle” componenti il più vasto sistema sociale, sono sostanzialmente ed in ultima istanza dotati di libero arbitrio, nonché condizionati nelle proprie scelte non solo dal sistema sociale che al tempo stesso contribuiscono a definire, in un eterno e circolare gioco di specchi per il quale la società forma gli uomini e contemporaneamente gli uomini formano la società, ma anche dal proprio personale bagaglio esperienziale di vita, sì sviluppantesi all'interno del sistema sociale e perciò da questo in qualche misura condizionato e derivante, ma tuttavia che essendo la risultante di una somma cumulativa di singole esperienze, assume una forma ed un contenuto unico in ogni essere umano. Questi, inoltre condizionato dalla cultura che eredita dalle precedenti generazioni, dall'ambiente in cui vive, e da altri molteplici fattori, assumerebbe un comportamento diverso e non predeterminato anche rispetto all'ipotetico ed altamente improbabile altro soggetto che pure avesse accumulato un identico bagaglio esperienziale. La seconda ragione si inscrive nella constatazione che lo scienziato sociale non guarda la società al microscopio come si dice (invero impropriamente, stando alle ultime teorie quantistiche) avvenga nelle scienze naturali, in cui l'osservatore sarebbe completamente distaccato dal proprio oggetto di studio. Nelle scienze sociali l'osservatore è immerso nella società di cui anch'egli è parte, e non se ne può mai porre esternamente avendo dentro di essa interessi e aspirazioni, nonché convinzioni e schemi culturali consolidati.
    La società può quindi essere sicuramente oggetto di studio scientifico (da scio, che in latino indica l' attività conoscitiva), per quanto dando, appunto, al termine scienza un'accezione semantica attinente più alla sua origine terminologica che al significante che ha comunemente assunto a partire dalla rivoluzione scientifica del XVII secolo.
    La metodologia d'analisi marxiana è stata e continua ad essere un ottimo strumento per studiare, analizzare e tentare di comprendere la realtà socio-economico-politica che ci troviamo di fronte, con la quale ci confrontiamo e nella quale agiamo, al fine di meglio individuarne la sostanza ed i possibili sviluppi futuri, e quindi di riuscire a delineare quali tattica e strategia meglio si adattino alle ogni volta date condizioni materiali; ci permette di meglio comprendere la natura e la sostanza degli attori con i quali interagiamo, aiutandoci a stabilire conseguenzialmente come interagire con essi.
    Come conciliare la metodologia d'analisi marxiana con quanto detto sulla natura volontarista delle scelte umane? Friedrich Engels nel 1890 nella sua lettera a J.Bloch1 osservava e precisava a completamento di Marx come secondo la concezione materialistica della storia la produzione e la riproduzione della vita reale determinasse in ultima istanza la storia. Da nessuna parte, se non in analisi avventate e superficiali, si esclude quindi che tutto quanto rientri nella sovrastruttura svolga la sua non trascurabile parte nella modellazione della storia e della società. Ugualmente la struttura non determinerebbe unidirezionalmente, unilateralmente e semplicisticamente la sovrastruttura ma, come ne deriva dalla concezione di materialismo dialettico, anche l'ideologia influenza ed informa l'infrastruttura. Quello che viene sostenuto è quindi che struttura e sovrastruttura siano tra loro in rapporto dialettico, che l'una influenza l'altra facendosi a sua volta influenzare dalla prima come in un gioco degli specchi, e che “il riflesso più profondo” sia svolto in ultima istanza dai rapporti materiali di produzione.
    Ora, stando alla premessa iniziale, e considerando la metodologia d'analisi marxiana come allora formulata prodotto di una determinata epoca storica e perciò non astrusa dal generale contesto di idee, concezioni ed influenze proprie di tale dato periodo storico, è necessaria una rilettura volta ad analizzare cosa si debba effettivamente intendere con l'espressione “in ultima istanza”. Si può asserire che da una reinterpretazione estensiva dell'espressione “determinare in ultima istanza” ne possa finalmente derivare la concezione per la quale la struttura dei rapporti di produzione (più che determinare tout court) influenza e condiziona (anche in modo profondo e pressante) la storia, la società, le azioni degli attori sociali individualmente e aggregatamente considerati. Accanto a questo profondo e pressante condizionamento rappresentato dalla struttura economica dei rapporti di produzione, il corso della storia, della società, delle dinamiche umane, è contemporaneamente il portato sia di quanto avviene nella sovrastruttura, sia delle azioni e delle scelte degli esseri umani sia individualmente che come aggregazioni. E' difficile, se non impossibile, stabilire con esattezza per quanta parte nel determinarsi della realtà influiscano i rapporti di produzione e per quanta parte invece contribuiscano le scelte umane, a volte condizionate fortemente dalla sovrastruttura, altre volte frutto di una volontà slegata da condizionamenti culturali e sovrastrutturali, o comunque non facilmente ravvisabile all'interno di essi nella misura in cui si attendano azioni esclusivamente risultato di calcolo razionale. In conclusione la natura umana è definita nella sua complessità sia da pressanti condizionamenti strutturali e sovrastrutturali, sia da un margine tutt'altro che trascurabile di volontarietà. L'uomo non è insomma né pienamente l'homo faber fortunæ suæ su cui, quasi fosse in una torre d'avorio, non incide su di lui la realtà sociale che sfugge al suo controllo, né totalmente un fantoccio sul quale inerme si abbatte un predeterminato destino che meccanicisticamente ne determina ineluttabilmente le azioni.
    Per meglio comprendere cosa sia alla più profonda base della natura umana è necessario introdurre la categoria di Iperstruttura. L'ipestruttura può essere definita come il noumeno, il principio universale regolatore posto in modo immanente al livello più profondo di tutta la natura e che ne costituisce la sua più profonda essenza stessa. Essa si basa sui due principî di cooperazione e competizione, in eterno rapporto dialettico tra loro. Proprio dal rapporto dialettico tra questi due principi ordinatori, paragonabili allo yin ed allo yang della filosofia tradizionale cinese, deriva la realtà naturale e, per quanto riguarda gli esseri umani, la realtà sociale. La dialettica tra i due principî non giunge mai ad una sintesi che li ingloba al tempo stesso superandoli, ma proprio dalla loro contemporanea permanenza senza che vi sia mai la completa sopraffazione dell'uno sull'altro si sviluppano e si evolvono la storia e le relazioni sociali.
    Nonostante le precisazioni sviluppate sopra, la metodologia d'analisi marxiana permette la lettura e la comprensione della realtà socio-economica poiché, pur non potendo prevedere in modo pressoché incontrovertibile le dinamiche storico-sociali come vorrebbe una concezione deterministica nelle scienze sociali, tuttavia le individua potenzialmente analizzando le principali cause che condizionano ed influenzano in modo profondo la storia e la vita materiale. Assumendo la metodologia d'analisi marxiana perciò non si ricavano certezze assolute, ma una comunque utile analisi delle probabilità.
    L'importanza e la genuinità della metodologia d'analisi marxiana è riscontrabile innanzi tutto nella centralità che per la prima volta vengono coscientemente ad assumere i rapporti di produzione come chiave di lettura della storia e della società, l'individuazione dell'essenza dei concetti di sfruttamento, plusvalore, alienazione nonché nella sostanza della critica condotta complessivamente verso l'economia politica. E' quanto più importante ribadire la centralità assunta dai rapporti di produzione in una fase storica in cui l'ideologia dominante tenta di sfruttare a proprie fini, strumentalizzandole, le oggettive disparità presenti all'interno della società, creando rancori e divisioni scioviniste di etnia (cosa ben diversa dal legittimo riconoscimento delle diversità e delle particolarità culturali), nonché divisioni basate su fattori quali il genere, la religione, l'orientamento sessuale. Così dividendo la popolazione in campi avversi attraverso tali vuoti e fittizî contenitori interclassisti si cerca di eludere le problematiche centrali legate ai rapporti di produzione ed al problema dello sfruttamento, che metafisicamente verrebbero a svanire e ad essere considerati secondo l'accezione di molti “problemi di altre epoche”, quasi come fossero un quid imprecisato esistente in una data epoca passata e non piuttosto un fatto sociale che esiste storicamente.
    Alcune femministe assumono come centrale il conflitto “uomo-donna”, alcuni omosessuali vedono solo le ingiustizie nei diritti di successione, alcuni laicisti intravedono il “regime” solo nella Chiesa cattolica (mai neanche toccare l'ebraismo!) anziché nel più vasto sistema dei rapporti di produzione e di dominio politico nel suo complesso; tutti sforzantisi nel tentativo di leggere la realtà dalla loro personale e parziale angolazione che si assolutizza. Nessuno degli stessi alcuni al tempo stesso che fa proprio l'impegno in altri campi (antimperialismo, rivendicazioni socio-economiche, protezione della biosfera) che trascendano il loro assolutizzato campo d'interesse specifico corrispondente poi al proprio diretto interesse particulare. Verrebbe da chiedere loro: come possiamo liberarvi se anche noi ovunque siamo in catene?


    1Friedrich Engels, Lettera a J.Bloch a Londra, 1890.

  4. #4
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    2.
    Prospettiva socialista libertaria:
    cooperativismo e mutualismo
    per una società di cooperative di liberi produttori









    2.1 Cenni storici sul capitalismo


    Le condizioni storiche che hanno portato all'attuale sistema di produzione capitalistico in Europa conoscono storicamente un input decisivo grazie a due fattispecie di provvedimenti giuridici frutto degli interessi specifici dei ceti dominanti emergenti (e di quei ceti già dominanti all'interno dei sistemi economici precedenti, che come sempre avviene riescono in una parte tutt'altro che trascurabile a riciclare le proprie funzioni e ad assumere nuovi ruoli in posizioni egualmente dominanti anche in un nuovo sistema economico-produttivo). Tali provvedimenti di natura giuridica sono da un lato le enclosure acts (volendo qui intendersi con essi anche al di fuori dell'Inghilterra similari atti legislativi di recinzione delle terre comuni) che forzatamente costrinsero masse di contadini a cercare un loro reimpiego nella nascente industria, dall'altro tutti i provvedimenti statali volti sia a consentire un'iniziale accumulazione di consistenti capitali in poche mani che permettesse il sorgere dei grossi complessi industriali, salvo poi rafforzarli tramite le politiche protezionistiche. Tutti questi provvedimenti giuridici, attuati attraverso l'intervento diretto dello Stato-apparato di governo nella sfera economica, ravvisabile come vero e proprio comitato d'affari dei ceti dominanti, si sono resi necessari non direttamente rispetto al bisogno di soddisfare le mutate esigenze della produzione, quanto piuttosto rispetto al bisogno di perseguire gli interessi degli stessi ceti dominanti in rapporto alle mutanti esigenze della produzione.
    E' storicamente riscontrabile, anche negli altri continenti seppur con modalità diverse, come l'iniziale accumulazione di ingenti capitali in poche mani, alla base della nascita del capitalismo, non sia il frutto diretto e univoco di proprie capacità imprenditoriali, ma anche e soprattutto delle condizioni predisposte dallo stesso apparato statale. Viene perciò da domandarsi con quale coerenza grossi industriali e medi “padroncini” chiedano “meno Stato” lamentando un'eccessiva ingerenza dello stesso che deprimerebbe i propri interessi. Chiedono “meno Stato” facendo finta di non accorgersi che se lo Stato non fosse esistito e non ci fosse per niente, in primis non sarebbe stata possibile l'originaria accumulazione di capitali (banche e grandi industrie) che ha forgiato la funzione sociale che oggi essi ricoprono, in secundis che nessuno assicurerebbe loro la conservazione delle proprie proprietà di capitali e di mezzi di produzione. Senza lo Stato che cristallizza posizioni assodate tramite apposite legislazioni di natura sia economica che politico-repressiva, facendo preminentemente gli interessi dei ceti più o meno dominanti, le maggioranze della popolazione si sarebbero già riappropriate, attraverso la forza dei numeri e non quella del diritto, dei mezzi di produzione autorganizzando l'intera attività economica. Del resto la composizione sociale in questione è – complessivamente e con buona approssimazione – la stessa che un tempo avrebbe deriso quanti teorizzavano per il proletariato industriale orari di lavoro inferiori alle dieci ore giornaliere ed aumenti salariali; oggi, di fronte a quelle che nell'Occidente sono state il frutto di conquiste del movimento operaio (e non gentili concessioni né dei ceti dominanti, né del loro Stato), e di fronte alla concorrenza sui mercati internazionali della Repubblica Popolare Cinese, che sostiene bassi costi nel capitale variabile e nei costi di manodopera, essi si scoprono e proclamano “socialisti”, volti a denunciare (“forse” non per filantropia o etica, ma per qualche oscuro interesse personale?) le ingiustizie che i lavoratori subiscono nel colosso asiatico. Socialisti all'estero, reazionari in patria, dato che nel frattempo attraverso “ristrutturazioni” e (contro)riforme si attaccano le conquiste che i dominati avevano precedentemente strappato, cercando alla lunga di riacquistare competitività con i paesi emergenti (Cina ed India) anche sul campo dell'abbattimento dei costi di capitale variabile (manodopera).






    2.2 Socialismo libertario: cooperativismo e mutualismo


    Come è valido attingere al marxismo per quanto riguarda la metodologia d'analisi da utilizzare, così può essere valido attingere al pensiero socialista libertario nella definizione degli obbiettivi da perseguire e della società da realizzare. L'alternativa a questo quadro socio-economico generale odierno può essere dunque rappresentato dalla costruzione di una società di cooperative di produttori liberamente associati che autogestiscano i mezzi di produzione. La popolazione, appropriandosi dei mezzi di produzione attualmente concentrati in poche mani, potrebbe organizzarsi ed associarsi liberamente in cooperative attraverso cui assicurare la fornitura dei beni e servizi necessari alla vita materiale. Ogni individuo sceglierebbe l'attività (o le attività) produttiva che più ritiene confarsi ai propri interessi ed alle proprie capacità. I gruppi umani che andrebbero a formare le libere cooperative, sviluppandosi dalla libera associazione, sarebbero verosimilmente già in partenza la proiezione sul versante produttivo di preesistenti gruppi di affinità, ossia aggregati di persone che, proprio sulla base della reciproca conoscenza e di pregressi rapporti personali di fiducia, deciderebbero di costituire una cooperativa fornendo particolari beni o servizi. Beni e servizi di diversa natura sarebbero scambiati tra le cooperative: questo può chiaramente avvenire tra due cooperative o attraverso lo scambio diretto di un prodotto (bene o servizio) a fronte di un altro, o, cosa che per nulla differisce nella sostanza, attraverso la mediazione di una somma monetaria (credito sociale) da parte di un soggetto nei confronti dell'altro, corrispondente al valore che ad un determinato oggetto viene attribuito. In tal senso la formazione dei prezzi e dei rapporti di scambio tra prodotti (definizioni, queste, che divergono solo nominalmente, rispecchiando sostanzialmente la stessa natura di cose, semplicemente considerata rispettivamente nei termini di forme di scambio o mediate ovvero dirette) avverrebbe sulle basi della contrattazione tra le cooperative per la definizione condivisa del valore dei rispettivi prodotti (di uno rispetto all'altro, o rispetto alla quota di somma monetaria / credito sociale corrisposta, di fatto, nelle veci di uno di essi in cambio dell'altro). Il valore di un bene viene a definirsi nella sostanza in una quantità chiaramente generalmente superiore ai costi di produzione del bene stesso, nonché non solo in rapporto alla quantità di tempo necessario alla sua produzione, ma congiuntamente a questo anche, e non secondariamente o marginalmente, in rapporto alla desiderabilità che esso viene ad assumere per l'acquirente / produttore di un altro prodotto.
    Il fatto che la produzione sarebbe organizzata in tante numerose cooperative di liberi produttori associati anziché rimanere nelle funzioni di grossi monopoli o oligopoli che fanno “cartello” tra loro, permetterebbe l'esistenza di una vera concorrenza tra le cooperative stesse, che permetterebbe un abbassamento dei costi marginali tanto più prossimi ai ricavi marginali. Se questo in un sistema di produzione capitalistico rischierebbe di tradursi nel fallimento dell'impresa più debole, che a differenza dell'azienda più forte non può sostenere un abbassamento dei ricavi in modo troppo prossimo ai costi di produzione, in un sistema economico in cui sia avvenuta una redistribuzione sociale della proprietà prima concentrate in modo iniquo, verrebbero meno anche le disparità nelle capacità competitive, per cui si avrebbe una sostanzialmente uguale capacità produttiva, prezzi quanto più simili ed uniformi, una sostanziale parità economica.
    Ammettiamo ora anche che, a dispetto di queste premesse, tutte le cooperative impegnate in un determinato settore produttivo, ossia nella produzione di un certo oggetto, anziché farsi concorrenza come sopra accennato, si accordino, attraverso un'associazione formale o informale, per fare cartello a discapito di tutti i loro acquirenti. Semplicemente tali acquirenti, che sono anche produttori di altri eterogenei beni e servizi, in risposta a questa eventualità, potrebbero decidere di fare a loro volta cartello in ritorsione ai primi; si assisterebbe perciò o ad un desistere dalle tentazioni di fare cartello, o nella cessazione di esso qualora si fosse già costituito, ovvero, qualora nessuno dei soggetti entrati in contesa desistesse dalle posizioni precedentemente assunte, ad un generale innalzamento dei prezzi; ma in questo caso, dato che come si dirà più avanti la moneta dovrà assumere solo un valore di scambio, non di uso, e che quindi la sua totalità circolante deve corrispondere alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, lo stesso innalzamento generalizzato dei prezzi avrà una natura esclusivamente nominale, non effettiva. Nella presente società capitalistica queste dinamiche sopra esposte non sono possibili in quanto gran parte della forza lavoro svolge la sua attività in modo eterodiretto, senza essere padrona nella gestione della propria produzione, e quindi, essendo sottoposta al lavoro salariato, non avendo possibilità di far sentire la sua forza economica in risposta a quella altrui. Ma non è chiaramente possibile non solo per motivazioni legate ai rapporti di produzione, bensì anche per altri rilievi attinenti la natura della moneta e la differente forza contrattuale tra i soggetti economici.
    Invece in tale prospettiva socialista libertaria, come si dirà meglio più avanti la particolare organizzazione sociale che farà da sfondo al sistema economico cooperativista e mutualista, dovrà essere quella di una società su più piccola scala, in cui sarà possibile recuperare una dimensione quanto più comunitaria e conviviale della società / comunità. In tale contesto gli aspetti competitivi e conflittuali sopra pur enunciati sarebbero ricondotti nella loro dimensione naturale dagli eccessi con cui oggi si materializzano, e sarebbero verosimilmente inferiori a quanto vivendo nel contemporaneo sistema sociale saremmo portati ad immaginare: avverrebbe insomma un riequilibrio sul piano iperstrutturale. In tale sistema produttivo nel quale la forza economica e contrattuale tra i diversi soggetti economici è equipollente, poiché i mezzi di produzione sono equamente distribuiti e autogestiti dai produttori stessi, e non da terzi, sarebbero assenti anche i processi di accumulazione condotti da alcuni a scapito sia di molti altri (attraverso l'estrazione di plusvalore derivante dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui), sia a detrimento dell'ambiente (poiché la terra ha risorse limitate, non è possibile estrarre e “creare” ricchezza all'infinito: la “creazione” di nuova ricchezza, quando non è una migliore e più razionale organizzazione della produzione, molto spesso, e in sempre più fattispecie, significa “prendere in prestito dal futuro”, con un tasso d'interesse sempre più alto tanto più si continua a prendere in prestito anziché “restituire”, e questo con il limite temporale ed il rischio del collasso ambientale). Sarebbe invece una società caratterizzata dalla circolarità di beni e servizi, e perciò di natura circolare ed egualitaria, non caratterizzata da una frenetica corsa all'accumulazione e alla crescita, e perciò ecocompatibile1, dato che riportando la produzione su piccola scala, si abbatterebbe drasticamente la capacità potenziale inquinante della produzione. E del resto anche l'utilizzo di alcuni livelli di tecnologia potrebbe essere rimesso in discussione, non escludendosi, anzi prevedendosi in molti campi, anche un volontario regresso tecnologico.
    La moneta non sarebbe più emessa dalle banche in funzione degli interessi dei grossi gruppi finanziari, i quali si arricchiscono non producendo niente di realmente esistente, ma mettendo in scena una metafisiccizzazione del denaro e della stessa economia tutta, che diventano appunto intangibili ed immateriali. Sarebbe invece emessa da appositi consorzi pubblici in funzione delle esigenze della comunità, caratterizzata dal suo solo valore di scambio e scevra dal valore d'uso, realmente corrispondente nella sua totalità alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, non frutto dell'arbitrio delle banche e dei circuiti finanziari che emettono moneta non corrispondente a nulla di tangibile semplicemente premendo un tasto di una tastiera collegata ad uno schermo. La moneta assumerebbe la funzione di “credito sociale” attribuito come merito della produzione, caratterizzando quindi un'economia di credito e non di debito, finalmente libera dal signoraggio. In tal senso sul piano immediato è necessario battersi a favore delle prospettive che riconoscono l'effettiva esistenza del signoraggio ed assumono come centrale la questione della liberazione monetaria, sia di natura culturale (controinformazione, propaganda delle analisi economiche sviluppate) sia di natura materiale (esperimenti in cui vengono dispiegate monete alternative o complementari non di debito). Vanno tuttavia distinte, all'interno dell'eterogeneo filone di pensiero che per la prima volta affronta le tematiche inerenti al signoraggio ed alla liberazione monetaria, le due tendenze in esso contemporaneamente sussistenti, ai fini di una maggiore chiarezza non solo teorica. Da una parte vi è chi, come il controeconomista romano Domenico De Simone2, partendo dalla categoria di signoraggio sviluppa una prospettiva libertaria, in cui la moneta sarebbe emessa da consorzi pubblici mentre si ridurrebbe il ruolo dello Stato-apparato; dall'altra chi invece arriva a pensare che il signoraggio sia solo ed esclusivamente (ed ancora, ossia rifacendosi alla vecchia definizione superata dai tempi) la non corrispondenza della quantità monetaria presente con le riserve auree depositate nei caveaux della banca centrale (non accorgendosi che anche il sistema inaugurato da Bretton Woods fosse, per quanto più indirettamente e meno percettibilmente, anch'esso frutto di un'astrazione). Questi ultimi sbagliano del tutto la prospettiva dalla quale affrontare il problema, partendo da visioni complottiste / cospirazioniste che addebitano l'esistenza del signoraggio solo alla Banca Centrale per quanto riguarda l'Unione Europea, ai gruppi finanziari transnazionali (magari caratterizzandoli indistintamente come credenti in una religione piuttosto che un'altra anziché adoratori del solo dio-denaro) per quanto riguarda il resto del mondo. E così eccoli nostalgicamente rimpiangere le presunte virtù delle vecchie banche nazionali, quasi che queste facessero in precedenza opera caritatevole e filantropica anziché guardare ai profitti, o che la comune nazionalità di oppressi ed oppressori renda l'oppressione più tollerabile ed anzi piacevole; così armati di nostalgia, l'unica soluzione che percepiscono è quella del moloch Stato-apparato, che nonostante sia la causa delle presenti politiche monetarie (in quanto proprio poiché è titolare di sovranità può delegarla ad altri soggetti come la Banca Centrale Europea, Organizzazione Mondiale del Commercio e altri organismi economico-finanziari transnazionali) è visto come futura panacea dei mali (da esso stesso in ultima istanza derivanti).






    2.3 Consigli di fabbrica ed altre formazioni economiche


    Buona parte della fornitura di prodotti avviene oggi attraverso la produzione industriale. Per quanto è auspicabile una riconversione dell'intera produzione capitalistica in un sistema di cooperative di liberi produttori associati che autogestiscano i mezzi di produzione, è palese che alcune attività non possano, almeno nell'immediato, avvenire al di fuori di questa, a causa della quantità di risorse che è necessario impiegare, così come della tipologia e quantità di lavoro richiesto per la stessa produzione. E' tuttavia auspicabile una intransigente riconversione sì graduale, ma al tempo stesso intransigente e tutt'altro che incerta, della produzione industriale, decentrando il più possibile. Più un indotto produttivo è infatti vasto e complesso, più esso si caratterizza come autoingestibile. In attesa della possibilità di decentrare e riconvertire l'attività della grande industria, vanno comunque cercati metodi che si avvicinino quanto più possibile ad uno spirito di autogestione e di controllo democratico e diretto da parte dei lavoratori dell'indotto stesso. E' perciò pensabile la creazione di consigli attraverso cui i lavoratori industriali autogestiscono le proprie industrie.
    Al contempo le industrie altamente inquinanti dovrebbero immediatamente cessare la produzione, che dovrebbe essere riconvertita immediatamente e senza alcuna ulteriore dilazione temporale. Vi sarebbe una generale messa in discussione delle attività produttive inquinanti e delle fonti di energia non riciclabili ed altamente inquinanti, che sarebbero sostituite da attività produttive e fonti di energia rinnovabili ed ecologiche (permacoltura, (mini)eolico, solare) nella prospettiva di realizzazione di una società ad impatto ambientale pressoché nullo.
    Similmente ai consigli, accanto al sistema delle cooperative non verrebbero a scomparire del tutto, ma anzi si rafforzerebbero rispetto alla rilevanza che assumono nell'attuale sistema di produzione capitalistico, le forme economiche dei sistemi familiari e individuali, ossia attività economiche a gestione familiare o di gruppi umani ugualmente ristretti, specie nel campo dell'artigianato e dell'agricoltura, dediti all'autoproduzione, all'autoconsumo ed allo scambio immediato. Tali livelli familiari o di gruppi di egualmente ristrette dimensione avrebbero l'autonoma gestione e l'usufrutto di alcune terre, mentre altre sarebbero destinate alla gestione e all'usufrutto delle cooperative, ed atre ancora si caratterizzerebbero come terre comuni a disposizione dei bisogni della collettività. Tali terre comuni costituirebbero un sistema di feudalesimo senza feudatari, per cui usufruitori e custodi delle terre sono gli stessi che la lavorano, godendo per una parte della produzione direttamente ed individualmente, per un'altra collettivamente con il resto della comunità.






    2.4 Ruolo dei sindacati o gilde


    Nel sistema economico sopra a larghe linee descritto, vi è la necessità di eliminare alcune disfunzioni in cui tutto il sistema cadrebbe se fosse lasciato completamente a se stesso. La funzione di eliminare l'incorrere di queste disfunzioni sarebbe in tale stesso sistema svolto dal ruolo di appositi sindacati, indicabili anche come gilde. Esisterebbero sindacati o gilde di diversa natura: da quelli di categoria, che agirebbero all'interno di ogni stesso ambito produttivo coordinando le cooperative che operano in un determinato settore, a quelli intercategoriali, con funzioni di coordinamento tra diversi settori produttivi. Ogni sindacato o gilda verrebbe ad essere composto dagli stessi lavoratori attraverso periodiche elezioni dei propri delegati, revocabili in qualsiasi momento, eleggibili a condizione che essi stessi scelgano di candidarsi e che rispettino i criteri di dignità morale socialmente individuati. Ai sindacati di categoria spetterebbe il compito di risolvere particolari problematiche che potrebbero insorgere all'interno di ogni ambito produttivo, così come eventuali controversie tra cooperative dello stesso. Ai sindacati intercategoriali spetterebbe il ruolo di contribuire a porre in essere la riappacificazione di controversie tra diversi settori produttivi considerati nella loro interezza, così come tra due cooperative appartenenti a due diversi ambiti produttivi, qualora non abbiano già provveduto meccanismi di conciliazione che vedano coinvolti i delegati o l'insieme degli associati delle due cooperative stesse. Ai sindacati intercategoriali spetterebbe anche il compito di deliberare eventualmente il numero massimo di associati di cui le cooperative possano disporre, così da evitare una corsa a sempre più grandi aggregazioni negli ambiti produttivi che distorcerebbero la concorrenza, facendo di conseguenza insorgere squilibrî, disparità e disuguaglianze sociali. Altri compiti che sempre ad essi atterrebbero sono quelli di regolare lo scambio tra soggetti produttivi che altrimenti avrebbero una troppo elevata disparità nella forza economica e contrattuale come sarebbero da una parte le cooperative e dall'altra il settore della produzione industriale (nei settori in cui momentaneamente la grande concentrazione produttiva non può essere elusa), così come di stabilire quote di estrazione di plusvalore dai vari soggetti produttori che andrebbero a vantaggio di quanti, bambini, anziani, malati, non lavorando non potrebbero altrimenti procacciarsi le risorse attraverso cui vivere. Un'ulteriore quota di plusvalore da astrarre per conseguire l'adempimento di funzioni non strettamente o solo indirettamente produttive (apposito fondo-cassa per la manutenzione dei mezzi di produzione, riserve atte a consentire la prosecuzione dell'attività, o in funzione di imprevisti) spetterà alla libera autotassazione degli associati in ogni cooperativa, essendo queste funzioni che vanno a tangere i diretti interessi degli associati.



    2.5 Considerazioni conclusive


    Si riparta ora dal discorso affrontato poco sopra riguardo alla limitatezza delle risorse: si diceva appunto che buona parte dei processi di accumulazione derivino, oltre che dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui, anche a detrimento dell'ambiente. Ora la Terra ha dei tempi di recupero e di rigenerazione delle proprie risorse chiaramente propri e che non tengono conto né dalla volontà di accumulazione di alcuni, né dal desiderio di infiniti bisogni da parte di altri. Non è quindi possibile pensare di estrarre o “creare” risorse e ricchezze in modo infinito, dato che sempre più spesso ciò significa “prendere in prestito dal futuro”. Se dalla Terra si prende in prestito dal futuro, senza poi delineare tempi ragionevoli in cui restituire tale debito, ma anzi aumentando in modo esponenziale tale debito (che molti ritengono essere “ricchezza prodotta”), sempre più alto e pressante sarà il “tasso d'interesse”, e sempre più difficile da saldare, facendo rischiare di gettare nel baratro del collasso ambientale l'intera umanità.
    Da tali premesse deriva che, se non è pensabile l'infinita produzione di ricchezza di cui parlano i capitalisti e gli economisti liberali, non è neanche né auspicabile, né sostenibile sul lungo periodo il massimo dispiegarsi delle forze produttive di cui si parla in ambito marxista. Anziché forme di sviluppo, per la sopravvivenza dello stesso ecosistema sono necessarie forme di decrescita, dunque generali ripensamento e razionalizzazione dei consumi e delle risorse. E' qui vero che il marxismo intenda un maggiore dispiegarsi delle forze produttive attraverso una razionalizzazione della stessa produzione, ma oltre un certo limite ciò non è possibile se non estraendo eccessive risorse dalla terra. Appare quindi per lo meno discutibile la pretesa di poter fornire, in una futura fase storica, beni in eccedenza attraverso cui soddisfare bisogni che diventerebbero indotti e quindi potenzialmente infiniti su cui basare l'assunto comunistico da ognuno secondo la sua capacità ad ognuno secondo i suoi bisogni anziché il socialistico da ognuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi meriti, anche in considerazione che non necessariamente gli esseri umani sarebbero motivati a produrre quanto necessario complessivamente alla società se il risultato di quello che ricevono non è percepito come direttamente ed individualmente (o comunque a livello di gruppo, di “squadra”) percepito quale conseguenza del proprio lavoro, o a valutare i propri bisogni in modo “ragionevole”. Paradossalmente potrebbe anche verificarsi che la produzione diminuisca a tal punto da non assicurare neppure i beni primari essenziali, a meno di non rimandare a tempo indefinito l'estinzione dello Stato sostituito da un'Amministrazione, mentre la necessità impone il lavoro obbligatorio ed un non trascurabile livello di coercizione. Altro conto è invece come all'interno di ciascuna cooperativa avverrebbe la ripartizione degli utili; spetterebbe agli associati nel loro insieme stabilire se questa debba avvenire nella propria cooperativa in modo del tutto eguale tra tutti loro, oppure se siano ammesse delle differenziazioni collettivamente accertate in base ad un condiviso indice aggregato che tenga conto di fattori quali il tempo e la quantità di lavoro, il livello di responsabilità e di rischio che grava su alcuni soggetti piuttosto che su altri, il tempo impiegato negli studi funzionali a determinate mansioni. Così come per la ripartizione degli utili, similmente avverrebbe nel determinare se le forme di autotassazione necessarie per conseguire l'adempimento di funzioni non strettamente o solo indirettamente produttive debbano avvenire su base di parità o attraverso imposte progressive sugli utili. Data l'impossibilità, o comunque la profonda difficoltà che si è sopra ragionevolmente presupposta nell'affermazione di un sistema comunistico su larga scala, a tutta la società, esso comunque rientra tra le possibilità di scelta degli associati in una cooperativa, ed è dunque possibile su piccola scala anziché generalizzato.





    1L'uso del termine ecocompatibile in guisa del più diffuso ecosostenibile non è affatto casuale: si vuole infatti prendere le distanze dal filone di pensiero che, parlando di sostenibilità ambientale, giudica possibile conciliare la protezione ambientale con il mantenimento del sistema di produzione capitalistico.

    2In particolare si veda: Domenico De Simone, Un'altra moneta, ed. Malatempora (2003).

  5. #5
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    3.
    Federalismo, nazione, comunato, comunità, municipalismo.
    Stato ed organizzazione sociale










    La nazione francese attuale è composta di almeno venti nazioni distinte ed il cui carattere, osservato nel popolo e nei contadini, è ancora fortemente definito. ... Il Francese è un essere convenzionale, non esiste. Quello che ci piace rappresentare nei romanzi, nei drammi, nelle caricature, sia esso militare o cuoco, barbiere o commesso viaggiatore è uno scherzo.”



    Una nazione così grande non si regge che con l'aiuto della forza. L'esercito permanente serve soprattutto a questo. Togliete all'amministrazione ed alla polizia centrale questo appoggio e la Francia cade nel federalismo. Le attrazioni locali prevalgono.”



    (P. J. Proudhon)











    3.1 Sul concetto di Nazione


    Parlando qui di nazione, lo si farà in un'accezione alquanto diversa da come nella contemporaneità si sia solitamente portati ad intendere questo termine, almeno negli Stati territorialmente più estesi d'Europa. Il primo assunto qui riportato di Pierre-Joseph Proudhon1 sarebbe stato destinato, oltre un secolo più tardi, ad essere nuovamente in qualche modo percepito e riscoperto, più nella sua essenza che nelle conseguenze che se ne potrebbero far derivare, da Benedict Anderson nel saggio Imagined Communities. Benedict Anderson fa una ricostruzione storica di come a partire dal medioevo fino a tutto l'Ancient Régime, prima che si affermasse la moderna forma politica dello Stato-nazione, fosse presente in Europa un colorato e multiforme mosaico di centinaia di lingue e parlate diverse. Tale realtà, che la Anderson ricostruisce tramite la ricerca storica, era direttamente tangibile ancora nell'Ottocento agli occhi e all'esperienza immediata di Proudhon. E del resto, per quanto in nome della necessità di centralizzazione – sempre ottenuta tramite la forza – funzionale alle esigenze di sviluppo, mantenimento ed espansione di un mercato capitalistico, tali specificità locali (di cui la lingua rappresenta l'aspetto più immediatamente percepibile, ma non esclusivo) siano state sempre più livellate, uniformate, compresse e relegate ai margini, tuttavia sopravvivono a tutt'oggi, conoscendo in alcuni casi, dopo un generalizzato periodo di crisi, una propria autoriscoperta e rivalorizzazione, per quanto queste vengano spesso strumentalizzate a scopi xenofobi e reazionari. Da tali considerazioni si desume l'artificiosità della forma politica dello Stato-nazione, non, come arriva a sostenere la Anderson, l'artificiosità dello stesso concetto di nazione tout court. Anzi, proprio ripartendo dal primo assunto di Proudhon sopra riportato, si potrebbe arrivare a sostenere che in realtà la forma politica dello Stato-nazione celi nel suo stesso nome un voluto errore terminologico, dal momento che uno Stato-“nazione” in realtà comprende entro i suoi confini una pluralità di nazioni, in questo senso intese non come le comunità immaginarie della Anderson, ma come un aggregato sociale unito da comuni elementi linguistici, storici, culturali. D'altronde a livello semantico la stessa parola nazione deriva dal termite latino natio, avente l'accezione di luogo nativo.
    Su un piano pratico l'individuazione delle entità geografiche a cui si potrebbe far corrispondere tale accezione di “nazioni naturali” potrebbe avvenire principalmente e in generale sulla base del riscontrare in un dato territorio un'omogeneità linguistica intesa sulla base degli standard internazionali forniti dai codici ISO dell'UNESCO; non andrebbero tuttavia esclusi, nell'individuazione di tali soggetti, fattori in alcun modo secondari, quali quelli di carattere storico-culturale, oltre che la volontà delle popolazioni interessate; in linea di massima andrebbero a corrispondere come estensione geografica o agli Stati-nazioni più piccoli, o a macroregioni interne agli Stati-nazione più grandi.
    Una nazione non può essere intesa come chiusa su se stessa e di natura organicista, bensì come realtà sociale dinamica in continuo evolversi e divenire, ma come aperta verso l'esterno a scambi e ad influenze, aperta al dialogo ed al mutuo sostegno, in un mondo in cui le diversità culturali costituiscano un elemento di arricchimento per l'intera umanità (a cui un senso di appartenenza da parte di tutti gli esseri umani non dovrebbe mai venire meno) anziché un pretesto per odî, rancori, diffidenze e massacri sciovinisti. Similmente la nazionalità andrebbe intesa non secondo criteri di ius sanguinis, quanto piuttosto di ius soli (ossia per nascita su un determinato territorio) e di ius decisionis, vale a dire che la nazionalità è anche un carattere anche ascrivibile da parte di chi, nel corso della propria vita, sceglie di vivere in una determinata terra inserendosi nelle relazioni sociali che ivi si svolgono e prendendo quindi parte alla più generale vita di una comunità.2
    Le nazioni così descritte sarebbero il principale soggetto attorno a cui si svolgerebbero e svilupperebbero le principali dinamiche e relazioni internazionali.






    3.2 Federalismo libertario: comunato ed altre aggregazioni sociali


    Attorno alle nazioni si delineerebbero – a vari livelli sia inferiori sia superiori – altri tipi di aggregazioni sociali. Attraverso un federalismo libertario dal basso diverse municipalità (corrispondenti a città, villaggi e paesi, o anche all'aggregazione di diversi centri urbani limitrofi) si aggregherebbero in un comunato (corrispondente, per dimensioni, approssimativamente alle attuali regioni amministrative italiane e francesi). Più comunati costituirebbero una nazione, mentre le nazioni si federerebbero sia in confederazioni regionali (corrispondenti approssimativamente agli attuali Stati-nazioni, i quali, fatto salvo quanto si è detto sopra, hanno solitamente, almeno ad un livello secondario, comuni elementi linguistici, storici e culturali, per quanto meno definiti che internamente alle nazioni), sia a livello continentale (l'Europa, per esempio), sia a livello mondiale. Per la definizione dei diversi compiti spettanti alle diverse aggregazioni, ci si rifarebbe ad un principio di sussidiarietà, per il quale le decisioni e la soluzione dei problemi verrebbero assunti al livello più basso al quale è possibile operare, delegando i compiti alle aggregazioni sociali sovraordinate quando questi non fossero risolvibili ai livelli più bassi o abbiano un interesse generale. E' evidente che in un tale sistema nulla sarebbe definito a tempo indeterminato sull'individuazione dei soggetti cui spettino particolari competenze, per cui sarebbe probabile che stesse determinate decisioni o procedure di risoluzione di problemi verrebbero assunte ora ad un livello, domani ad un altro, a seconda delle reali esigenze materiali che verrebbero in essere.
    Municipalità, comunati e nazioni, così come altre istanze, prenderebbero le decisioni attraverso dei consigli ai vari livelli costituiti da delegati revocabili in qualsiasi momento, eleggibili a condizione della pregressa propria volontà di candidarsi e sussistendo per ciascuno di essi criteri di dignità morale socialmente condivisi.






    3.3 Per l'autonomia delle comunità umane


    Con tale quadro d'insieme verrebbe garantita l'autonomia di tutte le comunità umane: anche per quanto riguarda il campo economico, similmente ai meccanismi attraverso cui verrebbero prese le decisioni, vigerebbe un sistema che si fonda su criteri di sussidiarietà: la produzione e lo scambio avverrebbero seguendo uno schema di cerchi concentrici per cui in genere le attività economiche sarebbero svolte all'interno degli aggregati più piccoli fin tanto che sia possibile; quando questo non fosse possibile in un determinato ambito territoriale più ristretto, ad esempio perché mancano le materie prime o un prodotto finito, in tal caso si passerebbe all'ambito territoriale direttamente superiore, e così via.
    Una prospettiva socialista libertaria che tenga in debito conto l'autonomia di ogni comunità umana e l'esigenza umana di avere legami comunitari garantirebbe un livello sostanziale ed effettivo di democrazia diretta, dal momento che i gruppi sociali che compongono tali comunità deciderebbero, senza subire troppi condizionamenti dall'esterno e da piani percepiti come a loro sovradimensionati, essi stessi, su piccola scala, cosa e quanto produrre, nonché come impostare la vita generale. La prospettiva di uno Stato-Amministrazione su scala planetaria come sostenuta ed auspicata da alcune correnti marxiste, in particolar modo dalla sinistra comunista (Bordiga, Damen, Pannekoek), non tiene conto che una produzione globalmente pianificata sarebbe inconciliabile con le categorie di autogestione e di democrazia diretta, che a loro volta sostanziano un vero potere in mano ai lavoratori umanamente considerati, ossia inseriti in un contesto comunitario, con proprie esigenze culturali e con proprie aspirazioni, e non astratti e considerati planetariamente come proletariato (solo) internazionale. L'imposizione di esigenze dall'alto, cioè pianificate razionalisticamente su scala planetaria, non sarebbe comprensibile dalle persone che vivono nelle reali differenti comunità umane. Inoltre una pianificazione della produzione su larga scala che abbia di vista esclusivamente le esigenze generali e non quelle particolari (delle comunità umane realmente esistenti) potrebbe portare a seri problemi anche per quel che riguarda la sostenibilità ecologia e l'impatto ambientale: se ad esempio il Nord America fosse incaricato di produrre solo cereali e l'India di produrre solo riso, i rispettivi territori si impoverirebbero per il deterioramento dell'humus causato dalle monocolture. E', in sostanza, sbagliato un approccio tendente a liberare una classe astraendola e considerandola globalmente, mentre si snobbano i temi della sovranità delle comunità formate dai lavoratori reali che in esse realmente vivono.






    3.4 Stato ed organizzazione sociale


    Ogni ceto dominante che nel corso della storia ha affermato il suo potere e il proprio sistema di produzione, sostituendoli a quelli di un'altra, si è caratterizzato per un diverso assetto amministrativo costituente l'organizzazione generale della società. Lo Stato, l'organizzazione statuale della società, non è chiaramente sempre esistito, ma, nella forma moderna in cui lo conosciamo oggi si afferma nel 1648 con la Pace di Westphalia, che pose fine alla guerra dei trent'anni, e può essere considerato come il portato dell'affermazione al potere (economico ancor prima che politico tout cour, per il quale bisognerà aspettare invece oltre un secolo) della borghesia. Il potere della classe nobiliare storicamente precedente a quello borghese si espresse invece, per la maggior parte del suo corso storico, con altre forme di organizzazione politica, quali il binomio Impero-Papato (i "due soli", spesso in contrapposizione ma sostanzialmente funzionali al mantenimento di un certo ordine sociale) e con un diverso assetto amministrativo, il feudo.
    E' quindi ragionevole ritenere, guardando indietro alla Storia, che ogni volta che avviene un “cambio di potere” (inteso non a livello di “beghe” tra mere fazioni avverse, ma nel senso di ceti/classi che ne sostituiscono altri) e si afferma un diverso sistema di produzione, possa/debba avvenire un cambiamento radicale nelle stesse forme di organizzazione sociale.
    Il "peccato originario" dei bolscevichi a questo proposito fu quello di voler esautorare una certa classe dominante conservando tuttavia molte delle strutture e delle istituzioni ereditate dal precedente sistema zarista (che timidamente stava trasformandosi in sistema liberale borghese). Furono così conservate le istituzioni di Stato, apparato burocratico di governo, tribunali, forze dell'ordine (da un certo punto anche elementi del sistema economico capitalista, come innegabilmente sono nella Nep)3. Così il modello bolscevico dell'Unione Sovietica ha informato ed informa tuttora l'immaginario collettivo di gran parte del “movimento”; sul suo modello è stato inteso ed attuato il socialismo, generandone probabilmente le contraddizioni che ne hanno portato ad una grave crisi in gran parte del globo.
    Eppure fino alla rivoluzione d'ottobre e, in vero, negli anni immediatamente successivi, erano ancora forti le correnti di matrice socialista che propugnavano diversi modelli di organizzazione complessiva della società, sostanzialmente tutti accomunati dalla previsione di un'organizzazione federale dal basso che facesse da sintesi a realtà territoriali di autogoverno diretto. Senza pensare chiaramente ad un'infantilistica e nichilistica distruzione delle stesse strutture di potere al posto delle quali sostituire il nulla assoluto o una fideistica fiducia nella “bontà naturale” degli esseri umani, a queste si potrebbero invece sostituire strutture diverse che in diverso modo svolgano le funzioni corrispondenti. Come modelli ad esempio si potrebbe citare la “repubblica dei sindacati” proposta dai sindacalisti rivoluzionari, la federazione di comuni di villaggio teorizzata dai social-rivoluzionari russi, le “repubbliche dei consigli”, le federazioni di produttori, e via dicendo, oltre che rifarsi ad esperienze storiche da cui attingere spunti interessanti, sia storicamente distanti nel tempo, come le comunità degli anabattisti e di altri movimenti cristiani ereticali al di fuori/alternative allo Stato, sia più vicini a noi, ossia del secolo appena trascorso, dall'Ucraina dei consigli di Makhno alle esperienze di autogoverno nei villaggi liberati da anarchici e “pumisti”4 durante la rivoluzione spagnola, fino alla breve esperienza del Sangiaccato di Cumantsa nel 1918.5
    Non si tratta quindi di sostituire l'organizzazione statuale della società con un generale disordine stirneriano del tutti contro tutti, ma con una nuova organizzazione sociale che potenzialmente funzioni anche meglio delle precedenti.


















    1A. Lacroix, Oeuvres Posthumes De P. J. Proudhon, France Et Rhin, ed. Paris:, Verboeckhoven et Companie (1868).
    2Una concezione simile sull'acquisibilità della nazionalità tramite la volontaria scelta dell'individuo di inserirsi e vivere in un contesto diverso da quello in cui è nato, è riscontrabile in alcune realtà indipendentiste dei Paesi Baschi e della Sardegna. In generale rispecchia, come si diceva, una concezione di nazione aperta ad influssi esterni e non racchiusa organicisticamente su se stessa.






    3A tal proposito su bolscevismo ed Unione Sovietica si veda: Nestor Makhno, La rivoluzione anarchica e altri scritti (a cura di) Federico De Palo, M & B Publishing, Milano 2005.

    4I “pumisti” erano gli appartenenti al Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM), partito trozkista sui generis fondato nel 1935 che partecipò alla rivoluzione spagnola dalla parte degli anarchici della FAI-CNT.

    5 per quanto storicamente forse poco nota, della vicenda del Sangiaccato di Cumantsa parla Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey) nel saggio A Nietzschean Coup d'État in Escape from the Nineteenth Century and other essays, ed.Autonomedia, pagg. 143-196, 1998.

  6. #6
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    4.
    Vecchi ed attuali profili del mondo contemporaneo:
    Capitalismo di Stato, Imperialismo unitario,
    Terzo campo socialista










    4.1 Stalinismo e Capitalismo di Stato




    Potrebbe sembrare anacronistico, ad ormai molti anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda, che qualcuno continui – o addirittura inizi – a cimentarsi con categorie quali lo stalinismo o a ripercorrere logoranti diatribe e datate discussioni quali quelle inerenti l'effettiva natura dei “paesi socialisti” e la conseguente esigenza di un terzo campo socialista (anche tale categoria datata se non altro a livello terminologico). Occorre dunque effettuare, lungo il procedere della trattazione, delle precisazioni d'insieme ed una riconcettualizzazione su un più esatto significato dei termini e dei profili che si andranno man mano ad immettere, così da rendere evidente come gli stessi siano tutt'altro che obsoleti, e come l' incentrare una non trascurabile attenzione su di essi possa essere, ponendo in essere necessarie riconcettualizzazioni e riletture, attuale e tutt'altro che anacronistico anche oggi, e quindi utile ai fini di una più generale analisi politica.
    Per stalinismo non si vuole qui intendere esclusivamente e non tanto l'insieme delle realtà che, non accettando nel merito le conclusioni del XX Congresso del PCUS del 1956 sulla destalinizzazione, hanno continuano fino ai nostri giorni a richiamarsi esplicitamente a Stalin e ad al suo operato politico nei propri discorsi, ad egli dedicando libri, busti di marmo, gigantografie. Ci si vuole invece riferire, nella sua accezione più ampia e meno specifica, a quell'ampia parte del movimento bolscevico internazionale che più direttamente è espressione delle strutture di potere statuale e politico nelle esperienze storiche dei “paesi socialisti”. Dunque l'accezione di Stalinismo – similmente all'uso che ne fecero e ne fanno le opposizioni di sinistra – vuole qui essere utilizzata per indicare principalmente l'insieme delle realtà filo-sovietiche (che esprimono una sostanziale difesa e giustificazione sul piano storico dell'esperienza sovietica e dei cosiddetti “paesi satelliti” all'Unione Sovietica alleati e legati nel Patto di Varsavia, sia ricoprendo funzioni di Partito-Stato, sia essendo in altro modo con l'Unione Sovietica collegati, come sostenendo sul piano internazionale la potenza sovietica, ricevendo da essa finanziamenti, aderendo ad appositi strumenti di collegamento quali la World Marxist Review - Problemi di Pace e Socialismo)1 nonché le realtà dalle prime derivanti. Come le realtà filo-sovietiche hanno ripudiato – teoricamente – Stalin, così le realtà dalle prime derivanti – ugualmente teoricamente – hanno ripudiato il proprio trascorso legame con l'Unione Sovietica, “casualmente” quando non esistendo più la stessa, non ne potevano più ricevere finanziamenti. Ma entrambi le due fattispecie di realtà hanno continuato ad operare nel solco delle passate infatuazioni, conservando il metodo stalinista in politica e dunque rivelandosi i degni eredi e continuatori dello stalinismo, delineando una coerente e consequenziale continuità storica.
    Non può dirsi, al giorno d'oggi, che lo stalinismo internazionale sia comunque diventato residuale, se si considera che a più di quindici anni dal crollo dell'Unione Sovietica gli stalinisti esercitano il potere e ricoprono funzioni politiche di governo in non poche regioni del mondo: solo per citare alcuni esempi, dalla Repubblica Popolare Cinese (nella quale vive oltre un miliardo di esseri umani), alla Repubblica Italiana (con i suoi quasi sessanta milioni di abitanti), fino a diversi Stati della popolosa Unione Indiana. La semplice constatazione di come oltre un quinto dell'intera popolazione terrestre sia ad oggi sotto il potere degli stalinisti, rivela come parlare oggi dello stalinismo sia tutt'altro che anacronistico. Nei “paesi socialisti” di ieri (blocco sovietico) e di oggi (vedi sopra) tale potere era ed è esercitato in modo equipollentemente autoreferenziale e dispotico: in Cina, in India, in Italia e altrove gli stalinisti promuovono l'accumulazione di sempre più ingenti capitali in mano a pochi, appartenenti ai ceti dominanti, a scapito dei ceti oppressi e dominati ai quali viene fatto sperimentare un massacro sociale sulla propria pelle; nel mentre, gli oppositori conoscono persecuzioni e repressioni.





    4.2 Annullamento delle differenze in un solo Sistema


    I processi di globalizzazione hanno portato e portano ad un intensificarsi sempre maggiore delle relazioni economiche tra le diverse aree del mondo, fino alla sempre più coerente e e strutturata creazione di un mercato capitalistico globale. Gli Stati in cui gli stalinisti esercitano il loro potere non sono astrusi da questo mercato capitalistico globale, ma ne sono ugualmente protagonisti che gli Stati la cui direzione politica è assunta da forze liberalcapitaliste. Già nel corso della guerra fredda i due blocchi liberalcapitalista e stalinista non costituivano due sistemi economici chiusi su se stessi ed incomunicanti tra loro, ma in ultima istanza sostanziavano un unico grande mercato capitalista globale. All'interno di questo i due blocchi componenti si distinguevano per le modalità di gestione dei capitali, le quali nel blocco stalinista si accentravano tendenzialmente di più nello Stato piuttosto che nei privati, come invece sempre tendenzialmente avveniva nel campo liberalcapitalista. Capitalismo “dei privati” e Capitalismo di Stato non sono ravvisabili come due sistemi economici di produzione totalmente distinti (se non altro anche per il fatto di essere comunicanti tra loro), bensì due sottosistemi o tendenze dello stesso sistema di produzione. Le stesse poi, non sono ravvisabili come fossero state le due componenti binarie del sistema capitalistico, quanto piuttosto una variegata gamma di sfumature ognuna delle quali la risultante di una miscela diversa di differenti quantità dei due elementi pienamente interscambiabili della gestione privata e della gestione statalizzata. Il fatto che uno Stato fosse essenzialmente a Capitalismo “dei privati” non impediva che alcuni suoi settori economici potessero essere a gestione statalizzata, mentre corrispettivamente nulla vietava ad uno Stato la cui natura fosse essenzialmente stata quella capitalista di Stato di gestire alcuni settori attraverso i privati, nel caso anche stranieri. Le fabbriche della Fiat impiantate in Polonia ed in Unione Sovietica, la rete televisiva Publitalia 80 inaugurata a Mosca, non sono che alcuni degli esempi che si potrebbero fare a dimostrazione di come i due blocchi, entrambi capitalisti, fossero comunicanti: capitali privati affluivano in entrambi i blocchi, comunque fruttando ai ceti dominanti sulla pelle dei dominati.
    A partire dagli anni novanta si è assistito ad un generale processo di scomposizione e ricomposizione dei due elementi (gestione privata e gestione statalizzata) modellanti le tipologie di sistema capitalista. Tale composizione e ricomposizione, in ossequio alle necessità del sempre maggiore integrarsi del già esistente mercato capitalistico globale, ha fatto sì che i due elementi si miscelassero in modo tale che ne uscisse un tasso di uniformazione superiore a prima. Si ha oggi così un'omogeneità dal punto di vista del sistema di produzione tra paesi a guida liberalcapitalista e paesi a guida stalinista, che è maggiore rispetto ai decenni precedenti: rispetto al passato, quando già le differenze erano quantitative (legate cioè alla quantità di gestione privata e pubblica immessa) e non qualitative (in assenza di elementi concreti che facessero dei due blocchi due realmente distintisistemi di produzione), ora anche le differenze quantitative vengono meno, e i due blocchi diventano totalmente uguali dal punto di vista economico, distinguendosi meramente dal punto di vista politico dall'ideologia delle forze politiche che ne sono alla guida. Ma tale processo di uniformazione non si sostanzia meramente nello slittamento delle economie statalcapitaliste nel campo di quelle liberalcapitaliste, bensì attraverso un riavvicinamento delle due tipologie economiche che convergono verso un equilibrio mediano di gestione statale e di gestione privata. In sostanza, a processi di liberalizzazione avvenuti nei “paesi socialisti” per vasti settori dell'economia, si sono al contempo svolti processi che potremmo definire di statalizzazione nei “paesi liberalcapitalisti” per altrettanti settori economici: accanto al riemergere di politiche protezionistiche e di sovvenzionamenti statali (ad esempio, Stati Uniti d'America ed Europa per quanto riguarda l'agricoltura), campi che hanno un'importanza strategica quali quelli della produzione militare o della ricerca, per lungo tempo demandati ai privati, vengono sempre più (ri)assorbiti dallo Stato.
    Il venir meno delle differenze in ambito del sistema di produzione tra paesi a guida liberalcapitalista e paesi a guida stalinista/statalcapitalista produce sul piano sovrastrutturale il venir meno anche delle differenze nei sistemi politici ed ideologici: “liberali” e “comunisti”, nell'immaginario ideologico collettivo già associati a simboli quali colori (“i blu” gli uni, “i rossi” gli altri) o ad ideali universali (“la libertà individuale” i primi, “la giustizia sociale” gli altri) perdono anche queste connotazioni superficiali ed esteriori, e diventano, volendoci soffermare sul piano delle associazioni arbitrarie care ai simbolisti, “grigi” e “per il dominio” come il mondo che da molto prima hanno contribuito a costruire. Il venir meno delle differenze anche a riguardo del sistema politico (ovunque le libertà politiche tendono a restringersi, attraverso la giustificazione della lotta al terrorismo internazionale) e più in generale del sistema ideologico, fa sì che liberalcapitalisti e stalinisti siano resi perfettamente intercambiabili: nessuno si stupisce se in Italia gli stalinisti siano al governo gestendo e conservando un sistema politico ereditato dalle forze liberalcapitaliste, nessuno si stupirebbe se domani stesso un ipotetico “partito liberale cinese” giungendo al potere conservasse l'intero attuale sistema politico (e l'odierno sistema di produzione, chiaramente) della Repubblica Popolare Cinese. Complessivamente si assiste in conclusione al venir meno delle differenze in un unico Sistema.






    4.3 Unitarietà del Sistema e Imperialismo unitario


    Poiché il Sistema che viene in essere dalla scomparsa delle precedenti anche effimere differenze si fonda sullo stesso ordine economico capitalista internazionalizzato, è caratterizzato al suo interno anche da un'unitarietà in condivisi obiettivi politici di fondo, funzionali alla sopravvivenza ed alla perpetrazione del Sistema stesso. Questa unitarietà si sostanzia in un mutuo e solidale reciproco sostegno di fondo tra i ceti dominanti dei diversi paesi, e dei loro Stati, principali attori componenti la politica internazionale, di fatto comitati d'affari dei ceti dominanti stessi: eventuali sovvertimenti in una regione del mondo, o anche in un solo Stato, aventi l'obiettivo di mettere in discussione in loco l'ordine economico capitalista, rischierebbero di avere degli effetti a catena deleteri per l'intero Sistema internazionale, sia per il rischio che sovvertimenti simili nascano e si sviluppino nei paesi limitrofi (ma anche in paesi geograficamente non contigui), sia perché se degli eventi contribuissero ad accelerare una crisi di accumulazione nell'economia di uno Stato o di una regione del mondo, gli effetti della crisi economica, in un sistema economico internazionalizzato, si ripercuoterebbero nelle altre economie e quindi nell'economia globalmente considerata, a scapito di tutti i ceti dominanti. I ceti dominanti e i loro Stati convergono perciò su uguali linee generali di politica estera, sostanzialmente condividendo l'ordine politico mondiale che debba essere mantenuto o costruito a difesa dei loro interessi collettivi.
    Questa unitarietà di fondo del Sistema, non solo per quanto riguarda il sistema di produzione, ma anche per la condivisa visione nelle dinamiche politiche, non è tuttavia affatto nuova, ma la si riscontra anche lungo tutta la guerra fredda. Già Arrigo Cervetto, uno dei marxisti più in vista nell'ambito della sinistra comunista italiana, nelle sue analisi sull'imperialismo, raccolte poi nell'opera L'imperialismo unitario2, dimostra come tutta la guerra fredda sia caratterizzata, oltre che da un (pur esistente) più esteriore scontro tra le due superpotenze ed i rispettivi blocchi, ad un piano più subsidente fosse caratterizzata da un accordo di fondo tra gli stessi soggetti inerente la conservazione e la salvaguardia dell'ordine politico mondiale come allora definito, ordine politico mondiale nato alla Conferenza di Yalta tra il 4 e l'11 febbraio del 1945. Uno scontro più acceso avveniva esclusivamente per le aree del mondo la cui assegnazione non era stava ivi precedentemente concordata.
    Ieri come oggi, la condivisione di uno stesso sistema di produzione e di un ordine politico mondiale da salvaguardare non deve far pensare che i momenti di scontro tra diversi Stati e fazioni siano fittizî. Nient'affatto: la politica internazionale si è sempre caratterizzata, e continua ad esserlo, come un palcoscenico sul quale Stati sovrani interagiscono ognuno perseguendo i propri esclusivi interessi economici e politici. Nel perseguire i propri interessi economici e politici gli Stati debbono tuttavia salvaguardare il comune scenario-ordine-palcoscenico in cui la rete di giochi, di game, si svolge, facendo fronte comune contro i comuni pericoli e contro i nemici esterni, ossia quanti nelle regole del gioco (le game's rules) non si riconoscono. Similmente il perseguire i propri interessi non raramente comporta per gli Stati la necessità di trovare tra loro accordi e compromessi (anche questi fanno parte delle game's rules), pena il non riuscire isolatamente a conseguire i propri scopi.
    Alcuni esempi di come Stati anche con interessi contrapposti concorrano nella condivisa definizione dell'ordine politico mondiale si riscontrano nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ove potenze quali Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese si trovano concordi nel riconoscere come legittime le occupazioni militari di Iraq ed Afghanistan da parte di coalizioni internazionali, e legittimi i rispettivi governi insediatisi con le occupazioni. Gli stessi Stati, anche non in sede di Consiglio di Sicurezza, tutti nel conflitto arabo-israeliano sono schierati con lo Stato d'Israele ed il sionismo; tutti – Stati Uniti, Cina, Federazione Russia – nello scontro interno palestinese concordano nel riconoscere come legittimo il governo di al-Fatah e non quello di Hamas. Esempi di accordi tra Stati per perseguire ciascuno i propri interessi sono le coalizioni internazionali con le quali è stata resa possibile l'occupazione di Iraq ed Afghanistan: queste rappresentano degli accordi di mutuo sostegno tra distinti imperialismi funzionali ad una spartizione interimperialistica della “torta/bottino”.
    In sintesi ed in conclusione, come in molte altre relazioni sociali, anche riguardo ai rapporti tra Stati si può assumere che competizione e cooperazione siano due elementi che non si escludano a vicenda, ma anzi possano contemporaneamente sussistere ed effettivamente sussistono su due piani diversi: competizione superficiale per il perseguimento di interessi economici e politici contrapposti, cooperazione subsidente per il perseguimento di interessi economici e politici convergenti, nonché per la difesa dell'ordine economico e politico mondiale, nel quale tutti si riconoscono, dalle minacce dei nemici esterni. Tale dinamica di coesistenti competizione e cooperazione può essere ulteriormente compresa ricorrendo ad un esempio: prendiamo un centro sociale o un altro ambiente nel quale si svolgono le relazioni tra eterogenei soggetti appartenenti al Movimento extraistituzionale. Al proprio interno potranno sorgere tra tali soggetti anche forti contrapposizioni tra diverse aree e componenti in funzione di divergenti posizioni teorico-ideologiche, di distinte strategie nel perseguimento degli obiettivi, o addirittura di antipatie personali. Gli stessi soggetti tuttavia ritroveranno tra loro un'unitarietà ed attueranno strategie di cooperazione qualora si presenti loro una comune minaccia esterna quale un'ondata repressiva o un tentativo di sgombro. Anche gli Stati sono fenomeni sociali e quindi pure umani, regolati dalle umane dinamiche dei giochi delle alleanze a cerchi concentrici, e dai principi di competizione e cooperazione in continuo variabile rapporto dinamico.
    4.4 L'Italia tra sovranità e imperialismo




    Per quanto potrebbe essere banale, occorre tuttavia prendere in analisi la situazione italiana in rapporto al quadro dei profili del mondo contemporaneo come già delineati, senza quindi introdurre ulteriori elementi che non siano già quelli visti sopra. Questo è necessario per una maggiore chiarezza che diradi dubbi o erronee concezioni nelle quali molti, chi in buona fede, chi decisamente meno, cadono nella lettura della realtà italiana, provocando nella prassi uno slittamento dell'avversario da combattere, nelle strategie da perseguire, e negli obiettivi da concretizzare da quelli reali e materiali ad altri inesistenti ed inconsistenti, o comunque astrusi dal contesto.
    Va perciò ribadito chiaramente che la Repubblica Italiana, a differenza del Portorico o di Guam, non è una colonia sottoposta alla sudditanza di un fantomatico “Impero americano” (tra l'altro gli Stati Uniti sono una repubblica federale), ma uno Stato sovrano che persegue esclusivamente il proprio tornaconto ed i propri interessi economici e politici (intendendo con propri interessi quelli dei ceti dominanti dei quali lo Stato è espressione politica), vogliasi da solo, vogliasi in accordo con altri Stati sovrani con i quali proprio di interessi e di finalità trova una convergenza. Incentrare l'azione politica su una (già esistente) indipendenza dello Stato italiano ed assumere come controparte prioritariamente se non esclusivamente i ceti dominanti statunitensi anziché quelli italiani comporta un errore di prospettiva foriero di ulteriori distorsioni nella strategia politica: l'antiamericanismo rischia di diventare un'ideologia e quindi assumere un carattere ossessivo ed onnicomprensivo quale unica chiave di lettura dei fenomeni internazionali ed interni; da questa ideologia ossessiva ne potrebbe derivare che qualsiasi paese si contrapponga agli Stati Uniti sia “il bene incarnato” portatore di un “imperialismo buono” e anzi non passabile di imperialismo; si sottovaluta specularmente il problema dell'imperialismo italiano, concependolo come emanazione dell'imperialismo americano; si rischia di finire per scagliarsi esclusivamente contro l’imperialismo di altri paesi disinteressandosi e non incidendo su quello di casa nostra, dando invece una scossa al quale si potrebbero indebolire a catena anche quelli degli altri Stati.
    Il primo dovere di un antimperialista dovrebbe essere quello di lottare contro l'imperialismo di casa propria, quello dello Stato in cui vive. Solo così, lottando prioritariamente contro il “proprio”(virgolette obbligatorie) imperialismo, e non solo indirettamente contro altri, può sperare di incidere in qualche misura, contribuendo costruttivamente ad indebolire il superimperialismo / imperialismo unitario dell'intero Sistema.
    Sicuramente si può osservare, all'interno del quadro economico globale, l'esistenza di gruppi di potere (economico) transnazionali. Proprio perché sono di natura transnazionale, è errato asserire che siano espressione degli interessi statunitensi, in quanto di tali gruppi fanno trasversalmente parte composizioni sociali dei ceti dominanti dei diversi Stati, motivo per cui molteplici Stati non per servilismo, ma per proprio tornaconto, ne agevoleranno l'azione anche con apposite legislazioni o con scelte di ambito politico. In definitiva si può affermare che il capitalismo non ha nazione, e neppure la “nazione” statunitense. Quello che caratterizza l'Italia, gli altri Stati, lo stesso Sistema nel suo complesso, non è la dipendenza politica da alcuno, quanto l'interdipendenza economica, caratterizzante l'ordine economico mondiale. Questa interdipendenza comporta che ad esempio anche gli Stati Uniti (inter)dipendono dall'Arabia Saudita, se si pensa che quest'ultima contribuisce per il 7 % degli investimenti esteri presenti negli States, così come che tutte le potenze ed i ceti dominanti si trovano sostanzialmente a condividere uno stesso ordine politico mondiale posto a tutela dell'ordine economico.
    L'americanizzazione, che comporta sul piano culturale una parziale acquisizione degli usi e costumi statunitensi, e sul piano linguistico elementi di anglofonizzazione, non è un malvagio piano scientemente studiato dalle agenzie degli Stati Uniti, quanto invece avviene perché è funzionale agli interessi del capitalismo globalmente considerato: tutti i soggetti che hanno come riferimento il mercato globale non possono che accogliere positivamente una standardizzazione di usi e costumi, lingua e bisogni, dato che ciò significa la costruzione di uniformati format di prodotti, dai beni di consumo alle pubblicità degli stessi, che comporterebbero un abbattimento dei costi legati alle spese di produzioni differenziate a seconda di differenziate abitudini nel globo. Tuttavia occorre sottolineare che questo processo non è, almeno attualmente, del tutto univoco: la globalizzazione non corrisponde con un'americanizzazione, quanto con un reciproco mescolarsi di usi e costumi nel quale anche gli Stati Uniti subiscono apporti esterni.






    4.5 Per un terzo campo socialista


    La risposta al presente quadro politico internazionale può essere offerta dalla costruzione di un terzo campo socialista a livello internazionale, alternativo ai due campi liberalcapitalista e stalinista che in realtà costituiscono un unico Sistema ed un solo ordine politico ed economico internazionale.
    Il concetto di terzo campo, la cui origine si deve soprattutto a Max Shachtman3, e che sarebbe poi stato sviluppato da altri sulla scia di questi, nasce anch'esso durante la guerra fredda, andando ad indicare quell'insieme di movimenti e correnti che, richiamandosi in vario modo al socialismo, non si schieravano a difesa né del Capitalismo, né dello Stalinismo, ma esclusivamente dei lavoratori e degli oppressi ovunque collocati.
    Il terzo campo di cui si avverte la necessità oggi è quello di un socialismo democratico e libertario, autogestionario, anticapitalista ed antimperialista, che rigetti sia la socialdemocrazia liberalcapitalista sia lo stalinismo, schierandosi al fianco dei lavoratori e dei popoli; un socialismo che attinga, tra le molteplici esperienze storiche, anche al movimento sindacalista rivoluzionario e che abbia tra i padri nobili socialisti come Francesco Saverio Merlino, Carlo Andreoni, Lelio Basso ed Ignazio Silone4.



    1Di fatto, la prosecuzione dell'internazionale stalinista.

    2Arrigo Cervetto, L'Imperialismo unitario, ed. Lotta Comunista, Milano (1981) 1996.

    3Max Schachtman (1904-1972), polacco naturalizzato statunitense, rigettando la concezione di “Stati burocraticamente degenerati” in riferimento ai “paesi socialisti”, di conseguenza negò la necessità di schierarsi in difesa di essi, passando quindi dal trozkismo a delineare un “socialismo del terzo campo”. Nell'ultima parte della sua vita si spostò tuttavia su posizioni socialdemcoratiche di destra, arrivando a schierarsi con il campo capitalista in quanto visto in qualche misura migliore di quello stalinista.

    4Ignazio Silone (1900-1978), all'anagrafe Secondo Tranquilli, oltre che famoso scrittore fu anche militante socialista. Fondatore nel 1949 insieme ad altri del Partito Socialista Unitario (PSU) e direttore di Europa Socialista, si fece portatore di una visione di autonomia dell'Europa sia dal capitalismo sia dallo stalinismo. In seguito alla confluenza del PSU nel filo-americano PSLI, abbandonò la vita politica tornando a dedicarsi a tempo pieno alla letteratura, attraverso la quale continuò a dare profondi moniti sulla politica e sulla vita.

  7. #7
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    5.
    Rivoluzione politica e sociale, quindi “rivoluzione integrale”










    Se la natura dei “paesi socialisti” e a guida stalinista era quella di un capitalismo di Stato, e se tale rimane anche oggi che vi è stata un'uniformazione con i paesi liberalcapitalisti in un unico Sistema, in un unico ordine economico e politico internazionale, non appare per nulla convincente la definizione di Stati operai burocraticamente degenerati / deformati in voga presso i gruppi e le correnti che si rifanno all'opposizione quartinternazionalista (il movimento trozkista). Non sussistono ragioni per le quali bisognerebbe dunque cimentarsi in una “difesa critica” di tali Stati, che necessiterebbero, a dire sempre dell'opposizione di sinistra, di una sola rivoluzione politica e non anche di una rivoluzione sociale come gli Stati (liberal)capitalisti.
    I burocrati di partito ed i capitalisti in tali paesi costituiscono la rete dei ceti dominanti, ceti che sono sociali e non solo politici. L'ordine politico ivi presente non è e non potrebbe essere che il riflesso del più profondo ordine economico e del sistema di produzione capitalista (nelle sue varie tendenze statalcapitaliste): non ha senso considerare tali paesi in qualche modo “migliori” di quelli liberalcapitalisti, così come non ha in definitiva senso invocare una rivoluzione politica senza una parallela e coessenziale rivoluzione sociale che scardini il sistema di produzione funzionale agli interessi dei ceti dominanti che ne sono a loro volta un prodotto. In generale, anche ammesso che una sola rivoluzione politica riesca a trionfare, senza quindi che si sia messo in discussione lo stesso sistema di produzione, nulla vi sarebbe da stupirsi nel vedere, da lì a poco, o riemergere i vecchi ceti sociali dominanti, o vederne crescere di nuovi che svolgano le stesse funzioni dei precedenti, dal momento che sarebbero necessari a tale sistema di produzione così conformato.
    Il concetto di collettivismo burocratico1 elaborato da altri marxisti a vario titolo e grado distaccatisi dal “trozkismo ortodosso”, per quanto comporti un diverso atteggiamento dei suoi assertori nei confronti dei “paesi socialisti”, tanto da farli ascrivere anch'essi nell'ambito del “terzo campo” socialista, e per quanto possa anche fornire un'istantanea di suggestiva e immaginifica immediatezza sui “paesi socialisti” e sullo stalinismo, tuttavia non dà molte informazioni sulla natura economica degli stessi e sui rapporti di produzione ad essi collegati.
    Tornando alla categoria di rivoluzione politica come delineata dai trozkisti, si noti che essa è anche permanente: non vi è insomma un momento preciso nel quale la “burocrazia” verrebbe detronizzata, ma la rivoluzione finisce essa stessa per diventare un processo iperbolico di susseguentisi conquiste che condurrebbero ad un sempre maggiore infinitesimale avvicinamento a tale obiettivo, senza tuttavia mai poterlo conseguire pienamente (o conseguendolo all'infinito, sempre volendo prendere in prestito termini dalla geometria).
    I trozkisti, avanzando richieste eminentemente di natura politica piuttosto che economico-sociali, potrebbero essere definiti “i liberali del bolscevismo”, con ciò non volendo ravvisare nessun intento denigratoria, ma anzi riconoscendo loro un ruolo migliorativo e progressivo rispetto agli stalinisti, fatte tuttavia salve le osservazioni critiche sopra sollevate con riguardo a tattica e concettualizzazioni teoriche. Occorre infatti domandarsi fino a che punto modifiche anche profonde dell'impianto politico-normativo, quindi un processo di sola graduale rivoluzione politica, possa in qualche modo avere dei riflessi sulla struttura economica, agevolando a sua volta anche l'esplodere delle contraddizioni che svilupperebbero cambiamenti negli stessi rapporti di produzione. In una fase come quella odierna in cui si intensificano le dinamiche repressive è giusto e necessario battersi o tornare a battersi nella rivendicazione dei diritti civili, intendendo con essi i diritti relativi alle libertà politiche. L'azione politica deve perciò essere volta all'abrogazione di tutti i reati d'opinione, all'abrogazione del Codice Rocco, all'abrogazione della censura. All'abrogazione del regime di carcere duro, all'abrogazione della carcerazione preventiva. All'abrogazione delle vigenti regole restrittive per la creazione di associazioni di natura cooperativistica e per la riformulazione delle stesse in chiave aperta e permissiva, così da permettere e favorire la nascita di effettive libere cooperative. All'abrogazione delle vigenti regole restrittive su stampa, editoria e frequenze radiotelevisive, per la riformulazione delle stesse in chiave aperta e plurale, così da garantire un'effettiva pluralità nell'informazione che non sia esclusivo privilegio di pochi capitalisti oligopolisti o dello Stato.
    I diritti civili, le libertà politiche, non sono appannaggio di una concezione liberale della politica che non tenga conto dei diritti sociali, come potrebbe pensare chi ricalca una posizione miopicamente dogmatica di una centralità del conflitto capitale-lavoro intesa come un'esclusività. La loro conquista ed affermazione è invece funzionale a gettare le condizioni per poter condurre lotte per i diritti sociali, che altrimenti troverebbero più difficoltà ad essere sviluppate. Sicuramente molti gradirebbero poter concentrarsi solo sulle lotte per i diritti sociali, ma, al di là delle aspirazioni soggettive, occorre prendere atto della necessità dettata da una fase storica di generale repressione e restrizione degli spazi di agibilità politica, vogliasi essere il riflesso dell'accelerarsi delle dinamiche legate sul piano internazionale ad una crisi di un ciclo di accumulazione capitalistico, vogliasi essere causata sul piano interno italiano dalla presenza di un governo di sinistra, che può permettersi di aumentare il grado di repressività rispetto ad uno di destra2 senza subire consistenti contestazioni causa la cosiddetta “sindrome del governo amico”, sindrome tuttavia entrata in crisi e tramontante, vogliasi, sempre sul piano italiano, motivazioni storiche quali il fatto che l'Italia non abbia mai avuto una rivoluzione liberale che sviluppasse un seppur minimo substrato di cultura garantista, assenza a sua volta causata dal dominio esercitato dalle case regnanti più reazionarie d'Europa, se si escludono i più liberali Asburgo-Lorena in Toscana, nonché dalla presenza del Vaticano.
    D'altronde diritti civili e diritti sociali, per quanto i primi siano funzionali al conseguimento dei secondi, non devono portare ad una distinzione in due diverse fasi tra loro distinte, ognuna delle quali funzionale al conseguimento degli uni piuttosto che degli altri, per cui in una prima fase verrebbero ad essere trascurati i diritti sociali demandandoli ad un'imprecisata fase futura. Occorre invece condurre la lotta per l'affermazione delle due fattispecie di diritti contemporaneamente, battendosi per i diritti sociali fin da subito, anche mentre si conducono battaglie per l'affermazione di diritti civili funzionali a loro volta a più facilmente conseguire gli stessi diritti sociali per i quali si sta già lottando. Lotta per i diritti sia civili, sia sociali; rivoluzione al tempo stesso ed ovunque – nessuno Stato o campo escluso – sia politica, sia sociale, quindi rivoluzione integrale.
    A riguardo della possibile natura infinitesimale dei cambiamenti, si può sostenere che tutti i miglioramenti di natura immediata e gradualistica, sia di natura politica, sia di natura socio-economica, da quelli auspicati dai trozkisti, a quelli promossi sotto il nome di riforme di struttura dai socialisti lombardiani in Italia o dalle socialdemocrazie nei paesi scandinavi, possano portare, oltre a primi immediati miglioramenti nella vita dei ceti oppressi, anche a più avanzati equilibri nella contesa sociale. I ceti oppressi, ottenendo vittorie immediate che si traducono in graduali miglioramenti, se sono in grado di non farsi riassorbire dal Sistema acquistano infatti coscienza delle proprie capacità e si rafforzano nella lotta.
    Quello che invece non può accadere è che riforme e miglioramenti immediati cumulantisi si traducano pacificamente in un graduale mutamento cromatico dello stesso sistema di produzione, che insomma si passi dal capitalismo al socialismo gradualmente e senza un punto di rottura netto e storicamente definito. Un processo di avanzata dei ceti oppressi attraverso l'imposizione di riforme migliorative non conduce gradualmente e pacificamente al socialismo, bensì può condurre ad un indebolimento dell'ordine politico ed economico dei ceti dominanti che, lungi dal causare magicamente la spontanea estinzione dello stesso, crei le condizioni per l'insorgere della possibilità di un punto di rottura. Tale punto di rottura, che può attuarsi in una situazione in cui il potere è stato sufficientemente indebolito, per venire in essere dev'essere coscientemente ricercato dai ceti oppressi che, ormai sufficientemente forti, attraverso vie extralegali abbattano il potere dei ceti dominanti, creando strutture di contropotere come delineate nelle riflessioni precedenti.






    1Sul collettivismo burocratico si veda: Bruno Rizzi, La burocratizzazione del mondo, (a cura di) Paolo Sensini, ed. Colibrì, Paderno Dugnano, 2002 (1939). Tony Cliff, The theory of bureaucratic collectivism: A critique, International Socialism 32 (1st series), Spring 1968, (1948).

    2A tal proposito l'avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat, argutamente notava: “Solo un governo di sinistra può fare una politica di destra”. Tra tante frasi citabili si è scelto di riportare questa poiché, se a pronunciarla è stato colui che per molti anni ha rappresentato la figura simbolo del capitalista italiano, è evidente che l'assunto non è il frutto dei deliri di un contestatario fine a se stesso, ma la ragionevole constatazione di chi da tale situazione ne avrebbe tratto diretti interessi.

  8. #8
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    6.
    Lotta all'imperialismo












    Dicono che gli eroi sono in Iraq in divisa /
    chi prende in un mese... euro quindicimila /
    Smettetela con la vostra ipocrisia /
    non me ne frega un cazzo dei fasci a Nassirya /
    nella mia mente c'è sempre Marghera /
    chi è morto ammalandosi sotto una ciminiera


    (Trade Unions, Spezza le Catene)








    Poiché le politiche imperialistiche sono storicamente funzionali agli interessi del sistema di produzione capitalistico, fornendo ai ceti dominanti dei paesi che le attuano sia capitale variabile (manodopera) e materie prime a basso costo, sia offrendo una valvola di sfogo a mercati che hanno la necessità di espandersi, pena la propria saturazione, è combattendo e bloccando l'imperialismo di ogni paese che si può riuscire, oltre prioritariamente a far cessare il massacro di uomini, donne e bambini, considerati dagli occupanti peggio di bestie, vera e propria carne da macello, anche a incrinare la stessa macchina dell'accumulazione capitalistica, portando il sistema così inceppato anche alla crisi ed al suo eventuale collasso. Per far ciò occorre ovunque sostenere i popoli in lotta contro l'imperialismo di qualsiasi paese. Le potenze imperialistiche occupanti possono essere sconfitte causando ad esse costi (sia economici, sia in termini di maggiori perdite possibili di vite umane tra le truppe) superiori ai benefici che dall'occupazione stessa trarrebbero. Ovunque va sostenuta ed incoraggiata la cacciata o l'annientamento degli sgherri prezzolati al servizio dell'imperialismo.
    Il terzo campo socialista, alternativo al Sistema costituito dagli altri due campi liberalcapitalista e stalinista, che sia effettivamente esistente o che invece sia nelle potenzialità oltre che nelle necessità dell'attuale quadro politico, è inscrivibile in un più vasto ed eterogeneo ulteriore “terzo campo” che lo ricomprende. Tale terzo campo più vasto ed eterogeneo è costituito da tutte le realtà in lotta contro il Sistema ed il suo imperialismo (unitario). Occorre dare pieno sostegno tattico a tutti i movimenti antimperialisti inscrivibili nel “terzo campo” in lotta contro gli altri due campi liberalcapitalista e stalinista, avendo come unico discrimine il fatto che questi, nelle lotte contro l'occupazione straniera, non colpiscano indiscriminatamente i civili, prendendo quindi come proprio target solo le truppe – regolari e non – dei paesi imperialisti dispiegate sul territorio, nonché il personale che svolge compiti funzionali sul campo alla prosecuzione di un'occupazione militare.
    Pieno sostegno tattico, dunque, alla lotta di Hamas e degli Hezbollah per la liberazione nazionale e per la distruzione dello Stato razzista e xenofobo d'Israele1, potenza imperialista dell'area; pieno sostegno tattico ai talebani ed alla resistenza irachena per la cacciata – in verticale o in orizzontale – delle truppe delle coalizioni imperialiste (truppe statunitensi, italiane, britanniche, polacche, eccetera).
    Pieno sostegno, inoltre, a tutte le guerre popolari in corso ed alle attività preparatorie nelle aree in cui ancora ne vadano create le condizioni: tra le guerre popolari significativa quella dei naxaliti contro i piani di industrializzazione e devastazione ambientale condotti dagli stalinisti al governo nello Stato indiano del Jharkahnd, funzionali anche agli interessi delle multinazionali che ne usufruirebbero. Pieno sostegno ai movimenti di resistenza indigena che lottano contro il proprio sradicamento, dagli indios dell'Amazzonia ai pigmei dell'Africa, ovunque vi siano lotte contro la distruzione di habitat e culture; pieno sostegno infine ai movimenti di liberazione anticoloniali, dal Portorico alla Nuova Caledonia.
    Nessuno chiaramente si nasconde, in riguardo ai movimenti d'ispirazione islamica, sia le enormi differenze politiche di fondo esistenti, anche nel conseguimento degli obiettivi, sia che movimenti come Hamas, Hezbollah, oltre a veri e propri partiti popolari di massa siano al contempo anche strutture dirette da ceti arabi proto-borghesi o che comunque aspirano ad essere dominanti. E' tuttavia su un piano tattico davvero prioritario ed urgente battersi contro i ceti dominanti affermatamente borghesi e dominanti interni al Sistema. E' sconfiggendo gli Stati a capitalismo più avanzato e interdipendenti tra loro in un unico Sistema ed ordine economico e politico internazionale che si può “rovesciare il mondo”.






























    1La definizione di razzista e xenofobo si adatta ad uno Stato che, oltre ad impedire una vita normale ai palestinesi, racchiusi in veri e propri bantu states, fa discriminazioni sulla base di fattori etnico-religiosi anche per i propri cittadini: agli arabo-israeliani è impedito dalla legge israeliana acquistare terre, così come hanno documenti, targhe e diritti diversi dai propri concittadini che, stando alle definizioni dell'entità sionista, sarebbero di “razza” (!!!) ebraica.

  9. #9
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    7.
    Verso la crisi di un ciclo di accumulazione:
    strategie e prospettive










    Il sistema di produzione capitalistico è caratterizzato al suo interno da fasi di forte accumulazione di capitale e da altre di crisi degli stessi processi d'accumulazione. Può sostenersi che il Capitalismo stesso sia suddivisibile in cicli di accumulazione nei quali ad una fase espansiva che raggiunge il suo apice segue una seconda fase di regressione e di stagnazione. Al giorno d'oggi vari segnali quali il moltiplicarsi dei fallimenti del mercato, le sempre maggiori difficoltà nell'economia mondiale, gli scandali e le crisi con cui devono confrontarsi gruppi industriali internazionali e multinazionali, per quanto avvengano ancora ad uno stato larvale dai contorni affatto definiti fanno tuttavia ritenere che siamo agli inizi di una fase di crisi di un ciclo di accumulazione capitalistico. I ceti dominanti dei vari paesi di fronte a questi primi segnali hanno già iniziato ad adoperarsi nel tentativo di evitare che la crisi dell'attuale ciclo di accumulazione entri nel vivo, cercando quindi di fare il possibile per arginarla e rendere possibile una ripresa dell'economia globale prima che il punto di non ritorno imponga al ciclo il suo naturale decorso.
    Per far riprendere l'economia si cerca, tra le altre misure, di tornare ad investire massicciamente sull'industria bellica degli armamenti e di espandere le reti di traffico così da procurare un'accelerazione dei traffici commerciali che rivitalizzi con effetti a catena l'intero indotto economico.
    Alle fasi espansiva e di stagnazione/regressione del ciclo di accumulazione corrispondono rispettivamente periodi di più o meno alta quantità di ricchezza e risorse disponibili per la società. I momenti di maggiore fermento sociale e di maggiore conflitto sociale sono rintracciabili agli estremi opposti delle due fasi: all'apice di una fase espansiva l'abbondante quantità di ricchezza prodotta e di risorse disponibili se non genera un periodo di disimpegno ed imbonimento può comportare l'incrementarsi delle conflittualità sociale tra i gruppi ed i ceti per l'allocazione del surplus di ricchezza e risorse presenti. All'opposto, all'apice di una fase di stagnazione la scarsità di ricchezza e risorse disponibili se non genera un periodo di disperazione e rassegnazione che può anche spingere all'inazione può comportare un aumento della conflittualità sociale tra i gruppi per l'allocazione delle scarse risorse presenti. In generale si può concludere che lo sviluppo di fasi rivoluzionarie e di maggiore conflittualità è più probabile negli estremi del ciclo sopra descritti: basti pensare al Sessantotto, successivo agli anni di boom economico che si erano precedentemente avuti e, al suo corrispettivo, il Settantasette, che cade in un periodo in cui il forte sviluppo degli anni precedenti è ormai definitivamente cessato, e dove si sostanziano la non convertibilità del dollaro in oro e l'austerity. La strategia da perseguire al giorno d'oggi, in una fase di crisi del ciclo di accumulazione capitalistico, può perciò essere quella di spingere verso l'accelerarsi della crisi stessa, cercando di impedire la ripresa dell'economia globale e di far quindi esplodere le contraddizioni sociali. Tutto ciò può essere perseguito contrastando i ceti dominanti proprio nei settori strategici per la ripresa delle economie nazionali e globale: contro l'industria degli armamenti e lo sviluppo di infrastrutture per l'incremento dei trasporti e l'abbattimento dei tempi di percorrenza vanno opposti l'antimilitarismo e la lotta alle nocività. Inoltre l'antimilitarismo non è altro che il corrispettivo sul piano interno dell'antimperialismo, che lo integra e lo sostanzia nella lotta per l'autodeterminazione di tutti i popoli contro il Sistema. Per quanto riguarda le lotte contro le nocività, che solitamente sono lotte locali, l'esperienza degli ultimi anni mostra come a fronte di un periodo di generale arretramento sui fronti della classiche lotte politiche e sindacali, le lotte delle comunità riescono sempre più spesso a vincere: è anche e soprattutto attraverso di queste che si può perciò pensare possa avvenire da parte degli oppressi una presa di coscienza delle proprie potenzialità.
    Se si è detto che le lotte sindacali non riescono a vincere come facevano in passato, ciò non significa che vadano abbandonate e che il sindacato abbia esaurito il suo ruolo; significa anzi ripensate in chiave più innovativa le strategie di lotta sindacale, partendo dall'esempio dei lavoratori dei trasporti in Italia che, non avendo ottenuto un rinnovo del proprio contratto di lavoro per oltre due anni attraverso scioperi su scioperi regolarmente convocati, lo hanno ottenuto dopo soli due giorni mettendosi d'accordo in malattia tutti in massa; oppure partendo dall'esempio di quanto facevano fino ai decenni trascorsi i sindacati in India, la cui forza numerica permetteva ad essi di circondare la casa dei datori di lavoro impedendo loro di uscire finché non avessero firmato il contratto così come proposto dai sindacati stessi. Ma significa anche ripensare il ruolo del sindacato, che potrebbe espandere le sue funzioni dalle lotte economiche anche a tutta un'altra serie di lotte, da quelle a difesa dei consumatori e dell'ambiente, fino a quelle più propriamente politiche.
    Nella lotta contro la repressione, di cui in generale si è già detto sopra, nelle precedenti riflessioni, va infine considerata la necessità di mettere in discussione e superare la storica remissività di fondo che ha caratterizzato il movimento operaio e socialista fino ai nostri giorni: durante la Comune di Parigi non si fece nulla contro la Banca di Parigi che continuava tranquillamente a fornire oro al governo Thiers, tiepide furono le risposte alle numerose sparatorie dei carabinieri durante i comizi socialisti dell'Ottocento in Italia, debole fu nel primo dopoguerra la reazione alle squadracce fasciste (i partiti socialista e comunista spesso arrivarono addirittura a sconfessare gli Arditi). Il “Movimento” attuale in questo senso deve rompere con tale tradizione storica di passività e di remissività, cercando, ove possibile, di rispondere con una forza uguale ed opposta alle proprie controparti.
    Le modalità attraverso cui perseguire i diversi obiettivi proposti nella presente trattazione possono essere i più vari a seconda della valutazione da parte di ciascun gruppo sull'esistenza delle condizioni adatte. Non si vuole quindi universalmente proporre l'adozione in modo esclusivo di alcune forme di lotta, escludendone parimenti universalmente altre: controinformazione, manifestazioni, sciopero, partecipazione alle elezioni, sabotaggio, lotta armata ed altro sono possibili in diversi tempi e contesti, a seconda delle particolari condizioni materiali che si presentano; una modalità d'azione non ne esclude inoltre la contemporanea adozione di altre.




















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    Lo leggerò attentamente . . . . Sicuramente oggi su questo forum si aggiunge un grosso pezzo di idee politiche e culturali
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