LE conseguenze DIRETTE ED INDIRETTE dell’annessione :
Il nuovo sistema bancario e il Bilancio iniziale del neo stato italiano.
Al momento dell’unità in Italia c’erano solo due grandi banche: il Banco
delle Due Sicilie (Banco di Napoli e Banco di Sicilia) e la Cassa di
Risparmio di Milano (delle province lombarde). La prima era nettamente
in testa con depositi per 200milioni di lire del tempo contro i 120
della seconda; il Banco delle Due Sicilie era un’istituzione pubblica
seria e stimata all’interno e all’estero, le sue fedi di credito (una
specie di moneta cartacea) avevano una storia secolare ed erano
apprezzate più dell’oro perché interamente garantite nel loro valore
nominale che era pagabile a vista con monete contanti, sia negli
sportelli del Banco sia nelle tesorerie provinciali [1].
Nei primi cinque anni dall'unità si scatenò una lotta feroce tra il
Banco di Napoli e la Banca Nazionale (piemontese) ma mentre al Sud
proliferarono le Casse di Deposito del Nord, un quarto di quelle che
saranno costituite in Italia in quegli anni, il Banco di Napoli doveva
invece ottenere l'autorizzazione statale per aprire filiali nel
settentrione d’Italia. È evidente che lo scopo finale era di
privilegiare gli interessi della borghesia del nord a scapito di quella
meridionale.
Al momento dell’unità vennero stabiliti 5 istituti di emissione, con
diritto, quindi, di battere moneta per conto dello neo Stato: Banca
Nazionale (ex Banca Nazionale Sarda), la Banca Toscana, il Credito
Toscano, il Banco di Sicilia ed il Banco di Napoli, aumentati a 6, con
la Banca Romana, dopo il 20 settembre 1870, e poi ridotti a soli tre nel
1893, anno di nascita della Banca d’Italia, che si affiancava al Banco
di Napoli e al Banco di Sicilia.
Ai suddetti 5 istituti bancari fu riconosciuto anche il compito di
ritirare dalla circolazione le vecchie valute e di unificare i bilanci
dei singoli Stati italiani preunitari in un unico Bilancio Nazionale. La
situazione apparve subito molto difficile [2], si partì con un
disavanzo, relativo al solo anno 1860, di 39 milioni di lire dell’epoca
dovute al saldo negativo tra i bilanci che erano, in quell’anno, in
attivo (Lombardia, Emilia, Marche, Umbria, Regno delle Due Sicilie) e
quelli che erano in passivo, capitanati dal Regno di Sardegna con 91
milioni di lire e seguito dalla Toscana con più di 14.
Questo, però, era il meno perchè al bilancio del neonato regno d’Italia
bisognava aggiungere l’ammontare del debito pubblico dei singoli stati
che ammontava, per il solo anno 1861, a 111 milioni di lire di cui ben
63 dovuti al regno di Sardegna (57% del totale).
Quello complessivo raggiungeva la astronomica cifra di 2 miliardi
241milioni 870mila lire dell’epoca. Di questi poco più di 440 milioni di
lire circa erano portati dalle Due Sicilie, che però erano completamente
garantiti tanto che i suoi certificati erano quotati a Londra ben oltre
il valore nominale.
Il regno di Sardegna portava in eredità al nuovo stato, il triplo: più
di 1 miliardo e 200 milioni. [per aggiornare le cifre ricordiamo che 1
lira dell’epoca equivale a circa 7.302 lire dell’anno 2001].
Vittorio Emanuele con la compagna Rosa Guerrieri
Questo debito era dovuto a due cause: la pessima bilancia commerciale
piemontese, in continuo passivo dal 1849 al 1858 e ai costi di una
onerosissima politica estera che imponeva l’accensione di enormi
prestiti con le grandi potenze amiche (l’Inghilterra e la Francia),
basti pensare, ad esempio, che il debito per la spedizione di Crimea del
1855 fu estinto addirittura nel 1902.
Tav. 1 - 1860: raffronto del debito pubblico (in milioni di lire
dell’epoca) [3]
NAPOLI
PIEMONTE
Debito pubblico consolidato
441,23
1.271,43
Interessi annui
25,181
75,474
“Ci fu un indebitamento colossale, coprire un debito con un altro
debito, pagare una rata d'interessi facendo ancora un debito era
diventato il sistema di governo: tra il 1849 e il 1858 il Piemonte
contrasse all'estero, principalmente con il banchiere James Rothschild,
debiti per 522 milioni - quattro annate di entrate fiscali. Si sostiene
che lo Stato sabaudo si piegò alla necessità della unità nazionale e si
aggiunge che è doveroso essere grati ai Savoia; di certo - di storico -
c'è solo il fatto che il Regno di Sardegna se la cavò riversando i suoi
debiti sul resto dell'Italia autoannessasi.” [4].
Tav. 2 - Andamento del debito pubblico nel Regno di Napoli e in Piemonte
(in lire dell’epoca) [5]
REGNO DI NAPOLI
PIEMONTE
Debito a tutto il 1847
Lire
317.475.000
168.530.000
Debito a tutto il 1859
Lire
411.475.000
1.121.430.000
Incremento nel periodo
%
29,61%
565,42%
Interessi sul D.P.
Lire
22.847.628
67.974.177
Popolazione residente
6.970.018
4.282.553
Debito pro-capite
Lire
59,03
261,86
PIL
Lire
2.620.860.700
1.610.322.220
D.P./PIL
%
16,57%
73,86%
Interessi D.B./PIL
%
0,87%
4,22%
“Dal 1830 al 1845 la quota delle spese militari [piemontesi] non fu mai
inferiore al 40% della spesa statale complessiva. Con la prima guerra di
indipendenza l’incidenza delle spese militari su quelle totali raggiunse
nel 1848 e nel 1849 rispettivamente il 59.4% e il 50.8% ... con la
guerra del 1859 e 1860....raggiunse rispettivamente il 55.5% e il 61,6%
…. mentre per l’assistenza sociale, l’igiene e la sanità, la pubblica
istruzione e le belle arti, raramente nell’insieme si destinò
annualmente più del 2% della spesa totale”[6]
Per quanto riguarda il Tesoro il contributo più alto lo pagò il Sud che,
al momento della annessione, partecipò per i 2/3 alla sua costituzione e
mentre la moneta delle Due Sicilie era garantita interamente in oro,
quella piemontese lo era solo per una lira su tre.
Tav. 3 - Riserva aurea a garanzia della moneta circolante degli antichi
stati italiani al momento delle annessioni (espresse in lire dell’epoca)
[7]
Stati Italiani preunitari
Milioni di lire
Due Sicilie
443,2
Lombardia
8,1
Ducato di Modena
0,4
Parma e Piacenza
1,2
Roma (1870)
35,3
Romagna, Marche e Umbria
55,3
Piemonte
27,0
Toscana
85,2
Venezia (1866)
12,7
TOTALE
670,4
Le Due Sicilie “scoppiavano” di salute come metallo monetato,
integralmente garantito in oro, tanto che le riserve auree erano, per
abitante, il doppio di quelle degli altri stati europei ma, anche a
questo proposito, il Corano-Donvito critica la “staticità” del credito
meridionale che concedeva prestiti a tasso troppo alto e “conforme del
tutto a questa dei privati [che preferivano risparmiare piuttosto che
investire] era la condotta del Banco di Napoli, il quale dava altresì
prova, esempio di inerzia dei capitali, tenendo in semplice deposito
ordinariamente l’enorme somma -per quei tempi- di 120 a 130 milioni di
lire….. bisogna concludere che nell’ex Regno delle Due Sicilie si
perdevano annualmente i profitti che si sarebbero potuti ricavare dalla
somma [nel complesso] di 300 milioni, se questa fosse stata investita in
speculazioni agricole, industriali e commerciali con l’aiuto del
credito…invece quel valore marcisce negli scrigni dei proprietari”[8] La
gestione della nuova finanza pubblica del regno d’Italia, invece di
farsi carico di programmi di sviluppo economico del nuovo Stato,
rincorse illusori obiettivi di “pareggio del bilancio”. Per ottenere ciò
si imposero nuovi tributi, ci si affrettò a svendere sottocosto i beni
demaniali e quelli ecclesiastici con colossali profitti per gli
acquirenti e cattivi affari per lo Stato.
Giuseppe Ressa
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[1] dati tratti da Nicola Zitara “La gran cuccagna dei fratelli
d’Italia”, Riv. Due Sicilie 2-2004.
[2] i dati successivi sono tratti da “l’Italia economica nel 1873,
Pubblicazione Ufficiale”, Roma, Barbera, 1874 (II ed.riveduta) che
ripercorre tutto il cammino del bilancio dello Stato dall’Unità in poi;
riportata da Aldo Alessandro Mola in “L’economia italiana dopo l’unità”,
Paravia, Torino, 1971, pagg. 12 e segg.
[3] Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860,
Giacomo Savarese, Napoli - tipografia Gaetano Cardamone - 1862
[4] Nicola Zitara, “L’unità truffaldina”, op. cit.
[5] Giacomo Savarese, op. cit.,modif.
[6] Anteo d’Angio, La situazione finanziaria italiana dal 1796 al 1870”
in Storia d’Italia De Agostini. 1973, vol.VI, pag. 241 riportata da
Antonio Socci, La dittatura anticattolica, Sugarco, 2004
[7] Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze, Pierro, 1903, p.292.
[8] op.cit. pag.65-107
Giuseppe Ressa
P.S.
ILPORTALEDELSUD.ORG.mr0_50.htm




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