Possono convivere cultura e bilanci in attivo? E i finanziamenti alle attività culturali devono provenire esclusivamente dal settore pubblico? Quali soluzioni gestionali sono pensabili?
Ne abbiamo parlato con Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberale del quale più volte abbiamo pubblicato analisi, commenti, e interventi.

Il Teatro Marrucino di Chieti è in crisi, e come spesso capita in questi casi ci si appella a Comune, Provincia e Regione perché risolvano la situazione. Considerando anche il fatto che spesso le stesse istituzioni che dovrebbero risolvere le crisi di teatri, musei e orchestre sono corresponsabili del disastro, è possibile immaginare altre forme di finanziamento alle attività culturali?
Certo che è possibile. La politica è una droga dalla quale la cultura deve disintossicarsi. I consigli di amministrazione vengono nominati dal pubblico, e poi costretti ad operare secondo criteri che piacciano agli amministratori. C’è da stupirsi se producono inefficienze? Per nulla. Persino chi avesse sinceramente voglia di fare bene, sarebbe azzoppato dal sistema. Ci sono, è vero, personalità di eccellenza. Ma quanto è difficile lasciare spazio al merito, alla buona gestione!
Perché? Per due motivi. I sussidi rendono possibile ragionare indipendentemente dalle preferenze dei consumatori. Questa è la prima metà della ricetta per il dissesto. La seconda metà è data dal fatto che il buon funzionamento delle imprese si basa su un banale dato di realtà: anche il più arrogante dei manager, deve rispondere ai suoi azionisti. Gli azionisti si aspettano risultati - non favori o visibilità che permetta loro di brillare di luce riflessa.

Spesso sentiamo dire che la cultura è un bene pubblico e come tale andrebbe gestita e finanziata dal settore pubblico. Molti sembrano inoltre pensare che attività culturali gestite e finanziate da privati baderebbero esclusivamente all’incasso penalizzando l’Arte con la A maiuscola. Il risultato sarebbe dunque, per fare qualche esempio, più fratelli Vanzina e meno Bernardo Bertolucci al Cinema, più Bagaglino e meno Pirandello al Teatro, più Vasco Rossi e meno Mozart nella programmazione concertistica. È proprio così? Senza i soldi dei contribuenti la ‘grande arte’ è destinata a scomparire?
La grande arte non incontra i gusti del pubblico? È difficile dare una risposta sola, a questa domanda. Mentre è vero che le preferenze del grande pubblico sembrano andare in altra direzione, lo è altrettanto che molto spesso la “grande arte” fa poco per farsi amare. Spesso si privilegiano criteri pensati per fare a pugni col gusto del pubblico, esagerando col purismo filologico, o privilegiando la logica per cui la massa è buona solo da “scioccare”.
La forma espressiva più compiuta del secolo scorso, il cinema, è essenzialmente in linea con i gusti del grosso pubblico. Guarda caso, è tipicamente americano, e capace di attrarre grandi risorse sul mercato. Il cinema italiano, tenuto a galla coi quattrini del contribuente, non produce risultati paragonabili a quelli di Hollywood. E, oserei dire su un piano “morale”, bisognerebbe anche chiedersi se sia accettabile usare i soldi dei contribuenti, per sponsorizzare prodotti che a loro non piacciono.
Certo, ci sono delle grandi difficoltà. La musica colta ha problemi, ovunque nel mondo, a “svecchiare” il pubblico che le è fedele. Ma siamo sicuri che sia meglio affidarsi a burocrati e politici, anziché a degli imprenditori mossi dal motivo del profitto, per elaborare strategie di svecchiamento? Non servono, anche in questo campo, idee nuove?
Se ci guardiamo attorno, vediamo abbondanti inefficienze. A Milano capitano sere in cui ci sono quattro, cinque concerti di musica colta. Sono in grado di competere gli uni o con gli altri? O non c’è piuttosto una dispersione di risorse che potrebbe essere razionalizzata sul mercato?
Pensiamo alla lirica, che è costosissima, vuoi per il suo “star system” vuoi per i costi vivi. Fare “girare” di più gli stessi allestimenti non potrebbe servire a ridurre i costi?
Quella che oggi noi consideriamo “grande arte” è stata prodotta secondo meccanismi sostanzialmente di mercato. Il mecenatismo privato è una delle caratteristiche di una società prospera e nella quale il ruolo della società civile non viene depresso. Pensare che non ci sarebbero mecenati interessati a sostenere l’opera, imprenditori capaci di farne un business redditizio, e consumatori in grado di apprezzarla, significa pensare davvero male dei nostri concittadini.

Di cosa ha più bisogno la programmazione culturale in Italia?
Ha bisogno di tante cose. Di guardare negli occhi i suoi consumatori, tanto per cominciare. Di manager che vogliano provare a gestire teatri e musei sulla base di criteri seri e non politici. Di imprenditori che sappiano valorizzare il nostro patrimonio artistico, che non dovrebbe essere un pozzo nel quale vengono gettati i denari di noi tutti, ma un vantaggio competitivo. Di persone appassionate, che cerchino davvero di svecchiare la fruizione del bello, senza pensare utopisticamente che la passione per la bellezza, l’arte e la musica possa essere conculcata negli anni della scuola dell’obbligo, ma facendo appello a quella scintilla di divino che c’è in tutti noi.
Tutte le sue domande tradiscono un pregiudizio: che ciò che è “alto” culturalmente parlando, non sia fruibile dalla massa. Ma cosa c’è di più universale e immediato, nelle emozioni che trasmette, della musica sinfonica? E cosa c’è di più complesso e “alto” sul versante della produzione artistica?
Dobbiamo ripensare la cultura partendo dalle preferenze della gente. Scommettendo non sull’educazione del popolo - ma sulla rinascita della capacità imprenditoriale, di avvicinare il più ampio numero di persone al bello.

Ci sono esempi positivi da altri Paesi che potremmo ‘importare’?
Negli Stati Uniti vige un sistema “misto”: lo Stato aiuta l’arte, ma attraverso un regime fiscale di favore. Questo permette di far sì che le decisioni riguardo cosa finanziare e cosa no non siano prese da burocrati: ma da individui e imprese che donano in cambio di una esenzione fiscale. Anche la cultura ha bisogno di “liberalizzazioni”.

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