Casa Pound: al di qua del muro
UN CANCELLO CHIUSO. Oltre le sbarre, i volti, gli sguardi. Valicando
la soglia di Casa Pound, attraversando quel cancello sembra di accedere in una realtà «altra». Parallela, alternativa.
Ti travolge, rispetto alla quotidianità, alla frenesia, al tempo che va avanti con il suo intercedere incessante e, senza un attimo di tregua.
Quando quel cancello si apre, tutto si ferma. E rimane immobile. A parte loro, i giovani di estrema destra che dentro quella palazzina abbandonata da circa sette anni, hanno dato vita ad un microcosmo che si muove e si esprime in un linguaggio che solo in «pochi» comprendono e riescono ad accettare. «Ci è stata concessa una proroga fino al 4 dicembre, poi dovremmo sgomberare lo stabile che abbiamo «occupato»». Parla Enzo. E inizia la descrizione di quella realtà parallela, praticamente incompatibile con quella «normale».
«Questo posto è diventato una casa, una famiglia. L’abbiamo sistemato portando qui 3/4 delle nostre case, per dare concretezza alle nostre idee, alle nostre iniziative sociali prive di alcuno scopo di lucro. Lo facciamo perché vogliamo agire in questa società, malata e viziata dalla speculazione, senza secondi fini, solo per cercare di sovvertire un sistema che non funziona e che non risponde alle reali esigenze delle persone in difficoltà». Enzo dà voce al gruppo, che annuisce e conferma le sue parole. Tutti uniti, tutti d’accordo. Come un «blocco» granitico,fratelli d’ideali. «Abbiamo cercato di affrontare con le nostre minime risorse, una serie di disagi che l’Amministrazione ignora perché vuole ignorare. Abbiamo accolto a Casa Pound dieci persone senza un tetto, con problemi economici, privi di familiari. Abbiamo dato loro un letto, da mangiare, il sostegno e il senso di appartenenza ad una comunità.
Si tratta di persone oneste che meritano perlomeno dignità. Quella che fuori da queste mura sicure gli è stata negata dalle istituzioni e dalla società che li ha emarginati». Enzo parla di emergenza abitativa. Parla di una diffusa indifferenza dell’amministrazione nei confronti della necessità di realizzare un centro di riferimento, per togliere i giovani dalla strada, dalla droga, dalla criminalità occasionale. «Non abbiamo ‘occupato’ per sfruttare uno spazio libero al fine di fare indisturbati i nostri comodi. Non spacciamo qui, non beviamo, non facciamo uso di droghe. Paghiamo le bollette con i nostri risparmi, senza ricevere contributi o finanziamenti dal Comune o da altri enti». Si definiscono un «laboratorio di idee». Cinema, tornei di carte, occasioni di aggregazione.
«Apriamo le porte a chiunque sposi la nostra causa, quella di avere
una scelta contro l’emarginazione e l’alienazione giovanile. Tutto solo
per perseguire un valore prioritario, attualmente estraneo alla mentalità dilagante, decisamente ipocrita e qualunquista, quello della «giustizia sociale»». I ragazzi del gruppo si stringono intorno al suo pensiero, e intervengono sottolineando un altro aspetto importante. L’appoggio e la collaborazione con il loro ramo giovanile,
«Blocco studentesco». «Il nostro movimento ha radicato le sue radici anche all’interno della scuola, luogo in cui la speculazione arbitraria delle istituzioni non ha limite. Un esempio calzante, il sacrificio economico necessario per l’acquisto dei libri.
Ognuno di noi è stato seduto sui banchi, ognuno di noi sa che la misura del diritto allo studio assume spesso, purtroppo, le sembianze di quelle targhette con su affisso il prezzo. Accade per la maggior parte delle famiglie.
Abbiamo organizzato un mercatino dell’usato per aiutare i genitori ad avere i testi scolastici al 50%. Non abbiamo guadagnato nulla da questa iniziativa, solo la soddisfazione di aver aiutato». In più, una libreria. Enzo si accende una sigaretta mentre gli altri continuano a parlare. La molla è scattata, la voglia di comunicare il loro entusiasmo emerge palesemente.
«Con poco, ci siamo attivati per acquistare dei libri «non convenzionali». Le persone, i ragazzi li possono comprare venendo da noi». Il 4 dicembre. L’ultimatum. «Se entro il 15 dello stesso mese saremmo ancora dentro, arriveranno le forze dell’ordine. Ma siamo pronti. La resistenza verrà protratta ad oltranza, attraverso l’uso di qualsiasi metodo. Dal dialogo, allo scontro fisico». Quell’atmosfera surreale, propria di un mondo perduto, non si smorza. Rimane fissa, come le foto in bianco e nero esposte sulle mensole della scrivania. Come i frammenti dei manifesti attaccati sulle pareti. «Dal nulla, qui dentro, è nato qualcosa. Dove da sempre c’è «qualcosa», fuori da qui, nelle viscere di questa città, non è mai nato nulla».
Un paradosso se si pensa che ragazzi di destra stanno parlando della città amministrata dalla destra da quindici anni. Enzo, conclude così il suo racconto. I cancelli si chiudono, come per proteggere quel mondo alternativo dalle invadenze di ciò che c’è al di là della soglia di Casa Pound.
Alessia Andrisani
Il quartiere inventato dalle imprese a dieci metri dallo stabile
Alloggio a tutti i costi
LE occupazioni delle case Inpadap e le baraccopoli, la graduatoria da 1.500 domande per gli alloggi popolari e la protesta illecita e disperata che ha portato a CasaPound vanno tutte nella stessa direzione. E conducono alla «questione abitativa».
La città che ha sfornato il maggior numero di abitazioni civili negli ultimi cinque anni è anche la stessa che non riesce a dare una risposta alla fame di case delle fasce sociali ed economiche più deboli. E’ una città che ha vissuto al di sopra delle sue possibilità e non ha voluto guardarsi dentro, guardare oltre il palazzo Pegasol e i grattacieli del centro direzionale. Il paradosso più evidente è proprio a due passi da Casa Pound. Appena cento metri oltre la palazzina occupata le imprese edili private hanno costruito in due anni un quartiere da cinquemila abitanti.
E neppure mezzo campo sportivo o una pista di pattinaggio. Persino la scuola elementare e la chiesa di Santa Maria Goretti sono diventate troppo piccole per un quartiere così grande. Non era previsto. Appunto. Questo quartiere è nato al di fuori di qualsiasi programmazione.
C’era un’area disponibile e un capannone industriale venduto all’asta e quelli che hanno comprato l’una e l’altro hanno deciso cosa farne. Case. Ma non per tutti. Da due anni si è fatta più acuta la necessità di alloggi a basso costo di affitto ed acquisto a Latina. Da un anno è scattata, letteralmente, l’emergenza e guarda caso la data coincide con l’occupazione dello stabile Enel da parte dei giovani di CasaPound. Ma da due anni l’amministrazione comunale di Latina sostiene che verranno realizzato circa 170 nuovi alloggi nell’area ex Svar in edilizia convenzionata (cooperative); e aggiunge che grazie al contratto di quartiere saranno disponibili ulteriori 130 alloggi
popolari. Il progetto ex Svar è stato inaugurato due volte e due volte è stato «benedetto» e fotografato il plastico. Il contratto di quartiere è stato illustrato due volte nel dettaglio dall’assessore all’urbanistica. Ma restano progetti che appartengono al futuro remoto. Per adesso non è stato messo giù nemmeno un «mattone», per usare il termine più amato a Latina. In realtà la politica della casa (popolare) non è nell’agenda amministrativa.
E forse non ci entrerà mai davvero. Tranne il giorno di qualche sgombero forzato a CasaPound o negli stabili Inpadap dove si sono rifugiati quelli che non riescono ad avere una casa popolare «normale».
Lo sgombero previsto per metà dicembre
Un caso «spinoso»
UN anno da occupanti abusivi, un anno di strumentalizzazioni, di promesse, di incredibili, palesi, coperture da parte dell’amministrazione provinciale e anche di quella comunale.
Questo è stato Casapound sul piano politico. L’assessore ai servizi sociali, che è presidente provinciale di An, non avendo il coraggio di dire che il palazzo andava restituito ai proprietari ha scandalosamente tirato fuori la storia «sociale» dell’emergenza casa. Nella consapevolezza che a questa emergenza si è arrivati perché l’amministrazione che lo stesso partito di Bianchi appoggia non costruisce case popolari da quindici anni. Sostanzialmente in questi mesi il bubbone dell’occupazione della palazzina Enel è stato messo da parte. Fino ad oggi, quando è diventato certo lo sgombero forzato del 14 dicembre. L’occupazione dei giovani di destra ha anche un’altra faccia ed è quella che dimostra platealmente quanto
manchino gli spazi sociali di aggregazione per i più giovani. In una città che ha realizzato un numero infinito di centri commerciali ma nessun luogo dove la cultura sia fruibile a basso costo, magari gratis. La politica giovanile del governo di centrodestra smentita dai giovani di destra. Più dura di così... D’altronde i tagli all’ultimo bilancio passato in Consiglio hanno colpito la cultura, la politica per i giovani, l’istruzione, i servizi, l’assistenza, gli investimenti nelle strutture sportive. Mica le spese di rappresentanza, le convenzioni e le consulenze di urbanistica. Ora è più che mai, quindi, Casapound è un caso spinoso. Lo sgombero ripristina la legalità come succede
(è già successo) nelle città «normali». Ma il problema è cosa succederà dopo: non c’è nessun altro spazio dove il Comune o la Provincia possono invitare questi ragazzi di destra, o i loro coetanei di sinistra o tutti gli altri a stare insieme per poter mettere in campo creatività e iniziative culturali. (gdm)
Radio Littoria
VA in onda sulle frequenze di «Radio Bandiera Nera», solo su internet, tre volte a settimana. Si chiama «Daje Littoria», ed è una trasmissione di approfondimento, di opinione. Gli argomenti, quelli che costituiscono la base del credo del movimento. La chiave in cui vengono analizzati, seria e, considerato il titolo, ironica. «Per coinvolgere gli ascoltatori, per indurli a riflettere con la giusta dose di coscienza e leggerezza. Non vogliamo annoiarli ma renderli partecipi»
Cosa dice la legge
PROBLEMA «OCCUPAZIONE». Un «occupazione» definita dalle autorità, contro la legge. Una questione che si base sulla fondamentale distinzione che viene effettuata dal codice civile , precisamente dall’articolo 823. Il capo secondo prevede la distinzione fondamentale in base alla quale vengono ripartiti
i beni di appartenenza dello Stato e degli Enti Pubblici. Da una parte il patrimonio dei beni pubblici indisponibili, per i quali la legge prevede una forma di autotutela amministrativa che prescinde da qualsiasi intervento dell’autorità giudiziaria. L’Ente proprietario, può infatti emettere autonomamente un provvedimento di sgombero nei confronti di chi, senza alcun titolo, occupa il bene stesso.
La ragione di tale potere amministrativo risiede nella destinazione pubblica primaria che esso assolve e che non può essere alterata se non dall’Ente proprietario. In qualunque momento, può trovare espressione questa forma di autotutela amministrativa, anche dopo diverso tempo dal momento dell’effettiva appropriazione, in questo caso dell’immobile.
Se si tratta di beni pubblici compresi all’interno del patrimonio disponibile, non è attuabile lo sgombero nelle forme dell’ autotutela ma è indispensabile l’intervento dell’autorità giudiziaria ordinaria. La questione sconfina infatti nell’area privatistica, come se, nel nostro caso, il Comune fosse un cittadino.
Oltre a questa differenza, una sentenza della Cassazione del 1994,
precisa la rilevanza dell’atteggiamento effettivo ed attuale dell’Ente nei confronti dell’immobile «oggetto del contendere». Per il quale viene esclusa l’autotutela se, nel momento in cui si procede, al bene non è stata assegnata alcuna destinazione di pubblica utilità. Considerato che la palazzine è abbandonata da più di sette anni, che i ragazzi di Casa Pound, risiedono all’interno della palazzina dell’Enel da circa due e considerato che si sono fatti carico del pagamento delle bollette, è indubbio che il Comune fosse a conoscenza della loro permanenza e della natura delle attività da questi svolte all’interno dello stabile. Il provvedimento è quindi legittimo?
Spartaco e gli altri
SPARTACO, Tricheco, Giorgione, il Bello, il Fantasma.
Sembrano i soprannomi dei protagonisti di un romanzo di Pasolini. Eppure non è così. Stiamo parlando invece dei ragazzi che il 29 dicembre 2006 hanno occupato un'intera palazzina alle porte del centro, sulla circonvallazione. «Era uno stabile in disuso, tanto che per entrare non abbiamo dovuto nemmeno forzare la porta».
Il problema è che quell’immobile aveva un legittimo proprietario, l’Enel. Così è cominciata la storia di Casa Pound a Latina. Il nome è stato scelto come omaggio ad Ezra Pound di cui si dichiarano strenui ammiratori. Come il poeta americano questi ragazzi dichiaratamente di estrema destra, rivendicano «la centralità dell'homo faber, che considerano vittima della società moderna e più in generale del capitalismo finanziario». O più semplicemente dell' «usura», per utilizzare un termine caro a Pound. Ecco spiegato allora, «a modo loro», il motivo delle occupazioni: il diritto alla casa è imprescindibile e pertanto l'affitto è da considerarsi alla stessa stregua dell'usura.
Il loro progetto però non si limita a dare ospitalità ai senzatetto (rigorosamente italiani). Nei loro occhi si legge la viva speranza di trasformare l'edificio in un vero e proprio luogo di incontro per giovani ed anziani. Resta però una domanda di fondo: perché è stata scelta la via dell'occupazione?
In fin dei conti è un reato. Perché è stata scelta la via dell’illegalità? I ragazzi provano a spiegarlo usando il termine generico «giustizia sociale». «Che non coincide mai con la giustizia penale» precisano. Probabile, ma la sensazione è che questi ragazzi siano animati più che altro da una ricerca disperata di «identità». E poco importa se si scomodano concetti e simboli politici in evidente contraddizione.
Occupano e non fanno mistero della loro fede politica. Si dichiarano ferventi attivisti della Fiamma Tricolore ma non parlano il «politichese». Vengono dalla strada e per politica intendono il significato «aristotelico» dello stare in mezzo alla gente cercando di affrontare i problemi reali cercando di tenersi alla larga dai meandri della burocrazia.
Con un po’ di presunzione si definiscono un’avanguardia culturale, affatto nostalgica, che cerca di contemperare, se possibile, il «vecchio» e il «nuovo». Sono fieri nemici del «carovita» i ragazzi di Casa Pound (chi non lo è?) e della speculazione edilizia (e a Latina hanno di che discutere). Adesso chiedono al Comune di acquistare l’immobile «anzichè fare spese inutili». Progetto che si inserisce in quello più ampio di costituire un ente regionale che costruisca con fondi pubblici su terreni demaniali case popolari a basso costo utilizzando materiali rinnovabili e affidando il progetto a giovani architetti. La loro è una battaglia, forse, senza speranza. La società proprietaria dell'immobile la Dalmazia e Trieste Srl, collegata all'Enel, ha infatti presentato al giudice un «atto di reintegro del possesso».
In pratica vuole riavere il palazzo e in merito a tale richiesta il giudice ha già espresso parere favorevole. Per il 4 dicembre è previsto l'arrivo dell'ufficiale giudiziario per la notifica dell'atto. Se, come sembra, i ragazzi dovessero opporsi, non si profilano alternative allo sgombero forzoso. Casa Pound ha dunque i giorni contati. E dopo? Che ne sarà dei dieci inquilini che vivono da più di un anno all’interno dell’edificio? Al Comune l’ardua sentenza. Politica, si intende.
Gianni Fanetti
«BLOCCO STUDENTESCO»
E’ il movimento giovanile che appartiene al gruppo Casa- Pound. Si muovono nell’ambito delle scuole superiori della città.
LE CONFERENZE
Due o tre volte al mese i militanti organizzano dei convegni
di politica e attualità invitando personaggi illustri.
LA LIBRERIA
«Non conforme» Per autofinanziare le proprie iniziative, i ragazzi vendono dei libri di argomenti storici, economici, sociali di non facile reperibilità.
![Termometro Politico - Forum [articolo]Casa Pound: al di qua del muro](images/styles/CreativeCreature/style/footerLogo.png)



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