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Risultati da 1 a 10 di 86
  1. #1
    il bombarolo
    Ospite

    Predefinito "Un'assistenza troppo comunistica", di Bruno Leoni

    Ripubblichiamo lo stralcio di un articolo scritto da Bruno Leoni per "Il Sole-24 Ore" il 4 gennaio 1967, e ristampato in Collettivismo e libertà economica. Editoriali militanti (1949-1967), libro di prossima uscita nella collana "Mercato, diritto e libertà" dell'Istituto Bruno Leoni. L'articolo è stato riproposto da Il Sole 24 Ore, per ricordare il quarantesimo anniversario della scomparsa di Bruno Leoni.

    ***

    Di tempo in tempo udiamo i dirigenti degli istituti di assistenza rivolgere patetici appelli alla “coscienza” dei medici, a quella dei mutuati, degli amministratori degli ospedali, dei produttori di farmaci e dei farmacisti. Questi appelli trascurano il fatto che gli uomini in generale non sono né del tutto buoni (come vorrebbero taluni filosofi), né del tutto cattivi (come vorrebbero taluni altri), ma tendono ad essere più o meno previdenti, più o meno coscienziosi e più o meno curanti del costo delle proprie soddisfazioni a seconda del sistema in cui si trovano ad operare: qualunque avaro può diventare prodigo se sa che nessuno gli presenta il conto delle spese; qualunque “onesto” può diventare disonesto se si tratta, come diceva Machiavelli, di spendere non già “del suo”, ma “di quel d’altri” o se almeno egli ha l’illusione che ciò avvenga.

    Sono state proposte molte e parziali correzioni del “sistema”: unificare gli enti, semplificare i metodi di pagamento dei contributi, distinguere tra prestazioni “essenziali” e prestazioni “secondarie”, far pagare un tanto ad ogni ognuno dei “beneficiari” quando va dal medico o dal farmacista, e persino abolire le spese di promotion dei medicinali per ridurre il costo di questi ultimi. Alcuni di questi rimedi – come l’unificazione degli enti – aggraverebbero probabilmente i mali. Altri potrebbero avere indubbi effetti benefici. Purtroppo nessuno di essi elimina i difetti di costruzione della macchina, e quindi quelli inevitabili del suo funzionamento.
    Il solo criterio sensato di una riforma che consenta di ricostruire la “macchina” è – a nostro parere – quello di eliminare l’idea “comunistica” che sta alla base del sistema. E poiché non vi è altro mezzo per eliminare l’idea comunistica che quello di ripristinare il mercato, non resta che tornare ad un “sistema” di mercato.

    Ciò comporta anzitutto l’abolizione, fin dove possibile, dell’obbligatorietà del contributo. Per coloro che hanno redditi superiori ad una certa “soglia” (che potrebbe determinarsi sperimentalmente a partire da una data cifra) dovrebbe stabilirsi l’esenzione totale del contributo obbligatorio: si deve infatti presumere che almeno costoro abbiano i mezzi e la previdenza necessaria per far fronte ai rischi improvvisi di malattia, ad esempio assicurandosi privatamente contro tali rischi, ovvero accantonando somme sufficienti a coprire le spese eccezionali relative.
    Per gli altri, il problema è soprattutto educativo. È infatti chiaro che, nonostante l’illusione “contributiva” – tutti costoro pagano, in un modo o nell’altro, e quanto meno vi pensano, le spese del sistema. Ciò premesso occorrerebbe almeno “sensibilizzare” queste persone ai costi dell’assicurazione contro le malattie, facendo loro pagare almeno una quota sostanziale dei contributi relativi. Si badi che non è affatto necessario colpire a questo scopo i lavoratori dipendenti (o i loro datori di lavoro) più di quanto siano già colpiti attualmente: basterebbe – per cominciare – che i datori di lavoro corrispondessero ai lavoratori sotto forma di salario la maggior quota di contributo che verrebbe addossata a questi ultimi.

    A questo scopo, dovrebbe anzitutto concedersi ai “beneficiari” ancora obbligatoriamente assicurati la possibilità di impiegare la propria quota contributi, e quella corrispondente ancora addossata al loro datore di lavoro, nel pagamento di un premio da pagarsi alla compagnia assicuratrice che credono, in base ad un contratto di assicurazione malattia, anch’esso da scegliersi (obbligatoriamente) dai “beneficiari” in una rosa di contratti-tipo idonei a coprire i rischi malattia più ragionevoli.
    In tal modo, i “beneficiari” diverrebbero e saprebbero di diventare dei veri “assicurati”, non solo perché pagherebbero essi stessi – in modo evidente – una parte sostanziale del premio, ovviamente uguale per tutti a parità di copertura, ma anche perché avrebbero il diritto di scegliersi, almeno entro certi limiti, il contratto d’assicurazione e la compagnia assicuratrice che credono. Le compagnie (italiane e straniere) si adeguerebbero immediatamente al gioco, gareggiando infine, come sempre avviene sul mercato (e nonostante ogni possibile cartello) nel fornire la massima copertura. Ciò andrebbe ovviamente a tutto beneficio degli assicurati, i quali non soltanto non pagherebbero all’inizio, per il nuovo sistema, una lira in più di quanto pagano con l’attuale, ma pagherebbero poi, presto o tardi, per effetto del mercato, un “premio” minore per coperture maggiori.
    Si dirà: e gli enti?
    A nostro modesto avviso, gli enti dovrebbero trasformarsi in compagnie di assicurazione operanti su basi commerciali, e in concorrenza leale con tutte le altre compagnie.
    Se ciò comporterà, come è probabile, una riduzione del personale di tali enti, sarà allora sempre più vantaggioso collocare in pensione a pieno stipendio (almeno per un periodo di “riadattamento”) il personale che verrà licenziato, anziché tenere in servizio tutto il personale dell’ente e lasciare che quest’ultimo continui ad accumulare – come oggi avviene – un deficit di bilancio dell’ordine annuo di molte decine di miliardi, a fronte (ciò che è assai più grave) di altre centinaia di miliardi sprecati in prestazioni sanitarie superflue.

    A conti fatti, le spese di pensionamento del personali degli Enti (spese che risulterebbero ovviamente dell’ordine di qualche decina di miliardi annui) sarebbero sopportabili e sopportate con piacere – a fronte dei risparmi – dagli stessi assicurati, dai loro datori di lavoro e dai contribuenti: purché – beninteso – venisse fissato una volta per tutte il limite e il termine massimo per tali spese, e tale limite e termine fosse realmente adeguato al fabbisogno, e non diventasse un pretesto per imporre nuove taglie del tipo… “pro Calabria”.
    Si dirà: tutto ciò è più facile a dirsi che a farsi. Giustissimo. Tutti sarebbero soddisfatti (persino i medici, ai quali, già che si siamo, si potrebbe corrispondere, per un certo periodo, una buona uscita rateata a titolo di indennizzo per i diminuiti guadagni!). Tutti, tranne certi “politici”. Come faranno infatti costoro a collocare ancora se stessi e i propri favoriti negli enti, onde percepire facili prebende per sé e per i loro partiti?

    Confessiamo che questa è una… falla nella nostra proposta. Ma forse la si potrebbe chiudere stabilendo, anche per questi politici, una specie di buona uscita!
    Sarebbe sempre vantaggioso, purché il “comunismo assistenziale” finisca una buona volta, e finisca con esso la spirale rovinosa che minaccia di sconvolgere – con le centinaia e le miglia di miliardi buttati al vento – l’intera nostra economia.

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5898

  2. #2
    omsksib
    Ospite

    Predefinito

    e non ci siamo proprio;ci sarebbe parecchia latra gente che verrebeb danneggiata dla vostro sistema non solo i politci, sarebbero danneggiati tutti color che non hanno alti redditi e che nonn possono farsi una assicurazione privata, ma devono contare sulla sanità pubblica; sarebbero danneggiati n quanto verrebbero a mancare i contributi dei più ricchi , contributi che naturalmente sono pagati in modo proprorzionale ai redditi;sarebbe quindi un grandissimo vantaggio per i più ricchi che risparmierebbero un pò di soldi , e un grande danno per la sanità pubblica e tuti coloro che sarebebro costretti a ricorrervi;
    quelle che sono ste scritte sono le solite sciocchezze per confondere le idee alla gente e distorcere la realtà

  3. #3
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da il bombarolo Visualizza Messaggio
    Ripubblichiamo lo stralcio di un articolo scritto da Bruno Leoni per "Il Sole-24 Ore" il 4 gennaio 1967, e ristampato in Collettivismo e libertà economica. Editoriali militanti (1949-1967), libro di prossima uscita nella collana "Mercato, diritto e libertà" dell'Istituto Bruno Leoni. L'articolo è stato riproposto da Il Sole 24 Ore, per ricordare il quarantesimo anniversario della scomparsa di Bruno Leoni.

    ***

    Di tempo in tempo udiamo i dirigenti degli istituti di assistenza rivolgere patetici appelli alla “coscienza” dei medici, a quella dei mutuati, degli amministratori degli ospedali, dei produttori di farmaci e dei farmacisti. Questi appelli trascurano il fatto che gli uomini in generale non sono né del tutto buoni (come vorrebbero taluni filosofi), né del tutto cattivi (come vorrebbero taluni altri), ma tendono ad essere più o meno previdenti, più o meno coscienziosi e più o meno curanti del costo delle proprie soddisfazioni a seconda del sistema in cui si trovano ad operare: qualunque avaro può diventare prodigo se sa che nessuno gli presenta il conto delle spese; qualunque “onesto” può diventare disonesto se si tratta, come diceva Machiavelli, di spendere non già “del suo”, ma “di quel d’altri” o se almeno egli ha l’illusione che ciò avvenga.

    Sono state proposte molte e parziali correzioni del “sistema”: unificare gli enti, semplificare i metodi di pagamento dei contributi, distinguere tra prestazioni “essenziali” e prestazioni “secondarie”, far pagare un tanto ad ogni ognuno dei “beneficiari” quando va dal medico o dal farmacista, e persino abolire le spese di promotion dei medicinali per ridurre il costo di questi ultimi. Alcuni di questi rimedi – come l’unificazione degli enti – aggraverebbero probabilmente i mali. Altri potrebbero avere indubbi effetti benefici. Purtroppo nessuno di essi elimina i difetti di costruzione della macchina, e quindi quelli inevitabili del suo funzionamento.
    Il solo criterio sensato di una riforma che consenta di ricostruire la “macchina” è – a nostro parere – quello di eliminare l’idea “comunistica” che sta alla base del sistema. E poiché non vi è altro mezzo per eliminare l’idea comunistica che quello di ripristinare il mercato, non resta che tornare ad un “sistema” di mercato.

    Ciò comporta anzitutto l’abolizione, fin dove possibile, dell’obbligatorietà del contributo. Per coloro che hanno redditi superiori ad una certa “soglia” (che potrebbe determinarsi sperimentalmente a partire da una data cifra) dovrebbe stabilirsi l’esenzione totale del contributo obbligatorio: si deve infatti presumere che almeno costoro abbiano i mezzi e la previdenza necessaria per far fronte ai rischi improvvisi di malattia, ad esempio assicurandosi privatamente contro tali rischi, ovvero accantonando somme sufficienti a coprire le spese eccezionali relative.
    Per gli altri, il problema è soprattutto educativo. È infatti chiaro che, nonostante l’illusione “contributiva” – tutti costoro pagano, in un modo o nell’altro, e quanto meno vi pensano, le spese del sistema. Ciò premesso occorrerebbe almeno “sensibilizzare” queste persone ai costi dell’assicurazione contro le malattie, facendo loro pagare almeno una quota sostanziale dei contributi relativi. Si badi che non è affatto necessario colpire a questo scopo i lavoratori dipendenti (o i loro datori di lavoro) più di quanto siano già colpiti attualmente: basterebbe – per cominciare – che i datori di lavoro corrispondessero ai lavoratori sotto forma di salario la maggior quota di contributo che verrebbe addossata a questi ultimi.

    A questo scopo, dovrebbe anzitutto concedersi ai “beneficiari” ancora obbligatoriamente assicurati la possibilità di impiegare la propria quota contributi, e quella corrispondente ancora addossata al loro datore di lavoro, nel pagamento di un premio da pagarsi alla compagnia assicuratrice che credono, in base ad un contratto di assicurazione malattia, anch’esso da scegliersi (obbligatoriamente) dai “beneficiari” in una rosa di contratti-tipo idonei a coprire i rischi malattia più ragionevoli.
    In tal modo, i “beneficiari” diverrebbero e saprebbero di diventare dei veri “assicurati”, non solo perché pagherebbero essi stessi – in modo evidente – una parte sostanziale del premio, ovviamente uguale per tutti a parità di copertura, ma anche perché avrebbero il diritto di scegliersi, almeno entro certi limiti, il contratto d’assicurazione e la compagnia assicuratrice che credono. Le compagnie (italiane e straniere) si adeguerebbero immediatamente al gioco, gareggiando infine, come sempre avviene sul mercato (e nonostante ogni possibile cartello) nel fornire la massima copertura. Ciò andrebbe ovviamente a tutto beneficio degli assicurati, i quali non soltanto non pagherebbero all’inizio, per il nuovo sistema, una lira in più di quanto pagano con l’attuale, ma pagherebbero poi, presto o tardi, per effetto del mercato, un “premio” minore per coperture maggiori.
    Si dirà: e gli enti?
    A nostro modesto avviso, gli enti dovrebbero trasformarsi in compagnie di assicurazione operanti su basi commerciali, e in concorrenza leale con tutte le altre compagnie.
    Se ciò comporterà, come è probabile, una riduzione del personale di tali enti, sarà allora sempre più vantaggioso collocare in pensione a pieno stipendio (almeno per un periodo di “riadattamento”) il personale che verrà licenziato, anziché tenere in servizio tutto il personale dell’ente e lasciare che quest’ultimo continui ad accumulare – come oggi avviene – un deficit di bilancio dell’ordine annuo di molte decine di miliardi, a fronte (ciò che è assai più grave) di altre centinaia di miliardi sprecati in prestazioni sanitarie superflue.

    A conti fatti, le spese di pensionamento del personali degli Enti (spese che risulterebbero ovviamente dell’ordine di qualche decina di miliardi annui) sarebbero sopportabili e sopportate con piacere – a fronte dei risparmi – dagli stessi assicurati, dai loro datori di lavoro e dai contribuenti: purché – beninteso – venisse fissato una volta per tutte il limite e il termine massimo per tali spese, e tale limite e termine fosse realmente adeguato al fabbisogno, e non diventasse un pretesto per imporre nuove taglie del tipo… “pro Calabria”.
    Si dirà: tutto ciò è più facile a dirsi che a farsi. Giustissimo. Tutti sarebbero soddisfatti (persino i medici, ai quali, già che si siamo, si potrebbe corrispondere, per un certo periodo, una buona uscita rateata a titolo di indennizzo per i diminuiti guadagni!). Tutti, tranne certi “politici”. Come faranno infatti costoro a collocare ancora se stessi e i propri favoriti negli enti, onde percepire facili prebende per sé e per i loro partiti?

    Confessiamo che questa è una… falla nella nostra proposta. Ma forse la si potrebbe chiudere stabilendo, anche per questi politici, una specie di buona uscita!
    Sarebbe sempre vantaggioso, purché il “comunismo assistenziale” finisca una buona volta, e finisca con esso la spirale rovinosa che minaccia di sconvolgere – con le centinaia e le miglia di miliardi buttati al vento – l’intera nostra economia.

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5898

    sono favorevole al mercato, alla concorrenza e al merito.
    purtroppo citi un caso nel quale la realta' dimostra la superiorita' del contrario.
    L' italia ha il 3o sistema sanitario al mondo, e' misto privato convenzionato / pubblico e costa il 6,5% del PIL.

    Gli USA, che adottano il sistema che proponi, hanno il 45o sistema sanitario del mondo, costa il 16,5% del PIL e lascia circa 45 milioni di persone (tra cui 8 milioni di bambini) senza copertura sanitaria.

  4. #4
    Vedo la mano invisibile
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    Il sistema sanitario americano in effetti è assurdo, è privato ma fortemente regolamentato dallo stato e pesantemente finanziato dallo stato.
    Credo che come esempio di sistema sanitario privato vada presa la Svizzera.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da -Duca- Visualizza Messaggio
    Il sistema sanitario americano in effetti è assurdo, è privato ma fortemente regolamentato dallo stato e pesantemente finanziato dallo stato.
    Credo che come esempio di sistema sanitario privato vada presa la Svizzera.

    al primo posto c'e' il SSN francese, quello svizzero e' il secondo?
    perche' il nostro e' il terzo, sono gli altri che dovrebbero imparare da noi.

  6. #6
    Vedo la mano invisibile
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    Citazione Originariamente Scritto da robert jordan Visualizza Messaggio
    al primo posto c'e' il SSN francese, quello svizzero e' il secondo?
    perche' il nostro e' il terzo, sono gli altri che dovrebbero imparare da noi.
    Non lo so chi ci sia al secondo posto, cmq certe classifiche le prendo un po' con le pinze

  7. #7
    omsksib
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    Citazione Originariamente Scritto da robert jordan Visualizza Messaggio
    sono favorevole al mercato, alla concorrenza e al merito.
    purtroppo citi un caso nel quale la realta' dimostra la superiorita' del contrario.
    L' italia ha il 3o sistema sanitario al mondo, e' misto privato convenzionato / pubblico e costa il 6,5% del PIL.

    Gli USA, che adottano il sistema che proponi, hanno il 45o sistema sanitario del mondo, costa il 16,5% del PIL e lascia circa 45 milioni di persone (tra cui 8 milioni di bambini) senza copertura sanitaria.

    non conoscevo questi dati; direi che dicono tutto;e nonostante questi dati, abbiamo i fondamentalisti del privato e delle privatizzazioni che non sono contenti e trovano da criticare il sistema pubblico anche in questo caso

  8. #8
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    La Salute non è merce ricordatevelo.
    Se esiste uno Stato, questo deve garantire i bisogni primari di ogniuno dei suoi componenti, sempre e comunque.

  9. #9
    il bombarolo
    Ospite

    Predefinito

    (...) Negli Stati Uniti, si sa, non esiste la copertura sanitaria uguale per tutti. Ma non è vero che non esista la copertura sanitaria.
    La leggenda da noi evoca immagini di morituri abbandonati per le strade davanti alle porte sbarrate di cliniche private che curano solo chi può permettersi di pagare. In realtà non è così. Non solo gli ospedali pubblici forniscono gratuitamente le cure necessarie a chi non è assicurato o non ha i mezzi per pagarsele, ma da quando, nel 1986, in piena epoca Reagan, il Congresso Usa varò l'Emergency medical treatment and active labor act, anche le cliniche private sono tenute ad accogliere, diagnosticare e fornire gratuitamente tutte le cure di emergenza di cui dispongono a chiunque gli si presenti davanti o presso proprie strutture anche mobili, fino al momento in cui sono in grado di essere trasferiti senza alcun rischio alle strutture pubbliche.
    Questo vale anche per gli immigrati clandestini, un fatto, questo, che spiega in parte la voragine nei conti della sanità pubblica americana. L'American hospital association calcola che la spesa per mancati pagamenti e assistenza gratuita è nell'ordine dei miliardi di dollari.(...)Nel 2001, per esempio, furono 6 mila le partorienti che si presentarono senza documenti a ospedali del Colorado, al costo medio di 5 mila dollari a bambino, ovvero 30 milioni di dollari, per un solo stato in un solo anno. I bambini nati negli Stati Uniti, poi, hanno diritto alle cure mediche gratuite per sempre, in quanto cittadini americani.(...)Di fondo la differenza tra la filosofia americana e quella nostrana è che negli Stati Uniti lo stato assiste solo chi non ha i mezzi per curarsi, o per pagarsi da solo una copertura assicurativa. Chi può si compra un'assicurazione, e ce ne sono coi fiocchi, mentre ai meno ricchi basta un buon impiego per farsi pagare l'assicurazione dal datore di lavoro. I poveri, infine, hanno il programma gratuito ´Medicaid'. (...)

    http://liberopensiero.blogosfere.it/...-american.html

  10. #10
    il bombarolo
    Ospite

    Predefinito

    consiglio di leggere questo sulla sanità USA:

    http://brunoleoni.servingfreedom.net..._45_Turner.pdf

 

 
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