28/11/2007 (7:45) - INTERVISTA A PRODI
"La mia pazienza paga
ora i consensi crescono"
Ritorno all'attacco
FABIO MARTINI
ROMA
Romano Prodi non è tipo da confessarlo, ma lo fa capire. Nel giorno in cui Rifondazione comunista non ritira i ministri ma reclama a gran voce la verifica, l’evento che più intriga il Professore si chiama Celentano. Certo, quell’elogio davanti a 9 milioni di telespettatori gli ha fatto piacere: «Sono ovviamente lieto per quel che ha detto e lo ringrazio, anche se mi fanno ridere tutti quei creatori di scenari che ci leggono dietro chi sa quale accordo o quale trama. Vuol dire che non conoscono né Celentano né il sottoscritto». Ma le parole inattese di uno showman che spesso coglie gli umori profondi del Paese («I politici hanno fretta per la paura di disperdere voti e perciò nasce il clamoroso sospetto che Prodi sia sulla strada giusta, lui fa promesse che può realizzare»), per il Professore quelle parole sono la prova che qualcosa si sta muovendo nell’opinione pubblica. Domenica mattina, nella rassegna stampa che ha letto ad Abu Dhabi, per quanto un po’ nascosto, ha letto l’ultimo sondaggio di Renato Mannheimer: nell’ultimo mese il governo ha recuperato quattro punti e il presidente del Consiglio addirittura otto.
Presidente, un piccolo boom. Lei può pensare che i giornali le siano ostili, ma almeno lei poteva valorizzare quel dato, non le pare?
«E’ vero i sondaggi ci danno in ripresa, i segnali di affetto e di incitamento si moltiplicano, piano piano l’opinione pubblica - come è giusto che sia - si sta accorgendo che noi abbiamo scelto di raccontare solo ciò che si può veramente fare, senza illudere, senza promettere che l’orizzonte è sempre rosa. Ma sarei in contraddizione con me stesso se mi mettessi a sventolare i sondaggi dal primo pulpito che mi si offre. La scelta di fare prima e comunicare solo a cose fatte dà per forza risultati a medio-lungo termine».
Certo, in politica le parole stanno diventando irrilevanti, ma nessuno avrebbe mai pensato che il suo “adagio adagio” potesse diventare sexy, forse neanche lei...
«Senta, lo so che è un concetto antitetico con il machismo televisivo, con la sovraesposizione dell’ego a cui abitua la comunicazione politica di questi anni, ma bisogna mettersi in testa che governare è un’altra cosa rispetto alla semplificazione di chi dice “basta fare così o cosà”, “si può fare tutto e subito”. Le parole-chiave di questo governo sono due: “insieme” e “pazienza”. Le decisioni si prendono insieme, insieme si discute e si progetta, insieme si superano gli ostacoli e si respingono gli attacchi della destra. E’ ovvio che per agire in questo modo ci vuole tanta, tanta pazienza. Sta diventando la nostra cifra e sembra che cominciamo un po’ tutti a prenderci gusto».
Ma sulla vicenda del Protocollo, di pazienza lei sembra averne avuta poca: la fiducia era davvero indispensabile?
«Il combinato disposto dei diversi calendari di Camera e Senato e della Finanziaria e dei suoi collegati non suggeriva francamente altra strada. Inoltre il governo aveva anche l’impegno a rispettare nella sostanza il Protocollo firmato con le parti sociali e approvato da milioni di lavoratori».
Rifondazione chiede la verifica, socialisti e diniani si sentono le mani libere, a gennaio lei pensa davvero di potersi limitare alla manutenzione ordinaria?
«Non è che prima di oggi tutti questi soggetti avessero le mani legate e dunque continueremo nel dialogo, ma con l’anno nuovo bisognerà partire con slancio e convinzione per un ulteriore salto in avanti dell’economia. Un rimpasto non è all’ordine del giorno».
Ma quando si farà la storia di questa legislatura resterà memorabile la sbalorditiva distanza tra i partner. A gennaio servirebbe una magia...
«Certo, siamo un insieme di culture distanti. Ma lo è anche il centrodestra. Non credo che tra Casini e Storace ci siano molti punti di affinità, così come tra Borghezio e Fini. Così come non ci sono tra l’ala moderata e quella trotzkista del Partito laburista inglese. Tuttavia deve far premio nella coscienza di ciascuno la necessità di accettare mediazioni rispetto ai propri punti di partenza culturali e ideologici. Io stesso, non mi vergogno di dirlo, anzi ne sono fiero, rinuncio a qualche mia priorità a qualcosa che riterrei più urgente, per consentire alle urgenze di altri di trovare spazio».
Rifondazione chiede sempre qualcosa in più, senza compiacersi più di tanto sui risultati già ottenuti. Ma lei è davvero soddisfatto del suo “carniere”?
«Non succedeva da molto tempo che le pensioni più basse avessero degli incrementi come quelli varati dal nostro governo, così come non si vedevano da molti anni misure strutturali per le imprese come il taglio del cuneo fiscale, le riduzioni dell’Ires, le semplificazioni amministrative, liberalizzazioni e politiche per la casa. Solo che i frutti di giorni e giorni di lavoro paziente non fanno accendere i riflettori, come invece succede per gli annunci clamorosi. Anche se poi, finito il clamore, questi spesso rimangono solo quello che erano: promesse vuote».
A gennaio si riproporrà l’eterna questione: ce l’hanno con lei poteri forti e giornali, oppure è lei che non riesce a farsi capire?
«Guardi, la situazione generale dell’informazione desta preoccupazione. Non sta a me dire se sia la tv a fare l’agenda ai giornali o viceversa, tuttavia quel che noto è una sorta di rincorsa al ribasso nella qualità, un eccessivo ricorso alla notizia urlata, un concentrarsi quasi ossessivo su casi di cronaca che solleticano il voyeurismo e le curiosità più morbose. Datemi pure del moralista, ma non mi piace».
http://www.lastampa.it/redazione/cms...7958girata.asp




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