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    Meda sabios paris
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    Thumbs down Consorzi Industriali senza....Industrie!

    Ecco come lo Stato coloniale mantiene i suoi ascari nella colonia Sardegna!!
    Alla faccia dei 500.000 e più Sardi costretti a emigrare!


    martedì 27 novembre 2007

    Industrie chiuse, viva i consorzi
    360 dipendenti, 112 politici nei cda
    direttori da 330 mila euro l'anno
    intrallazzi e prebende, operai a casa

    di Giorgio Melis

    Dopo i nomi e le “targhe”, ovvero le appartenenze partitiche dei feudatari piccoli e grandi, andiamo sui numeri. I 16 consorzi industriali sardi (il 25 per cento dei 67 esistenti in Italia, contro una produzione inferiore al due per cento) sono una strepitosa dimostrazione del paradosso possibile solo in Italia e in Sardegna. Più si perde e anzi il settore crolla, più una minoranza di maneggioni e addetti ai lavori lucra dal disastro generale e mantiene certezza del “posto”, degli stipendi e dei gettoni privilegiati: mentre gli operai vanno a casa.
    Siamo da anni in profondo rosso come apparato produttivo, ma aumenta di quasi il 40 cento il costo degli addetti. Quello totale dei 360 dipendenti dei consorzi (inclusi oneri previdenziali e accantonamenti Tfr) ammonta a 16 milioni 663 mila euro, più altri nove milioni 565 mila euro per i 232 delle società controllate (dal Tecnocasic a varie sigle spalmate sul territorio). Questi dati sono riferiti al 31 luglio 2005. La Regione non ha avuto dati più recenti dai consorzi. Una spesa complessiva di 26 milioni 228 mila euro per 592 persone, che costano ciascuna (lordo e tutto compreso) 44 mila 305 euro. La cifra non sarebbe enorme o scandalosa se non fosse lievitata (per i soli dipendenti dei consorzi) dai 12 milioni 592 mila euro del 2000 ai 17 milioni 375 mila del 2004, stabilizzandosi nel 2005 a 16 milioni 663 mila.
    Un incremento progressivo per quattro anni: casualmente, come è avvenuto nell'impennata del debito regionale e nella spesa del Consiglio regionale, negli anni del centrodestra al governo. Dei cinque milioni di crescita, i due terzi sono stati assorbiti dal consorzio di Olbia (dal milione 913 mila euro di sette anni fa ai cinque attuali): per ragioni e motivazioni che vedremo in altra puntata. Nel centro gallurese è in atto una battaglia durissima, politica, legale e quasi fisica per il controllo del contesissimo ente espugnato quasi a viva forza dall'ex sindaco Settimo Nizzi, respinto da un pronunciamento giudiziario.
    Tornando allo scenario generale, impressionano altri fattori quantitativi che fanno una qualità ammorbante. Contro 592 dipendenti (incluse le società controllate), abbiamo circa 140 tra consiglieri dei sedici cda consortili e i sindaci. Una sovrastruttura pletorica e ridicola, con sette componenti di media nei soli consorzi: 112 consiglieri per 362 dipendenti. Sono costati nel 2005 la bellezza di due milioni 551.924 euro (poco meno di cinque miliardi in lire), di cui due milioni 350 mila ai soli consiglieri, tutti di nomina partitica: più rimborsi spese e varie per altri 4-500 mila euro.
    Occhio a un dato: sono tutti o quasi amministratori e dipendenti pubblici, con due-tre stipenti o prebende. Privilegiati per grazia ricevuta e da tempo senza ragione sociale dei consorzi, ridotti a scatole vuote, con ciminiere spente attorno. I cda da spazzar via per mettere fine a una vergogna: fonte di incarichi puramente parassitari e di rendita, con gettoni fissi che corrono sempre e comunque nei cimiteri industriali: a tutto il 2004, il differenziale tra valore della “produzione” e i costi è stato di dieci milioni 381 mila euro, venti miliardi di saldo passivo in vecchie lire. Quattordici consorzi su 14 sono in profondo rosso.
    Ma ci sono altre peculiarità indecenti nelle gestioni consortili. Intanto, trenta dirigenti per 360 dipendenti: uno stato maggiore gonfiato, con un ufficiale ogni 12 soldati. Un rapporto che in qualunque azienda verrebbe coperto di ridicolo. Abbinato al costo dei direttori generali, assolutamente pazzesco, da grandi industrie in attivo. Svetta su tutti quello il costo del direttore del consorzio di Oristano (18 dipendenti), che pesa per 337 mila euro (oltre 600 milioni in lire) sul bilancio di un territorio soprattutto agricolo, con copertura industriale minima. Segue quello del Casic di Cagliari, con 320 mila euro, quello clamoroso di Tempio (238 mila euro), di Olbia (223 mila euro), a seguire gli altri dai 133 mila di Arbatax, Nuoro-Pratosardo, Ottana, Sulcis scendendo all'ultimo (Iglesias) a soli 37 mila euro con cinque dipendenti.
    Grottesco che per direttori tanto onerosi siano anche necessari consigli di amministrazione di sette persone: carrozzoni che hanno divorato montagne di miliardi. Con operazioni rovinose e molto sospette: ne parleremo in altre puntate, anche in riferimento alle scatole cinesi di molte società controllate. Di cui si sa poco, tranne che operano in regime privatistico. Con assunzioni tutte a chiamata e mirate, sistemazione di politici in attività o trombati alle elezioni, per integrare lautamente i guadagni di tanti personaggi plurincaricati, concedere appalti, progettazioni, direzione dei lavori e consulenze ai soliti noti con foto e didascalia.
    Questa è la realtà di un sistema marcio e indifendibile. Sul quale tuttavia gran parte della politica è disposta a battersi alle stremo: per difendere un sistema di potere con interessi materiali ramificati, rendite politico-elettorali, carriere inossidabili. In una commistione a 360 gradi che consente a personaggi squalificati di fare da arbitro nelle amministrazioni e istituzioni. Nessuno riesce a sapere quanto pesino finanziariamente le presidenze dei consorzi, inclusi a rimborsi a piè di lista per missioni anche all'estero di dubbia presentabilità e nessuna ricaduta. Dovrebbero essere presenti nei siti internet, almeno dei maggiori: qualcuno li ha visti? Si possono chiedere, ma è fatica sprecata. La trasparenza non abita qui come non risiedeva al Consiglio dei 103 milioni di euro all'anno.
    Il pesce puzza dalla testa: i consorzi sono entità impenetrabili in sintonia con quello che era il Consiglio finché qualcosa ha cominciato a muoversi dopo le nostre inchieste e la documentazione di uno scialo di soldi pubblici da vergognarsi di fronte al resto d'Italia. I consorzi pure peggio: ne abbiamo 16 su 67 in tutta Italia, con neanche il due per cento di apparato industriale. A che servono? A bruciare soldi pubblici, alimentare intrallazzi a tutto campo e garantire posti privilegiati mentre gli operai sono a casa o in cassa integrazione con le industrie chiuse. Eppure si ha ancora la spudoratezza di difenderli. Non ragioniamo sulle misere ragioni addotte dai palatidini politici. Parliamo di nomi, numeri, di uno scandalo concretissimo e permanente: solo i bari e gli imbroglioni possono spacciarla come questione politica mentre è solo sporca bottega.

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  2. #2
    Meda sabios paris
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    giovedì 22 novembre 2007


    Il vero business dei Consorzi
    16 sardi su 67 in tutta Italia:
    zero industrie ma intoccabili
    Mappa del potere, tutti dentro

    di Giorgio Melis


    Norme intruse, norme astruse? Non pertinenti, dunque da espungere. O da cassare per sempre. Perché “impertinenti”: quasi eversive per il grande, vero affare dei Consorzi industriali. Off limits, limite invalicabile: non si passa, chi li sfiora deve morire (almeno politicamente). Hanno le spalle coperte da decine e decine di rappresentanti di tutti i partiti. Tutti coinvolti in maggiore o minor misura. Dunque intoccabili, protetti, blindati. Non producono industria: in compenso forniscono un centinaio di poltrone ben remunerate per i consiglieri d'amministrazione, decine di incarichi per i sindaci-controllori, alcune centinaia di impieghi tutti (o quasi) “politici”. Naturalmente senza concorso, per chiamata diretta e benevola, con un numero di dirigenti sproporzionato: un generale ogni dieci soldati.
    Molti consorzi hanno la gestione di aziende controllate (la maggiore: il Tecnocasic), con altri cda, altri sindaci e altro personale indicato dai partiti. I 16 direttori costano oltre due milioni e 300 mila euro all'anno, con exploit individuali pazzeschi. Un blocco di potere nel quale tutte le forze politiche si bagnano il becco da decenni, con soldi pubblici, bilanci oscuri e quasi irrintracciabili. Siamo i primi e i peggiori, con un primato da sganasciarsi dalle risate. In Sardegna l'industria è quasi scomparsa ma abbiamo 16 consorzi industriali sui 67 operanti nel Paese: il 25 per cento. Nel confronto tra regioni stracciamo anche la Sicilia: ne ha solo 11 con popolazione tripla e ben altro apparato produttivo.
    Un record giustamente riconosciuto e apprezzato. Infatti la Federazione italiana degli enti ha premiato il padre di tutti i presidenti di tutti i consorzi sardi. Il presidente nazionale è Sandro Usai: riservato com'è, non parla mai di questo incarico prestigioso, ignoto a quasi tutti. Da oltre vent'anni “padrone” del Casic dopo una decina da presidente della Camera di commercio di Cagliari, ex consigliere regionale Dc, poi transitato per altri due-tre partiti: sempre a galla, cambiando bandiera con ogni maggioranza, cooptando via via i parvenus di sinistra, destra e centro ma restando il dominus con ogni schieramento.
    Non è da ritenere assolutamente casuale la presenza di Usai ieri nel palazzo di via Roma, avvistato da molti e a colloquio con più di un esponente di gruppi vari. Lo si è visto con una borsa in mano e una cartella: qualcuno dà per certo che fosse latore di emedamenti (forse soppressivi) sulle norme per i Consorzi industriali. Oggi l'aula si pronuncerà sulle norme salvate da Spissu, bocciate in commissione (voti di Biancu, Cucca e del diessino Silvio Cherchi assieme al centrodestra), confermate dal presidente del Consiglio. Si tenterà il colpo gobbo: rigettare in aula la conferma di Spissu a favore delle norme. Siamo al tutto per tutto: far incagliare a qualunque costo la riforma, benché dimezzata.
    Il sistema è bloccato e inossidabile. Sul quale si esercitano furiose battaglie di potere politiche, elettorali di scambio, di appalti, progettazioni, direzione dei lavori e consulenze: sempre concluse da spartizioni consociative perché garantiscono un controllo sul territorio deindustrializzato ma ad altissima densità di benefici e privilegi grazie ai consorzi senza ciminiere. Attorno ai quali ruotano centinaia di persone e grandi interessi di terreni e opere pubbliche finanziate dalla Regione e dallo Stato: quasi fuori da ogni controllo.
    Ecco, questa è, in breve sintesi, la grande torta costata nei decenni migliaia di miliardi (in lire) pubblici (basti pensare al Casic, su terreni infestati da sorci e serpi), gestiti privatissimamente. Un big business che di tanto in tanto alimenta qualche inchiesta giudiziaria per i conflitti tra i salvati e i sommersi od esclusi. E piccoli e grandi scandali che di solito vengono soffocati silenziosamente: tappando la bocca con bavagli d'oro ai contestatori tacitati o recuperati con prebende e altro: in una sinergia incestuosa con le forze politiche, le loro nomenklature e moltissimi amministratori locali. Una storia antica e dolente ma sempre attuale. Questo lo scenario appena accennato. Lo esploreremo in un viaggio con arnesi da scasso perché avere bilanci aggiornati, composizione dei consigli d'amministrazione delle aziende controllate (un giro di scatole cinesi impenetrabile) è praticamente impossibile: blindate meglio dei forzieri di Bankitalia.

    Sulle barricate contro la riforma
    si schierano alleanze trasversali

    Questo è solo l'antipasto del mega-affare. Ma bastevole a spiegare le furiose reazioni contro la riforma (scioglimento dei consorzi, via i pletorici cda da sostituire con un commissario unico, preludio al passaggio delle competenze agli enti locali) proposta dalla Giunta regionale: ferma da tre anni in Consiglio regionale. Intese trasversali d'acciaio e a larghissimo spettro difendono a oltranza poltrone, potere, soldi, voti che hanno fatto la fortuna elettorale di numerosi consiglieri, parlamentari, sindaci e assessori. Da due anni, Soru - visto che giace in pace nella commissione industria presieduta da Giovanni Giagu della Margherita - ha provato a inserire la riforma nella legge Finanziaria. Respinto con perdite.
    Ci ha riprovato nelle scorse settimane e mal gliene è incorso. Il presidente del Consiglio, Giacomo Spissu, strattonato pesantemente da tutte le parti, ha dichiarato “intruse” metà delle norme: salvandone tuttavia la parte più temuta. Quelle che, se approvate in Aula, consentirebbero alla Regione almeno il commissariamento dei consorzi, anche se non la costituzione delle agenzie che dovrebbero sostituirli. Spissu è diventato il nemico numero due (dopo Soru: nemico pubblico numero uno) dei paladini del grande affare. Ha confermato la scelta del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno dopo che la commissione bilancio, al termine di una seduta travagliatissima, aveva votato all'unanimità dei presenti per il rigetto dell'intera riforma. Voto reso possibile dal pronunciamento del presidente Giuseppe Cucca (Margherita) col capogruppo Antonio Biancu: hanno votato col centrodestra in aperta guerriglia con Ds, Progetto Sardegna e la Giunta, con abbondono della riunione di Siro Marrocu, Chicco Porcu e Giovanni Floris.

    Scatenati Marracini, Biancu, Capelli:
    in difesa di Sandro Usai, Oppi e Murgia

    Ma i pasdaran sono stati frustrati nella loro resistenza a oltranza da Spissu, che ha mantenuto la barra ferma, visto che la decisione della commissione non è vincolante. Sergio Marracini (segretario dell'Udeur: l'ultimo partito conosciuto - per ora - sotto la cui ala si è rifugiato Sandro Usai, coperto a 360 gradi) ha definito la decisione del presidente «un colpo di Stato»: per lui lo Stato è tutto a Macchiareddu, evidentemente. Per Roberto Capelli (Udc) è un grave affronto istituzionale di Spissu «alla volontà della commissione bilancio». È assolutamente immaginario ogni riferimento o accostamento al fatto che il segretario dell'Udc e di Capelli, Giorgio Oppi, abbia dominato e domini con suoi uomini (e anche un nipote) i due consorzi del Sulcis-Iglesiente: in uno dei quali è stato per anni presidente, con uscita e rientro a seconda dei venti elettorali. E che un altro esponente dell'Udc sia a capo del potentissimo Tecnocasic: quel Mario Murgia che non ha voluto tuttavia far mancare il suo voto alle primarie del Pd.
    L'exploit di Biancu, che aveva sparato a zero da subito e continua, è invece dettato solo dalla puntigliosa volontà di far rispettare le norme consiliari: ininfluente il fatto che il suo partito abbia il controllo di alcuni consorzi, sia presente in molti altri e personalmente abbia due uomini politicamente vicini in quello oristanese. Certo l'opposizione di An, con Mario Diana, è motivata da ragioni politiche. Mentre Ignazio Artizzu tace (ma voterà, voterà) essendo consigliere d'amministrazione del Casic. La difesa a spada tratta dell'esistente coinvolge larghissima parte dei Ds, specie quella vicina al cardinal-segretario Antonello Cabras, che ha grande influenza in numerosi consorzi con suoi uomini: inclusi diversi consiglieri regionali ed ex che prendono i loro bravi gettoni nei cda.

    I nomi e le appartenenze nei consorzi: nessun partito manca all'appello

    Da Cucca a Biancu, passando per Marracini e Pittalis, più Capelli e varia umanità, in sinergia con l'intera opposizione, hanno già annunciato che la guerra proseguirà in aula. I riformatori no pasaran. Contano di affossare in aula la normativa sfuggita alla potatura “intrusiva” con apporti di schiere di consiglieri: tutti insieme (o almeno molti) appassionatamente a difesa di istituzioni fondamentali per l'economia sarda: come le comunità montane che comprendevano anche i paesi al livello del mare (o anche sotto), i consorzi di bonifica che concimavano e irrigavano i terreni e i conti in banca di molti amministratori. Una parte significativa della grande manomorta e parassitaria, la rendita di posizione, emolumenti, impieghi e voti del notabilato dei partiti. Una massa di manovra di potere ed elettorale: nessuno la tocchi, tutto deve restare com'è perché niente cambi.
    I frenatori possono farcela, come finora è accaduto, perché il coinvolgimento è davvero impressionante. La prima tabella che pubblichiamo mostra la composizione dei consigli d'amministrazione dei 16 Consorzi e Zir (zone industriali di interesse regionale), con i designatori e l'appartenenza politico-partitica-personale di molti di loro: quelli di cui siamo riusciti a individuare faticosamente l'estrazione. Qualche casacca forse dovrà essere aggiornata - sono gradite le segnalazioni - ma è un documento emblematico della generalizzata infiltrazione e dominanza partitica nei consorzi. Una mappa che riflette i mutevoli rapporti di forza ed equilibri tra gli schieramenti e nei partiti. Spiega meglio di ogni parola la vastità e la profondità dello schieramento a difesa dei consorzi a tutti i livelli: riassunto e manifesto in Consiglio regionale, espressione e camera di compensazione che ha elevato un bunker a protezione del big business. Va ben oltre (lo vedremo in altre puntate) le poltrone, il controllo e i posti distribuiti: si estende ad appalti per lavori in capo ai consorzi, gestiti con le stesse regole, con la benedizione di amministratori locali presenti alla grande nei cda.

    S'avanza Graziano Milia, disinteressato:
    commissari i presidenti di Provincia

    Nel quadro delle azioni difensive, si è distinto con una proposta cicero pro domo sua e degli omologhi, Graziano Milia. Due anni fa, appena eletto presidente della Provincia di Cagliari, si era presentato in pompa magna all'assemblea del Casic e, per galateo istituzionale e continuità politica, aveva votato per la conferma di Sandro Usai: assieme al compagno di partito, sindaco di Sarroch e consigliere regionale Tore Mattana. Naturalmente anche Ignazio Artizzu, fustigatore di costumi che incassa prebende plurime, non si è sottratto alla conferma di Usai: era stato designato nel cda dal Comune di Cagliari, presente anche con Ghigo Solinas (Forza Italia) nella stanza dei bottoni e contemporaneamente presidente del Consiglio comunale.
    Cosa ha pensato e suggerito Milia? Poiché per ora sembra possibile solo il commissariamento dei consorzi, tanto vale affidarli alle cure dei presidenti delle otto Province - casualmente compreso il proponente -, tanto i consorzi dovranno essere poi gestiti agli enti locali. In nome del decentramento amministrativo e in attesa della riforma, se mai arriverà, dai cda si dovrebbe passare al controllo monocratico dei presidenti provinciali. In questo modo sarebbero sicuramente tagliate le unghie ai partiti, perché mai i commissari-presidenti permetterebbero loro di impicciarsi. Non sarebbero i garanti delle forze politiche e dei leader di riferimento ma solo degli interessi delle comunità: chi potrebbe dubitare del contrario?

    Il Centro-Nord ignora i consorzi industriali:
    come potrà mai produrre ed esportare?

    Ci vorranno diverse altre puntate per raccontare solo una piccola parte dei nefasti dei consorzi, dare i nomi e numeri (con relative prebende, costi e interventi finanziari pubblici), più fatti tra l'esilarante e lo scandaloso. Questa prima puntata impone una conclusione riferita alla situazione nazionale. Ecco quanti sono i consorzi industriali nelle varie regioni italiane: Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Liguria, Emilia Romagna zero consorzi; Veneto 2, Friuli 3, Toscana 1, Marche 2, Umbria 1, Lazio 4, Abruzzo 7, Molise 3, Campania 5, Puglia 5, Basilicata 2, Calabria 5, Sicilia 11. C'è un grande mistero in questa statistica. Come farà il grande territorio più sviluppato del Centro-Nord, dalle Alpi fino al Lazio, ad avere i tre quarti dell'apparato industriale con soli 12 consorzi? La Sicilia ne ha 11 eppure è la Sicilia. Stracciata dalla Sardegna. Dove l'industria trionfa, svetta ed esporta. Non a caso: con sedici consorzi, quattro per ognuno dei Quattro Mori. Orgogliosi di un simile glorioso primato nazionale: guai a chi lo tocca.

  3. #3
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    E' la conferma dell'esistenza d'una casta intoccabile.
    Risultato di mezzo secolo di potere democristiano
    e della degenerazione conseguente, prima col centro-sinistra
    eppoi con il centrodestra.
    Cadreghe per tutti i partiti.
    Ed ora questo potere partitico è stato blindato
    dal potere giudiziario.

  4. #4
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    Ora come ora l'unica cosa da fare è denunciare tutto
    l'andazzo ed esporre la piramide di potere.
    Un libro di denuncia come quello di R. Saviano,
    Gomorra, ha un grosso impatto ed espone la magistratura.
    Lungo tutta la penisola amministratori pubblici
    si calcolano gli stipendi - sempre più stratosferici -
    e se li incassano.
    In paesi veramente democratici ciò potrebbe passare
    per appropriazione indebita.

 

 

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