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    Predefinito Un po' di storia del nazionalismo basco, per porsi con spirito critico e veritativo

    ... spesso in questo forum mi è capitato di polemizzare ( sempre civilmente ci mancherebbe ) sul giudizio di Eta e del nazionalismo basco sia nelle sue origini che nella sua evoluzione fino ai giorni nostri.
    Non ho alcuna visione pregiudiziale di tipo etico contro la creazione di nazioni sulla base di un reale consenso popolare in seguito ad un porcesso storico di recupero di un'identità che si ritiene importante.
    Non nascondo il mio più volte manifestato forte scetticismo e diffidenza a livello strategico dei progetti indipendentisti all'interno di realtà non coloniali in senso classico ( laddove non v' è oppressione etnica nè culturale ),
    ma sopratutto non ho alcuna simpatia, anzi ritengo terribilmente pericolose quelle lotte di supposta liberazione nazionale che si rifanno a una mistficazione della storia, a una creazione artificiale di un'identità legendaria, e che nel far ciò manipolano romanticamente il passato per legittimare qualcosa i cui contenuti sono per lo più vacui.
    Ecco, il nazionalismo basco, in tutte le sue forme è oggi il residuo di quel tipo di speculazioni mistificatrice.
    Inoltre, al di la del merito della causa basca ai nostri giorni, cosa che merita lunghe e articolate discussioni, mi piacerebbe che si convenisse su questo forum sul ruolo di ETA, affiliazione storica del PNV ( partito reazionario di matrice storica razzista, oggi industrialborghese) , una banda di criminali aizzata da ideali di tipo nazistoide che brinda alla morte dei civili con il sorriso sulle labbra. Ecco: il fatto che tale organizzazione possa essere considerata avanguardia del proletariato ( come mi è toccato sentire ) mi fa molto male, da comunista,ma prima ancora da uomo.

    Vi invio allora una serie di tre articoli sulla questione nazionale basca: mi piacerebbe molto che trovaste il tempo di leggerli:
    per ora per non sovraccaricare il messaggio inizio con il primo, che compone un insieme di due articoli scritti da Valentino Necchi sulla genesi del nazionalismo basco nella storia dei paesi baschi fino ai giorni nostri,
    Questa prima parte analizza più il discorso nazionalista, mentre la seconda approccia il contesto storico. Il terzo articolo che manderò è invece tratto dalla rivista marxista mensile Falce e martello:
    A voi questo incipit:


    Il 13 maggio del 2001, dopo una campagna elettorale molto dura e combattuta, si sono svolte nei Paesi Baschi, una delle diciassette comunità autonome in cui è suddivisa la Spagna, le votazioni per l'elezione del Parlamento basco. I pochi trafiletti che ne davano conto sulla stampa italiana erano comprensibilmente sommersi dalla valanga di notizie e di commenti sulle elezioni politiche che, nello stesso giorno, si erano tenute in Italia, regalando la vittoria allo schieramento di centrodestra. Dell'aspro dibattito politico che aveva infiammato non solo i Paesi Baschi ma l'intera Spagna, quindi, non giungeva nessuna eco.
    Un dibattito in cui la classe politica e l'opinione pubblica spagnola si sono confrontate (o meglio: scontrate, e duramente) su un tema che purtroppo continua a mettere in secondo piano tutti gli altri: il terrorismo dell'ETA.
    L'ETA, com'è noto, è un'organizzazione armata che persegue il fine dell'indipendenza dei Paesi Baschi attraverso il ricorso alla violenza terrorista. E' noto d'altronde che esiste in molta parte della società basca un effettivo desiderio se non d'indipendenza, di maggior autonomia possibile dallo stato spagnolo.
    A livello locale, il partito di maggioranza relativa è il PNV (Partido Nacionalista Vasco), d'orientamento cattolico e moderato, la cui posizione nei confronti della Spagna negli ultimi anni è progressivamente slittata dal tradizionale autonomismo a una sempre più spinta contestazione dell'architettura costituzionale che regge lo stato spagnolo e le sue componenti regionali. Un avvicinamento, insomma, all'indipendentismo proprio del nazionalismo basco più radicale, quello del partito di Euskal Herritarrok (traducibile come "Cittadini Baschi", o meglio "Popolo Basco"). Euskal Herritarrok (di norma abbreviato con la sigla EH) è comunemente considerato come il braccio politico dell'ETA. EH, tra l'altro, pur partecipando alle elezioni locali, e solo a quelle, non riconosce come legittimo il parlamento basco.
    Questo avvicinamento si è concretizzato nel 1998, con il patto di Lizarra (dal nome della città basca in cui è stato concluso; detto anche patto di Estella, che è il nome della stessa città in spagnolo), che ha sancito l'alleanza politica di tutti i partiti nazionalisti baschi. Attualmente è proprio la coalizione nazionalista a governare il parlamento dei Paesi Baschi, la cui sede è nella capitale Vitoria (Gasteiz in basco). Accanto al PNV e a EH fanno parte della coalizione partiti minori il più importante dei quali è Eusko Alkartasuna (EA, "Solidarietà Basca").
    Il fatto che in ultima istanza l'obiettivo dell'ETA e dei partiti nazionalisti sia lo stesso, ossia la creazione di uno stato basco indipendente, ha però prodotto un terribile cortocircuito politico e sociale. Da quando nel 1976 la Spagna si è liberata della dittatura franchista ed è tornata alla democrazia, l'ETA ha fatto centinaia di morti. Anche se la schiacciante maggioranza della società basca ripudia l'uso delle armi come mezzo di lotta politica, il nazionalismo basco assume spesso posizioni quantomeno ambigue nei confronti della violenza dell'ETA (che, ricordiamolo, esercita indiscriminatamente il suo terrore contro civili innocenti). Il risultato è che si è creato un clima di legittimazione tacita della violenza, non fosse altro perché anche quando questa non viene giustificata, viene surrettiziamente, e in maniera quasi sistematica, considerata una risposta a un'altra ipotetica violenza perpetrata dallo stato oppressore spagnolo nei confronti del "popolo basco". Come vedremo lo stato spagnolo non è stato esente da colpe e da errori nel corso degli anni, ma costituirebbe un grave torto alla storia e alla logica avallare la visione di una nazione basca occupata manu militari, dalla Spagna da un lato e dalla Francia dall'altro. Certamente, durante i quasi quarant'anni di dittatura franchista (1939-1976), qualsiasi velleità di autonomia dei Paesi Baschi fu duramente soffocata dal nazionalismo spagnolo di Madrid, che impedì l'uso dell'euskera, cioè del basco. La simbologia del nazionalismo basco era severamente vietata: era reato, ad esempio, possedere ed esporre l'ikurriña, la bandiera basca bianco-rosso-verde. Molti tra i nazionalisti dichiarati non avevano scelta tra la galera e l'esilio. Eppure, per quanto tormentata e imperfetta, la transizione alla democrazia della seconda metà degli anni Settanta ha restituito agli abitanti dei Paesi Baschi (e del resto della Spagna, giacché la dittatura fascista non fece sconti a nessun tipo di dissidenza) tutti i diritti e le libertà fondamentali. Non solo: ha, di fatto, costituito un notevole passo avanti per tutte le istanze del nazionalismo basco rispetto a qualsiasi situazione storica reale precedente la dittatura. In altre parole, mai si era dato, per i Paesi Baschi, nella storia degli ultimi secoli, un grado d'autonomia reale così alto.
    Ma il passaggio dalla dittatura alla democrazia, e la contestuale approvazione prima della costituzione spagnola, poi del cosiddetto Statuto di autonomia (il documento che regola le competenze dei Paesi Baschi e i loro rapporti con lo stato) rappresenta un momento cruciale che merita di essere approfondito, e che riprenderemo più avanti.
    Si può però aggiungere che l'oggettiva convergenza di fini tra nazionalismo basco ed ETA, considerato che l'alleanza dei partiti nazionalisti rappresenta politicamente la maggioranza dei baschi (nelle ultime elezioni il blocco nazionalista ha conseguito più del 52% dei voti, contro il 46% dei partiti cosiddetti statalisti o costituzionalisti, tra i quali il Partido Popular di Aznar, presidente del consiglio spagnolo), ha generato spesso una certa confusione nella percezione del problema basco dal di fuori della Spagna.
    In più di un caso in Europa il nazionalismo e il terrorismo basco sono stati percepiti come espressioni di un movimento di liberazione nazionale proprio dei vecchi contesti colonialisti. Va detto subito, però, che si tratta di un criterio schematico e approssimativo, che non solo ignora completamente la storia della Spagna degli ultimi cinque secoli, ma

    occulta la realtà di un paese, quello basco, il quale non solo gode costituzionalmente di istituzioni pienamente democratiche, equiparate a quelle del resto dei paesi che formano la comunità europea, ma gode anche di un'amplissima autonomia politica e amministrativa, che non ha eguali in Europa.
    Non è buona norma anticipare le conclusioni di discorso o di un lavoro prima di averle adeguatamente esposte e giustificate. Abbiamo fatto in questo caso una parziale eccezione alla regola, proprio per sgombrare il campo da un possibile equivoco a proposito del seguito effettivo della causa della "liberazione" dallo stato spagnolo: il fenomeno del nazionalismo basco e delle sue rivendicazioni (siano esse perseguite attraverso la violenza terroristica piuttosto che attraverso il normale gioco politico) non è affatto rappresentativo di tutta la società basca, come il nazionalismo stesso tenta di dare a intendere e come spesso, più o meno in buona fede, molti osservatori esterni sono superficialmente portati a credere.
    Quello che possiamo anticipare è che il fenomeno nazionalista basco, così come si presenta attualmente, ha ben poco di affascinante: perfettamente legittimo dal punto di vista politico, si nutre tuttavia nella pratica quotidiana di un vittimismo ingiustificato nei confronti del presunto oppressore spagnolo. Un vittimismo che a sua volta si nutre di miti costruiti artificialmente e di una lettura distorta del passato, rivisto attraverso la lente di un'ideologia nazionalista venata di xenofobia.
    La realtà, come sempre, è piuttosto complessa. Se è vero che nei Paesi Baschi esiste una maggioranza di elettori che premia, almeno attualmente, una coalizione nazionalista, è altrettanto vero che le rivendicazioni secessioniste della classe dirigente politica basca sono molto meno sentite di quanto si creda dalla società civile. Del resto, non solo metà della popolazione basca è evidentemente non nazionalista, ma anche buona parte dell'elettorato che vota i partiti nazionalisti non sente il proprio essere basco in contrapposizione al proprio essere spagnolo. Eppure la violenza terrorista di pochi fanatici tiene in ostaggio l'intera società basca, e ne mina il normale funzionamento, perché è indubitabile che costringa a mettere in cima alle priorità politiche la questione del confronto con lo stato spagnolo, invece che il problema della disoccupazione piuttosto che dell'inquinamento. Dal punto di vista degli indipendentisti più radicali, proprio perché si tratta di una minoranza piuttosto esigua, la strategia violenta dell'ETA paga, perché mette un'intera società, e le sue istituzioni, nella tentazione di "trattare" con i terroristi una via di uscita. Già ora i Paesi Baschi stanno duramente pagando il clima di intimidazione instaurato dall'ETA e dal suo intorno politico fatto di connivenze se non di vera e propria complicità: sono quasi cento, per esempio, i giornalisti baschi non nazionalisti costretti a vivere sotto protezione della polizia. Molti concejales (consiglieri comunali) del Partido Popular (PP) o del Psoe (il partito socialista spagnolo) e i loro famigliari soffrono costantemente minacce e intimidazioni provenienti dai settori più estremisti del nazionalismo locale. Ma il problema non è circoscritto a poche figure pubbliche: sono migliaia i cittadini baschi toccati da questo dramma, tanto che secondo uno studio recente dell'Università dei Paesi Baschi un 15% dei cittadini è addirittura disposto a lasciare Paesi Baschi a causa del clima di intimidazione che sono costretti a sopportare. Del resto è già in atto un esodo silenzioso di tanti professori, intellettuali, artisti, ma anche semplici cittadini che a tale clima hanno preferito sottrarsi emigrando. Per finanziare la propria attività sovversiva ETA pratica quella che chiama "tassa rivoluzionaria", una sorta di pizzo dai connotati ideologici, imposto a molti imprenditori e professionisti baschi sotto minaccia di morte. Anche in questo caso il risultato è una lenta emorragia, oltre che di persone, di forze produttive e di investimenti.
    Nel febbraio del 2000 il Forum di Ermua (Foro de Ermua), un'organizzazione basca per la difesa dei diritti umani (alla quale l'anno successivo l'Unione Europea avrebbe riservato uno speciale riconoscimento) rilasciava una lunga dichiarazione di fronte al Parlamento Europeo.
    Quel documento, poi comunemente definito dichiarazione di Strasburgo, si intitolava per esteso "Dichiarazione al Parlamento Europeo sul neonazismo e la violenza politica nei Paesi Baschi".
    Così recita l'introduzione del documento: "Il cancro nazi-fascista estirpato alla fine della II Guerra Mondiale minaccia oggi di generare metastasi nelle pretese secessioniste delle

    Minoranze etniche e linguistiche dell'Unione Europea quando esse antepongono le loro aspirazioni alle libertà del cittadino e ai suoi irrinunciabili diritti democratici.
    Questo nazismo non è ormai più quello delle grandi nazioni esistenti bensì quello delle nazioni che si vorrebbero creare e che per questo sacrificano l'individuo al gruppo e all'ideologia.
    Allo stesso modo questo nazional-socialismo sfrutta un vittimismo tanto se non più pericoloso di quello che servì da alibi al nazismo storico, perché trattandosi di minoranze risulta più credibile. Ed è più pericoloso di quello dell'estrema destra austriaca perché quest'ultimo risponde al modello classico e riconoscibile ed è, per di più, un nazismo ancora virtuale che non ha prodotto vittime come ha fatto quello dell'ETA. E' necessario, oggi più che mai, lanciare un grido d'allarme nel Parlamento Europeo."
    Accuse pesanti, ma, come vedremo, non gratuite. Accuse, in ogni caso, degne di attenzione, proprio perché giungono dall'interno della società basca stessa, la quale è spesso erroneamente percepita come monolitica e completamente votata alla causa dell'indipendentismo. In realtà è proprio questo il punto nodale del "problema basco": la deriva di un nazionalismo basco che tende a percepirsi come espressione di un intero "popolo", di un nazionalismo che disconosce, di fatto, la nozione di cittadinanza in favore di un progetto di stato su base etnica. Un nazionalismo, infine, che avvelena la vita quotidiana della società basca identificando sistematicamente come "nemico del popolo basco" chiunque metta in discussione la causa dell'indipendenza dalla Spagna. Ma anche questa è una questione che meriterà più avanti uno speciale approfondimento.
    Abbiamo fin qui nominato solo la Spagna, perché è in Spagna che si manifesta il fenomeno nazionalista (ed è quindi soprattutto a questa parte che faremo riferimento in questo articolo), ma ricordiamo che una parte dei Paesi Baschi ricade sotto la sovranità dello stato francese.
    A questo punto è necessario fare una pausa e fornire le principali coordinate storico-geografiche dei Paesi Baschi, allo scopo di inquadrare meglio sia la situazione attuale, sia le cause storiche del nazionalismo basco.
    I Paesi Baschi, dunque: si tratta di un'entità geografico-culturale piuttosto ben definita, politicamente divisa tra Francia e Spagna. Le province basche del nord (talvolta, tuttavia, definite province orientali) sono quelle francesi del Laburdi (Labourd), della Bassa Navarra e di Zuberoa; esse non hanno alcuna autonomia in seno allo Stato francese e sono parte del più ampio Dipartimento dei Pirenei Atlantici. In realtà alcune forme non di autonomia, ma di riconoscimento della specificità basca della zona sono state gradualmente introdotte dal dopoguerra ad oggi: tra queste, il finanziamento statale dell'insegnamento della lingua basca, l'euskera. Il movimento autonomista è ad ogni modo ultraminoritario nelle province basche di Francia: irrilevante su scala nazionale, è poco visibile anche su scala locale. Diverso il discorso dall'altro lato dei Pirenei, dove invece il movimento nazionalista è assai forte, tanto da generare spinte secessioniste, anche violentecom'è quella dell ETA.
    Le province basche spagnole sono tre: Biscaglia, Guipuzkoa e Araba, che costituiscono la Comunità Autonoma Basca (Cav). I nazionalisti baschi considerano inoltre la Navarra (Nafarroa in basco) parte integrante dei Paesi Baschi e rivendicano come loro capitale Pamplona. La Comunidad Foral de Navarra, questo il nome in spagnolo della regione (uniprovinciale, con capitale appunto a Pamplona), rappresenterebbe dal punto di vista geografico la parte più estesa dei Paesi Baschi: la sola Navarra è, infatti, grande più o meno come le altre sei province basche messe insieme. La causa dell'annessione della Navarra ai Paesi Baschi è un cavallo di battaglia del nazionalismo più radicale, ma in verità suscita più entusiasmo fuori che dentro la Navarra, regione in cui ormai il basco non è parlato che da uno scarso 10% della popolazione, e in cui la causa dell'indipendenza dalla Spagna suscita ben tiepidi entusiasmi.
    Un'avvertenza: spesso esiste più di una grafia per i toponimi baschi, non solo perché generalmente esiste un nome basco e uno in spagnolo, ma perché essendo il basco una lingua dalla tradizione prevalentemente orale, talvolta il medesimo toponimo viene scritto in modo leggermente diverso. Come norma generale, adotteremo qui la versione in spagnolo (o meglio in castigliano, che con il gallego, il catalano e il basco è la principale delle quattro lingue nazionali). Ricordiamo anche che l'espressione spagnola País Vasco è generalmente tradotta in italiano al plurale (Paesi Baschi), ma che la traduzione letterale (Paese Basco) è altrettanto legittima e indica la stessa entità geografico-politica. In basco invece esistono due differenti espressioni per designare i Paesi Baschi: la prima è Euskal Herria, che etimologicamente significa "popolo della lingua basca" e che indica sia il Paese Basco sia il popolo basco. (Che questi due concetti siano definiti dalla medesima espressione, è senz'altro significativo.) La seconda è Euskadi, un neologismo che risale a poco più di un secolo fa e che ha un significato più politico, anche se è entrato ormai nell'uso comune. La parola Euskadi (inizialmente si scriveva Euzkadi) fu coniata nel 1900 da Sabino Arana, il padre del nazionalismo basco e fondatore (nel 1895) del Partito Nazionalista Basco (PNV). Essa è composta dalla radice euzko (basco) e dal suffisso di (insieme), e la sua valenza ideologica sta nel voler indicare l'unità politica (mai esistita in epoca moderna) delle sette provincie basche.
    Le tre province basche propriamente dette sono dunque Vizcaya (Bizkaia in basco) con capoluogo Bilbao (Bilbo), Guipuzcoa (Guipuzkoa) con capoluogo San Sebastian (Donosti) e Alava(Araba) il cui capoluogo Vitoria (Gasteiz) è anche la capitale della Comunità Autonoma Basca. Vizcaya e Guipuzcoa, entrambe affacciate sull'Oceano (più precisamente sul Golfo di Vizcaya, quello che noi chiamiamo Golfo di Biscaglia) sono in assoluto le province più densamente popolate, rispettivamente con 1.155.000 e con 676.500 abitanti. Nella più grande Alava (che invece non si affaccia sul mare) vivono invece solo 272.500 persone, e dunque la densità di popolazione è decisamente bassa.
    Se, come fa il nazionalismo basco, volessimo calcolare anche la Navarra e le province francesi del Nord, i Paesi Baschi conterebbero poco più di 2.873.500 abitanti.

    Territorio
    Abitanti
    Bascofoni
    % bascofoni
    Alava
    272.447
    25.300
    9,3
    Guipuzkoa
    676.488
    310.100
    45,8
    Vizkaya
    1.155.106
    212.600
    18,4
    (Navarra)
    519.277
    52.023
    10,0
    Bassa Navarra
    29.298
    18.897
    64.5
    Lapurdi
    204.598
    53.195
    26,0
    Zuberoa
    16.298
    8.915
    54,7
    Totale
    2.873.512
    681.030
    23,7

    La tabella precedente riassume i dati principali sul numero degli abitanti delle singole province basche e sulla rispettiva percentuale di bascofoni. Tale percentuale è un dato molto importante e da osservare con particolare attenzione, poiché il principale, se non esclusivo fattore d'identità dei baschi è proprio la lingua, l'euskera.
    Il basco dà tanta importanza alla sua lingua che si definisce in base a questo parametro. Per dire che una persona è basca si dice che è "euskaldun", il che significa precisamente che è "bascofono", "che parla il basco": non v'è altro modo, in basco, di dire "basco".
    Come si può notare, la percentuale di basco-parlanti sul totale degli abitanti è molto bassa: resta bassa anche se si considerano solo le prime quattro province, quelle in territorio spagnolo, dove le rivendicazioni autonomiste sono molto più vivaci. Anzi, a ben vedere, la percentuale relativa di bascofoni, a parte la zona di San Sebastian (che è infatti il massimo focolaio del nazionalismo basco più radicale), proprio in queste province è decisamente inferiore alla media.
    Si aggiunga che nella stragrande maggioranza dei casi i cosiddetti bascofoni sono bilingui, il che significa che il castigliano è in ogni caso parlato o compreso dalla quasi totalità dei cittadini baschi.
    La lingua basca è un caso affascinante di lingua-isola, nel senso che manca di parentele conosciute. Il basco, si sente spesso ripetere, è la più antica lingua europea: pre-esisteva, cioè, alle attuali lingue indo-europee come quelle latine, germaniche, slave o celtiche, o a quelle meno diffuse come il greco o l'albanese. Ad oggi l'enigma della lingua basca non è stato ancora risolto: si sono ipotizzate parentele con altre lingue iberiche, con quelle del Nord Africa o del Caucaso, ma nessuna di queste è stata finora dimostrata. Il basco è l'unica lingua parlata in Europa sopravvissuta all'arrivo degli indoeuropei circa quattromila anni fa.
    Purtroppo, come vedremo, questo isolamento, che in qualche modo è il simbolo dell'estraneità allo scorrere della storia, è stato assunto come paradigma dal nazionalismo più radicale, che ha di sovente trasformato la difesa della lingua basca in una battaglia di retroguardia. Il fatto che per molta parte del nazionalismo basco l'euskara sia prima di tutto un simbolo, e un simbolo di chiusura allo spagnolo, ne stravolge in qualche modo la funzione principe: l'euskara, insomma, è soprattutto un legame e non un mezzo di comunicazione.
    Dedicarsi alla ricerca delle origini del nazionalismo basco implica una riflessione profonda sull'origine stessa dell'identità basca, o, in altri termini, sull'origine del "popolo basco"

    inteso come gruppo etnico e culturale distinto da quelli circostanti. Una delle caratteristiche fondamentali del nazionalismo basco è l'autorappresentazione di sé come gruppo caratterizzato da un lignaggio estremamente antico ed estremamente puro. Nella retorica corrente del nazionalismo, il riferimento alle origini è molto frequente e vi si ricorre per sottolineare come il popolo basco, nella sua fedeltà a determinate tradizioni e in particolare al suo idioma, il basco appunto, sia rimasto uguale a se stesso nel corso dei secoli. In sostanza, l'identità basca si basa su un'idea purezza etnico-culturale che si traduce nel mito dell'isolamento.
    A voler ben vedere, qualsiasi nazionalismo, e più di tutti quelli di stampo etnico come quello basco, si fondano su di una qualche mitologia dell'isolamento. Una mitologia, cioè, che tende a pescare nel passato prossimo e remoto di un popolo solo certi tratti di una cultura e a trascurare quelli che invece provano (com'è normale che avvenga nel corso dei secoli, per qualsiasi cultura) le contaminazioni e le sovrapposizioni tra diverse tradizioni culturali. Più certi elementi di una cultura sembrano risalire indietro nel tempo, più il preteso isolamento di tale cultura dalle altre sembra essere provato. Senza voler considerare il fatto che la costruzione di un'identità ha ben poche prospettive se è fatta con lo sguardo costantemente volto al passato, va detto che di norma, ad un attento esame della storia, l'isolamento culturale si rivela essere non un fatto, ma una delle tante possibili autorappresentazioni di sé.
    La medesima attitudine si riscontra anche per ciò che riguarda l'euskera, del quale vengono costantemente rimarcate le remotissime origini. Abbiamo già detto che è luogo comune che il basco sia la lingua più antica d'Europa. L'equazione identitaria che identifica come basco colui che possiede l'euskera (euskaldun) implica che il popolo basco sia conseguentemente identificato quale popolo più antico d'Europa. Questa tesi risulta credibile solo se considerata superficialmente, ma il nazionalismo basco non omette mai di ricordarla, e non ha mancato d'influenzare molti studi con pretese di scientificità.
    L'equivoco di base per cui la maggiore lontananza nel tempo delle origini della lingua basca darebbe maggior forza alla tesi dell'originalità del popolo basco rispetto ai suoi vicini (e di riflesso alla causa del separatismo basco) ha probabilmente fatto sì che l'attenzione di molti studiosi sia stata rivolta quasi esclusivamente ai tratti distintivi della lingua piuttosto che a quelli che provano un contatto e una sovrapposizione con altri idiomi.
    La questione della lingua è doppiamente importante poiché le autorità politiche nazionaliste hanno fatto in questi anni un uso del basco strumentale a quella che viene comunemente definita la strategia di "costruzione nazionale". Proprio perché il basco non è la lingua maggioritaria, il nazionalismo basco si trova di fronte a una difficoltà evidente: quale credibilità ha l'ipotesi di una "patria basca" quando il fattore d'identità principale, la lingua, è prerogativa di una minoranza? Come risolvere il problema cruciale di un ipotetico stato basato sull'omogeneità etnico-linguistica quando questa visione è in contrasto con l'idea moderna di cittadinanza, ma soprattutto quando questa stessa omogeneità nei fatti non esiste? Parte della classe politica nazionalista ha pensato di utilizzare l'arma dell'educazione, e lo ha fatto in modo molto spregiudicato, tanto che in più di un'occasione (abbiamo visto per esempio la dichiarazione del Foro di Ermua) le autorità locali sono state accusate di fomentare tra le giovani generazioni l'odio verso la Spagna, attraverso un insegnamento distorto della storia o della geografia (ad esempio, più del 75% dei libri di testo impiegati nelle scuole fanno riferimento a un'entità politica inesistente quando parlano dei Paesi Baschi, poiché vi includono, senz'alcuna indicazione, la Navarra e le provincie basche francesi) e attraverso la discriminazione della lingua spagnola nell'insegnamento. E' perciò frequente sentir parlare in Spagna, a questo proposito, di conflitto linguistico, anche se si tratta propriamente di un conflitto politico, riguardante l'uso simbolico che si fa della lingua, dato che il recupero dell'euskera è stato subordinato a un progetto politico di costruzione nazionale basco. Progetto che, come abbiamo ripetuto ormai molte volte, non rappresenta la volontà di tutti i baschi, ma solo quella del settore nazionalista (altra particolarità del nazionalismo è quella di parlare sempre, sistematicamente, in nome di una fantomatica "volontà del popolo basco").
    Il conflitto esistente è quello tra un settore nazionalista che approfitta (anche se lo fa legittimamente) del potere che ha a livello regionale per promuovere una sorta di immersione culturale che ai non nazionalisti appare invece una violazione dei diritti dei baschi non euskaldun (cioè che non parlano euskera).
    Non si hanno dati ufficiali, ma sono migliaia (3000 circa) i maestri e professori non euskaldun (o che semplicemente non accettano che la lingua sia forzatamente usata come fattore di conflitto sociale) che negli ultimi 15 anni hanno lasciato il Paese basco.
    Per tornare alla originalità dell'idioma basco, dobbiamo dire che, se è vero che finora non è stata dimostrata con sicurezza alcuna parentela con altre lingue, è anche vero niente prova che il basco debba restare per sempre al di fuori di qualsiasi tentativo di classificazione.
    In particolare, la domanda interessante, dato il contesto che abbiamo descritto, è la seguente: è davvero il castigliano (cioè lo spagnolo) una lingua straniera, non autoctona, nel Paese Basco? Per il nazionalismo la risposta è semplicissima: sì, e in quanto tale è riflessa, di fatto, nello statuto di autonomia basco (una sorta di costituzione regionale), che, pur contraddicendo una realtà sociolinguistica opposta, conferisce al castigliano solo il grado di lingua coofficiale, e non propria del Paese Basco, privilegio che può ostentare solo l'euskera. E' quest'ultima, si dice, la lingua originaria, ancestrale dei baschi, la cui antichità resta sconosciuta e che non ha potuto essere imparentata con nessun'altra lingua conosciuta. Su questo non c'è molto da discutere, in effetti, ma le cose si complicano se consideriamo che il basco attuale è completamente differente da quei frammenti di basco antico giunto fino ai giorni nostri. Nessuna variante del basco attuale, in altre parole, ha potuto essere utilizzata per interpretare il basco antico o protobasco. A partire da questo cosiddetto protobasco (di cui abbiamo un esempio in alcune glosse datate tra il la fine del secolo X e l'inizio del secolo XI) la interpretazione dell'antichità della lingua basca dipende dal criterio linguistico che si vuole adottare. Se si opta per un criterio di intelligibilità, il basco attuale non è solo lo stato di una lingua nel suo decorso storico, ma una lingua distinta, posto che il protobasco è inintelligibile da parte del basco moderno. Da questo punto di vista, autorevoli linguisti sostengono, forse con una certa dose di provocazione, che il castigliano potrebbe considerarsi più antico dell'euskera all'interno dello stesso territorio basco. In realtà stabilire l'età relativa di una lingua è impresa quasi impossibile.
    E' pero da sottolineare la tesi di altri studiosi, che, sulla base del fatto che la culla del castigliano comprende parte delle province di Alava e Vizcaya (oltre alla Cantabria e alla zona a nord di Burgos), considerano che il castigliano sia sorto come lingua "koinetica" parlata dagli stessi baschi. Si tratterebbe, cioè, di una lingua mista, nata in una zona di contatto basco-latino, sviluppatasi proprio per facilitare la comprensione tra genti di parlata distinta. Come vediamo, questa interpretazione, nient'affatto stravagante (non sono pochi gli indizi che la suffragano), rompe decisamente la visione di una lingua straniera imposta da un popolo estraneo. Del resto, vedremo meglio anche questo, è la storia a smentire l'idea di una eterna contrapposizione tra spagnoli e baschi, che al contrario hanno sempre convissuto, anche se talvolta in maniera conflittuale, così come, fino all'apparire del nazionalismo sul finire dell'Ottocento hanno convissuto le due lingue.
    Se retrocediamo al tempo delle invasione romane, possiamo vedere quali sono le vere cause della progressiva ritirata del basco a favore dello spagnolo. Man mano che la romanizzazione progredì, i popoli del nord della penisola iberica persero progressivamente parte della propria fisionomia etnica e linguistica originale, incapaci di mantenere per ragioni materiali l'inarrestabile e schiacciante, ma al tempo stesso civilizzatore, peso del latino, veicolo strumentale della superiorità produttiva e culturale dello schiavismo romano.
    Non tutti i popoli del nord, tuttavia, soffriranno questo processo nella stessa misura. Una serie di tribù conosciute più tardi col nome generico di vasconi, conserveranno per un periodo più lungo la propria idiosincrasia etnico-linguisitca. I vasconi, secondo gli antichi testi classici, erano gli abitanti del territorio che attualmente costituisce la totalità della Navarra, una parte del Guipúzcoa, Logroño e Aragón (Aragona). Assieme a questi abitavano la zona una serie di popoli quali autrigoni, caristi e varduli, che avrebbero occupato il resto dell'attuale Paese Basco e buona parte dei territori limitrofi.
    E' un mito interessatamente difeso dai nazionalisti baschi quello della sconfitta dei romani da parte dei vasconi. Ma quello che è sicuro è che tutto il sud del territorio vascone, ricco per l'agricoltura e l'allevamento, fu occupato da Roma. Il nord, montagnoso e con scarse risorse, non attrasse i romani, che ebbero in Pamplona (Iruña in basco, la "città" per antonomasia) il loro limite urbano settentrionale più importante. La partecipazione dei vasconi al mondo romano non fu certamente scarsa, tanto che si ritrovano menzioni su soldati vasconi al servizio delle legioni romane ai confini dell'impero, e della loro partecipazione alle vicissitudini delle ricorrenti guerre civili interne all'impero.
    La dominazione romana e la progressiva adozione del latino apriranno una frattura linguistica nel territorio dei vasconi, poiché accanto alla parte meridionale romanizzata restava la parte settentrionale, in cui l'influenza romana non fu così intensa. Un fenomeno similare si ebbe sull'altro versante dei Pirenei, in Aquitania, benché a coordinate geografiche invertite, giacché in questo caso l'influsso latino si distribuiva lungo la direttrice nord-sud. Questo fece sì che la lingua e la toponimia basca includessero un gran numero di prestiti latini, romanzi, e, in misura però assai minore, celtici.
    Alcuni linguisti affermano che la lingua basca in realtà configura una serie di dialetti, tra essi imparentati, ma distinti l'uno dall'altro, tali che molte volte era impossibile che si potessero intendere a vicenda i parlanti dei rispettivi dialetti. E', in qualche modo, un fenomeno analogo a quello esistente tra le lingue romaniche o tra altri gruppi linguistici conosciuti. Ciò che è certo è che solo in tempi recenti, l'Accademia della Lingua Basca, nel suo Congresso di Aránzazu del 1968, tenendo in conto queste differenze dialettali, approvò ufficialmente i criteri per unificare artificialmente tali dialetti istituendo l'euskera batua, o basco unificato, basato in gran parte sul guipizcoano, il dialetto del Guipúzcoa.
    In conclusione, le vicissitudini storiche della lingua o dei dialetti baschi sono stati quelli di una lingua marginale, relegata al mondo rurale e frequentemente associata, fino a non molto tempo fa, all'ignoranza e all'abbrutimento considerati tipici di quel mondo. Ma al contrario di quello che è successo con l'irlandese (il cui uso era perseguito e punito da parte dell'invasore inglese) il basco non ha mai sofferto di una rigorosa proibizione ufficiale, fatta eccezione forse per i primi anni della dittatura fascista di Franco. Già negli anni Cinquanta, comunque, nonostante l'esaltazione dei "valori della razza e della lingua spagnole" si ebbe una certa apertura alla diffusione scritta del basco. Negli anni Sessanta cominciarono invece ad apparire le prime ikastolas, scuole in lingua basca.
    E' innegabile che il basco abbia sofferto un processo di emarginazione dovuto al fatto, sottolineato in precedenza, di non aver potuto servire come strumento efficace di nuove forze produttive, cosicché il suo posto fu occupato in primo luogo dal latino, e più tardi dalle sue varianti dialettali. Sono dunque di carattere economico i fattori che più hanno contribuito alla lenta emarginazione del basco.
    Per ciò che concerne la letteratura scritta in lingua basca, il suo sviluppo è stato recente. I primi testi sono tutti in dialetto labortano (Labourd, Francia), sono di carattere religioso e scritti tutti da religiosi. Uno dei primi e dei più noti, il libro di poesie di Bernard Dechepare, apparve nel 1545. Sarà a partire dal XVIII secolo che il guipuzcoano, grazie al commercio d'oltremare e al declino commerciale del Labourd, acquisterà maggior importanza e di conseguenza maggior forza letteraria, che sarà però sempre marginale in confronto alla letteratura in lingua romanza. Nel secolo XIX si ha un auge della letteratura profana rispetto a quella religiosa, riflesso nella lingua basca dei contrasti sempre più vivaci tra la dinamica borghesia delle città e un mondo rurale, ancorato a relazioni economiche e sociali arcaiche. Non è perciò per nulla casuale l'appoggio, riscontrabile anche al giorno d'oggi, dato dalla chiesa locale alla difesa a e alla riscossa della lingua basca. In questo caso non si va molto lontani dalla verità adottando un'interpretazione che intravede una dinamica di potere e di dominio di classe al di sotto di ciò che potrebbe apparire un semplice fenomeno di tradizionalismo, di anacronistica nostalgia di un mondo minacciato dalla modernità.
    Per il clero, "l'euskera della gente semplice e ignorante" è una lingua da proteggere di fronte all'irruzione di altre lingue estranee, poiché in tal modo la si protegge dalla contaminazione ideologica esteriore, che metterebbe in pericolo il potere materiale e ideologico del clero stesso all'interno di certi strati della società basca: "La nostra lingua possiede inoltre un'altra virtù e un altro vantaggio. Così come il solido muraglione circonda il pascolo o la vigna, la nostra lingua si erge ai confini del Paese Basco. Essa protegge le nostre immacolate credenze, le nostre buone abitudini e tutti gli antichi costumi, mentre allontana da noi le falsità dei vicini, le loro azioni disoneste e il seme cattivo dello straniero".
    (Arbelbide. "Igandea edo Jaunaren Eguna". El domingo o el día del Señor. Citato da Ibon Sarasola, Historia Social de la Literatura Vasca, p.71.) Questa allocuzione di un vescovo ai suoi fedeli è solo un esempio tra i tanti possibili di come con frequenza il clero basco abbia fatto della difesa della lingua un uso strumentale e ideologico.
    Abbiamo fin qui sviscerato, anche se soltanto parzialmente, la storia della lingua basca e abbiamo parlato del ruolo simbolico che essa svolge nel conflitto tra nazionalismo basco e stato spagnolo. Resta però ancora insoluto il problema più importante. Come è possibile che il livello di conflittualità tra baschi e spagnoli sia giunto fino al punto di produrre un fenomeno terrorista come l'ETA? Come nasce una lettura della storia (che disgraziatamente ETA condivide anche col nazionalismo basco democratico) che interpreta tutta la storia dei Paesi Baschi come una lotta continua per l'indipendenza?
    Il nome chiave lo abbiamo già fatto, ed è quello di Sabina Arana, singolare personaggio, padre spirituale e materiale del nazionalismo basco. Egli inventò dal nulla i simboli baschi, a cominciare dalla bandiera, e possiamo ben dire che costruì quasi da zero, benché favorito dal contesto storico, il nazionalismo basco fornendogli una mitologia (un passato di oppressioni) e una prospettiva politica (l'indipendenza dalla Spagna).
    Ma di questo parleremo nella prossima puntata.
    (
    1 - segue)

    Il 13 maggio del 2001, dopo una campagna elettorale molto dura e combattuta, si sono svolte nei Paesi Baschi, una delle diciassette comunità autonome in cui è suddivisa la Spagna, le votazioni per l'elezione del Parlamento basco. I pochi trafiletti che ne davano conto sulla stampa italiana erano comprensibilmente sommersi dalla valanga di notizie e di commenti sulle elezioni politiche che, nello stesso giorno, si erano tenute in Italia, regalando la vittoria allo schieramento di centrodestra. Dell'aspro dibattito politico che aveva infiammato non solo i Paesi Baschi ma l'intera Spagna, quindi, non giungeva nessuna eco.
    Un dibattito in cui la classe politica e l'opinione pubblica spagnola si sono confrontate (o meglio: scontrate, e duramente) su un tema che purtroppo continua a mettere in secondo piano tutti gli altri: il terrorismo dell'ETA.
    L'ETA, com'è noto, è un'organizzazione armata che persegue il fine dell'indipendenza dei Paesi Baschi attraverso il ricorso alla violenza terrorista. E' noto d'altronde che esiste in molta parte della società basca un effettivo desiderio se non d'indipendenza, di maggior autonomia possibile dallo stato spagnolo.
    A livello locale, il partito di maggioranza relativa è il PNV (Partido Nacionalista Vasco), d'orientamento cattolico e moderato, la cui posizione nei confronti della Spagna negli ultimi anni è progressivamente slittata dal tradizionale autonomismo a una sempre più spinta contestazione dell'architettura costituzionale che regge lo stato spagnolo e le sue componenti regionali. Un avvicinamento, insomma, all'indipendentismo proprio del nazionalismo basco più radicale, quello del partito di Euskal Herritarrok (traducibile come "Cittadini Baschi", o meglio "Popolo Basco"). Euskal Herritarrok (di norma abbreviato con la sigla EH) è comunemente considerato come il braccio politico dell'ETA. EH, tra l'altro, pur partecipando alle elezioni locali, e solo a quelle, non riconosce come legittimo il parlamento basco.
    Questo avvicinamento si è concretizzato nel 1998, con il patto di Lizarra (dal nome della città basca in cui è stato concluso; detto anche patto di Estella, che è il nome della stessa città in spagnolo), che ha sancito l'alleanza politica di tutti i partiti nazionalisti baschi. Attualmente è proprio la coalizione nazionalista a governare il parlamento dei Paesi Baschi, la cui sede è nella capitale Vitoria (Gasteiz in basco). Accanto al PNV e a EH fanno parte della coalizione partiti minori il più importante dei quali è Eusko Alkartasuna (EA, "Solidarietà Basca").
    Il fatto che in ultima istanza l'obiettivo dell'ETA e dei partiti nazionalisti sia lo stesso, ossia la creazione di uno stato basco indipendente, ha però prodotto un terribile cortocircuito politico e sociale. Da quando nel 1976 la Spagna si è liberata della dittatura franchista ed è tornata alla democrazia, l'ETA ha fatto centinaia di morti. Anche se la schiacciante maggioranza della società basca ripudia l'uso delle armi come mezzo di lotta politica, il nazionalismo basco assume spesso posizioni quantomeno ambigue nei confronti della violenza dell'ETA (che, ricordiamolo, esercita indiscriminatamente il suo terrore contro civili innocenti). Il risultato è che si è creato un clima di legittimazione tacita della violenza, non fosse altro perché anche quando questa non viene giustificata, viene surrettiziamente, e in maniera quasi sistematica, considerata una risposta a un'altra ipotetica violenza perpetrata dallo stato oppressore spagnolo nei confronti del "popolo basco". Come vedremo lo stato spagnolo non è stato esente da colpe e da errori nel corso degli anni, ma costituirebbe un grave torto alla storia e alla logica avallare la visione di una nazione basca occupata manu militari, dalla Spagna da un lato e dalla Francia dall'altro. Certamente, durante i quasi quarant'anni di dittatura franchista (1939-1976), qualsiasi velleità di autonomia dei Paesi Baschi fu duramente soffocata dal nazionalismo spagnolo di Madrid, che impedì l'uso dell'euskera, cioè del basco. La simbologia del nazionalismo basco era severamente vietata: era reato, ad esempio, possedere ed esporre l'ikurriña, la bandiera basca bianco-rosso-verde. Molti tra i nazionalisti dichiarati non avevano scelta tra la galera e l'esilio. Eppure, per quanto tormentata e imperfetta, la transizione alla democrazia della seconda metà degli anni Settanta ha restituito agli abitanti dei Paesi Baschi (e del resto della Spagna, giacché la dittatura fascista non fece sconti a nessun tipo di dissidenza) tutti i diritti e le libertà fondamentali. Non solo: ha, di fatto, costituito un notevole passo avanti per tutte le istanze del nazionalismo basco rispetto a qualsiasi situazione storica reale precedente la dittatura. In altre parole, mai si era dato, per i Paesi Baschi, nella storia degli ultimi secoli, un grado d'autonomia reale così alto.
    Ma il passaggio dalla dittatura alla democrazia, e la contestuale approvazione prima della costituzione spagnola, poi del cosiddetto Statuto di autonomia (il documento che regola le competenze dei Paesi Baschi e i loro rapporti con lo stato) rappresenta un momento cruciale che merita di essere approfondito, e che riprenderemo più avanti.
    Si può però aggiungere che l'oggettiva convergenza di fini tra nazionalismo basco ed ETA, considerato che l'alleanza dei partiti nazionalisti rappresenta politicamente la maggioranza dei baschi (nelle ultime elezioni il blocco nazionalista ha conseguito più del 52% dei voti, contro il 46% dei partiti cosiddetti statalisti o costituzionalisti, tra i quali il Partido Popular di Aznar, presidente del consiglio spagnolo), ha generato spesso una certa confusione nella percezione del problema basco dal di fuori della Spagna.
    In più di un caso in Europa il nazionalismo e il terrorismo basco sono stati percepiti come espressioni di un movimento di liberazione nazionale proprio dei vecchi contesti colonialisti. Va detto subito, però, che si tratta di un criterio schematico e approssimativo, che non solo ignora completamente la storia della Spagna degli ultimi cinque secoli, ma

    occulta la realtà di un paese, quello basco, il quale non solo gode costituzionalmente di istituzioni pienamente democratiche, equiparate a quelle del resto dei paesi che formano la comunità europea, ma gode anche di un'amplissima autonomia politica e amministrativa, che non ha eguali in Europa.
    Non è buona norma anticipare le conclusioni di discorso o di un lavoro prima di averle adeguatamente esposte e giustificate. Abbiamo fatto in questo caso una parziale eccezione alla regola, proprio per sgombrare il campo da un possibile equivoco a proposito del seguito effettivo della causa della "liberazione" dallo stato spagnolo: il fenomeno del nazionalismo basco e delle sue rivendicazioni (siano esse perseguite attraverso la violenza terroristica piuttosto che attraverso il normale gioco politico) non è affatto rappresentativo di tutta la società basca, come il nazionalismo stesso tenta di dare a intendere e come spesso, più o meno in buona fede, molti osservatori esterni sono superficialmente portati a credere.
    Quello che possiamo anticipare è che il fenomeno nazionalista basco, così come si presenta attualmente, ha ben poco di affascinante: perfettamente legittimo dal punto di vista politico, si nutre tuttavia nella pratica quotidiana di un vittimismo ingiustificato nei confronti del presunto oppressore spagnolo. Un vittimismo che a sua volta si nutre di miti costruiti artificialmente e di una lettura distorta del passato, rivisto attraverso la lente di un'ideologia nazionalista venata di xenofobia.
    La realtà, come sempre, è piuttosto complessa. Se è vero che nei Paesi Baschi esiste una maggioranza di elettori che premia, almeno attualmente, una coalizione nazionalista, è altrettanto vero che le rivendicazioni secessioniste della classe dirigente politica basca sono molto meno sentite di quanto si creda dalla società civile. Del resto, non solo metà della popolazione basca è evidentemente non nazionalista, ma anche buona parte dell'elettorato che vota i partiti nazionalisti non sente il proprio essere basco in contrapposizione al proprio essere spagnolo. Eppure la violenza terrorista di pochi fanatici tiene in ostaggio l'intera società basca, e ne mina il normale funzionamento, perché è indubitabile che costringa a mettere in cima alle priorità politiche la questione del confronto con lo stato spagnolo, invece che il problema della disoccupazione piuttosto che dell'inquinamento. Dal punto di vista degli indipendentisti più radicali, proprio perché si tratta di una minoranza piuttosto esigua, la strategia violenta dell'ETA paga, perché mette un'intera società, e le sue istituzioni, nella tentazione di "trattare" con i terroristi una via di uscita. Già ora i Paesi Baschi stanno duramente pagando il clima di intimidazione instaurato dall'ETA e dal suo intorno politico fatto di connivenze se non di vera e propria complicità: sono quasi cento, per esempio, i giornalisti baschi non nazionalisti costretti a vivere sotto protezione della polizia. Molti concejales (consiglieri comunali) del Partido Popular (PP) o del Psoe (il partito socialista spagnolo) e i loro famigliari soffrono costantemente minacce e intimidazioni provenienti dai settori più estremisti del nazionalismo locale. Ma il problema non è circoscritto a poche figure pubbliche: sono migliaia i cittadini baschi toccati da questo dramma, tanto che secondo uno studio recente dell'Università dei Paesi Baschi un 15% dei cittadini è addirittura disposto a lasciare Paesi Baschi a causa del clima di intimidazione che sono costretti a sopportare. Del resto è già in atto un esodo silenzioso di tanti professori, intellettuali, artisti, ma anche semplici cittadini che a tale clima hanno preferito sottrarsi emigrando. Per finanziare la propria attività sovversiva ETA pratica quella che chiama "tassa rivoluzionaria", una sorta di pizzo dai connotati ideologici, imposto a molti imprenditori e professionisti baschi sotto minaccia di morte. Anche in questo caso il risultato è una lenta emorragia, oltre che di persone, di forze produttive e di investimenti.
    Nel febbraio del 2000 il Forum di Ermua (Foro de Ermua), un'organizzazione basca per la difesa dei diritti umani (alla quale l'anno successivo l'Unione Europea avrebbe riservato uno speciale riconoscimento) rilasciava una lunga dichiarazione di fronte al Parlamento Europeo.
    Quel documento, poi comunemente definito dichiarazione di Strasburgo, si intitolava per esteso "Dichiarazione al Parlamento Europeo sul neonazismo e la violenza politica nei Paesi Baschi".
    Così recita l'introduzione del documento: "Il cancro nazi-fascista estirpato alla fine della II Guerra Mondiale minaccia oggi di generare metastasi nelle pretese secessioniste delle

    Minoranze etniche e linguistiche dell'Unione Europea quando esse antepongono le loro aspirazioni alle libertà del cittadino e ai suoi irrinunciabili diritti democratici.
    Questo nazismo non è ormai più quello delle grandi nazioni esistenti bensì quello delle nazioni che si vorrebbero creare e che per questo sacrificano l'individuo al gruppo e all'ideologia.
    Allo stesso modo questo nazional-socialismo sfrutta un vittimismo tanto se non più pericoloso di quello che servì da alibi al nazismo storico, perché trattandosi di minoranze risulta più credibile. Ed è più pericoloso di quello dell'estrema destra austriaca perché quest'ultimo risponde al modello classico e riconoscibile ed è, per di più, un nazismo ancora virtuale che non ha prodotto vittime come ha fatto quello dell'ETA. E' necessario, oggi più che mai, lanciare un grido d'allarme nel Parlamento Europeo."
    Accuse pesanti, ma, come vedremo, non gratuite. Accuse, in ogni caso, degne di attenzione, proprio perché giungono dall'interno della società basca stessa, la quale è spesso erroneamente percepita come monolitica e completamente votata alla causa dell'indipendentismo. In realtà è proprio questo il punto nodale del "problema basco": la deriva di un nazionalismo basco che tende a percepirsi come espressione di un intero "popolo", di un nazionalismo che disconosce, di fatto, la nozione di cittadinanza in favore di un progetto di stato su base etnica. Un nazionalismo, infine, che avvelena la vita quotidiana della società basca identificando sistematicamente come "nemico del popolo basco" chiunque metta in discussione la causa dell'indipendenza dalla Spagna. Ma anche questa è una questione che meriterà più avanti uno speciale approfondimento.
    Abbiamo fin qui nominato solo la Spagna, perché è in Spagna che si manifesta il fenomeno nazionalista (ed è quindi soprattutto a questa parte che faremo riferimento in questo articolo), ma ricordiamo che una parte dei Paesi Baschi ricade sotto la sovranità dello stato francese.
    A questo punto è necessario fare una pausa e fornire le principali coordinate storico-geografiche dei Paesi Baschi, allo scopo di inquadrare meglio sia la situazione attuale, sia le cause storiche del nazionalismo basco.
    I Paesi Baschi, dunque: si tratta di un'entità geografico-culturale piuttosto ben definita, politicamente divisa tra Francia e Spagna. Le province basche del nord (talvolta, tuttavia, definite province orientali) sono quelle francesi del Laburdi (Labourd), della Bassa Navarra e di Zuberoa; esse non hanno alcuna autonomia in seno allo Stato francese e sono parte del più ampio Dipartimento dei Pirenei Atlantici. In realtà alcune forme non di autonomia, ma di riconoscimento della specificità basca della zona sono state gradualmente introdotte dal dopoguerra ad oggi: tra queste, il finanziamento statale dell'insegnamento della lingua basca, l'euskera. Il movimento autonomista è ad ogni modo ultraminoritario nelle province basche di Francia: irrilevante su scala nazionale, è poco visibile anche su scala locale. Diverso il discorso dall'altro lato dei Pirenei, dove invece il movimento nazionalista è assai forte, tanto da generare spinte secessioniste, anche violentecom'è quella dell ETA.
    Le province basche spagnole sono tre: Biscaglia, Guipuzkoa e Araba, che costituiscono la Comunità Autonoma Basca (Cav). I nazionalisti baschi considerano inoltre la Navarra (Nafarroa in basco) parte integrante dei Paesi Baschi e rivendicano come loro capitale Pamplona. La Comunidad Foral de Navarra, questo il nome in spagnolo della regione (uniprovinciale, con capitale appunto a Pamplona), rappresenterebbe dal punto di vista geografico la parte più estesa dei Paesi Baschi: la sola Navarra è, infatti, grande più o meno come le altre sei province basche messe insieme. La causa dell'annessione della Navarra ai Paesi Baschi è un cavallo di battaglia del nazionalismo più radicale, ma in verità suscita più entusiasmo fuori che dentro la Navarra, regione in cui ormai il basco non è parlato che da uno scarso 10% della popolazione, e in cui la causa dell'indipendenza dalla Spagna suscita ben tiepidi entusiasmi.
    Un'avvertenza: spesso esiste più di una grafia per i toponimi baschi, non solo perché generalmente esiste un nome basco e uno in spagnolo, ma perché essendo il basco una lingua dalla tradizione prevalentemente orale, talvolta il medesimo toponimo viene scritto in modo leggermente diverso. Come norma generale, adotteremo qui la versione in spagnolo (o meglio in castigliano, che con il gallego, il catalano e il basco è la principale delle quattro lingue nazionali). Ricordiamo anche che l'espressione spagnola País Vasco è generalmente tradotta in italiano al plurale (Paesi Baschi), ma che la traduzione letterale (Paese Basco) è altrettanto legittima e indica la stessa entità geografico-politica. In basco invece esistono due differenti espressioni per designare i Paesi Baschi: la prima è Euskal Herria, che etimologicamente significa "popolo della lingua basca" e che indica sia il Paese Basco sia il popolo basco. (Che questi due concetti siano definiti dalla medesima espressione, è senz'altro significativo.) La seconda è Euskadi, un neologismo che risale a poco più di un secolo fa e che ha un significato più politico, anche se è entrato ormai nell'uso comune. La parola Euskadi (inizialmente si scriveva Euzkadi) fu coniata nel 1900 da Sabino Arana, il padre del nazionalismo basco e fondatore (nel 1895) del Partito Nazionalista Basco (PNV). Essa è composta dalla radice euzko (basco) e dal suffisso di (insieme), e la sua valenza ideologica sta nel voler indicare l'unità politica (mai esistita in epoca moderna) delle sette provincie basche.
    Le tre province basche propriamente dette sono dunque Vizcaya (Bizkaia in basco) con capoluogo Bilbao (Bilbo), Guipuzcoa (Guipuzkoa) con capoluogo San Sebastian (Donosti) e Alava(Araba) il cui capoluogo Vitoria (Gasteiz) è anche la capitale della Comunità Autonoma Basca. Vizcaya e Guipuzcoa, entrambe affacciate sull'Oceano (più precisamente sul Golfo di Vizcaya, quello che noi chiamiamo Golfo di Biscaglia) sono in assoluto le province più densamente popolate, rispettivamente con 1.155.000 e con 676.500 abitanti. Nella più grande Alava (che invece non si affaccia sul mare) vivono invece solo 272.500 persone, e dunque la densità di popolazione è decisamente bassa.
    Se, come fa il nazionalismo basco, volessimo calcolare anche la Navarra e le province francesi del Nord, i Paesi Baschi conterebbero poco più di 2.873.500 abitanti.

    Territorio
    Abitanti
    Bascofoni
    % bascofoni
    Alava
    272.447
    25.300
    9,3
    Guipuzkoa
    676.488
    310.100
    45,8
    Vizkaya
    1.155.106
    212.600
    18,4
    (Navarra)
    519.277
    52.023
    10,0
    Bassa Navarra
    29.298
    18.897
    64.5
    Lapurdi
    204.598
    53.195
    26,0
    Zuberoa
    16.298
    8.915
    54,7
    Totale
    2.873.512
    681.030
    23,7

    La tabella precedente riassume i dati principali sul numero degli abitanti delle singole province basche e sulla rispettiva percentuale di bascofoni. Tale percentuale è un dato molto importante e da osservare con particolare attenzione, poiché il principale, se non esclusivo fattore d'identità dei baschi è proprio la lingua, l'euskera.
    Il basco dà tanta importanza alla sua lingua che si definisce in base a questo parametro. Per dire che una persona è basca si dice che è "euskaldun", il che significa precisamente che è "bascofono", "che parla il basco": non v'è altro modo, in basco, di dire "basco".
    Come si può notare, la percentuale di basco-parlanti sul totale degli abitanti è molto bassa: resta bassa anche se si considerano solo le prime quattro province, quelle in territorio spagnolo, dove le rivendicazioni autonomiste sono molto più vivaci. Anzi, a ben vedere, la percentuale relativa di bascofoni, a parte la zona di San Sebastian (che è infatti il massimo focolaio del nazionalismo basco più radicale), proprio in queste province è decisamente inferiore alla media.
    Si aggiunga che nella stragrande maggioranza dei casi i cosiddetti bascofoni sono bilingui, il che significa che il castigliano è in ogni caso parlato o compreso dalla quasi totalità dei cittadini baschi.
    La lingua basca è un caso affascinante di lingua-isola, nel senso che manca di parentele conosciute. Il basco, si sente spesso ripetere, è la più antica lingua europea: pre-esisteva, cioè, alle attuali lingue indo-europee come quelle latine, germaniche, slave o celtiche, o a quelle meno diffuse come il greco o l'albanese. Ad oggi l'enigma della lingua basca non è stato ancora risolto: si sono ipotizzate parentele con altre lingue iberiche, con quelle del Nord Africa o del Caucaso, ma nessuna di queste è stata finora dimostrata. Il basco è l'unica lingua parlata in Europa sopravvissuta all'arrivo degli indoeuropei circa quattromila anni fa.
    Purtroppo, come vedremo, questo isolamento, che in qualche modo è il simbolo dell'estraneità allo scorrere della storia, è stato assunto come paradigma dal nazionalismo più radicale, che ha di sovente trasformato la difesa della lingua basca in una battaglia di retroguardia. Il fatto che per molta parte del nazionalismo basco l'euskara sia prima di tutto un simbolo, e un simbolo di chiusura allo spagnolo, ne stravolge in qualche modo la funzione principe: l'euskara, insomma, è soprattutto un legame e non un mezzo di comunicazione.
    Dedicarsi alla ricerca delle origini del nazionalismo basco implica una riflessione profonda sull'origine stessa dell'identità basca, o, in altri termini, sull'origine del "popolo basco"

    inteso come gruppo etnico e culturale distinto da quelli circostanti. Una delle caratteristiche fondamentali del nazionalismo basco è l'autorappresentazione di sé come gruppo caratterizzato da un lignaggio estremamente antico ed estremamente puro. Nella retorica corrente del nazionalismo, il riferimento alle origini è molto frequente e vi si ricorre per sottolineare come il popolo basco, nella sua fedeltà a determinate tradizioni e in particolare al suo idioma, il basco appunto, sia rimasto uguale a se stesso nel corso dei secoli. In sostanza, l'identità basca si basa su un'idea purezza etnico-culturale che si traduce nel mito dell'isolamento.
    A voler ben vedere, qualsiasi nazionalismo, e più di tutti quelli di stampo etnico come quello basco, si fondano su di una qualche mitologia dell'isolamento. Una mitologia, cioè, che tende a pescare nel passato prossimo e remoto di un popolo solo certi tratti di una cultura e a trascurare quelli che invece provano (com'è normale che avvenga nel corso dei secoli, per qualsiasi cultura) le contaminazioni e le sovrapposizioni tra diverse tradizioni culturali. Più certi elementi di una cultura sembrano risalire indietro nel tempo, più il preteso isolamento di tale cultura dalle altre sembra essere provato. Senza voler considerare il fatto che la costruzione di un'identità ha ben poche prospettive se è fatta con lo sguardo costantemente volto al passato, va detto che di norma, ad un attento esame della storia, l'isolamento culturale si rivela essere non un fatto, ma una delle tante possibili autorappresentazioni di sé.
    La medesima attitudine si riscontra anche per ciò che riguarda l'euskera, del quale vengono costantemente rimarcate le remotissime origini. Abbiamo già detto che è luogo comune che il basco sia la lingua più antica d'Europa. L'equazione identitaria che identifica come basco colui che possiede l'euskera (euskaldun) implica che il popolo basco sia conseguentemente identificato quale popolo più antico d'Europa. Questa tesi risulta credibile solo se considerata superficialmente, ma il nazionalismo basco non omette mai di ricordarla, e non ha mancato d'influenzare molti studi con pretese di scientificità.
    L'equivoco di base per cui la maggiore lontananza nel tempo delle origini della lingua basca darebbe maggior forza alla tesi dell'originalità del popolo basco rispetto ai suoi vicini (e di riflesso alla causa del separatismo basco) ha probabilmente fatto sì che l'attenzione di molti studiosi sia stata rivolta quasi esclusivamente ai tratti distintivi della lingua piuttosto che a quelli che provano un contatto e una sovrapposizione con altri idiomi.
    La questione della lingua è doppiamente importante poiché le autorità politiche nazionaliste hanno fatto in questi anni un uso del basco strumentale a quella che viene comunemente definita la strategia di "costruzione nazionale". Proprio perché il basco non è la lingua maggioritaria, il nazionalismo basco si trova di fronte a una difficoltà evidente: quale credibilità ha l'ipotesi di una "patria basca" quando il fattore d'identità principale, la lingua, è prerogativa di una minoranza? Come risolvere il problema cruciale di un ipotetico stato basato sull'omogeneità etnico-linguistica quando questa visione è in contrasto con l'idea moderna di cittadinanza, ma soprattutto quando questa stessa omogeneità nei fatti non esiste? Parte della classe politica nazionalista ha pensato di utilizzare l'arma dell'educazione, e lo ha fatto in modo molto spregiudicato, tanto che in più di un'occasione (abbiamo visto per esempio la dichiarazione del Foro di Ermua) le autorità locali sono state accusate di fomentare tra le giovani generazioni l'odio verso la Spagna, attraverso un insegnamento distorto della storia o della geografia (ad esempio, più del 75% dei libri di testo impiegati nelle scuole fanno riferimento a un'entità politica inesistente quando parlano dei Paesi Baschi, poiché vi includono, senz'alcuna indicazione, la Navarra e le provincie basche francesi) e attraverso la discriminazione della lingua spagnola nell'insegnamento. E' perciò frequente sentir parlare in Spagna, a questo proposito, di conflitto linguistico, anche se si tratta propriamente di un conflitto politico, riguardante l'uso simbolico che si fa della lingua, dato che il recupero dell'euskera è stato subordinato a un progetto politico di costruzione nazionale basco. Progetto che, come abbiamo ripetuto ormai molte volte, non rappresenta la volontà di tutti i baschi, ma solo quella del settore nazionalista (altra particolarità del nazionalismo è quella di parlare sempre, sistematicamente, in nome di una fantomatica "volontà del popolo basco").
    Il conflitto esistente è quello tra un settore nazionalista che approfitta (anche se lo fa legittimamente) del potere che ha a livello regionale per promuovere una sorta di immersione culturale che ai non nazionalisti appare invece una violazione dei diritti dei baschi non euskaldun (cioè che non parlano euskera).
    Non si hanno dati ufficiali, ma sono migliaia (3000 circa) i maestri e professori non euskaldun (o che semplicemente non accettano che la lingua sia forzatamente usata come fattore di conflitto sociale) che negli ultimi 15 anni hanno lasciato il Paese basco.
    Per tornare alla originalità dell'idioma basco, dobbiamo dire che, se è vero che finora non è stata dimostrata con sicurezza alcuna parentela con altre lingue, è anche vero niente prova che il basco debba restare per sempre al di fuori di qualsiasi tentativo di classificazione.
    In particolare, la domanda interessante, dato il contesto che abbiamo descritto, è la seguente: è davvero il castigliano (cioè lo spagnolo) una lingua straniera, non autoctona, nel Paese Basco? Per il nazionalismo la risposta è semplicissima: sì, e in quanto tale è riflessa, di fatto, nello statuto di autonomia basco (una sorta di costituzione regionale), che, pur contraddicendo una realtà sociolinguistica opposta, conferisce al castigliano solo il grado di lingua coofficiale, e non propria del Paese Basco, privilegio che può ostentare solo l'euskera. E' quest'ultima, si dice, la lingua originaria, ancestrale dei baschi, la cui antichità resta sconosciuta e che non ha potuto essere imparentata con nessun'altra lingua conosciuta. Su questo non c'è molto da discutere, in effetti, ma le cose si complicano se consideriamo che il basco attuale è completamente differente da quei frammenti di basco antico giunto fino ai giorni nostri. Nessuna variante del basco attuale, in altre parole, ha potuto essere utilizzata per interpretare il basco antico o protobasco. A partire da questo cosiddetto protobasco (di cui abbiamo un esempio in alcune glosse datate tra il la fine del secolo X e l'inizio del secolo XI) la interpretazione dell'antichità della lingua basca dipende dal criterio linguistico che si vuole adottare. Se si opta per un criterio di intelligibilità, il basco attuale non è solo lo stato di una lingua nel suo decorso storico, ma una lingua distinta, posto che il protobasco è inintelligibile da parte del basco moderno. Da questo punto di vista, autorevoli linguisti sostengono, forse con una certa dose di provocazione, che il castigliano potrebbe considerarsi più antico dell'euskera all'interno dello stesso territorio basco. In realtà stabilire l'età relativa di una lingua è impresa quasi impossibile.
    E' pero da sottolineare la tesi di altri studiosi, che, sulla base del fatto che la culla del castigliano comprende parte delle province di Alava e Vizcaya (oltre alla Cantabria e alla zona a nord di Burgos), considerano che il castigliano sia sorto come lingua "koinetica" parlata dagli stessi baschi. Si tratterebbe, cioè, di una lingua mista, nata in una zona di contatto basco-latino, sviluppatasi proprio per facilitare la comprensione tra genti di parlata distinta. Come vediamo, questa interpretazione, nient'affatto stravagante (non sono pochi gli indizi che la suffragano), rompe decisamente la visione di una lingua straniera imposta da un popolo estraneo. Del resto, vedremo meglio anche questo, è la storia a smentire l'idea di una eterna contrapposizione tra spagnoli e baschi, che al contrario hanno sempre convissuto, anche se talvolta in maniera conflittuale, così come, fino all'apparire del nazionalismo sul finire dell'Ottocento hanno convissuto le due lingue.
    Se retrocediamo al tempo delle invasione romane, possiamo vedere quali sono le vere cause della progressiva ritirata del basco a favore dello spagnolo. Man mano che la romanizzazione progredì, i popoli del nord della penisola iberica persero progressivamente parte della propria fisionomia etnica e linguistica originale, incapaci di mantenere per ragioni materiali l'inarrestabile e schiacciante, ma al tempo stesso civilizzatore, peso del latino, veicolo strumentale della superiorità produttiva e culturale dello schiavismo romano.
    Non tutti i popoli del nord, tuttavia, soffriranno questo processo nella stessa misura. Una serie di tribù conosciute più tardi col nome generico di vasconi, conserveranno per un periodo più lungo la propria idiosincrasia etnico-linguisitca. I vasconi, secondo gli antichi testi classici, erano gli abitanti del territorio che attualmente costituisce la totalità della Navarra, una parte del Guipúzcoa, Logroño e Aragón (Aragona). Assieme a questi abitavano la zona una serie di popoli quali autrigoni, caristi e varduli, che avrebbero occupato il resto dell'attuale Paese Basco e buona parte dei territori limitrofi.
    E' un mito interessatamente difeso dai nazionalisti baschi quello della sconfitta dei romani da parte dei vasconi. Ma quello che è sicuro è che tutto il sud del territorio vascone, ricco per l'agricoltura e l'allevamento, fu occupato da Roma. Il nord, montagnoso e con scarse risorse, non attrasse i romani, che ebbero in Pamplona (Iruña in basco, la "città" per antonomasia) il loro limite urbano settentrionale più importante. La partecipazione dei vasconi al mondo romano non fu certamente scarsa, tanto che si ritrovano menzioni su soldati vasconi al servizio delle legioni romane ai confini dell'impero, e della loro partecipazione alle vicissitudini delle ricorrenti guerre civili interne all'impero.
    La dominazione romana e la progressiva adozione del latino apriranno una frattura linguistica nel territorio dei vasconi, poiché accanto alla parte meridionale romanizzata restava la parte settentrionale, in cui l'influenza romana non fu così intensa. Un fenomeno similare si ebbe sull'altro versante dei Pirenei, in Aquitania, benché a coordinate geografiche invertite, giacché in questo caso l'influsso latino si distribuiva lungo la direttrice nord-sud. Questo fece sì che la lingua e la toponimia basca includessero un gran numero di prestiti latini, romanzi, e, in misura però assai minore, celtici.
    Alcuni linguisti affermano che la lingua basca in realtà configura una serie di dialetti, tra essi imparentati, ma distinti l'uno dall'altro, tali che molte volte era impossibile che si potessero intendere a vicenda i parlanti dei rispettivi dialetti. E', in qualche modo, un fenomeno analogo a quello esistente tra le lingue romaniche o tra altri gruppi linguistici conosciuti. Ciò che è certo è che solo in tempi recenti, l'Accademia della Lingua Basca, nel suo Congresso di Aránzazu del 1968, tenendo in conto queste differenze dialettali, approvò ufficialmente i criteri per unificare artificialmente tali dialetti istituendo l'euskera batua, o basco unificato, basato in gran parte sul guipizcoano, il dialetto del Guipúzcoa.
    In conclusione, le vicissitudini storiche della lingua o dei dialetti baschi sono stati quelli di una lingua marginale, relegata al mondo rurale e frequentemente associata, fino a non molto tempo fa, all'ignoranza e all'abbrutimento considerati tipici di quel mondo. Ma al contrario di quello che è successo con l'irlandese (il cui uso era perseguito e punito da parte dell'invasore inglese) il basco non ha mai sofferto di una rigorosa proibizione ufficiale, fatta eccezione forse per i primi anni della dittatura fascista di Franco. Già negli anni Cinquanta, comunque, nonostante l'esaltazione dei "valori della razza e della lingua spagnole" si ebbe una certa apertura alla diffusione scritta del basco. Negli anni Sessanta cominciarono invece ad apparire le prime ikastolas, scuole in lingua basca.
    E' innegabile che il basco abbia sofferto un processo di emarginazione dovuto al fatto, sottolineato in precedenza, di non aver potuto servire come strumento efficace di nuove forze produttive, cosicché il suo posto fu occupato in primo luogo dal latino, e più tardi dalle sue varianti dialettali. Sono dunque di carattere economico i fattori che più hanno contribuito alla lenta emarginazione del basco.
    Per ciò che concerne la letteratura scritta in lingua basca, il suo sviluppo è stato recente. I primi testi sono tutti in dialetto labortano (Labourd, Francia), sono di carattere religioso e scritti tutti da religiosi. Uno dei primi e dei più noti, il libro di poesie di Bernard Dechepare, apparve nel 1545. Sarà a partire dal XVIII secolo che il guipuzcoano, grazie al commercio d'oltremare e al declino commerciale del Labourd, acquisterà maggior importanza e di conseguenza maggior forza letteraria, che sarà però sempre marginale in confronto alla letteratura in lingua romanza. Nel secolo XIX si ha un auge della letteratura profana rispetto a quella religiosa, riflesso nella lingua basca dei contrasti sempre più vivaci tra la dinamica borghesia delle città e un mondo rurale, ancorato a relazioni economiche e sociali arcaiche. Non è perciò per nulla casuale l'appoggio, riscontrabile anche al giorno d'oggi, dato dalla chiesa locale alla difesa a e alla riscossa della lingua basca. In questo caso non si va molto lontani dalla verità adottando un'interpretazione che intravede una dinamica di potere e di dominio di classe al di sotto di ciò che potrebbe apparire un semplice fenomeno di tradizionalismo, di anacronistica nostalgia di un mondo minacciato dalla modernità.
    Per il clero, "l'euskera della gente semplice e ignorante" è una lingua da proteggere di fronte all'irruzione di altre lingue estranee, poiché in tal modo la si protegge dalla contaminazione ideologica esteriore, che metterebbe in pericolo il potere materiale e ideologico del clero stesso all'interno di certi strati della società basca: "La nostra lingua possiede inoltre un'altra virtù e un altro vantaggio. Così come il solido muraglione circonda il pascolo o la vigna, la nostra lingua si erge ai confini del Paese Basco. Essa protegge le nostre immacolate credenze, le nostre buone abitudini e tutti gli antichi costumi, mentre allontana da noi le falsità dei vicini, le loro azioni disoneste e il seme cattivo dello straniero".
    (Arbelbide. "Igandea edo Jaunaren Eguna". El domingo o el día del Señor. Citato da Ibon Sarasola, Historia Social de la Literatura Vasca, p.71.) Questa allocuzione di un vescovo ai suoi fedeli è solo un esempio tra i tanti possibili di come con frequenza il clero basco abbia fatto della difesa della lingua un uso strumentale e ideologico.
    Abbiamo fin qui sviscerato, anche se soltanto parzialmente, la storia della lingua basca e abbiamo parlato del ruolo simbolico che essa svolge nel conflitto tra nazionalismo basco e stato spagnolo. Resta però ancora insoluto il problema più importante. Come è possibile che il livello di conflittualità tra baschi e spagnoli sia giunto fino al punto di produrre un fenomeno terrorista come l'ETA? Come nasce una lettura della storia (che disgraziatamente ETA condivide anche col nazionalismo basco democratico) che interpreta tutta la storia dei Paesi Baschi come una lotta continua per l'indipendenza?
    Il nome chiave lo abbiamo già fatto, ed è quello di Sabina Arana, singolare personaggio, padre spirituale e materiale del nazionalismo basco. Egli inventò dal nulla i simboli baschi, a cominciare dalla bandiera, e possiamo ben dire che costruì quasi da zero, benché favorito dal contesto storico, il nazionalismo basco fornendogli una mitologia (un passato di oppressioni) e una prospettiva politica (l'indipendenza dalla Spagna).



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    come promesso
    vi invio la seconda parte dell'articolo sul nazionalismo basco di Valentino Necco....

    questa è la parte concernente la storia, sinteticamente, in tutte le sue fasi, dai paesi baschi prenazionalisti fino al teorico razzista e reazionario Sabino Arana che fonda afine 800 il nazionalismo basco ricostruendo miticamente la storia dei paesi baschi fino ai nostri giorni.....anche questo, come l'altro merita di essere letto per farsi un'idea di cosa è davvero il nazionalismo basco e quali sono anche oggi i suoi riferimenti e le sua ideologia fondamentale.

    Nota di commento personale:
    fate caso a come l'ideologia del nazionalismo delle origini abbia molto in comune con il sionismo e il nazionalsocialismo tedesco, specialmente in rapporto all'idea della ricostruzione di un popolo ovunque esso si trovi, magari già assimilato in altre regioni, magari perfettamente integrato da secolio nella vita, nella lingua e nella cultura castigliana, o più in generale del regno di Spagna.
    e fate caso anche alla ricostruzione mitica di una storia coesa, dove si narra che i baschi sono un popolo unito, che ha lottato ponendosi come popolo in sè, quando in realtà ogni conflitto anche ideologico, dalle guerre carliste ai più antichi scontri per i privilegi medioevali erano solo scontri di classe e mai di popoli o di etnie. Ecco come la ricostruzione mitica e fintamente unitaria serve al nazionalismo come trampolino di lancio per un'ideologia di tipo fascista.


    A voi:


    IL NAZIONALISMO BASCO La complessa storia di un fenomeno politico
    che da secoli è una tormentosa spina nel fianco dello stato spagnolo




    di VALENTINO NECCO


    Nella prima parte di questo articolo abbiamo descritto sommariamente la situazione sociale e politica attuale nei Paesi Baschi. Abbiamo considerato il ruolo del nazionalismo basco e ne abbiamo tratteggiato i principali fattori di identità, a cominciare dalla lingua, l'euskera, nonché il carattere di artificiosità di molti dei miti su cui esso si basa.
    Resta ancora da analizzare la storia del nazionalismo basco stesso.
    Prima però non sarà inutile ricordare che il nazionalismo è un fenomeno tipico dell'era moderna. Il concetto stesso di nazionalità è moderno: l'Académie française accettò il vocabolo "nazionalità" solo nel 1835. Leggiamo nell'introduzione a un libro del grande storico inglese Eric J. Hobsbawm: "Molte nazioni credono di avere origini antiche e nobilissime,


    Mappa delle province basche

    e spesso questa presunta profondità storica viene impugnata per dare forza e fierezza alla propria identità. In realtà, non pochi di questi contesti nazionali risalgono al secolo XIX, quando l'Europa ridefinì i propri equilibri interni configurando degli assetti statali che all'incirca sono quelli odierni." Non solo. Nella pur grande varietà di forme che i nazionalismi hanno assunto e assumono è possibile rilevare un'altra regolarità: al di sotto delle manifestazioni di ostilità di un'etnia nei confronti di un'altra, i nazionalismi nascondono spesso questioni che attengono al rapporto fra classi e ceti di una stessa società.
    E' risaputo che i miti storici del romanticismo svolsero un ruolo rilevante nel sorgere dei nazionalismi nel secolo XIX, come fattori di legittimazione ideologica, per la necessità di tali movimenti di dotarsi di una storia ad hoc. Questa si basava spesso sull'invenzione di tradizioni (L'invenzione della tradizione, del 1983, è proprio il titolo di uno degli studi più famosi di Hobsbawm), quando non si trattava di falsificazioni o manipolazioni del passato.
    Nella genesi e nello sviluppo del nazionalismo basco ritroveremo puntualmente tutti gli elementi appena considerati: la costruzione di un'identità per contrapposizione (alla Spagna e agli spagnoli), avvenuta in maniera per molti aspetti artificiale, sul finire dell'Ottocento; la falsificazione del passato e la sua ricostruzione in termini mitici; le trasformazioni delle dinamiche socioeconomiche che sul piano politico e culturale danno origine a fenomeni di reazione xenofoba e nazionalista.
    La storia, la sociologia, la psicologia, l'antropologia hanno tutte contribuito, a modo loro, a dimostrare che l'identità (individuale e collettiva) non è un'entità oggettiva che può essere semplicemente scoperta o riconosciuta: essa, cioè, non è inerente all'essenza di un oggetto, ma dipende dalle nostre decisioni. Essa, in altri termini, ha carattere di convenzionalità.
    Naturalmente quello dell'identità resta un problema aperto e a volerlo approfondire si rischia di scivolare addirittura sul piano filosofico, toccando l'ormai millenaria questione dell'esistenza degli universali. Qui ci accontentiamo di sottolineare che, per ciò che concerne i gruppi sociali, l'identità (nazionale o etnica che sia) è sempre "costruita" o "inventata".
    Si può obiettare che la cultura in cui gli individui sono immersi, la lingua che si apprende sin dall'infanzia, le abitudini che si acquisiscono frequentando un dato contesto sociale sono così pervasivi da formare l'identità in modo quasi deterministico. Ciò è senz'altro vero: ma vale anche il ragionamento inverso. L'importanza della cultura, ossia di un sistema di simboli e valori appresi dagli individui e successivamente interiorizzati, è così grande proprio perché permette di "costruire" l'identità sociale. "Orientando" la cultura (attraverso l'educazione, la propaganda, la diffusione di simboli e valori) si orienta anche l'identità individuale e sociale; e se il fatto che essa sia percepita come un dato oggettivo e immutabile le conferisce in qualche modo lo status di realtà effettiva, ciò non toglie che si tratti sempre di un prodotto creato dall'uomo. Basti pensare alla nostra identità di italiani, che diamo per scontata quasi fosse sempre esistita, e che invece è il risultato di una lenta costruzione. La celebre frase di Massimo d'Azeglio: "Abbiamo fatto l'Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani", ormai ridotta a una nota di colore nella storia del nostro Risorgimento, ne è l'implicita prova.
    Ma torniamo al caso che c'interessa, quello del nazionalismo basco, per vedere clamorosamente confermate sul piano pratico le considerazioni astratte fatte finora sui nazionalismi.
    L'invenzione della tradizione basca fu realizzata nel secolo XIX dal fuerismo romantico e prenazionalista nella sua triplice versione politica, storica e letteraria, e continuata in buona misura, anche se con alcuni cambiamenti significativi, dal primo nazionalismo basco di Sabino Arana. Questi ereditò il discorso mitico e leggendario del fuerismo, reinterpretandolo in chiave già non più regionalista bensì nazionalista radicale.
    Sabino Arana, è, come abbiamo già accennato nella prima parte di questo articolo, la figura imprescindibile della storia del nazionalismo basco.
    Sabino de Arana-Goiri (questo il nome per esteso) nasce il 26 gennaio del 1865 ad Abando, piccolo paesino oggi inglobato dalla periferia di Bilbao, da una famiglia carlista proprietaria di alcune miniere e di alcuni cantieri navali.
    Ma cosa significano i termini fuerismo e carlismo? Capirne il significato è cruciale per capire il pensiero di Arana e dunque un po' tutto il nazionalismo basco, che di Arana è, ancora oggi, fortissimamente debitore.
    Per capire cosa sono il fuerismo e il carlismo (i due termini sono storicamente legati tra loro), bisogna però fare un rapido ripasso della storia della Spagna dal medioevo alla Rivoluzione Francese.
    Alla caduta dell'impero romano si erano succedute varie invasioni di popoli barbari, tra i quali avevano prevalso, attorno alla prima metà del sec. V, i Visigoti, che avevano esteso il loro dominio sull'intera penisola iberica. Nel 587 la conversione del re Recaredo e dei suoi Visigoti al cattolicesimo aveva consegnato la futura Spagna alla cristianità, ma già nel 711 era cominciata la conquista da parte degli arabi. In pochi anni la quasi totalità della penisola era in mano ai musulmani berberi, tranne l'estremo Nord. Sotto l'emirato (poi califfato) di Cordoba la dominazione musulmana fu unitaria fino al 1031, quando il califfo Al Hakam III fu esautorato e si formarono tanti staterelli indipendenti, detti "reinos de Taifas". Quanto ai territori baschi, Pamplona era stata occupata dai mori già nel 732. Più tardi recuperò parzialmente la propria indipendenza, primo passo per la futura creazione del regno di Navarra (860), restando per un certo tempo tributaria dei musulmani.
    Oltre alla Navarra, i regni cristiani del Nord erano quello confinante delle Asturie (detto poi di Leon), da cui si rese autonoma verso la metà del X secolo la contea di Castiglia elevata al rango di regno nel 1035. Nello stesso anno dal regno di Navarra si staccò il regno di Aragona che a sua volta assorbì, un secolo più tardi, la contea di Barcellona creata all'inizio del IX secolo da Carlo Magno col nome di Marca spagnola. Da queste terre partì l'iniziativa della Reconquista, vera crociata contro gli infedeli, in cui si combinarono in pari misura fervore religioso e sentimento nazionale. L'offensiva delle armi cristiane, condotta con vigore da nord da Alfonso VI (1065-1109), re di Leon, Castiglia e Galizia e da levante dal leggendario Cid Campeador (che riuscì a costruirsi un proprio Stato a spese del re musulmano di Valencia), ridusse al solo meridione spagnolo i possedimenti arabi. Nel secolo XIII il tracollo della dominazione araba si completò progressivamente (decisiva fu soprattutto la battaglia di Las Navas de Tolosa, nel 1212), anche se ai musulmani rimase il piccolo regno di Granada, che capitolò definitivamente solo nel 1492, sottomesso da Ferdinando d'Aragona. Va detto che in questo lungo e contrastato processo di riconquista, gli antenati degli attuali baschi lottarono a fianco degli altri popoli spagnoli: Diego Lopez de Haro, signore di Vizkaya, rappresentava l'avanguardia dell'esercito castigliano nello storico scontro di Las Navas de Tolosa.
    Nel 1469 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona aveva, di fatto, portato a conclusione anche il processo di unificazione politica della penisola: all'unione dei due regni, divenuta definitiva nel 1516, si era aggiunto l'annessione, nel 1512, del piccolo regno di Navarra.
    Le modalità con cui si svilupparono l'invasione musulmana e la successiva riconquista cristiana diedero al Medioevo spagnolo delle peculiarità che lo distinguono dal resto dell'Europa. Nella formazione della monarchia spagnola si diedero circostanze particolarmente favorevoli per la limitazione del potere reale. Da un lato, durante le lunghe lotte contro gli arabi, la penisola veniva riconquistata a piccoli pezzi, che si costituivano in regni separati. Durante queste lotte si adottavano leggi e costumi popolari: inoltre, bisogna tener conto che non solo alcuni territori furono, nel corso della Reconquista, persi e riconquistati più di una volta, ma che l'annessione ai regni cristiani in molti casi prevedeva un adeguamento delle leggi a certe consuetudini o il rispetto di certi diritti preesistenti.
    Ad ogni modo, la lenta redenzione dal domino arabo mediante una lotta tenace durata quasi ottocento anni diede alla penisola, una volta che fu totalmente emancipata, un carattere molto differente da quello che presentava il resto d'Europa di allora.
    E' in questo periodo che si delineano e acquisiscono carattere di futura legge le libertà locali, i cosiddetti fueros (da cui, molto più tardi, la parola fuerismo), che assieme al sorgere di nuove entità statali (i distinti regni peninsulari a cui abbiamo appena fatto cenno, unificati poi in una monarchia assoluta), e la decadenza delle città condizionarono il divenire storico non solo del Paese Basco, ma di tutta la Spagna.
    Per la verità tale processo di atomizzazione locale (riflesso sul piano delle istituzioni e del diritto) non è esclusivo della sola Spagna: da un certo punto di vista i fueros altro non sono che una manifestazione, di origine medievale, della pluralità giuridica che




    caratterizza il cosiddetto Ancien régime in tutto il continente. Ma è certo che la differenziazione giuridica del territorio spagnolo fu particolarmente marcata, tanto da influenzare, e rallentare, molto più che altrove, il processo di unificazione legislativa parallelo alla costruzione dei grandi stati nazionali.
    Il fuero (in antico francese for) era, in sostanza, uno statuto concesso dai re agli abitanti di una città o di un villaggio, o di un dato territorio (ad esempio una valle). Si trattava in genere di un vero e proprio contratto, estremamente dettagliato, in cui erano definite le libertà accordate dal sovrano e che nessuno, nemmeno il sovrano stesso, aveva il diritto di infrangere.
    Il fuero regolava molti aspetti della vita sociale ed economica, stabilendo regole riguardanti le libertà di commercio e le barriere doganali, specificando le imposte, autorizzando le fiere e i mercati, disciplinando gli obblighi militari. Sul piano delle libertà personali, molte erano le garanzie accordate: istituzione dell'habeas corpus, un particolare regime di tutela dei beni dell'accusato, proibizione della tortura agli arrestati salvo eresia, lesa maestà, falsificazione di monete e sodomia. Ci riferiamo qui proprio al caso che più ci interessa, quello del fuero di Navarra, ma molti altri ne esistevano, dai contenuti differenti, ma simili nell'impostazione. In questa parte della Spagna, tuttavia, queste eccezioni giuridiche resistettero più che in altre.
    Dopo la Rivoluzione Francese i fueros, come tutti i privilegi di tipo feudale, vennero aboliti (non senza proteste e resistenze) nelle regioni basche del nord. Nei territori a sud dei Pirenei, invece, il processo fu molto più accidentato sia sul piano politico sia su quello istituzionale.
    Nella Navarra e nelle province basche l'abolizione dei fueros dovette aspettare le cosiddette guerre carliste, nel 1833-39 e nel 1874-76. Dopo la tormentata parentesi del primo decennio del secolo, in cui Napoleone Bonaparte aveva messo sul trono di Spagna il fratello Giuseppe, la Spagna si orienta, con la Costituzione di Cadice (1812) verso un ordinamento di stampo liberale. Ma Ferdinando VII, rimesso sul trono dopo la vittoria anglo-spagnola sulla Francia, non intende approvarla. La rivolta dei liberali è vana, e nel 1814 la costituzione, che comportava l'unità giurisdizionale della Spagna (vale a dire, l'abrogazione dei fueros), è abolita.
    Ferdinando ha una figlia, Isabella, e un fratello, Carlos: secondo la legge salica in vigore presso i Borboni, dovrebbe essere lui a succedere al re. Ma Ferdinando abroga la legge, e dunque gli subentra Isabella. Si scatena una guerra di successione con tutti i caratteri di guerra civile. Con l'appoggio dei liberali (tanto numerosi nelle città basche quanto osteggiati nelle campagne) la regina Isabella ripristina la Costituzione e nel 1833 i fueros sono ufficialmente soppressi. Subito la Navarra si solleva, trascinando con sé i tradizionalisti del Guipuzcoa e della Vizkaya.
    Nello scontro con il potere centrale il tradizionalismo dei carlisti si fonde con il movimento politico-militare per il ripristino delle consuetudini dei fueros, che più avanti sarà chiamato fuerismo.
    Ecco finalmente spiegato il significato di queste due parole, e anche la loro intima connessione. Ma prima di tornare a Sabino Arana spendiamo ancora qualche parola per completare il quadro. I carlisti baschi formano un esercito (i cui combattenti sono detti requetes) semi-regolare e mal equipaggiato, ma capace comunque di dare del filo da torcere alle truppe reali, sconfitte in più di un'occasione. La vittoria finale arriderà però alle truppe di Isabella. Nel 1839 l'accordo di Bergara conclude le ostilità.
    Il programma Paz y Fueros cerca di riconciliare le parti. Ma anche se le antiche consuetudini sono formalmente ristabilite, presto comincia una progressiva erosione, che vede come passo fondamentale l'insediamento di una dogana unificata nel 1841.
    Come avrà modo di notare qualche anno più tardi uno speciale osservatore, Karl Marx, la situazione spagnola era così particolare che la rivoluzione borghese aveva dovuto avvenire, paradossalmente, sotto l'egida della monarchia. "Tra gli spagnoli, per vincere, la stessa rivoluzione dovette presentarsi come pretendente al trono. La lotta tra i due regimi sociali dovette assumere forma di battaglia per interessi dinastici opposti." (K. Marx. La Spagna Rivoluzionaria. New York Daily Tribune, 21 novembre 1854). L'analisi di Marx è, in questo caso, particolarmente lucida, anche per ciò che concerne l'esistenza di una lotta sociale mascherata da guerra dinastica.
    La guerra aveva infatti messo a nudo una profonda frattura nella comunità basca spagnola. Da un lato, la borghesia liberale, industriale, mercantile. Dall'altro, la


    popolazione rurale, tendenzialmente clericale e tradizionalista. La prima prevale nella Vizkaya, e in particolare a Bilbao, la seconda in Navarra e nelle zone montuose del Guipizkoa: si tratta in ogni caso, con tutta evidenza, di una frattura sociale e non geografica o etnica.
    Lo sviluppo di un'economia capitalista era ormai da tempo incompatibile con un sistema di privilegi tipico dell'Ancien régime. Già nel XVIII secolo, negli attuali Paesi Baschi, si era andata diffondendo l'idea (difesa con particolare convinzione dall'economista Joaquin de Munibe) che non fosse possibile costruire un'economia moderna su base forale. Munibe, sull'onda della filosofia illuministica, individuava proprio nei fueros il principale ostacolo allo sviluppo socioeconomico.
    Dopo la prima guerra carlista, i due fronti che potremmo definire liberal-industriale e tradizionalista-rurale continuano a combattere una guerra sotterranea (che sfocia pero talvolta in aperta battaglia), in cui il primo guadagna lentamente terreno al secondo. Con il tempo, infatti, le istituzioni nazionali prendono il sopravvento e si insatura un nuovo apparato legislativo che a poco a poco sopprime (o, il più delle volte, svuota di contenuto) tutte quelle disposizioni forali ormai anacronistiche in un ambito sociale ed economico sempre più capitalista. Ecco dunque, oltre alla dogana unificata e alla soppressione di certi privilegi fiscali, il servizio militare obbligatorio (come nel resto della Spagna) e la deroga da certi diritti di cittadinanza incompatibili con una costituzione borghese: ad esempio, secondo la legge forale solo i ricchi notabili (gli hidalgos) potevano essere eletti per le cariche pubbliche. Insomma, l'incompatibilità tra il sistema forale e le necessità del crescente mercato nazionale e internazionale era manifesta. Nonostante ciò, i fenomeni di reazione sociale al cambiamento saranno numerosi e spesso violenti. Ci vorranno altri trent'anni e una seconda guerra carlista per liquidare definitivamente, nel 1876, il sistema forale.
    Certamente, non si può ridurre tutto un complesso di fattori a una dinamica di lotta di classe, ma è fuori di dubbio che il nucleo centrale del nazionalismo basco delle origini si incontra proprio nella sconfitta delle forze produttive tradizionali, legate a un'economia chiusa e basata sull'agricoltura, di fronte a una nascente borghesia di matrice capitalista. E' in questa fase che le rivendicazioni del carlismo, che di per sé non erano incompatibili con l'appartenenza dei Paesi Baschi alla Spagna, si orientano verso il separatismo. E' in questo periodo che il risentimento del mondo rurale e tradizionalista nei confronti della nuova Spagna borghese e liberale si trasforma in risentimento contro la Spagna tout-court. Il nazionalismo, da questo punto di vista, nasce come reazione alla sconfitta del vecchio regime di fonte all'industrializzazione.
    Come abbiamo già avuto modo di dire, il clero ebbe un ruolo importante in questo processo: la Chiesa vedeva nell'ideologia della borghesia liberale, nelle sue "perniciose idee", diretta filiazione del pensiero laico e illuminista, un grave pericolo per i suoi interessi materiali e spirituali. Le misure liberiste adottate dopo il 1836 avevano tra l'altro contribuito a rinsaldare in un unico fronte non solo il clero e i proprietari terrieri locali, ma anche parte della massa contadina. La confisca e la vendita delle proprietà ecclesiastiche, infatti, non solo alienarono alla nuova Spagna le simpatie delle prime due classi sociali, ma non migliorarono per nulla le condizioni delle classi agricole inferiori. Anzi, che le terre finissero "dalle mani degli indulgenti frati a quelle dei calcolatori capitalisti", come ebbe a dire Marx, peggiorò la situazione dei vecchi affittuari, a causa dell'aumento delle rendite, per cui la superstizione di questa numerosa classe, già istigata dalla Chiesa per l'alienazione dei beni ecclesiastici, ricevette ulteriore alimento dall'impatto degli interessi materiali intaccati.
    Ma sarà soprattutto Sabino Arana, che ha poco più di vent'anni quando scoppia la seconda guerra carlista, a catalizzare questi differenti fattori. Come abbiamo avuto modo di dire nella prima parte, fu Arana a inventare dal nulla i simboli baschi, a cominciare dalla bandiera, e a costruire quasi da zero, benché favorito dal contesto storico, il nazionalismo basco fornendogli una mitologia (un passato di oppressioni) e una prospettiva politica (l'indipendenza dalla Spagna).
    Nei primi decenni del secolo, inoltre, la rivisitazione e la rivalutazione delle tradizioni popolari avevano caratterizzato i movimenti artistici e culturali legati al romanticismo, e dato impulso alla riscoperta del basco, relegato al rango di dialetto parlato dalla gente volgare, come lingua letteraria. In questo clima si dipana l'opera di Arana, che attorno ai 17 anni comincia proprio a dedicarsi allo studio della storia e della lingua basca. La cosa paradossale è che Arana, fino ad allora, il basco non lo parlava né lo comprendeva. Con la morte di suo padre, nel 1883, la famiglia si trasferisce temporaneamente a Barcellona. Lì, con l'aiuto del fratello Luis, comincia a pubblicare i suoi primi lavori di etimologia e


    L'ETA rivendica l'attentato a Blanco

    grammatica basca. In realtà lo stesso Arana non parla di basco bensì di "vizkaino", cioè di una delle tante varianti dialettali in cui veniva parlato il basco. Agli studi linguistici segue però un interesse sempre più vivo per la politica: comincia a delinearsi in lui l'idea di un Paese Basco unito e indipendente dalla Spagna.
    Nel 1900 egli crea il neologismo Euskadi per identificare questa virtuale identità politica, che da allora non solo diventa per il separatismo basco una meta per il futuro, ma viene proiettata artificiosamente nel passato per diventare un modello mitico di libertà e unità perduta.
    Con Arana si compie definitivamente la parabola del fuerismo, che vedeva nell'istituzione del fuero un fattore d'identità della regione basco-navarra.
    Con lui infatti il fuerismo non è più reinterpretato in chiave regionalista, ma nazionalista radicale. Arana esaspera i caratteri mitici e leggendari della retorica del fuerismo, rivisitando il passato in maniera assolutamente spregiudicata e rileggendolo come una storia di conflitti tra baschi e spagnoli.
    Nel 1892, a Bilbao, egli pubblica il suo primo lavoro nazionalista: "Bizkaya por su independencia. Cuatro glorias patrias".
    Si tratta di una ricostruzione di quattro battaglie medievali, piena di miti non dimostrabili storicamente, e che infatti fu rifiutata dalla storiografia erudita e positivista del tempo. Al nazionalismo basco di Arana dedicheranno alcuni dei loro commenti più sarcastici e velenosi proprio due baschi come Pio Baroja e Miguel de Unamuno, forse i più grandi intellettuali che la Spagna abbia avuto a cavallo di Otto e Novecento.
    Da notare che il nazionalismo difeso in questo libro si riferisce ancora alla sola provincia di Bilbao, cioè la Bizkaya: solo due anni più tardi rivendicherà la federazione dei sette territori baschi.
    La sua principale opera teorica è "El Partido Carlista y los Fueros Vascos Navarros", del 1897. Le sue idee le diffonderà soprattutto attraverso la rivista Bizkaitarra. Il livello scientifico delle sue opere è però molto scarso: del resto, rifiutati i miti sul passato del popolo basco dalla comunità scientifica, il nazionalismo di Arana e dei suoi seguaci si rifugia nella letteratura leggendaria degli scrittori fueristi, con l'esplicita intenzione di trovarvi suggestioni che possano infiammare la fantasia della popolazione. E' così che il fuerismo prima e il nazionalismo poi creano una patria basca immaginaria, una specie di Arcadia felice ed egualitaria, piena di antiche guerre di indipendenza degli antenati baschi contro gli invasori romani o spagnoli, esaltate come glorie patrie con i suoi eroi nazionali apocrifi, o martiri della patria, che una volta sono esseri mitologici (come Libe, personaggio di un melodramma di Arana), altre volte sono meri personaggi di finzione.
    E' a partire da questa visione che il passato prossimo e remoto viene sistematicamente manipolato o addirittura falsificato: così Arana parlò di "leggi basche" invece che di generici fueros, e ancora ai giorni nostri il nazionalismo legge la persistenza dei fueros fino al secolo XIX come la prova dell'esistenza di uno stato basco separato da quello spagnolo, o le guerre carliste come una manifestazione della "secolare" lotta dei baschi per la loro liberazione nazionale.
    La realtà storica ci racconta invece di una profonda frattura sociale tra i baschi. Una parte di essi sul piano dinastico difendeva Carlos e suoi discendenti come legittimi re di Spagna, e sul piano ideologico difendeva la permanenza delle istituzioni dell'Antico regime. Non vi era però alcuna rivendicazione secessionista da parte dei carlisti. Il sollevamento carlista avvenne in Castiglia, e le regioni in cui la causa carlista fu appoggiata massicciamente furono La Mancha e Valencia. In Navarra e nelle province basche la divisione tra città (prevalentemente liberali) e campagna (tradizionalisti), invece, fu netta. I due assedi di Bilbao da parte carlista sono, sotto questo aspetto, paradigmatici.
    Quello che colpisce nell'opera di Arana, tuttavia, è l'odio sistematico contro tutto ciò che è spagnolo. Un odio che sul piano della dottrina politica si risolve in un programma dai caratteri apertamente razzisti. La sua idea principale fu quella di distinguere radicalmente le "razze" basca e latina e di battersi per l'indipendenza della prima. Tuttavia, per quanto si cerchi di restituire il pensiero di Arana al contesto dell'epoca, non si può sfuggire alla conclusione che il suo indipendentismo passi attraverso l'idea di una vera e propria "pulizia etnica" ante litteram. Nel 1897 Arana invocava l'unione dei baschi "per la salvezza della patria comune, cioè della razza stessa". La Spagna diventava per la prima volta non solo una potenza straniera da cui bisognava separarsi, ma il simbolo stesso del male. Arana carica costantemente la descrizione della Spagna e degli spagnoli dei peggiori attributi fisici e morali, cosicché lo spagnolo è dipinto come di volta in volta come brutto,

    Nel 1895 Arana
    fonda il
    Partito
    nazionalista basco

    (Pnv), basato su
    una dottrina razzista,
    ultracattolica
    e separatista


    sgradevole, infido, ladro, empio, fannullone, sporco, criminale, effemminato e così via. In molti passi dei suoi scritti vi sono commenti talmente carichi di razzismo xenofobo nei confronti degli spagnoli che in più di un'occasione la sua figura è stata accostata a quella di Adolf Hitler. Naturalmente, essendo il dibattito politico sull'indipendenza dei Paesi Baschi molto vivo ancora oggi, si è trattato spesso di un accostamento polemico, ma non per questo privo di una qualche fondatezza.
    Nel 1895 Arana fonda il Partito nazionalista basco (Pnv), basato su una dottrina razzista, ultracattolica e separatista, che formalizza l'esistenza di una comunità etnica distinta dagli spagnoli e dai francesi e che tenta di fare del problema basco un problema internazionale. Il Partito nazionalista basco di oggi non è più quello di Arana, ma il peccato originale del razzismo di Arana (il cui pensiero non è mai stato veramente rinnegato) non deve essersi ancora completamente estinto se all'alba del terzo millennio Xavier Arzalluz, il suo attuale segretario (accusato tra l'altro da alcuni giornalisti spagnoli di presunte simpatie naziste in gioventù), cita la prevalenza di sangue Rh negativo nelle vene dei baschi come prova della loro diversità etnica.
    L'ideologia del nazionalismo basco, abbiamo già ripetuto, prese forma in un contesto di rapida industrializzazione della regione, in particolare della Bizkaya, sede principale della siderurgia spagnola. Ai fattori traumatici di cambiamento più volte citati, si aggiunse un'ondata di immigrazione di operai venuti da altre regioni della penisola, che Sabino Arana paragonò a un'invasione di spagnoli socialisti e atei. Ecco un passo fra i tanti dei sui scritti: "Il basco (in realtà Arana non dice ancora "basco", ma "bizkaino", ovvero della provincia di Bizkaya, nda) che vive tra le montagne, che è il vero basco, è, per carattere, religioso (assistete a una messa in qualche villaggio isolato e ne sarete edificati); lo spagnolo che abita lontano dalle città, o è fanatico o empio [...] Un esempio di questo: qui in Bizkaya, dove tutti gli spagnoli, che non sono pochi, sono liberi pensatori ". Anche in questo caso, la visione del Pnv non deve essere cambiata di molto, viste le recentissime dichiarazioni di Arzalluz sulla rovina che gli immigrati hanno costituito per il Paese Basco.
    I separatisti baschi hanno molto spesso presentato la loro lotta come quella di un popolo colonizzato e oppresso. Sfuggiva al nazionalismo di allora e (più colpevolmente) continua a sfuggire al nazionalismo odierno che difficilmente una colonia importa manodopera dall'esterno. Anzi: è proprio in questo periodo che il Paese Basco registra il maggiore incremento demografico, la maggiore densità di ferrovie, i massimi investimenti, la massima accumulazione di capitale e il massimo sviluppo della flotta mercantile: una situazione diametralmente opposta a quella tipica di una colonia.
    Certo è che l'irruzione del proletariato industriale costituì un vero terremoto sociale: per di più, le posizioni apertamente razziste dei nazionalisti stimolarono reazioni di odio e avversione verso tutto ciò che era basco da parte di molti immigrati, innescando un circolo vizioso in cui la parte più reazionaria della società basca ebbe buon gioco nell'additare l'invasione dei maketos (con questo termine il nazionalismo indica spregiativamente gli spagnoli) come l'origine di tutti i mali sociali.
    Il Partito Nazionalista Basco si presenta alle elezioni del 1898, quando Arana risulta eletto nella circoscrizione di Bilbao con circa 4.500 voti.
    Arana, che era sempre stato di salute cagionevole, muore il 25 novembre del 1903, a soli 38 anni. Una vita breve ma che ha lasciato un segno indelebile nella storia dei Paesi Baschi, che dopo Arana hanno un nome (Euskadi), un simbolo (l'ikurriña, la bandiera basca modellata sull'Union Jack britannica), una lingua (l'euskera batua, o basco unificato, giacché i vari dialetti baschi erano di difficile comprensione reciproca). Arana, forse cosciente che tutte le identità si formano soprattutto per contrapposizione, lascia inoltre un'eredità fondamentale: un nemico, la Spagna.
    Alla morte di Arana i dirigenti che subentrano alla guida del neonato partito formano una leadership meno carismatica ma di certo non meno radicale del suo predecessore nell'odio antispagnolo e nella volontà di indipendenza: "Euskadi o Spagna, uccidere o morire" è il lemma più usati.
    Dal 1902 al 1931 regna sulla Spagna Alfonso XIII, che governa con una certa intelligenza il passaggio della Spagna dall'Antico regime alla modernità industriale. Il sovrano non brillerà però per progressismo, e i conflitti sociali causati dall'affermarsi del proletariato industriale in molte città della Spagna (e specialmente nei Paesi Baschi), saranno spesso affrontati con spirito autoritario e reazionario. Il rinnovamento economico si accompagna, come avviene in molti altre parti d'Europa, alla repressione più o meno forte dei nascenti


    L'ETA proclama la fine della tregua

    movimenti operai. La lunga parentesi della dittatura del generale Primo de Rivera (dal 1923 al 1930) dice molto sul clima politico della Spagna di quegli anni. Nel frattempo, in concomitanza della prima Guerra Mondiale (a cui la Spagna assisterà come spettatore neutrale) nel Pnv si verificano divisioni politiche che riflettono la divisone della borghesia basca in sostenitori della Germania e sostenitori degli alleati, in funzione dei rispettivi interessi commerciali all'estero. Divisioni non da poco, visto che di lì a poco provocheranno addirittura una scissione del partito.
    Il motivo principale della scissione, tuttavia, va ricercato nell'atteggiamento ambivalente del nazionalismo basco di fronte ai cambiamenti sociali e alla situazione politica dell'epoca. Va detto che la dittatura di Primo de Rivera era stata salutata con un certo sollievo da gran parte dell'imprenditoria basca.
    Nonostante il punto qualificante del nazionalismo basco sia la separazione da Madrid, il dna conservatore (per non dire reazionario) porta molti dirigenti a concepire il problema sociale come una mera questione di ordine pubblico. Lo spettro del comunismo fa paura e in più di un caso i dirigenti del partito non esitano a chiamare in causa l'odiato governo centrale di fronte ai disordini e agli scioperi operai. Una parte del Pnv, che ritiene prioritario il mantenimento dell'ordine sociale (in altri termini, dello status quo) si stacca dal partito e forma un gruppo chiamato Comunión Nacionalista. Il Pnv continuerà a rappresentare soprattutto la piccola borghesia insoddisfatta, mantenendo invece ferma l'istanza separatista.
    Dopo il golpe di Primo de Rivera, è quindi solo il Pnv ad essere colpito: alcuni organi di stampa vengono censurati (ma presto riappaiono con un altro titolo), e un trentina locali del Pnv chiusi per ordine governativo. Il suo maggior leader, Elías Gallastegui, è costretto all'esilio. La repressione, bisogna aggiungere, è però esclusivamente politica e prende di mira il separatismo (che per il nazionalismo spagnolo, cultore della "sacra unità della Spagna", è inconcepibile), ma non le attività culturali e linguistiche, che sono invece tollerate.
    Agli inizi degli anni Trenta la storia della Spagna subisce una sorta di accelerazione, che vede la caduta della dittatura e della monarchia, l'avvento della Seconda Repubblica (la prima, effimera, risaliva al secolo precedente), la vittoria del Fronte Popolare delle sinistre, la riforma agraria, la reazione dell'esercito e il levantamiento del generale Francisco Franco, che nel 1936 darà inizio a una sanguinosa e terribile guerra civile, nella quale morirà più di un milione di spagnoli. La storia di questi anni è conosciuta, ed è un capitolo molto denso, che voler approfondire porterebbe molto lontano. Ricordiamo brevemente che, nel febbraio del 1936, dopo la vittoria elettorale del Fronte Popolare (coalizione di partiti e sindacati anarchici e di sinistra), la reazione approfitta dell'assassinio di José Calvo Sotelo, capo dell'opposizione monarchica, per colpire. L'armata di stanza in Marocco dà il via alla rivolta che, capeggiata dal generale Franco, si estende a macchia d'olio. E' l'inizio di una guerra civile destinata a durare tre anni. Una guerra che, pur essendo in tutto e per tutto spagnola, diventa il banco di prova delle grandi potenze, schierate (con aiuti più o meno ingenti e un impegno più o meno diretto) sui due fronti avversi. Nel settembre del 1936, i requetes navarresi, eredi dei carlisti di quasi un secolo prima, risultano decisivi nell'aggiudicare ai franchisti la regione, tagliando, a Irún, la ritirata ai repubblicani. Singolare ironia della storia: gli eredi più diretti del nazionalismo basco fanno un favore a colui che più di tutti sopprimerà le spinte secessioniste in nome di un nazionalismo tutto spagnolo. Il primo di ottobre del 1936, nelle zone non ancora cadute sotto il dominio di Franco, è proclamato il primo statuto di autonomia. Sarà un'esperienza effimera, vissuta durante il drammatico periodo della guerra, ma a suo modo è un momento storico. Il Pnv sale al potere a Bilbao, e José Antonio de Aguire (appoggiato dai partiti comunista e socialista) diventa il primo presidente di un "governo basco". Il 1937 è tristemente famoso per i bombardamenti di Durango e Guernika: gli aerei dei franchisti (pilotati anche da fascisti italiani) fanno strage di civili. Del massacro di Guernika renderà testimonianza Pablo Picasso con l'omonimo quadro, uno dei capolavori più conosciuti del Novecento.
    Malgrado la strenua resistenza dei gudaris (soldati baschi controllati politicamente dal Pnv) e degli anarchici della colonna Durruti, i nazionalisti, superiori di numero, passano di vittoria in vittoria, e nel giugno del 1937 i soldati navarresi di Franco si impadroniscono di Bilbao. Il governo basco si rifugia a Bayonne, in Francia. La guerra si trascina fino al 28 febbraio 1939, quando cade Madrid, ultimo baluardo repubblicano.
    Da quel momento la Spagna, e con essa il Paese Basco, scompare dalla scena. La storia


    Preparazione di bottiglie molotov

    le risparmierà, fortunatamente, la partecipazione alla Seconda Guerra mondiale. Ma per il resto è come se tutto il paese si sia addormentato sotto la cappa di piombo della dittatura. La vita politica e culturale è congelata, e molti hanno preso la via dell'esilio.
    Tra il 1950 e il 1960, va ricordato, si verifica una seconda ondata migratoria verso i Paesi Baschi: che sono in questo periodo la regione a maggior tasso di reddito pro capite e di crescita demografica. La conseguenza a lungo termine, dal punto di vista del nazionalismo basco, sarà quella di rendere la regione ancor meno omogenea dal punto di vista "etnico" e "linguistico".
    C'è da dire che l'esistenza del Pnv in questa fase è quasi impercettibile. Eppure, sotto la superficie di un regime duro e repressivo (soprattutto fino agli anni Sessanta), qualcosa si muove.
    E' nella decade degli anni Cinquanta che si assiste alla formazione dei primi nuclei d'insoddisfazione tra le fila nazionaliste nei confronti della politica di immobilismo del nazionalismo ufficiale. Da questi fermenti, come vedremo fra breve, nascerà un gruppo di giovani nazionalisti radicali che si darà, significativamente, il nome di Ekin (Fare). E' il 1952. Questo sarà il nucleo dirigente di quello che più tardi sarà denominato Euskadi ta Askatasuna (Patria Basca e Libertà), organizzazione molto più nota per la sua sigla: ETA.
    Il contesto socio-politico di questo periodo presenta significative somiglianze con quello in cui era maturato il nazionalismo di Arana. Reindustrializzazione massiccia e conseguente ondata (come già accennato) di immigrati da altre regioni spagnole; lotte operaie sempre più numerose (una volta superato il primo periodo di terrore franchista); rovina della piccola borghesia agraria e, in minor misura, urbana; calcolata repressione governativa delle manifestazioni culturali in lingua basca, e, infine, immobilismo del nazionalismo ufficiale di fronte a tutto ciò. Va ricordato che molti dirigenti del Pnv continuavano il loro esilio, e che dall'estero la loro attività si risolveva in un serie di tentativi, del tutto inefficaci, di accreditare la causa dell'indipendenza basca presso le potenze straniere.
    Poiché l'ideologia attuale dei militanti di ETA (e del suo braccio politico nel parlamento basco) si richiama confusamente e superficialmente a un marxismo che cercano di coniugare con l'idea di lotta di liberazione nazionale, è interessante notare che la provenienza sociale del nucleo originario di ETA era di estrazione piccolo borghese, completamente estranea agli interessi delle classi operaie. I giovani che ne facevano parte provenivano dalla elitaria università gesuita di Deusto.
    In un primo momento il gruppo Ekin non marca eccessiva distanza dall'ideologia del Pnv. "Avevamo una grande inclinazione e un'enorme simpatia verso il partito per la semplice ragione che, nella breve storia della resurrezione della coscienza nazionale basca, il Pnv, con i suoi difetti e la sua incostanza, era la forza reale che più aveva fatto per Euskadi": così nel 1977 Julen Madariaga, uno dei fondatori di Ekin-ETA, riconosceva il legame verso il Pnv. Agli occhi degli spagnoli di oggi, dichiarazioni come questa sono particolarmente significative, perché una delle polemiche correnti riguardo al problema basco concerne la vera natura del Pnv, che in teoria si presenta come partito moderato e conservatore in opposizione agli estremisti di Euskal Herritarrok, ma che in pratica sembrano condividerne gli obbiettivi e tollerane i metodi. (Recentemente, ha destato molta polemica una frase del leader del Pnv, Arzalluz, tanto infelice quanto rivelatrice: ci sono quelli che scuotono l'albero e quelli che raccolgono le noci. Trasparente l'analogia: ETA scuote l'albero dei Paesi Baschi, il Pnv raccoglie i frutti della violenza.)
    L'impostazione teorica dell'ETA delle origini differisce molto poco da quella offerta dal nazionalismo ufficiale del Pnv. L'ideologia su cui si basa sarà eminentemente quella di Sabino Arana, la cui figura è rivendicata senza imbarazzo alcuno: "Sopra di tutto resta l'essenza degli ideali di quel colosso della razza basca, di quel cuore che tracciò il cammino della Resurrezione Patria. Missione che a noi tocca compiere rilevandolo come portatori della torcia olimpica del destino della nostra patria" (Cuadernos de Formacion. Sabino Arana II" Citato da G. Jauregui Bereciartu: Ideologia y estrategia politica de ETA, pag. 90).
    Tuttavia due differenze ci sono: la prima, di relativa importanza, è l'abbandono del confessionalismo cattolico tipico del Pnv; la seconda è la messa in secondo piano del fattore razziale, tanto caro agli aranisti duri e puri, e la sua sostituzione con quello etnico, la cui base sarà costituita dalla lingua come fattore agglutinante e determinante dell'idiosincrasia basca.
    Non stupisce dunque che nei documenti di ETA dei primi anni si ritrovino tutta la mitologia

    I primi attentati
    di ETA,
    nel 1959, consistono
    nella collocazione
    di ordigni esplosivi
    nelle città
    di Bilbao, Vitoria
    e Santander


    e le falsificazioni storiche del nazionalismo (armonia sociale tra i baschi, inesistenza del feudalesimo nei Paesi Baschi, rimpianto dell'antico regno di Navarra come Stato indipendente basco, la spiegazione delle guerre carliste come guerre nazionali basche, eccetera).
    Anche i flussi migratori degli anni Cinquanta sono interpretati come un aspetto di una strategia di consapevole ostilità verso il popolo basco orchestrata dal regime fascista di Franco. ETA ha ereditato da Arana anche la tendenza a porsi fuori dalla realtà e a interpretarla in maniera del tutto distorta. L'accento si sposta, almeno formalmente, più sugli aspetti sociali, e ETA comincia a parlare di "liberazione sociale dei baschi", ma sul piano pratico l'ideale di stato etnico cambia poco.
    Tra il 1952 e il 1958 c'è collaborazione tra Ekin e il Pnv, ma quest'ultimo non vuole rinunciare alla sua egemonia sul movimento nazionalista. Nel 1958 si forma ETA nei territori spagnoli e Enbata in quelli francesi. Sarà però solo ETA ad acquistare, con la sua attività terroristica, un ruolo di primo piano nella storia dei Paesi Baschi. I primi attentati di ETA, nel 1959, consistono nella collocazione di ordigni esplosivi nelle città di Bilbao, Vitoria e Santander.
    Nel 1962, in occasione della Prima Assemblea di ETA, esce il libro Vasconia, pubblicato in Argentina da Federigo Krutwig, ex direttore dell'Accademia della Lingua Basca, che rilancia, depurato delle tesi razziste, il nazionalismo di Arana, e lo coniuga con una dottrina di liberazione nazionale basata sui modelli anticolonialisti che nello stesso periodo lanciano verso l'indipendenza molti paesi del "terzo mondo". Il libro diventerà un riferimento obbligato per i simpatizzanti del nazionalismo radicale.
    Nel 1967 ETA assassina il commissario di polizia Melitòn Manzanas, conosciuto come il torturatore di Irun. Nel 1970, il processo di Burgos, che condanna a morte sei militanti di ETA per questo omicidio, polarizza l'attenzione internazionale. Le proteste contro il regime dittatoriale di Franco sono numerose, l'ETA si sente spalleggiata dall'opinione pubblica. L'evento culminante di questo periodo sarà la "operazione Orco": il 20 dicembre 1973 viene giustiziato nel cuore di Madrid l'ammiraglio Carrero Blanco, numero due del regime, braccio destro di Franco.
    L'operazione è eclatante: l'auto di Carrero Blanco viene fatta saltare da una bomba così potente che l'auto finisce sul tetto di una casa alta diversi piani.
    Naturalmente la repressione è feroce. Gli assassini di ETA negli ultimi anni del franchismo, comunque, sono visti dal resto dei partiti politici nel Paesi Baschi e nel resto della Spagna se non con favore, almeno senza un deciso rifiuto. Si tratta in fondo di omicidi politici giustificati dall'esistenza di una dittatura.
    Ma con la morte di Franco, nel 1975, la situazione cambia radicalmente. Durante l'agonia del caudillo, il re Juan Carlos assume il governo ad interim.
    Resistendo intelligentemente a tentazioni autoritarie, il re favorisce il ritorno alla democrazia: una sorta di baratto istituzionale con le sinistre porta alla legalizzazione del partito comunista e in cambio le forze repubblicane accettano di non contestare la monarchia.
    Tra le prime misure adottate ci sono la legalizzazione del basco del catalano e del galiziano, decretate lingue "ufficiali" alla stessa stregua del castigliano.
    Poi presta giuramento e nomina come premier un uomo nuovo, il democristiano Adolfo Suàrez, e stila, con l'apporto di tutte le forze politiche, una Costituzione avanzate e liberale, che prevede una forte autonomia dei Paesi Baschi e della Catalogna.
    Il testo della Costituzione è approvato a larga maggioranza, ma con l'astensione dei deputati del Pnv. Il 6 dicembre 1978 il popolo spagnolo approva a sua volta il testo, sottoposto a referendum. Escludendo l'altissima percentuale di astenuti (33%) i sì sono circa il 59%, i no l'8%. Nei Paesi Baschi l'astensione è ancora più alta, e supera il 50% in Guipuzkoa e in Bizkaya.
    I nazionalisti radicali si appoggiano alla mancata "ratifica basca" della Costituzione per giustificare la successiva instabilità, dimenticando che le regole della democrazia comportano proprio l'accettazione della volontà della maggioranza. Certo comportano anche il rispetto delle minoranze, ma abbiamo più volte ricordato che proprio la Costituzione del 1978 ha accordato ai Paesi Baschi un'autonomia senza precedenti.
    La Costituzione prevede inoltre l'amnistia per i prigionieri politici, il che comporta la liberazione di molti membri di ETA.
    Nel 1979 è accordato lo Statuto di Autonomia ai Paesi Baschi, alla Catalogna e alla Galizia. In questo caso i sì, nei Paesi Baschi, sono quasi il 54%. Il margine è risicato, ma già di molto superiore a quello dell'anno precedente. Gli spagnoli possono guardare a


    Mani bianche, simbolo antiterrorista

    questi risultati come a un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda delle preferenze politiche personali, ma la legalità e la democraticità del referendum si presta a pochi dubbi. Quello che non convince è la pretesa nazionalista di introdurre un elemento di dubbio quanto alla validità politica dei risultati: la democrazia è conflitto di idee, e il risultato di una votazione è valido anche se non si verifica un plebiscito. Si pensi al referendum tenutosi in Italia nel dopoguerra, che si chiuse con una vittoria ancor più risicata della repubblica sulla monarchia.
    Altro dispiacere ai nazionalisti radicali lo dà la Navarra, che col medesimo referendum del 1979 rifiuta di unirsi alle tre province della "Comunità Autonoma Basca".
    Nel 1978, intanto, era nata Herri Batasuna, che significa Unità Popolare. Più simile a una coalizione politica che a un vero e proprio partito, Herri Batasuna si costituirà legalmente come partito politico nel giugno del 1986. Nato come espressione politica di ETA, ha un programma politico che si articola intorno a pochi punti fondamentali: amnistia per prigionieri e rifugiati politici; legalizzazione dei partiti indipendentisti; ritiro delle forze di polizia spagnole; un'economia antioligarchica che rispetti gli interessi delle classi lavoratrici; un nuovo Statuto di Autonomia "quadriprovinciale" (cioè con l'unione della Navarra ai Paesi Baschi), con diritto di autodeterminazione e controllo sulle forze armate, che riconosca la sovranità basca e promuova la lingua basca.
    Questo programma è sottoscritto sia da ETA sia da Herri Batasuna, e la sua attuazione, dicono i nazionalisti radicali (e continuano a dirlo ancora oggi) comporterebbe la cessazione della lotta armata da parte della prima e la normale partecipazione alle istituzioni da parte della seconda.
    ETA, infatti, e con essa Herri Batasuna (HB) continuano a considerare illegittimo il governo spagnolo anche se ormai tutte le libertà individuali sono state ripristinate e il funzionamento delle istituzioni rispetta tutti i criteri delle democrazie liberali moderne. Ciò significa, in particolare, che ETA continua a uccidere. Tra l'altro, nel corso degli anni, gli obiettivi di ETA non sono più soltanto i simboli del potere statale, come esercito e polizia, ma anche civili che si oppongono alle pretese nazionaliste. L'amnistia per i prigionieri politici, quindi, non ha più il valore che poteva avere anni prima. I militanti di ETA si sono di fatto convertiti in semplici assassini, in fanatici accecati da un'ideologia delirante. Nel 1979 la Spagna ottiene che la Francia sopprima lo statuto di rifugiati politici per gli etarras (militanti di ETA).
    Negli anni Ottanta alcuni ministri del governo socialista di Felipe Gonzales offriranno però una scusa formidabile alla violenza dell'ETA: la "guerra sucia", ovvero la "guerra sporca" contro ETA. Madrid e Parigi si accordano per debellare il terrorismo e un gruppo di poliziotti spagnoli (denominato GAL), coperti dal ministero dell'Interno, e probabilmente con l'implicito benestare della polizia francese, entrano in territorio francese dove agiscono impunemente catturando, torturando e assassinando alcuni presunti militanti terroristi.
    Lo scandalo scoppierà, clamoroso, solo negli anni Novanta, contribuendo non poco alla vittoria del Partido Popular di Aznar, che governa ancora oggi.
    Il nazionalismo basco non manca di leggere in questa terribile vicenda l'ennesimo attacco della Spagna al popolo basco, che giustifica la lotta armata di ETA come reazione a quella dello Stato spagnolo. Ma a parte che è facile obiettare che i colpevoli di queste (pur gravissime) "deviazioni" sono stati regolarmente processati e condannati, è evidente che nei Paesi Baschi la violenza, a più di vent'anni dalla fine della dittatura, non si fronteggiano di due nazionalismi. Negli anni Ottanta il controterrorismo dei GAL non incontro il minimo appoggio tra la popolazione non nazionalista basca.
    Senza dubbio, il fatto che esista una consistente minoranza della popolazione (Euskal Herritarrok, erede di Herri Batasuna, ha preso il 10% dei voti nelle ultime elezioni) che non disapprova la violenza terrorista, costituisce un enorme problema politico, che è estremamente difficile trattare come un mero problema di polizia.
    L'atteggiamento molto intransigente dell'attuale governo nei confronti del nazionalismo basco non aiuta. Alcune iniziative, come la recente riabilitazione ufficiale da parte del governo di un torturatore franchista vittima dell'ETA, sono pane per i denti del vittimismo nazionalista.
    Ancor meno aiuta l'intransigenza di parte della classe politica spagnola in materia istituzionale, che ammanta (forse per reazione al nazionalismo basco, che invece fa il contrario) la Costituzione (che esclude esplicitamente la possibilità che una regione possa staccarsi dallo Stato spagnolo) di una sacralità e di una "intoccabilità" che non possiede. Niente, in altre parole, impedisce che si metta in moto un meccanismo che porti, gradualmente e democraticamente, a un referendum sull'indipendenza dei Paesi Baschi. Ma un tale processo non può essere avviato sotto il ricatto della violenza dell'ETA. Proprio perché l'attuale situazione politico-istituzionale è il miglior compromesso che sia stato raggiunto da 170 anni a questa parte (si pensi all'inesistente autonomia dei Paesi Baschi francesi), il terrorismo antispagnolo non si giustifica in alcun modo. E' molto difficile dare torto a tutti coloro che sostengono che lo scioglimento dell'ETA e la fine della violenza devono essere un prerequisito, e non un effetto di un eventuale processo di separazione dei Paesi Baschi dalla Spagna.
    (
    2 - FINE)

    BIBLIOGRAFIA
    • Arana Goiri, Sabino. Obras escogidas. Antologia politica, San Sebastian, Haranburu, 1978.
    • Aranzadi, Juan. Milenarismo vasco, Madrid, Taurus, 2000.
    • Arregi, Joseba. La nacion vasca posible. El nacionalismo democratico en la sociedad vasca, Barcelona, Critica, 2000.
    • Astrain, Luis Nuñez. La ragione basca, Milano, Edizioni Punto Rosso, 2000.
    • Garmendia, José Maria. Historia de ETA, San Sebastain, Haranburu, 1995.
    • Hobsbawm, Eric. Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito, realtà, Torino,Einaudi,1991.
    • Juaristi, Jon. El bucle melancolico. Historias de nacionalistas, Madrid, Collecion Austral, 2000.
    • Larronde, Jean-Claude. El nacionalismo vasco. Su origen y su ideologia en la obra de Sabino Arana-Goiri, San Sebastian, Txertoa, 1977.
    • Sanchez-Cuenca, Ignacio. Un modelo para el Pais Vasco, in "Claves de razón practica", n°113, giugno 2001, pag. 35-44.
    • Savater, Fernando. Contra las patrias, Barcelona, Tusquets Editores, 1996.
    • Savater, Fernando. Perdonen las molestias. Cronica de una batalla sin armas contra las armas, Madrid, Ediciones El País, 2001.



  3. #3
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    "non ho alcuna simpatia, anzi ritengo terribilmente pericolose quelle lotte di supposta liberazione nazionale che si rifanno a una mistficazione della storia, a una creazione artificiale di un'identità legendaria, e che nel far ciò manipolano romanticamente il passato per legittimare qualcosa i cui contenuti sono per lo più vacui."


    allora sei anche contrario al risorgimento italiano?
    allora non c'era repressione etnica e le manipolazioni romantiche non sono di certo mancate,anzi,persistono tutt'ora.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da ricardu Visualizza Messaggio
    "non ho alcuna simpatia, anzi ritengo terribilmente pericolose quelle lotte di supposta liberazione nazionale che si rifanno a una mistficazione della storia, a una creazione artificiale di un'identità legendaria, e che nel far ciò manipolano romanticamente il passato per legittimare qualcosa i cui contenuti sono per lo più vacui."


    allora sei anche contrario al risorgimento italiano?
    allora non c'era repressione etnica e le manipolazioni romantiche non sono di certo mancate,anzi,persistono tutt'ora.

    Infatti. Non ho alcuna simpatia per il risorgimento che assume forme di romanticismo ricercato e mistificato, che presume un un'unità destino di un Italia che, senz'altro ha i suoi elementi comuni secolari, ma che di certo ha vuto la storia che ha avuto.

    Tuttavia, ci tengo a dirlo, la mia idea di patria è strettamente legata a un progetto politico manifesto, che può nascere soltanto da un rivolgimento radicale dell'attuale società nichilista e priva di solidarietà tra persone e gruppi.
    Ciò che non sopporto e che ritengo estremamente pericoloso è la creazione di identità guardando indietro nel tempo e facendo del passato un mito radicato.
    Sono un tradizionalista, nel senso in cui trovo che l'ideologia del progresso sia uno dei peggiori stimoli spirituali per gli uomini, ma il mio tradizionalismo, inteso come difesa della tradizione, della storia e rispetto del passato, rigetta al contempo l'esigenza, artificiale, di creare patrie, specie di questi tempi di vuoto e di nulla, basandosi su appartenenza etniche o presunte culturali, dividendo ciò che nel tempo si è davvero integrato.
    Come ho detto sempre, la patria nasce laddove le circostanze permettono che nasca ( nel mio caso l'Italia unita perchè ci sono nato ) e dove comunque c' è quel minimo di sostrato storico e culturale comune che permette di non scontrarsi per ragioni puramente culturali ( e questo in Italia è indiscutibile). Certo non propongo di costruire una patria mondiale perchè li, i problemi inevitabilmete salterebbero fuori, ma laddove vi sia un minimo comun denominatore culturale si può costruire una comune patria comunista nel rispetto delle tradizioni e differenze di ciascuno ( esclusivamente valorizzabili nel comunismo ).


    Comunque nel caso del nazionalismo basco il fattore romantico e per giunta esclusivista e razzista ( assolutamente non presente nel romanticismo risorgimentale italiano ) è stata una prerogativa assoluta e tutt' oggi se ne vedono le evidenti tracce.




  5. #5
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    quella che tu chiami "integrazione" secondo il mio punto di vista,e credo anche quello degli indipendentisti baschi è in realtà un processo che va a discapito di una cultura che diventa subalterna alla cultura dominante,o cultura "maggioritaria" che dir si voglia,il fatto stesso che ci siano questi movimenti significa che è stata un integrazione forzata di cui non si è richiesto il parere al popolo interessato...quindi quelle che tu chiami mistificazioni sono una risposta a questo tipo di atteggiamento uniformante e realmente mistificatore degli stati europei....per quanto riguarda la violenza e il razzismo sono d'accordo con te,non si può arrivare a questo per "recuperare" la propria sovranità nazionale.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da ricardu Visualizza Messaggio
    quella che tu chiami "integrazione" secondo il mio punto di vista,e credo anche quello degli indipendentisti baschi è in realtà un processo che va a discapito di una cultura che diventa subalterna alla cultura dominante,o cultura "maggioritaria" che dir si voglia,il fatto stesso che ci siano questi movimenti significa che è stata un integrazione forzata di cui non si è richiesto il parere al popolo interessato...quindi quelle che tu chiami mistificazioni sono una risposta a questo tipo di atteggiamento uniformante e realmente mistificatore degli stati europei....per quanto riguarda la violenza e il razzismo sono d'accordo con te,non si può arrivare a questo per "recuperare" la propria sovranità nazionale.
    Nei paesi baschi non ci fu mai nessuna integrazione forzata, i paesi baschi, parte del regno di navarra a partire dagli inizi del 1500 sono stati inglobati sotto il potere dell'unica corona spagnola, e da parte dei sovrani di Spagna non c' era alcuna volntà di castiglianizzare le periferie dei territori. Chi parlava basco continuò a parlarlo senza ostacoli fino al franchismo per 400 anni, non a caso i dialetti prebaschi ( per il basco come lingua unitaria non è mai esistita ) si sono conservati tra la gente in forma spontanea senza nessuna persucuzione di sorta.
    Il paese basco è sempre stato abitato da castigliani, catalani, aragonesi, in armonia e integrazione con il regno ( per quanto un regno assolutista possa essere armonica..ovviamente,ma ciò concerne ragioni politiche e non certo etniche o nazionali).
    Il nazionalismo basco, come l'articolo mostra benissimo, nasce come reazione alla decadenza della classe nobiliare, e si condisce di apposito e contingente razzismo e nazionalismo sciovinista utile per una causa di tipo socioeconimica.
    Il nazionalismo basco ha riflesso dei precisi rapporti di classe e non una divisioni tra due popoli, i quali erano in integrazione ( in quanto popoli ) e convivenza da 500 anni.
    E' il nazionalismo che ha ricostruito una storia mitica di lotte unitarie dei baschi contro il presunto oppressore. Lotte in realtàmai avvenute.
    Altra cosa è che la cultura locale debba essere preservata e la tradizione difesa. Ma la distruzione della tradizione e del passato non avviene per colpa di un'unità politica in sè con altre culture, ma per colpa di un sistema socio-economico che distrugge sistematicamente ogni cultura.

    Ma cosa credi che la cultura italiana di qualunque regione o contado non sia distrutta e frustrata e folcorizzata e mediatizzata, esattamente al pari di quella sarda o basca o castigliana ?
    Cerchiamo di capire le vere cause dei problemi.
    Altra cosa poi è lottare contro un impero che colonizza economicamente e toglie pogni sovranità politica e militare di fatto ( cosi' com' è per gli Stati Uniti con l'Europa intera )...vedi il problema è che io sono colonizzato militarmente dagli stati uniti senza essere un citaddino degli stati uniti...non mi risulta di godere del diritto di voto negli USA.
    Un sardo e un basco hanno ogni diritto, compreso quello di diffondere e valorizzare la loro cultura all'interno degli Stati in cui vivono.
    Ecco la differenza !


  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
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    Ma cosa credi che la cultura italiana di qualunque regione o contado non sia distrutta e frustrata e folcorizzata e mediatizzata, esattamente al pari di quella sarda o basca o castigliana ?
    tu parli di cultura ''italiana'' folclorizzata dall'italia stessa, noi parliamo di cultura sarda folclorizzata dall'italia e spesso dal popolo sardo stesso che oramai illuso e colonizzato culturalmente da creder che tutto ciò che è made in sardinnya è sempre inferiore al made in italy o a quello che impone il made in italy, dalla cultura all'istruzione, dalle sporche leggi alla lingua, dalla politica mafiosa ai modelli di società non armonizzabili in un ambiente come il nostro. mi incazzo pure quando scrivo tutto ciò ma non contro di te
    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio


    Cerchiamo di capire le vere cause dei problemi.
    Altra cosa poi è lottare contro un impero che colonizza economicamente e toglie pogni sovranità politica e militare di fatto ( cosi' com' è per gli Stati Uniti con l'Europa intera )...vedi il problema è che io sono colonizzato militarmente dagli stati uniti senza essere un citaddino degli stati uniti...non mi risulta di godere del diritto di voto negli USA.
    Un sardo e un basco hanno ogni diritto, compreso quello di diffondere e valorizzare la loro cultura all'interno degli Stati in cui vivono.
    Ecco la differenza !

    hanno il diritto di valorizzare la loro cultura che per qualsiasi cosa è abbinata allo stato di cui fanno parte. quindi valorizzano una cultura ''regionale'' accorpata ad un insieme di altre culture regionali che fanno capo ad una presunta nazione italiana che non ho mai capito cosa diavolo sia .ogni valorizzazione in questo caso,si, potrà pure essere libera come tu sostieni ma è dannosissima alla causa se portata avanti come cultura facente parte di una nazione che non esiste, censurando e non riconoscendo invece l'appartenenza alla reale nazione madre .
    io mi sento colonizzato militarmente dagli usa e dall'italia però ci differenzia il fatto che io all'interno dell'italia sono ''libero''(sperando nell'onestà di chi controlla i voti) di votare ma ragionando da indipendentista mi trovo nella tua stessa situazione .
    sa libertade de tottusu !

  8. #8
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    nessuno ha mai detto che i sardi e i baschi non hanno diritto di voto,ci mancherebbe...infatti è giusto che l'autodeterminazione arrivi in maniera democratica e senza ricorrere alla violenza,l'indipendentismo basco non è solo l'eta ma anche moltissime persone che agiscono alla luce del sole per la libertà della propria nazione,se mi parli di condannare il terrorismo mi trovi d'accordo,se invece vuoi fare di tutta l'erba un fascio e gettare ombre sull'indipendentismo in generale sbagli di grosso...se un popolo non si sente libero ha il diritto all'autodeterminazione.
    fra l'altro è abbastanza facile giudicare i comportamenti delle minoranze quando non ne fai parte..altra cosa è viverli "dall'interno".
    tornando ai baschi,prima del franchismo comunque lo stato francese e quello spagnolo avevano già diviso il popolo basco,euskadi infatti si trova in questi due stati,e i nazionalisti vorrebbero riunire ciò che è stato diviso da forze estranee....comunque gli articoli da te postati senz'altro hanno degli spunti interessanti,ma sono davvero troppo di parte.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da ricardu Visualizza Messaggio
    nessuno ha mai detto che i sardi e i baschi non hanno diritto di voto,ci mancherebbe...infatti è giusto che l'autodeterminazione arrivi in maniera democratica e senza ricorrere alla violenza,l'indipendentismo basco non è solo l'eta ma anche moltissime persone che agiscono alla luce del sole per la libertà della propria nazione,se mi parli di condannare il terrorismo mi trovi d'accordo,se invece vuoi fare di tutta l'erba un fascio e gettare ombre sull'indipendentismo in generale sbagli di grosso...se un popolo non si sente libero ha il diritto all'autodeterminazione.
    fra l'altro è abbastanza facile giudicare i comportamenti delle minoranze quando non ne fai parte..altra cosa è viverli "dall'interno".
    tornando ai baschi,prima del franchismo comunque lo stato francese e quello spagnolo avevano già diviso il popolo basco,euskadi infatti si trova in questi due stati,e i nazionalisti vorrebbero riunire ciò che è stato diviso da forze estranee....comunque gli articoli da te postati senz'altro hanno degli spunti interessanti,ma sono davvero troppo di parte.

    Non voglio gettare nessuna ombra sugli indipendentismi in generale:
    tre sono gli aspetti che voglio sottolineare
    1- il rischio sempre presente di creare attraverso operazioni artifciali, di tipo romantico ed esclusivista un' esigenza di costruzione nazionale laddove invece vigono integrazione e convivenza da secoli seppur in un contesto di centralizzazione come può essere quello di una monarchia assoluta ( vedi i paesi baschi prima dell'invenzione del nazionalismo di Savino Arana a fine 800).
    2- la condanna al terrorismo ( che da quanto ho letto,condividi con me) se non giustificato dalla necessità ( necessità che nel caso di ETA, per ciò che conosco, mi sento di negare fortemente, salvo ovviamente ammettere anche tutti i gravi errori commessi dalla Spagna nella gestione della questione ).
    3- la possibilità di ricostruire attraverso la trasformazione sociale patrie comuniste che tengano conto di ogni specificità locale ( cosa possibile solo nel comunismo, a meno non parliamo di nazionalitarismo a sfondo borghese...ma allora li non posso assolutamente seguire il discorso.

    Non ho nessuna pregiudiziale contro l'indipendentismo in sè per sè: semplicemente lo appoggio e lo condivido nel caso di reale colonialismo ( annovero l'Irlanda e la Palestina giusto a mo di esempio), mentre lo capisco meno in altri casi pur essendo ugualmente interessato al dialogo e alla comprensione in chiave pacifica. E lo capisco meno nei casi di non colonialismo discrimnatorio, perchè, come già ho detto, credo nella rinascita comunitaria in contesti politici già esistenti e vedo tutti i rischi di una lotta incentrata prioritariamente sull'indipendenza prima ancora che su un progetto di cambiamento politico e sociale ( il comunismo).


  10. #10
    Omia Patria si bella e perduta
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    Salvo, stampo, leggo e poi metto un mio parere perché la discussione è interessante.

 

 
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