Comincia oggi a Bali la kermesse annuale delle Nazioni Unite sul clima. Migliaia di delegati - quella che è stata definita un'immensa burocrazia viaggiante in luoghi spettacolari - si riuniranno allo scopo di trovare un accordo sulla riduzione delle emissioni di gas serra allo scopo di contenere l'aumento delle temperature. Ci riusciranno? La risposta è no. L'avverbio è: fortunatamente.
Come nelle precedenti edizioni, la distanza che separa i principali attori - Europa, Stati Uniti e mondo in via di sviluppo - è enorme. L'Europa si presenterà a Bali col consueto velleitarismo unilateralista: forte dell'obiettivo (o slogan?) del 20-20-20 sancito dal Consiglio europeo di primavera, chiederà al resto del mondo l'impegno a tagliare le emissioni del 30 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020. Il resto del mondo risponderà con una sonora pernacchia e l'Ue uscirà trionfalmente dalla conferenza enfatizzando il suo ruolo di leader mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici - ruolo, peraltro, che nessuno aspira a rubarle.
Nella pernacchia globale si distingueranno tre tonalità differenti. Gli americani si mostreranno dialoganti e disponibili a discutere di accordi relativi al trasferimento tecnologico o a forme di partnership coi paesi emergenti, in modo da ridurne l'intensità carbonica senza intaccare la crescita del Pil. Difficilmente, però, gli Usa firmeranno un accordo di vasta portata: per loro, democratici compresi, la definizione da parte di organismi sovranazionali di obiettivi vincolanti è un tabù inviolabile, anche perché nella nazione a stelle e strisce, a differenza che in Europa, un obiettivo vincolante è considerato una meta che va raggiunta, non la vaga indicazione di un percorso a premi. D'altronde, gli americani hanno di fronte agli occhi il fallimento del mercato europeo delle quote di emissione e, nonostante le pressioni che la Casa Bianca riceve da alcuni stati guidati dalla California, é improbabile che vogliano seguirne l'esempio.
Per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo, occorre fare una distinzione. Si mostreranno più aperti al dialogo quelli con scarse potenzialità di crescita oppure che pensano di poter trasformare il global warming in una ricca fonte di aiuti da parte delle nazioni industrializzate. Viceversa, le regioni caratterizzate da uno sviluppo più impetuoso - in primis Cina e India, ma anche Russia e Brasile - diranno sostanzialmente che l'Occidente può fare quel che vuole e che loro sono disposti a tifare per il successo dei suoi sforzi, ma non si impegneranno ad alcun provvedimento che possa minare la creazione di ricchezza.
Questa posizione darà fiato alla proposta francese - che sta guadagnando consensi in Europa - di creare dazi o disincentivi alle importazioni da paesi extra-Kyoto (o comunque si voglia chiamare l'intesa, per ora nebulosa e incerta, per il post-2012). La richiesta è insidiosa perché potrebbe guadagnare consensi anche in America, soprattutto se le porte dello Studio Ovale si apriranno, l'anno prossimo, per un democratico. Tuttavia, essa nasconde ben poche finalità ambientali ed è solo la riproposizione sotto nuove spoglie del vecchio protezionismo.
In ogni caso, anche quest'anno difficilmente si faranno dei reali passi avanti, perché nessuno dei partecipanti - e in particolare l'Europa, fautrice delle tesi più estremistiche - pare disposto ad aprire una trattativa a 360 gradi. Tutti, però, si troveranno d'accordo sull'importanza del tema e sulla necessità di incontrarsi ancora nel 2008, in un posto lontano, per "vincere la sfida del clima prima che sia troppo tardi" (useranno queste parole). In fondo, chiunque abbia un cuore non può resistere alla tentazione di acquistare ai figlioletti regali di Natale esotici. Viaggio e alloggio sono gentilmente offerti dai governi.
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