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Discussione: Sei colonne in cronaca

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    Predefinito Sei colonne in cronaca

    Poteri sinistri

    Lo sbandamento di Rifondazione e le prove di esistenza in vita del prodismo reale (vedi Telecom)

    Il disordine creativo berlusconiano è utile? Non è insensato sostenerlo.
    L’Italia ha bisogno di essere governata ma deve anche essere “liberata”: da apparati, clientele, conventicole di partiti senza più ragione storica, da cosche dell’Iri che fu, da crescite cancerogene di poteri bancari, da piccoli establishment truffaldini.
    Il disordine creativo, però, oltre a liberare energie (e lato sensu l’Italia), produce entropia, forze antisistema che poi provocheranno a loro volta guai incontrollabili.
    Bene il disordine, dunque, “ma anche” (come direbbe Crozza-Veltroni) si lavori per dare senso, non solo per il caos.
    Sarebbe bene dunque che Silvio Berlusconi ogni tanto si legasse la lingua e comunque lavorasse con uno staff che tenesse sotto controllo – sia pure disordinatamente – la situazione.
    Comunque oggi la notizia principale è lo sbandamento di Rifondazione: tra i neocomunisti si assomma il panico da sondaggi al ridicolo dei penultimatum (con tanto di “verifiche” tanassian-folliniane) alla fronda antibertinottiana.
    Quest’ultima fa circolare una maligna battuta:
    “Passi il cretinismo parlamentare ma quello presidenzial-parlamentare è veramente troppo”.
    Dietro il caos di Prc, non ci sono solo gli interessi della sua nomenklatura, concentrata sul sistema elettorale: il principale terremoto nasce dai sommovimenti in Cgil.
    Quando prima dell’estate Fausto Bertinotti lanciò l’idea della Cosa rossa, scavalcando un malmostoso Franco Giordano, preoccupato di dovere lasciare posti a Fabio Mussi & Co, dietro alle sue mosse c’era l’ipotesi della costituzione di un asse tra Paolo Nerozzi (segreterio Cgil e punto di riferimento del pubblico impiego) e Gianni Rinaldini, capo della Fiom: questo asse avrebbe relegato in un angolo i riformisti Cgil (chimici, tessili e altri) e l’estremista per antonomasia Giorgio Cremaschi, svuotando il potere del già vuoto Guglielmo Epifani, e preparando un futuro di sinistra (ma non disattento al governo) per la maggior confederazione sindacale italiana.
    Questo era il contesto del cicip ciciap bertinottian-mussiano.
    Il protocollo su welfare e pensioni di luglio ha mandato all’aria tutto.
    Nerozzi, abbondantemente blandito da Romano Prodi con costose concessioni sul pubblico impiego, ha fatto da scudo a Epifani che nelle note forme schizofreniche ha firmato “il protocollo di luglio”.
    Rinaldini ha serrato le file con Cremaschi, ponendo la Fiom all’opposizione di tutto: Epifani, Prodi, Bertinotti.
    Ma Rinaldini e Cremaschi, pur essendo ideologicamente estremisti, sono anche ottimi sindacalisti (al contrario di Epifani) e approfittando degli spazi lasciati loro dallo sventato Luca Cordero di Montezemolo, hanno assunto la guida della lotta di una categoria che se non pesa più come una volta, è ancora in grado di intimorire.
    Soprattutto la Fiat.
    Come si è visto dal nervosismo di Sergio Marchionne che per placare i dipendenti con un anticipo sul contratto ha fatto fare una figuraccia al presidente di Fiat & Confindustria.
    Ora, rilanciati dai fallimenti di Montezemolo ed Epifani, Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, e il grande vincitore di questa tornata, senza dubbio il più capace protagonista della scena economico sociale attuale, Raffaele Bonanni, hanno ripreso a tessere le loro assai benefiche trame per rilanciare una contrattazione sindacale più moderna.
    Ma “le benefiche trame” non avranno certo tempi brevi: e nei prossimi mesi crescerà invece il peso di Rinaldini & Cremaschi.
    Da qui le campane a morto per Bertinotti, Giordano, Cosa rossa & Co.
    Mussi, per esempio, senza dote Nerozzi-Cgil sarà considerato da Rifondazione solo una bocca in più da sfamare. I processi di espansione e allargamento sognati da Bertinotti diventeranno chimere. Condurre in queste condizioni il congresso di marzo di Prc contro Fiom (centro sociali, pacifisti, femministe-separatiste) costituirà più o meno un suicidio per i bertinottiani.
    Chi ragiona sugli assestamenti del quadro politico, in cui Rifondazione gioca un ruolo non secondario, deve partire da questo scenario.

    Agguato regolamentar-giudiziario a Geronzi?
    Per capire invece il prodismo reale oggi in corso, suggerisco di riflettere ancora sull’operazione Telecom Italia.
    In particolare sulla spietatezza con cui Giovanni Bazoli ha imposto non solo l’amministratore delegato che voleva ma anche un presidente gradito e l’immediata scomparsa dei vice.
    Il banchiere bresciano ha mostrato così di potere ottenere quel che vuole.
    E anche di avere costituito una “nuova alleanza” non solo con Carlo De Benedetti ma pure con la Fiat (le nomine Telecom hanno un intenso sapore lingottiano) che peserà non poco anche in Rcs. Basta leggere le dichiarazioni trionfanti, in qualità di socio Rcs, di Francesco Merloni.
    Intanto si moltiplicano le voci di un agguato regolamentar-giudiziario a Cesare Geronzi, a dicembre, e previsioni sul fatto che in Generali arriverà come presidente Claudio Costamagna (le ultime imprecazioni di Antoine Bernheim sono rivolte su questo fronte e non più contro Mediobanca).
    In questa situazione perché è stato frenato il geronziano Lamberto Dini che colpendo il quadro politico toglieva potere più in generale a Bazoli?
    Ha pesato solo la mossa prodiana di sfilare parzialmente all’ex banchiere Natale D’Amico?
    O c’è anche una qualche incertezza su Alessandro Profumo?
    Senza dubbio quest’ultimo disturba non poco tutto il geronzismo nazionale: blocca gli Angelucci sull’Unità, vuole vendere la partecipazione nel gruppo Class e persino quella in Rcs.
    Abbastanza per far inquietare il banchiere romano.
    Che dovrebbe sapere però che, mentre Profumo disturba, il duo Prodi & Bazoli uccide.

    Lodovico Festa www.ilfoglio.it del 30 11 07

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Sinistra si potere

    Di che si lamenta Prc? Siede nel governo più spendaccioned’Europa e che continuerà ad accontentarla

    Il paradosso rosso è il seguente: com’è che in Italia c’è il governo più a sinistra d’Europa e la sinistra lo soffre così tanto da aver voglia di disfarsene?
    In Italia c’è il governo più a sinistra d’Europa non solo perché siamo l’unico paese del continente in cui due partiti comunisti sono nella stanza dei bottoni. Lo è anche per le politiche che fa il governo.
    Tra decreto per spendere il tesoretto, Finanziaria e protocollo del welfare, Dini calcola che si siano impegnati in vario modo ventisette miliardi di euro per la spesa sociale.
    Anche se fossero la metà, non c’è governo in Europa che stia allargando in egual modo i cordoni della borsa, meno che mai un governo che ha sul groppone il terzo debito del mondo e che è nato con il peso di una procedura di infrazione per deficit eccessivo.
    Dalla manovra si esce con un bonus, seppur modesto, per gli incapienti (cioè i poveri così poveri che non pagano tasse); con l’aumento delle pensioni più basse, tutt’altro che modesto, visto che si tratta di 423 euro in media, pari al 2,65 per cento del reddito; con l’abolizione dello scalone pensionistico, a vantaggio di una enclave di operai del nord; con un taglio dell’Ici che ridurrà anche l’imposta per i ceti medi ma la annulla a quelli bassi, e con uno sgravio Irpef agli affittuari a basso reddito; con l’aumento, seppur modesto, dell’indennità di disoccupazione; con una serie di misure per favorire l’accantonamento previdenziale dei giovani lavoratori precari.
    Non sarà la rivoluzione d’ottobre, però se fossi Giordano avrei commissionato un manifesto con sopra il faccione di Padoa-Schioppa e sotto la seguente scritta:
    “Abbiamo costretto il custode dell’ortodossia monetarista di Bruxelles ad aprire il portafogli”.
    E ci è costato un rallentamento del processo di risanamento finanziario, esattamente ciò che Rifondazione e la sinistra radicale chiedevano fin dal primo giorno del governo, quando proposero di diluire in due anni la manovra di rientro dei conti pubblici.
    Bertinotti potrebbe pavoneggiarsi ai meeting internazionali della Sinistra europea, con l’aria di chi ha finalmente trovato la quadratura del cerchio: come contestare il capitale mettendosene in tasca un po’.

    Hanno sbagliato la pedagogia della base
    E invece. Rifondazione è scossa, la base traumatizzata, Sansonetti scatenato, Diliberto minaccioso, e addirittura la Cosa rossa teme di esser scavalcata da una cosa ultrarossa. E tutto perché i dirigenti di quei partiti non hanno saputo in questi due anni fare il lavoro che spetta ai dirigenti di un partito: la pedagogia della base.
    Se uno parte con un manifesto che annuncia che farà piangere i ricchi, è ovvio che neanche un sorrisino dei poveri gli può bastare.
    Anzi, gli appare come un tradimento: perché se il fine è superare il capitalismo, ricevere qualcosa in cambio della sua insuperabilità è come vendersi per un piatto di lenticchie. Nelle condizioni date, la sinistra radicale ha avuto la luna, e altra ancora ne avrà se continuerà a contare molto per la stabilità del governo Prodi; ma se presume di poter cambiare le condizioni date, cosa che neanche i comunisti cinesi pensano sia più possibile, allora mai niente le potrà bastare.
    Il cul di sacco politico in cui si è cacciata la sinistra radicale, che non può fare la crisi di governo mentre Dini la può fare, discende direttamente dal paradosso di cui sopra.
    E infatti così l’ha esplicitamente giustificato Giordano.
    La sinistra non può far cadere Prodi perché sennò torna lo scalone e cadono tutte quelle belle cose di cui sopra.
    Non può farlo cadere perché sennò nega a milioni di lavoratori i miglioramenti cui hanno detto sì nel referendum, e scippa al sindacato ciò che con nessun altro governo potrebbe neanche aver sognato di avere. Sarebbe come chiedere tutto per ottenere meno.
    Se Dini, invece, avesse fatto cadere il governo, se ne sarebbe perfettamente compresa la logica sociale: salvare lo scalone e risparmiare un bel po’ di spesa pubblica.
    Ma se stai nel governo più a sinistra d’Europa e ti lamenti come se al governo ci fosse la Thatcher, vuol dire che non puoi stare al governo in un paese occidentale. Tutto qui.
    E infatti Rifondazione non ci vuole più stare.
    O meglio, vorrebbe non starci ma senza riconsegnare il paese alle destre, trauma che ha già vissuto una volta e che non può permettersi una seconda. Per questo spera nel modello tedesco: un bel proporzionale nel quale può prosperare all’opposizione mentre un centrosinistra più Casini più Montezemolo si occupa di governare.
    Visto come sono andate le cose, penso che Rifondazione abbia ragione e che bisognerà darle quello che chiede.

    Antonio Polito www.ilfoglio.it del 30 11 07

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Pronostico: Ben Ammar sarà vicepresidente di Telecom al posto di Buora. Nuove alleanze

    Sbaglia chi pensa che la vicenda dei vertici Telecom e quelle che seguiranno sulla scena del risiko dei poteri, Mediobanca-Generali in testa, siano da analizzare utilizzando lo schema della contrapposizione Berlusconi- Prodi sul fronte politico e Intesa-Unicredit sul terreno dell’establishment finanziario.
    No, chi immagina ancora da una parte il duo Bazoli-Prodi, con Mps a supporto, e dall’altra il trio Geronzi-Berlusconi- D’Alema con i “francesi” (Bollorè, Bernheim, Tarak Ben Ammar) e l’alleanza “di fatto” con Profumo (non fosse altro per la contrapposizione a Passera e Bazoli), non tiene conto di alcune novità sostanziali, la prima delle quali è l’ingresso in campo di Veltroni
    e il nuovo “patto della crostata” che Bettini e Letta hanno cucinato tra il sindaco di Roma e il Cavaliere.
    Se così non fosse, non si capirebbe la lunga gestazione che la “scontata” ascesa al vertice di Galateri (in conto a Telefonica, il minimo che si poteva dare a quelli che sono pur sempre gli azionisti di riferimento) e Bernabè (in conto alle nuove alleanze in via di formazione) ha dovuto subire, così come non si capirà fra breve quella che mi sento di pronosticare sarà la nuova vicepresidenza di Telecom in capo all’ottimo Tarak Ben Ammar (al posto di Buora).
    Già, il tribolato riassetto di Telecom non solo ha rappresentato la cartina di tornasole degli equilibri che nella mappa del potere si andranno a determinare in una serie di partite ancora aperte – dall’assestamento dei poteri in Mediobanca, per nulla definito, alla conseguente battaglia per il controllo delle Generali, passando per Rcs e per la definizione di quello che sarà il ruolo di Unicredit sull’intero scacchiere, che potrebbe non essere così scontato come qualche sottovalutatore di Profumo ha pensato – ma è stata anche la prova generale dei nuovi assetti che il sistema politico sta cercando.

    Bipolarismo armato e bipartitismo disarmante
    Dunque, non è pura coincidenza il fatto che lo sbloccarsi dell’impasse Telecom ci sia stato proprio quando Berlusconi annunciava la sua “svolta”.
    Certo, quella per il Cav ha significato ribaltare in termini di immagine la sconfitta sulla “spallata”, riconquistare il centro del ring politico, dimostrare agli italiani di avere il coraggio di mandare a casa alleati e classe dirigente in nome della semplificazione e pacificazione della politica.
    Ma non solo.
    Essa è stata la premessa per un nuovo sistema di alleanze sul terreno del potere. Ancora fragile, per carità. Sicuramente tutto da finir di costruire, sperimentare, consolidare.
    Ma già disegnato, immaginato. E di fronte al quale, prescinderne nel giudicare ciò che in queste ore sta accadendo sulla scena romana, è un errore imperdonabile.
    Si è detto: Berlusconi ha liquidato il bipolarismo bastardo che aveva lui stesso creato, decretando così la definitiva morte della già comatosa Seconda Repubblica, e per farlo si è convertito al proporzionale e alla Grande coalizione.
    Magari fosse così.
    Invece, a parte la constatazione (logica, non ideologica) che ci vuole molto coraggio nell’attribuire la credibilità necessaria per realizzare questa transizione a chi porta la più grande delle corresponsabilità del fallimento di questo quindicennio, le cose stanno diversamente.
    Ciò che si sta profilando è il passaggio dal “bipolarismo armato”al “bipartitismo
    disarmante” (nel senso che fa cascare le braccia), cioè a un sistema politico basato su due “non partiti” figli dei gazebo – uno padronale, populista, che predica la “democrazia plebiscitaria”, totalmente sprovvisto di cultura e storia politica tanto da immaginare di far cadere un governo raccogliendo le firme dei cittadini; l’altro non meno cesarista, che ha eletto senza alcuna regola codificata il suo leader prima ancora di avere gli iscritti e che nasce ripudiando la storia da cui è venuto e le radici su cui è germogliato – che trovano le ragioni del loro incontro consociativo non in una comune analisi delle condizioni di declino e di degrado in cui è piombato il paese (per colpa loro) e di conseguenza nella convergenza su alcune scelte strategiche da compiere, bensì nel comune interesse a imporre una legge elettorale e uno schema istituzionale ancor più maggioritario e leaderistico di quello fin qui sperimentato con grave nocumento.
    Dunque, altro che proporzionale, altro che sistema tedesco:
    Veltroni e Berlusconi condividono l’idea di un maggioritario che assegni il premio al partito con più voti e non più alla coalizione, come sarebbe se passasse il referendum - da entrambi fortemente gradito, al di là dell’apparente indifferenza – o che derivi da un mix di meccanismi come quelli sapientemente dosati da Vassallo, che comportano una soglia di sbarramento altissima.
    E altro che sistema parlamentare “corretto” con qualche goccia di
    “decisionismo alla Sarkozy”: i due finiscono per promuovere un presidenzialismo “strisciante”, cioè senza quei contrappesi che sono tipici dei sistemi dichiaratamente “forti”, i quali si basano su istituzioni forti guidate da statisti, non su uomini forti (leader populisti).
    Se poi a questo si aggiunge l’inciucio di potere su quel poco che resta dell’establishment industrial-bancario-finanziario, si potrà anche gioire del tramonto dell’impero prodiano – non sarò certo io a rovinare la festa, anche se non darei affatto il professore per morto, almeno su questo fronte – ma certo non c’è nulla di cui compiacersi se la (presunta) Terza Repubblica nascerà all’insegna del duo Chávez-Putin nella versione all’amatriciana.

    Enrico Cisnetto www.ilfoglio.it del 30 11 07

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  4. #4
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    Predefinito Diario di due economisti

    Antimercatismo

    E’ un po’che nel groviglio della società italiana, un groviglio di spasimi post moderni e acquitrini politici, si affaccia, accanto a quello religioso, un nuovo revival.
    Un revival inappuntabilmente bipartisan.
    Giulio Tremonti, che è uno dei protagonisti di tale revival (côté destro), ne ha da tempo formulato il nucleo concettuale. Si tratta della critica a quello che lui ha ribattezzato (spregiativamente) “mercatismo”. Ossia la concezione del libero mercato, un sistema nel quale il ruolo dello stato si limita alla rimozione degli ostacoli che impediscono la concorrenza.
    Il fondamento della visione liberista, che ne coglie l’essenza e riassume tutte le altre caratteristiche, è che l’economia non è un gioco a somma zero. La concorrenza, che è il motore del sistema del libero mercato, è infatti un processo esplorativo attraverso il quale sempre nuove opportunità vengono rivelate.
    Come aveva intuito Friedrich von Hayek, la concorrenza non è tanto una speciale struttura dei mercati (quella nella quale il “potere di mercato” è nullo o minimo) quanto un processo, o meglio, come affermò in una celebre conferenza (1968), una “discovery procedure”, attraverso la quale la ricerca di opportunità inutilizzate, che una volta rivelate possono essere sfruttate anche da altri, porta alla scoperta del nuovo. In un mondo di trasformazioni incessanti anche il semplice mantenimento di un dato livello di ricchezza richiede cambiamenti continui che si possono ottenere solo se il sistema fornisce gli incentivi giusti (una modifica dei prezzi relativi, cioè l’aumento della remunerazione di certe attività e la riduzione di quella di altre).
    Il nome moderno di questo mondo in trasformazione continua è globalizzazione.
    E sono proprio gli effetti contingenti e prevedibili della globalizzazione ad aver provocato la reazione “no global” di destra e di sinistra. Una reazione che essendo “anti-mercatista” non può che essere “governista”, per restare alla terminologia di Tremonti.
    Non è arduo comprendere che lo sbocco di questo “governismo” consiste in una ricaduta nel protezionismo e in generale nel tentativo di conservare lo status quo. Il che ovviamente non è possibile, a meno che la marcia delle economie emergenti, che non sono fatte solo da colossi come Cina o India, non si arresti improvvisamente.
    Ma allora, cosa ci aspetta?
    Un futuro di conflitti in aumento tra occidente e oriente per la distribuzione delle risorse (materie prime, petrolio) e della ricchezza, una cui quota crescente è destinata a essere prodotta fuori dell’Europa, degli Stati Uniti (e del Giappone)?

    Lo disse già Kant nel 1795
    Questo è in effetti lo scenario preferito dai pessimisti, la cui fatale reazione è appunto il “governismo”, di sinistra e di destra.
    E’ possibile immaginare un altro scenario?
    Ovviamente si può immaginare uno scenario ottimista. Per evitare che questo si trasformi nella caricatura del “pensiero unico” bersagliato dai “governisti” no global, bisogna spiegare bene in cosa consistano le eventuali ragioni dell’ottimismo.
    Secondo la teoria economica anche la globalizzazione è un gioco non a somma zero, e l’idea che la globalizzazione promuova la diffusione dei principi democratici risale a Immanuel Kant e alla sua “pace perpetua” (1795). E’ più o meno lo stesso principio che sta alla base di uno dei paradigmi più in voga nella scienza politica moderna, secondo il quale liberalizzazione economica e politica procedono a braccetto.
    E’ evidente che questa è una questione cruciale, dal momento che un certo numero dei paesi emergenti è o potrebbe trovarsi sotto la presa di regimi non democratici e ciò allarga alla sfera dei valori i contrasti economici con il mondo occidentale, rendendoli perciò più rischiosi. E’ vero che il successo economico tende ad avere un effetto politico stabilizzante, ma cosa ci dice che questo valga per un regime democratico e non per uno autoritario?
    In effetti, l’evidenza empirica sulla relazione positiva tra benessere economico e democrazia è ambigua. Questa incertezza spinge un economista certamente non “governista” come Guido Tabellini a essere preoccupato sulle conseguenze della globalizzazione (Sole 24 Ore del 4 novembre).
    Viceversa Barry Eichengreen e David Leblang, nello studio empirico più recente su questo problema (Nber, agosto 2006), raggiungono la conclusione che la relazione positiva tra globalizzazione e democrazia non solo è solida ma è bi-direzionale, nel senso che i due processi si rafforzano a vicenda.
    In realtà la questione, manco a dirlo, è complicata e ci sono un sacco di dettagli che possono fare la differenza – ad esempio, internazionalizzazione commerciale e finanziaria non è detto che agiscano sempre nella medesima direzione -.
    Due cose però possiamo dire: la chiusura verso la globalizzazione non è la risposta anche se la crescita e la liberalizzazione economiche non bastano. Allora, se la democrazia e le idee liberali non possono essere semplicemente esportate insieme alle merci e se la via delle armi giustamente ci ripugna, bisognerà trovare qualche altro modo per evitare che il finale di partita diventi un incubo.

    Ernesto Felli e Giovanni Tria

    Su www.ilfoglio.it del 30 11 07

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    Predefinito Occhiaie di riguardo

    Saga di Strassoldo

    E’ uno scandalo di provincia, ma divertente, se non sei del posto. L’antefatto è semplice.
    Siamo nel febbraio del 2006.
    Marzio Strassoldo, nato a Gorizia, ha sessantasei anni. Viene da una famiglia che ha fornito nei secoli dignitari e generali, luogotenenti e ciambellani all’impero asburgico.
    Laureato in Economia, ha tenuto la cattedra di Contabilità economica nazionale nella facoltà di Scienze economiche e bancarie dell’Università di Udine, prima di diventarne il rettore, nel ’92.
    E come tale è riconfermato nel ’95 e nel ’98. Nel 2001, non rieleggibile per il terzo mandato (oggi la carica è affidata a un brillante matematico, autore di successo e spesso ospite di Fazio, il televisivo) è eletto alla presidenza della provincia di Udine. Cinque anni dopo – siamo nel 2006 – si ricandida.
    E per vincere, stipula un vero e proprio contratto privato con un certo Italo Tavoschi, che capeggia una lista civica.
    Un normale voto di scambio, come avviene a tutte le latitudini del nostro paese, ma qui sancito, fatto inusuale e tocco asburgico, da un testo scritto:
    “20 febbraio 2006. Italo Tavoschi si impegna a sostenere il prof. Strassoldo alle prossime elezioni provinciali, e lo fa schierandosi in una lista che fa capo a Strassoldo, presentandosi in uno o più collegi nella città, oppure a discrezione dello stesso presidente, in altri collegi del territorio.
    Il presidente Strassoldo si impegna a riconoscere a Italo Tavoschi, per questa personale discesa in campo, nel caso di vittoria elettorale e conseguente conferma a presidente della Provincia di Udine, un incarico amministrativo per la durata minima di tre anni, eventualmente rinnovabile”.
    Non sappiamo quanto sia stato decisivo l’apporto del Tavoschi, cui è accreditato un potere di controllo su poco più di 400 preferenze, ma dalle urne del 26 e 27 maggio, Marzio Strassoldo, a capo di una coalizione di centrodestra, esce vincitore.
    Ma è una primavera breve: a settembre, lo scandalo scoppia sul giornale locale, il Messaggero Veneto del gruppo Caracciolo.
    Più che un’inchiesta giornalistica, a far da detonatore sono i passi dello stesso Tavoschi, non assunto né beneficiato di alcuna consulenza.
    Sentendosi tradito, va con il contratto in mano all’Ufficio del Lavoro (e anche questo, a ben vedere, è piuttosto asburgico).
    Il presidente Strassoldo reagisce, e il primo giorno di ottobre annuncia che si dimetterà.
    Venti giorni dopo, fa marcia indietro.
    Palazzo Belgrado, sede della provincia, tiene fede al suo nome, diventando il teatro di una guerra civile fatta di colpi bassi e avanzate, ritirate e accuse che debordano sulle pagine delle lettere al direttore del giornale locale, e sugli altri palazzi del potere.
    Ad esempio: il capogruppo di An al consiglio comunale, Daniele Franz, critica Strassoldo che non si dimette.
    Ma l’altro giornale cittadino, il Gazzettino, pubblica un documento, datato 2003, con un appunto piuttosto simile, firmato dallo stesso Tavoschi e da Franz. Che rassegna subito le dimissioni, guadagnandosi l’apprezzamento del sindaco di Udine, un ex leghista approdato al centrosinistra: “Un gesto da galantuomo”.

    Ma veniamo al sodo. Perché Marzio Strassoldo rifiuta di dimettersi? Gli avvocati spiegano che quel contratto sui generis non ha alcuna rilevanza penale. E quanto alla rilevanza politica, la questione si complica. Per legge, se cade un presidente provinciale, eletto dai cittadini, cade la giunta e si va al voto.
    Ma una legge regionale, voluta da tutti i partiti del Friuli Venezia Giulia, consente una variazione: se il presidente è sfiduciato, cade la giunta e si va al voto, ma se si dimette, tutto come prima, si continua con la giunta e il consiglio in carica, evitando il commissario.
    Perché questa variazione? Perché a tutti faceva comodo di disporre, nel gioco delle tre carte tra consigli comunali, provinciali e regionale, di disporre di una casella mobile, a disposizione dei partiti senza dover ricorrere all’investitura del voto.
    E Strassoldo, dunque, adesso sfida: sfiduciatemi, e muoia Sansone con tutti i filistei, si vada al voto. La sua maggioranza si batte perché muoia solo Sansone, e l’opposizione di centrosinistra, pur inzuppando la brioche nello scandalo, è imbarazzata nello spiegare quelle variazioni di legge. Intanto la provincia è bloccata, il documento di previsione del bilancio, bocciato dalla Corte dei conti, attende di essere assestato, e i verbali raccontano di riunioni di una giunta fantasma, senza i dissidenti della Lega, che comunica delibere accattivanti per il popolo: piste ciclabili, sottopassi per evitare le attese ai passaggi a livello, stanziamenti a favore di associazioni musicali e centri di aggregazione giovanile.
    Ma se Strassoldo non si dimette avanza l’ipotesi di un commissariamento, e gli industriali hanno alzato la voce: siamo stufi di questa politica di scontro.
    La crisi è giunta al 65° giorno.
    E Italo Tavoschi si è candidato a sindaco del capoluogo, Udine.
    Toni Capuozzo

    Su www.ilfoglio.it del 30 11 07

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    Predefinito Esposizioni

    Desideriamo qui ringraziare il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema perché è grazie a lui che noi tutti abbiamo capito Annapolis.

    Se siamo arrivati a comprendere Annapolis come un’esposizione universale, è grazie alla sua tempestiva dichiarazione dell’altro giorno sulla grande esposizione degli Stati Uniti.
    Lì per lì, avremmo potuto scambiare le sue parole come un cofanetto di dolci canditi appena inviati a una festa, che poi una volta aperto il pacco e addentati i dolci, ecco a un tratto essi sciorinerebbero un sapore acre di materia andata a male.
    Ma via, come poteva essere così?
    E’ forse il signor ministro un uomo con qualche inclinazione all’invidia, e oltre a ciò, addirittura una persona con qualche ambizione personale come la regia soprattutto del destino ebraico?
    Niente affatto, egli è uomo che da qualche mese tace su tutto. Può darsi che poi a casa sua parli e le pareti ne rimbombino di parole, ma fuori è ammutolito come un cippo marmoreo.
    E così, prima di procedere, corre l’obbligo di sdebitarsi con il ministro, perché da qualche delizioso mese cela le sue visioni all’opinione pubblica.
    Ad Annapolis, la Farnesina ha deciso di proseguire la sua recente linea estera nascosta: esporsi senza farsi vedere. Un profilo basso, stile seminterrato. Puro underground.
    E’ stata una scelta assennata, se si considera quanto, soltanto pochi mesi fa, il nostro ministro degli Esteri avesse messo il presidente Abu Mazen sullo sfondo della scena politica mediorientale, dando priorità al governo di Hamas e al mite asse iraniano.
    E sfumando fino all’evaporazione più completa quali siano stati per anni i gesti e le parole di Hamas: la negazione del diritto ebraico alla Terra, il sangue versato nei ristoranti e sugli autobus di Tel Aviv, le interiora dei soldati israeliani esibite in caracollanti danze di giubilo, e infine il delicato colpo di mano su Gaza.
    Ma tutto ciò attiene all’esposizione di Teheran, a cui speriamo bene di non partecipare mai. E dunque, su questa scena di Annapolis, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha scelto, in modo originale, una nuovissima forma di esposizione alla rovescia: non farsi vedere nemmeno dipinto. Semmai, per un attimo, farsi sentire con un raro bacio al sapore di ringhio. Però basta, ora conviene esser lieti e metter da parte le vecchie rogne. Dopotutto, incartata nel bacio al sapore di ringhio, vi era, potente, l’idea casuale della grande esposizione americana ad Annapolis.
    Annapolis è una sorta di esposizione universale della volontà.
    Un’occasione offerta in visione televisiva. I gesti vi sono rari e contano quanto le parole profuse, e in certi momenti le sopravanzano.
    Ad Annapolis, il presidente Gorge W. Bush si mostra in mezzo e di lato ad Abu Mazen e a Ehud Olmert. E’ in piedi e applaude dopo i loro discorsi, stringe con compostezza le mani. Non vi è come nei precedenti vertici con il presidente Bill Clinton un sovrabbondare di sublime, una promessa di assoluto.
    E’ tutto normale – di questo dobbiamo gioire.
    All’esposizione di Annapolis i gesti sono impercettibili. Con Abu Mazen, Bush è discreto, protettivo, quasi affettuoso, non affettuoso in modo dirompente. Un solo istante lo cinge alla vita, quasi ne protegga la stanchezza, ma è un trattenuto sfioramento. Un’esposizione sommessa di rispetto per i corpi palestinesi acciaccati, che non possono essere serrati dall’eruzione di un abbraccio.
    Abu Mazen è timido, Olmert è serio e assai solo.
    Con lui, il presidente Bush ha gesti formali. Può darsi che tutto questo, la discrezione affettuosa verso Abu Mazen e l’estranea ufficialità con Olmert servano a proteggere l’incontro dagli strali di chi dice che l’America ha sempre favorito Israele – e chi si doveva favorire dopo duemila anni di persecuzioni?
    E poi, in questi gesti trattenuti di Bush verso Olmert, si profila anche una lettura metafisica del destino ebraico: Olmert come un altro ebreo senza relazioni certe, ospite perenne nella solitudine della Storia.
    Ad Annapolis si poteva poi vedere esposta e in azione la da tanti morti dimenticata buona volontà degli uomini, in altre parole l’azione degli uomini di buona volontà. Fatti come il mettersi insieme nell’azione di parlare; essere in una posizione di ascolto mentre il tuo vicino parla, invece di farsi esplodere dinnanzi, oppure soffocarlo di insediamenti.
    E poi c’è questo lungo viaggio in cui si va incontro al nemico che potrebbe diventare ex nemico – oppure rimanere nemico. In altre parole, andare a mettersi in gioco in una situazione di totale nudità, quando ogni altra possibilità è come un vestito consumato che alla fine è andato in pezzi. Quando la morte è stata elargita e ricevuta a piene mani, e si è stanchi in modo definitivo.
    Allora si va dall’altro e si dice: ho bisogno della tua pace – dunque di azioni opposte a quelle eseguite fino al giorno prima, o nelle stesse ore in cui si è riuniti.
    Azioni viste all’esposizione di Annapolis: darsi la mano in modo incerto, come se davvero non sapessimo più dove sono le mani da stringere.
    E a proposito, questo è fare la pace dopo una lunga guerra.

    Alessandro Schwed su www.ilfoglio.it del 30 11 07

    saluti

 

 

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