L’essenza del sovrumanismo, come quella del resto di ogni tendenza storica, va ricercata nella sua fondamentale concezione del mondo, dell’uomo e della storia. Questa concezione, che prima di essere tale nasce come immediato sentimento e immediata intuizione, è intimamente legata alla concezione del tempo della storia. Il "tempo della storia" è argomento che a prima vista può sembrare estremamente arduo, ma di fatto è nozione che tutti posseggono, magari senza rendersene conto. Il mondo antico aveva una concezione ciclica della storia, riteneva che ogni momento della storia fosse destinato a ripetersi. Il tempo stesso della storia era rappresentato come un circolo, aveva natura lineare. Con il Cristianesimo nasce un nuovo sentimento del mondo, dell’uomo, del tempo della storia. Questo tempo della storia resta lineare; però non è più circolare, bensì segmentarlo, più esattamente parabolico. La storia ha un inizio, un apogeo, una fine. E non si ripete. Alla storia d’altra parte è attribuito un valore negativo: provocata dal peccato originale, la storia è traversata di una valle di lagrime. L’avvento del Messia, apogeo della storia, avvia la redenzione, cioè la liberazione dell’uomo dal destino storico, l’apocalisse, l’avvento finale di un eterno regno dei cieli. Questa concezione della storia, mitica nel cristianesimo, sarà successivamente ideologizzata e, infine, "teorizzata" dal marxismo; ma resta nei suoi tratti essenziali la stessa: al posto del peccato originale troviamo in Marx l’invenzione dello sfruttamento della natura e dell’uomo da parte dell’uomo stesso; la lotta di classe e l’alienazione che ne consegue configurano la traversata della valle di lagrime; l’avvento del Messia si mondanizza in avvento del proletariato organizzato dal partito comunista o socialista; il Regno dei Cieli diventa regno della libertà, in cui è abolita la lotta di classe e, insieme, la stessa storia (che Marx chiama preistoria).

La concezione sovrumanista del tempo non è più lineare, bensì afferma la tridimensionalità del tempo della storia, tempo indissolubilmente legato a quello spazio unidimensionale che è la coscienza stessa di ogni persona umana. Ogni coscienza umana è il luogo di un presente; questo presente è tridimensionale e le sue tre dimensioni, tutte date insieme come sono date insieme le tre dimensioni dello spazio fisico, sono l’attualità, la divenutezza, l’avvenire. Ciò può suonare astruso, ma soltanto perché da duemila anni siamo abituati ad un altro linguaggio. Di fatto, la scoperta della tridimensionalità del tempo, una volta avvenuta, si rivela una sorta di uovo di Colombo. Cos’è in effetti la coscienza umana, in quanto luogo di un tempo immediatamente dato a ciascuno di noi? E’, sulla dimensione della personale divenutezza, memoria, cioè presenza del passato; è, sulla dimensione dell’attualità, presenza di spirito all’azione; è, sulla dimensione dell’attualità, presenza di spirito all’azione; è, sulla dimensione dell’avvenire, presenza del progetto e del fine perseguito, progetto e fine che, memorizzati e presenti allo spirito, determinano l’azione in corso.

Questa concezione tridimensionale del tempo è la sola che possa logicamente affermare la libertà dell’uomo, la libertà storica dell’uomo.

Nella visione cristiana la storia dell’uomo è predeterminata dal disegno divino, dalla cosiddetta provvidenza; in quella marxista dalla materialistica legge dell’economia, della quale gli uomini possono soltanto prendere coscienza. In queste concezioni della storia e dell’uomo, la libertà umana resta in realtà un flatus vocis, in esse l’avvenire è sempre determinato dal suo passato. Il sentimento tridimensionale del tempo rivela che l’uomo è storicamente libero: il passato non lo determina più, non può determinarlo. Ciò che noi fin qui abbiamo chiamato passato, passato storico, non esiste infatti che a condizione di essere in qualche modo presente e presente alla coscienza. In sé, in quanto passato, esso è insignificante, o più esattamente, ambiguo: può significare cose opposte, rivestire valori opposti: ed è ciascuno di noi, dal suo personale "presente", a decidere cosa esso debba significare in relazione all’avvenire progettato. Il cosiddetto passato storico è materia tornata allo stato bruto, materia bruta offerta a ciascuno di noi perché costruisca la sua propria storia. Questa ambiguità del passato si offre sempre in modo quanto mai concreto alla nostra decisiva significazione. Così, ad esempio, noi siamo eredi di un mondo europeo, che a sua volta può essere considerato erede del mondo pagano e di quello semitico-giudaico. Se, dal presidente che è nostro, queste due eredità si rivelano inconciliabili, sta a noi decidere quale è la nostra vera origine. Adriano Romualdi – sia detto per inciso – ha saputo anche qui scegliere e decidere chiaramente, serenamente: in favore dell’origine indo-europea, con decisione scaturente dal suo progetto d’avvenire "europeo".

Poeti, pensatori, artisti, filosofi conservator-rivoluzionari e fascisti hanno spesso saputo dare espressione a questo istintivo sentimento del tempo tridimensionale, illustrandolo con l’immagine della sfera (e non già, lo ripeto, con quella del circolo). Questo sentimento, quand’anche quasi sempre inconscio, sorregge il pensiero politico ed i giudizi storici dei movimenti fascisti e si riflette immediatamente nei loro vocabolari, insieme ad una nuova parallela concezione dello spazio della storia, cioè della società umana. La razionalità del discorso fascista non può essere spiegata che in relazione al "principio" che lo regge: e questo principio è per l’appunto la tridimensionalità del tempo della storia. Quando il fascismo parla in termini di linguaggio ricevuto, esso si afferma conservatore (o reazionario) e insieme rivoluzionario (o progressista), proprio perché questi termini non descrivono più direzioni opposte del divenire in seno ad un tempo tridimensionale. Nel fascismo il richiamo ad un mitico passato, scelto tra i passati possibili, coincide con la scelta stessa del progetto d’avvenire: la divenutezza scelta altro non è, per così dire, che la memoria stessa dell’avvenire progettato e, insieme, l’attualità che in esso rivive, vive e sempre tuttavia si accinge a vivere. Qui sta anche la ragione del travagliato rapporto che gli stessi pensatori e uomini politici fascisti hanno con la cosiddetta tradizione, quando non hanno ancora acquisito chiara coscienza del sentimento del tempo che purtuttavia li anima. E’ che essi continuano a pensare la "tradizione" cui si riferiscono come se questa esistesse ed avesse significato indipendentemente dalla scelta che essi hanno operato. Ogni movimento fascista si è sempre richiamato ad una "origine" e con essa ad una "tradizione": romanità nel fascismo mussoliniano, germanità nel nazionalsocialismo, "regalità cattolica" di un cattolicesimo che è quello immaginario del "dio biondo della cattedrale" nel fascismo maurrassiano, e così via. Se il rapporto di certi fascisti con la tradizione è travagliato, è – ripeto – non si rendono bene conto di cosa intendono con tradizione. E’ facile peraltro constatare che i movimenti fascisti si richiamano sempre ad una "tradizione" perduta o quanto meno soffocata e in mortale pericolo. Questo, a pensarci bene, significa che i movimenti fascisti di fatto sceglievano – contro una "tradizione affermata", predominante in seno alla società trovata – una "tradizione" morta oppure repressa e condannata a vivere sotterraneamente, viva soltanto in una ristretta cerchia di iniziati. Il richiamo fascista alla tradizione è così di fatto scelta contro la "tradizione" affermata negli istituti sociali e nel costume delle masse, ed è scelta di una tradizione "perduta", di una tradizione che in realtà ha cessato di essere tale. Proprio perché l’origine scelta non è più socialmente affermata, i movimenti fascisti, quando giungono al potere, diventano spiccatamente pedagogoci, nell’intento di forgiare l’uomo nuovo di una tradizione avvenir che ancora non è. Avversari del fascismo hanno parlato a questo proposito – cito Hans Mayer – di «detestabile confusione di passato e avvenire, di nostalgia delle origini e utopia del futuro». Ma ciò che agli avversari del fascismo appare detestabile da un punto di vista etico e dal punto di vista della razionalità, è proprio l’essenza del fascismo, è la concezione nuova del tempo della storia, di un tempo tridimensionale in cui passato e futuro, origine e fine storico non gli si contraddicono e oppongono, bensì insieme armoniosamente costituiscono, con l’attualità, il presente stesso della coscienza storica nuova raggiunto dall’uomo nuovo fascista.

La concezione sovrumanista del tempo, dicevo, rende manifesta la libertà storica dell’uomo. Questa libertà storica dell’uomo comporta il confronto e la lotta nel quadro d’un destino eroico e tragico insieme. Ogni azione storica in vista di un fine storico è libera, non dipende da altra cosa che da se stessa ed il suo esito, dunque, non è iscritto in nessuna fatalità.

La storia stessa dell’umanità è libera, non predeterminata, perché essa scaturisce dalla libertà storica dell’uomo. La storia è sempre, in ogni suo presente, scelta tra opposte possibilità. La fine stessa della storia è una possibilità, proprio perché in ogni momenti l’uomo è libero di scegliere contro la propria libertà, libero di abolire la propria storicità, libero di porre fine alla storia. Questo è la scelta nichilista di cui parlava Adriano Romualdi a conclusione del suo saggio su Nietzsche, la scelta compiuta coscientemente o inconsciamente dal campo egalitarista. L’altra scelta è scelta della propria storicità umana, scelta – come diceva Martin Heidegger – di una nuova "più originaria origine", che è anche nuova origine di storia. Scegliere questa possibilità significa scegliere i mitici antenati che scelsero in favore della storia e nello stesso tempo significa voler divenire gli antenati di una umanità nuova, rigenerata.

Le ultime parole del saggio di Adriano Romualdi su Nietzsche sono una citazione di alcuni versi di Gottfried Benn, poeta a lui particolarmente caro. Vorrei, in suo nome ricordarli oggi:

E poi occorre tacere ed agire
sapendo che il mondo rovina
ma tenere impugnate le spade per l’ultima ora…


Tacere: perché il nostro discorso – fuori dalle nostre catacombe – è discorso fuori legge. Ma nondimeno, tacendo, agire in obbedienza a quel principio e a quell’ideale che, da sempre, sono i nostri.

Giorgio Locchi

Omaggio ad Adriano Romualdi
http://www.centrostudilaruna.it/gior...iromualdi.html
Al di là delle considerazioni specifiche sul fascismo e i fascismi, ritengo che questo brano sia un ottimo spunto di riflessione su cosa possa significare oggi, nel 2007 il termine Tradizione o tradizionalismo.