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Discussione: Adriano Romualdi

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    Perché non esiste una cultura di Destra


    Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po' addolorato, un po' sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a destra si incontra un vuoto quasi completo. Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare sé stessi e permettono di restare alla superficie delle cose. Si dice - ad esempio - che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti "impegnati a sinistra" rivedessero il loro engagément.

    In tutto questo c'è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d'indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, invita all'engagément anche molti che - in clima diverso - sarebbero rimasti neutrali. Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell'egemonia ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neoilluminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo positivo d'estrazione "sociale". Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell'uomo, dei fini della storia e della società. Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica, questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle persone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti medii ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l'abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d'occhio.

    Dalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un'atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei "valori patriottici", della "morale" il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi. A sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell'energia elettrica o dell'urbanistica, della storia d'Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita. A destra si brancola nell'incertezza, nell'imprecisione ideologica. Si è "patriottico-risorgimentali" e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel Risorgimento con l'idea unitaria. Oppure si è per un "liberalismo nazionale" e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l'ordine europeo. O, ancora, si parla di "Stato nazionale del lavoro" e si dimentica che una repubblica italiana fondata sul lavoro l'abbiamo già - purtroppo - e che ridurre in questi termini la nostra alternativa significa soltanto abbassarsi al rango di socialdemocratici di complemento. Forse gli uomini colti non sono meno numerosi a destra che a sinistra. Se si considera che la maggior parte dell'elettorato di destra è borghese, se ne deve dedurre che vi abbondano quelli che han fatto gli studi superiori e dovrebbero aver contratto una certa "abitudine a leggere". Ma, mentre l'uomo di sinistra ha anche degli elementi di cultura di sinistra, e orecchia Marx, Freud, Salvemini, l'uomo di destra difficilmente possiede una coscienza culturale di destra. Egli non sospetta l'importanza di un Nietzsche nella critica della civiltà, non ha mai letto un romanzo di Jünger o di Drieu La Rochelle, ignora il Tramonto dell'occidente né dubita che la rivoluzione francese sia stata una grande pagina nella storia del progresso umano. Fin che si rimane nella cultura egli è un bravo liberale, magari un po' nazionalista e patriota. È solo quando incomincia a parlare di politica che si differenzia: trova che Mussolini era un brav'uomo e non voleva la guerra, e che i films di Pasolini sono "sporchi". Basta poco ad accorgersi che se a destra non c'è una cultura ciò accade perché manca una vera idea della Destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche.


    Adriano Romualdi

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    Finis Europae

    Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.

    Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.

    Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.

    A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.

    L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.

    Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi; così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma, due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi, piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore.

    In aprile, dopo l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore. Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.

    Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume “liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi.

    Tra le vittime della “libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle, suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach, fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito. Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».


    * * * * *



    Intanto, nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei 18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini, donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso». Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca onorato.

    Ma la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando, stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi” polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici, rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una sacca in Curlandia.

    La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe. Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente chiarito le loro intenzioni massacrando fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà intorno in pezzi».

    Pure, nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica, in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno, lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!». È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.

    Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica ristabilirà l’equilibrio.

    È così che, al principio del 1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea. Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”, l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile.

    In Italia il terrore slavo infuria sul Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei “giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto dell’Italia in quelle terre.

    Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione, ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il 23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini».

    Anche per l’Italia è giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione. «Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della fucilazione.

    Adriano Romualdi


    Brano tratto da Le ultime ore dell'Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.

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    Mussolini il rivoluzionario

    Mussolini il rivoluzionario è il primo solido pilastro di un’opera in quattro volumi che ha in cantiere il giovane storico Renzo De Felice. Essa abbraccia la vita di Mussolini dalla nascita al 1920 e descrive la formazione e le battaglie del futuro Capo del Fascismo dagli anni della giovinezza socialista a quelli del primo squadrismo. Un fascio di luce gettato su di un periodo decisivo della vita di Mussolini e un contributo prezioso ad intendere la sostanza profonda di questa genuina natura di ribelle e di lottatore.

    Purtroppo, a distanza di vent’anni dalla morte, un discorso serio su Mussolini aspetta ancora di essere fatto. Da una parte ci sono la ingiuria, la diffamazione, la calunnia contro un avversario la cui ombra non dà pace e tregua. Dall’altra la patetica e casalinga rievocazione dei fedeli che rischia di deformare in una oleografia borghese la personalità del più spregiudicato rivoluzionario della storia d’Italia. Questo libro del De Felice può essere la prima pietra per la ricostruzione della viva immagine di Mussolini. Un libro serio, documentato, ponderato, scritto, per quanto possibile, senza pregiudizio. È, diciamolo subito, una sorpresa, perché l’editore del volume è il famigerato Einaudi e il prefatore il viscido, sfuggente, Delio Cantimori. Evidentemente qualcosa si sta muovendo nel complesso fazioso e retrivo della storiografia antifascista e, dopo l’orgia di banalità e di calunnie, qualcuno tra i più seri e tra i più colti sente il bisogno di incominciare ad usare un linguaggio più onesto e più pulito.

    Non sappiamo se nei prossimi volumi dell’opera (“Il fascista”, “Il duce”, “L’alleato”) De Felice riuscirà a conservare la misura e l’equilibrio di cui fa sfoggio in questo primo libro, ma l’inizio è senza dubbio soddisfacente.

    Mussolini il rivoluzionario è un’opera che pone le basi della ricostruzione della personalità di Mussolini. Perché Mussolini è stato soprattutto, innanzitutto, una figura di rivoluzionario. Un rivoluzionario: cioè un uomo dotato della istintiva capacità di agire in modo profondo ed incisivo sulle situazioni e sugli stati d’animo, non subendoli ma trasformandoli con un azione violenta, sconvolgitrice, imprevedibile. Un rivoluzionario: ossia una personalità capace di estrarre l’essenziale da un’idea, da una realtà, da un sentimento, e di rendere visibile a tutti, in un momento, ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, ciò che è vivo e ciò che è morto, quel che va abbandonato e quel che va conquistato.

    Non un politicante, un mercanteggiatore di voti e di consensi, ma un creatore di fatti irrevocabili, un suscitatore di miti, l’evocatore di tutte le energie sane di un popolo e di una società.

    Questa fondamentale natura rivoluzionaria di Mussolini spiega tutte le sue scelte. Egli ha militato nel socialismo nella speranza di poter sconvolgere con la violenza delle masse proletarie l’assetto di una meschina società borghese. Coerentemente, all’interno del partito socialista ha esecrato e combattuto il riformismo, cioè la tendenza ad inserire il socialismo nel “sistema”. Successivamente, accortosi che il pacifismo socialista confluiva nella grande palude democratica e umanitaria, ha salutato nella guerra lo strumento capace di indirizzare la storia verso la rivoluzione totale. Da questa scelta deriva l’ulteriore rifiuto del socialismo. In questa scelta ne era già contenuta un’altra: fallito il socialismo come strumento di rottura rivoluzionaria, occorreva cercare in un’altra direzione, quella in cui si muoveva la gioventù in armi delle nazioni europee: il fascismo. Nell’apparente contraddizione delle ideologie e degli atteggiamenti c’è una perfetta logica dell’azione.

    La lettura del libro del De Felice ci fa scorrere davanti agli occhi questa coerente successione. Esso si pone più come un racconto obiettivo che come un’interpretazione generale, ma le conseguenze che si traggono si impongono da sole. Innanzitutto in che cosa consisteva essenzialmente il famoso “socialismo” si Mussolini? Esso era eminentemente rivoluzionarismo. Era la lotta spietata, aggressiva, violenta contro l’ordine costituito della borghesia per la creazione di una nuova realtà storica, di un nuovo ordine eroico. In questo Mussolini è discepolo di Sorel, il padre del sindacalismo rivoluzionario, che malediceva il mito del progresso, inveiva contro la “platitude” umanitaria, predicava lo sciopero generale e la violenza come elementi di un mito totale destinato a preparare l’avvento di una umanità eroica.

    Come ognuno può vedere si tratta di prospettive lontanissime da quelle del socialcomunismo contemporaneo il cui fine altro non è che il graduale imborghesimento delle masse con la pace e la bistecca, il burro e le riforme, la coesistenza e la televisione. È un socialismo passato al vaglio di Nietzsche, di cui Mussolini fu attento lettore e che fu, si può dire, l’unico filosofo che studiò veramente. C’è un importante saggio giovanile di Mussolini su Nietzsche apparso su Il Pensiero Romagnolo nel 1905 che De Felice riporta ampiamente. Non è inutile citarlo per comprendere gli orizzonti mentali di questo strano “socialista”.

    Scrive Mussolini: “Il superuomo, ecco la grande creazione nietzscheana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae, della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove irrimediabile mediocrità trionfa a danno della pianta-uomo. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale. Ma un ideale diverso fondamentalmente da quello in cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo verrà una nuova specie di spiriti liberi fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il ghiaccio e i venti, le nevi dell’alta montagna e sapranno misurare con occhio sereno tutta la profondità degli abissi, spiriti dotati di un genere sublime di perversità, spiriti che ci libereranno dall’amore del prossimo della volontà del nulla ridonando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze – spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla!”

    È, lo vede ognuno, la profezia del fascismo. Del resto, della eterogeneità di Mussolini alla mentalità del socialismo corrente si era accorta la Kuliscioff che in quel tempo diceva di lui: “non è un marxista e neppure un socialista. È un poetino, un poetino che ha letto Nietzsche”. Una definizione che si potrebbe accettare se si sostituisse quel “poetino” col termine più appropriato di “rivoluzionario”. Purtroppo esigenze di spazio non ci consentono di discutere i molti temi affrontati dal De Felice in questo libro. Ci limitiamo a lodarne lo sforzo verso un’autentica obbiettività. Esso mette in chiaro le grandi qualità umane, morali, intellettuali di un uomo di cui vent’anni di storiografia antifascista si voleva liberare etichettandolo come “avventuriero” o “demagogo”.

    Soprattutto, quel che traspare dalle righe scarne ed asciutte del De Felice è la superiorità personale di Mussolini, la sua chiarezza intellettuale, la maggiore energia, la capacità lavorativa, l’alta, lungimirante praticità. Mussolini il rivoluzionario è e resta il libro di un antifascista, ma di un antifascista che, cercando, ha trovato le prove e le testimonianze della sua fede e del suo disinteresse e non le ha occultate o nascoste.

    Per noi, per cui Mussolini non è solo un oggetto di studio ma un maestro d’azione politica, esso rappresenta un invito a liberarsi del feticcio del “duce” che dovrebbe avallare certo conformismo borghese e patriottardo da epigoni e da rassegnati e un invito a ritrovare il vero Mussolini: il ribelle, lo spregiudicato, l’anticonformista, l’uomo che ha disperso e bastonato i pavidi e i buffoni di casa nostra per diventare, per oltre vent’anni il terrore e lo spauracchio dell’Europa dei socialisti, dei democratici, dei vigliacchi.


    Adriano Romualdi


    Tratto da Il Secolo d'Italia, (data sconosciuta), 1965.

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    Les dieux s'en vont

    Di Mussolini spesso abbiamo pensato molto male. D’accordo, i suoi critici ed i suoi detrattori erano infami, ma c’era qualcosa, nella sua opera e nella sua condotta, che non persuadeva neppure noi. Aveva parlato di guerra per vent’anni e ci pareva avesse evitato di prepararla sul serio, trascurando gli armamenti e circondandosi di generali inetti. Aveva predicato l’idea della nuova gerarchia e si era circondato non di una aristocrazia di uomini ma di un entourage di retori e di adulatori. Aveva proclamato la rivoluzione ma tollerato l’immobilismo borghese e qualunquistico dei salotti e dei circoli ufficiali. Infine, per due volte, al momento decisivo, lui, il duce, il massimo interprete della dottrina della forza e dell’azione, si era rassegnato senza combattere: il 25 luglio, quando era andato dal re senza prendere nessuna misura protettiva, e il 25 aprile, quando aveva lasciato Milano con animo rassegnato alla fine.

    Ma oggi, al di là di queste ombre, noi sentiamo intera la positività della sua natura e della sua creazione. Egli è stato un rivoluzionario: un uomo che ha messo in movimento la ruota della storia; che ha aperto strade, demolito pregiudizi, fondato uno stato, costruito città, creato uno stile, suscitato un mito. Soprattutto, ha saputo incarnare ed interpretare l’esigenza posta dalla cultura del suo tempo: superare l’ideologia borghese scientista ed egualitaria del XVIII secolo.

    Il Fascismo, quale egli lo ha realizzato, è la grande breccia aperta d’assalto nel grigio orizzonte della modernità razionalistica ed economicistica.

    In un’ora di tramonto e di decomposizione, egli ha saputo raccogliere intorno a sé le forze migliori della gioventù italiana per prendere d’assalto lo stato e farne il faro di una nuova fede europea. L’hitlerismo, che ha impegnato l’estrema battaglia dell’Europa contro l’imperialismo russo e americano, è uscito dallo spirito della rivoluzione di Mussolini.

    Che tutto ciò sia venuto dall’Italia, da questo paese di straccioni e di avvocati, di cattolici e di opportunisti, è quasi incredibile.

    Mussolini si è posto al servizio di questa rivoluzione con un’energia prodigiosa, una lucidità implacabile, un realismo spietato. Il fatto che negli ultimi anni abbia concesso sempre di più al conformismo e al “meridionalismo” di quelli che lo attorniavano, non deve farci dimenticare la chiarezza ed il coraggio con cui nel 1919 seppe salvare il paese da una classe dirigente invigliacchita e dalla canaglia delle strade.

    Mussolini era consapevole di essere lui stesso l’incarnazione di questa volontà di lotta e di rinnovamento. Sapeva che la sua stessa persona era una bandiera, un mito. Questo gli ha fatto dimenticare che un uomo solo, anche grandissimo, è troppo poco per fare la forza di un regime e che la democrazia si combatte soltanto con una aristocrazia.

    Ma bisogna riconoscere che egli ha saputo incarnare questo mito con grande prestigio sottoponendosi ad uno stile, una disciplina anche fisica, uno scrupolo del dovere che, quando si diraderà la critica di questi anni, ci appariranno nel loro giusto valore.

    Egli ha dominato il suo tempo per lunghi anni, ha suscitato una nuova speranza, ha infuso forza, fede, energia ad un popolo vecchio, scettico, sfiduciato. È stato un Romano in mezzo a degli Italiani. È stato il migliore di noi.


    Adriano Romualdi

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    Le origini dei Latini

    Fin dal secolo scorso la linguistica comparata è giunta al concetto della unità indoeuropea, ossia alla scoperta che le lingue germaniche, italiche, elleniche, celtiche appartengono ad un unico gruppo linguistico di cui fan parte anche l'antico indiano e l'antico persiano.

    Un esame più attento delle lingue indoeuropee permette di rinvenire termini comuni che designano l'orso, il lupo, il castoro, la quercia, la betulla, il gelo, l'inverno, la neve, - ci rimanda cioè ad originarie sedi settentrionali. La presenza del nome del faggio - albero che non cresce ad Est della linea Konigsberg-Odessa - e del salmone, pesce che vive nel Baltico e nel Mare del Nord, ma non nel Mar Caspio o nel Mar Nero, ci permettono di collocare l'antica patria indoeuropea in un territorio compreso tra il Weser e la Vistola, esteso a Nord fino alla Svezia meridionale e a Sud fino alla Selva Boema e ai Carpazi. Effettivamente, da questo territorio si irradiano, a partire dal 2500 a.C., una serie di culture preistoriche che dilagano dapprima nelle valli del Danubio e del Dnjeper, e di qui raggiungono l'Italia, la Grecia, la Persia, l'India.

    Di qui l'origine nordica delle civiltà indiana, persiana, greca, ma anche quella di quei prischi Latini che si stanziarono sui Monti Albani e fondarono Roma. Poiché gli Italici - e tra essi i Latini - in Italia ci sono venuti, presumibilmente, in diverse ondate, mentre l'antica popolazione mediterranea veniva lentamente sommersa da queste invasioni finché ne emergevano, come isole staccate, Liguri, Etruschi, Piceni, Sicani.

    Le affinità europee della lingua latina

    La parentela delle lingue indoeuropee è un fatto acquisito. Più complesso è il problema del legame dei singoli linguaggi tra loro. Esistono dei criteri generali di raggruppamento sui quali più nessuno discute: ad esempio una distinzione tra un gruppo occidentale kentum (del quale fanno parte il greco, il latino e il germanico ma anche l'ittita) ed un gruppo orientale satem, o anche l'unità originaria del sanscrito e del persiano in una comunità "aria" che si può ricercare archeologicamente fino a Nord del Caucaso. Spesso tuttavia i contatti tra le varie lingue sono così diversi e molteplici da rendere impossibile un preciso raggruppamento per gradi di parentela. Tutto ciò rispecchia uno stadio originario in cui i territori dei vari popoli erano incerti e i loro rapporti intrecciati da flussi e riflussi di ondate migratorie.

    Il latino è stato dapprima collocato in una supposta unità italo-celtico-germanica, ossia si è immaginato che gli antenati dei Celti, dei Germani e dei Latini abbiano formato una unità particolare in seno alla grande famiglia indoeuropea. E' dubbio però se una tale unità sia esistita o se non si debba cercare una unità ancora più larga comprendente anche il veneto e l'illirico, con caratteristiche affinità col baltico. Questo ci introdurrebbe al problema della vera natura del "veneto", e dell'"illirico", e a quello della lingua dei popoli dei campi d'urne.

    In effetti, tutte queste lingue possiedono dei termini sicuramente indoeuropei - ma che non si ritrovano in sanscrito o in greco. Esempi di questo "indoeuropeo occidentale" sono il gallico mori, latino mare, antico tedesco meri, lituano mares, antico slavo morje; l'antico irlandese tuath "popolo", osco touto, antico tedesco diota e antico nordico thiod ("deutsch"), lituano tautà e illirico teutana ("regina"). Comuni a questi popoli sono poi una serie di nomi per i corsi d'acqua che nell'Europa Centrale rappresentano il più antico strato toponomastico analizzabile, mentre in Spagna e in Italia furono importati. Valga come esempio Ala in Norvegia, Aller in Germania, Alento in Italia, Alantà in Lituania – spiegabili col lettone aluots = fonte; Aube in Francia, Alba in Spagna, Elba in Germania, Albula nell'antico Lazio, illuminabili con l'antico nordico elfr fiume e l'antico tedesco elve "letto fluviale". Questa unità linguistica - per la quale il Krahe ha creato la definizione di alteuropaisch, "europeo antico" - sarebbe quella dello indogermanisches Restvolk, ossia di quegli Indoeuropei rimasti più a lungo nelle antiche sedi.

    In genere, si deve pensare che mentre alcune stirpi indoeuropee, spintesi precocemente nell'area della civiltà egea e medio-orientale, già nel secondo millennio possedevano una lingua ben definita, le altre stirpi, rimaste nella patria originaria, parlavano dialetti appena differenziati l'uno dall'altro. Dai documenti di Pilo e di Hattusas noi sappiamo che intorno al 1400 a.C. nel Peloponneso si parlava già una lingua greca e che nell'alta Mesopotamia lo stato di Mitanni scriveva i suoi documenti in una specie di sanscrito. Ma è presumibile che nella stessa epoca gli antenati dei Latini e dei Germani storici parlassero dei dialetti allo stato fluido e, per così dire, sfumanti l'uno nell'altro.

    Il vocabolario settentrionale del latino

    Molte forme latine si lasciano agevolmente confrontare con forme celtiche, altre con forme celtiche e germaniche. Al latino piscis corrisponde il gotico fisks (tedesco moderno Fisch) e l'irlandese iask. Il latino salix trova riscontro nell'antico alto tedesco salaha e nell'antico irlandese sailech. Oltre alla parentela genealogica c'è un tipo di affinità linguistica che potremmo definire ambientale. Il latino, oltre ad essere stretto parente del germanico e del celtico ha tutto un vocabolario di termini che hanno riscontro non solo in queste lingue ma anche nel baltico e nello slavo. E' il nome del vento del Nord: in latino carus, in gotico skura, in lituano sziaurè, "Nord" e "vento del Nord", nell'antico slavo severu, "Nord". Ecco una serie di parole che designano il freddo: antico alto tedesco kalt e kuoli; lituano galmenis freddo intenso; antico slavo goloti, ghiaccio e zledica; latino gelu e glacies. Questo vocabolario ci parla di un'epoca in cui gli antenati dei Latini e dei Germani e degli Slavi vivevano in un ambiente gelido e settentrionale. Ancora più interessante è un altro termine geografico. Il gotico marei, il lituano mares, l'antico slavo morje, il gallico mori, il latino mare designano di volta in volta il mare, ma anche lagune e bacini chiusi e paludosi. Il tedesco moderno Moor, come il latino muria non indicano il mare, ma la palude. Anche qui si postula una condizione ambientale presente nell'Europa settentrionale preistorica: un paesaggio di acquitrini, di stagni e di lagune disteso intorno ad un mare semichiuso qual'è il Baltico.

    Se si vuol collocare nel tempo questa stretta comunità celtico-germanica-italica-illirica-baltica, bisogna risalire alla età del bronzo - ossia al secondo millennio a.C. - epoca nella quale i Celti non avevano ancora passato il Reno, né gli Italici le Alpi, né gli Illiro-Veneti il Danubio mentre i Germani vivevano nelle loro sedi scandinave e tedesco-settentrionali. In quanto ai popoli baltici, essi occupavano ancora la Prussia Orientale e confinavano coi Veneti alla foce della Vistola (sinus Veneticum). La partecipazione dello slavo a questa comunità linguistica è forse solo apparente, e sorge dal fatto che lo slavo dovette assimilare in Polonia gran parte del vocabolario venetico. E' solo all'alba dell'età del ferro che i Celti invadono la Gallia, gli Italici l'Italia, e gli Illiri la penisola balcanica. Ciò porterà ad una graduale espansione dei Germani in tutto il territorio tra il Reno e la Vistola.

    Latino e germanico

    In questa unità indoeuropea nord-occidentale, si lasciano isolare numerosi vocaboli comuni soltanto al latino e al germanico. Si pensi a termini designanti parti del corpo come collus (poi collum) e Hals; lingua (antico dingua) e inglese tongue, tedesco Zunge; caput e Haupt. Vi sono poi termini indicanti oggetti della natura come latino limus e tedesco Lehm; gramen (da grasmen) e Gras; acer e Ahorn; saxum e antico alto tedesco sahs "coltello"; far e antico nordico barr "grano".

    Ancora di più pesano particolarità grammaticali che solo latino e germanico hanno in comune. Entrambi creano avverbi numerali e distributivi con un suffisso no: latino bini (da *duisno) e nordico tvennr (germanico *twizna), "doppio". Entrambi rispondono alla domanda "dove"? con avverbi di luogo terminanti in ne: gotico utana ("da fuori", "von aussen") e latino superne, ("da sopra"). Entrambi formano sostantivi astratti con un suffisso tu: latino iuventus, "gioventù", e tedesco Altertum, "antichità". Queste particolarità, e altre che sarebbe lungo citare, han fatto affermare al Krahe che latino e germanico sono stati parlati un tempo da due popoli strettamente confinanti: "In quella fase arcaica che si rispecchia nelle affinità linguistiche qui elencate, gli antenati degli "Italici" han vissuto tra i Celti e i Germani in modo da tener separati questi due popoli. Perciò la comunità linguistica italogermanica è più antica di quella celtico-germanica. La prima risale all'età del bronzo, poiché la parola per bronzo (latino aes-aeris, gotico aiz, antico nordico eir, antico alto tedesco er, da cui il nostro ehern "bronzeo") è comune solo al germanico e all'italico. Solo dopo che gli "Italici" migrarono al Sud, i Celti giunsero a diretto contatto con i Germani e condividono appunto con loro la parola per "ferro": gallico isarno, irlandese iarnn e gotico eisarn" (Hans Krahe, Germanische Sprachwissenschaft, Berlin 1969). Ma, ancora più interessante, il latino presenta una serie di parole che han riscontro solo nello scandinavo, cioè nell'antico nordico. Al latino os corrisponde il nordico oss "bocca di fiume"; al latino sanctus il nordico sattr; al latino longaevus il nordico longaer; e altri esempi si potrebbero addurre. Rudolf Much, che ha sottolineato questo fatto, ha messo in rilievo come il latino auster e il norvegese austr indichino entrambi il Sud, e non l'Est, come nelle altre lingue indoeuropee, il che in Norvegia si spiega col particolare orientamento delle valli. Egli ha ricordato come tra gli Eruli di Odoacre fossero anche dei Rugii originari della Norvegia - e si è chiesto se nella preistoria non si sia verificato alcunché dì simile. D'altronde, gli stessi Goti erano originari della Svezia.

    La cultura dei campi d'urne e lo indogermanisches Restvolk

    Le affinità europee della lingua latina e il suo vocabolario settentrionale si lasciano spiegare col cosiddetto "indoeuropeo nord-occidentale" del Devoto, ossia con quella caratteristica affinità che si rinviene tra italico, celtico, germanico, illirico ma anche baltico e slavo. Questa affinità, secondo il Krahe è quella dell'indogermanisches Restvolk, ossia di quegli Indoeuropei rimasti nelle antiche sedi centro e nordeuropee. Non è qui il caso di ripercorrere tutte le complesse vicende della formazione dell'ethnos indoeuropeo e della sua progressiva dispersione. Mi limito a rimandare alla mia Introduzione a Religiosità indoeuropea di Hans F. K. Guenther, dove, chi lo volesse, potrà trovare un'ampia discussione del problema indoeuropeo.

    Basterà accennare che l'espansione indoeuropea è legata a due grandi movimenti migratorii. Il primo è quello della ceramica cordata e delle asce di combattimento strettamente intrecciato con quello delle anfore globulari che raggiunge sia la Grecia che l'Anatolia, sia il Volga che il Caucaso. A questo primo movimento, databile tra il 2300 e il 2000 a.C., si deve il distacco dal ceppo comune di Greci e Ittiti, Traci e Arii. Il secondo, più recente, si colloca intorno al 1250-850 a.C.. E' quello dei cosiddetti campi d'urne (Urnenfelder). Il focolare della Urnenfelderkultur è la Lusazia, e, in genere, il paese tra l'Elba e l'Oder. Verso il 1400 a.C. la cultura lusaziana si trasforma nella cultura dei campi d'urne, che prende il nome dai sepolcreti a fior di terra dove le urne si allineano le une accanto alle altre. L'usanza di bruciare i morti ha antiche radici nell'Europa centrale, ma solo ora assume un carattere organico e totalitario. E' una nuova espressione di quel culto del cielo e del fuoco che sta all'origine della religiosità indoeuropea.

    Il simbolismo della Urnenfelderkultur si tocca con quello delle incisioni rupestri scandinave. Verso il 1250 la cultura dei campi d'urne - estesa ormai a tutto il territorio tra Reno, Vistola e Alpi - esplode violentemente. Tutta una serie di armi di foggia centroeuropea, i sepolcreti d'urne, monili, fogge, utensili di fabbricazione austriaca, tedesca, boema, ungherese, si diffondono rapidamente verso il Sud. Ma anche all'Ovest è lo stesso. I campi d'urne dilagano nella regione francese, nelle isole britanniche, fino in Catalogna. La migrazione dei campi d'urne porta alla dispersione dell'indogermanisches Restvolk: Celti ad Ovest, Italici verso Sud, Illiri verso Sud-Est. In Grecia, le città micenee crollano sotto l'urto della Emigrazione dorica".

    I campi d'urne in Italia

    In Italia, l'incinerazione fa la sua comparsa poco prima del 1300 a.C. nel comasco, nel milanese e sul Garda. I bronzi connessi con queste tombe sono spiccatamente mitteleuropei. Che l'incinerazione fosse presente già in questa epoca nelle terramare - le stazioni su pali dell'Emilia - è probabile. Certo, i modelli ceramici richiamano da vicino esemplari lusaziani. Ma è dopo il 1250 che il fiotto dei campi d'urne trabocca nella penisola appenninica. Dapprima, abbiamo caratteristiche manifestazioni nella pianura Padana e solo avanguardie nell'Italia Centrale (Forlì-Poggio Berni, Lamoncello in val di Fiora). Poi i sepolcreti di Pianello del Genga (Fabriano), delle acciaierie di Terni, di Palombara Sabina, Tolfa e Allumiere forniscono l'evidenza d'una penetrazione delle genti incineratrici lungo la valle del Tevere. Queste manifestazioni vengono comunemente attribuite ad un'epoca intorno al 1050-1000 a.C.. Di poco posteriori sono i sepolcreti ad incinerazione che popolano fittamente i Colli Albani. Nel Veneto, sui Colli Berici, compare la cultura atestina. Tra il Veneto e il Lazio, nel bolognese, a Tarquinia, Vetulonia, e in tutta l'Etruria, fiorisce la cultura detta - dal nome d'una località presso Bologna - "villanoviana".

    Ma gli incineratori non si sono fermati nel Lazio. Noto da quasi un secolo è il sepolcreto di Timmari, presso Matera. E tuttavia solo dopo l'ultima guerra si son messi in luce nuovi sepolcreti a incinerazione a Torre Castelluccia (Taranto), a Pontecagnano (Salerno), a Torre dei Galli (Pizzo Calabro), a Milazzo. Essi sono destinati a mutare molte delle idee correnti sulle origini dei popoli italici.

    Gli incineratori trovano l'Italia Centrale occupata dalla cosiddetta "cultura appenninica", le cui origini si lasciano ricercare fin verso il 1800 a.C. Substrato mediterraneo e superstrato mitteleuropeo si mescolano e si condizionano l'un l'altro. Sui Colli Albani, dove l'appenninico non esiste, possiamo attenderci di cogliere con maggiore purezza il superstrato nordico. Altrove, dove il substrato è ricco e tenace, l'elemento protoitalico è assorbito. Questo è appunto il caso dell'Etruria. La moderna archeologia ha fatto giustizia della favola erodotèa d'una provenienza del popolo etrusco dalla Lidia. V'è, sì, in epoca già tarda, una "moda orientalizzante", ma non dei precisi ritrovamenti che possano provare un'origine dall'Asia Minore. Il popolo etrusco, e la lingua etrusca, sono indigeni. Ciò significa però che la cultura appenninica dell'età del bronzo non può essere indoeuropea. Quegli elementi della cultura delle asce di combattimento penetrati fino in Toscana (Rinaldone), fino in Campania (Gaudo), non possono essere stati niente dì più che avvisaglie d'indoeuropeismo. Poiché - se la cultura appenninica fosse già italica – donde sortirebbero l'etrusco, il piceno di Novillara, e tutti gli altri tenaci residui mediterranei testimoniati fin in epoca recente? L'origine dell'"italico", o almeno del latino, non può non essere ricollegata ai campi d'urne. La nascita dell'ethnos latino dalla cultura incineratrice dei Colli Albani è lì a dimostrarcelo.

    I Colli Albani e Roma

    Quattro sono le principalì culture incineratrici nella prima età del ferro (1000-650 a.C.). La prima è quella atestina, sui Colli Euganei, matrice della nazionalità veneta. La seconda è quella di Golasecca, nella Lombardia Occidentale e nel Canton Ticino. La sua identificazione etnica è incerta. Sulla base di alcune iscrizioni, si può parlare d'una parziale indoeuropeizzazione dei Liguri. Ancora più complesso è il caso della cultura villanoviana, estesa dal bolognese alla Maremma attraverso l'Umbria, e sul cui impianto si sviluppa la fiorente civiltà etrusca. Per la zona toscana si può pensare ad un assorbimento delle correnti italiche da parte del ricco substrato appenninico. L'etrusco ne conserva tracce nel vocabolario: etrusco usil, "sole", si riconnette ad un indoeuropeo *sauwel, italico auselo, (nel nome della gens Aurelia "a sole dicta"). Etrusco aisar si riconnette al veneto aisus e ai germanici Asen. Per la zona umbra bisognerà credere che correnti transadriatiche - attraverso le Marche meridionali - abbiano sommerso un'area protovillanoviana affine a quella veneta e a quella latina. Le differenze e le affinità tra umbro e latino verrebbero spiegate da questa ipotesi.

    Nel Lazio a Sud del Tevere, gli incineratori trovano un paese pressoché deserto. I Colli Albani - coperti di foreste -, le bassure del Tevere, le paludi Pontine non sembrano avere attratto coloni dell'età del bronzo. Gli insediamenti degli incineratori si depositano particolarmente fitti sui Monti Albani: intorno, è la bassura paludosa. I sepolcreti di Marino, Albano, Grottaferrata, Frascati, Rocca di Papa, Castel Gandolfo, Lanuvio, Velletri, Ardea, Anzio ci forniscono un quadro esauriente della più antica cultura latina. Il rito è quello mitteleuropeo dell'incinerazione. Fibule, rasoi, armi, rimandano agli esemplari austriaci e tedeschi. L'urna a capanna è stata spesso spiegata con influenze indigene. Ma le urne a capanna dello Harz e della bassa Vìstola, il nome stesso del Lat-ium, identico a quello della Lettonia (Lat-via), e lo stesso nome Roma, così frequente nella Prussia Orientale per designare un "luogo sacro" (Rom-uva, Rom-inten), ci rimandano ad un area "venetica" non troppo lontana dal golfo di Danzica ("sinus Veneticum"). Niente meno che Giacomo Devoto ha calcato l'accento sulla menzione di Venetulani nell'elenco pliniano degli antichi popoli del Lazio, e ha spiegato il nome Rutuli come "i biondi".


    Adriano Romualdi


    Passi tratti dal libro Gli Indoeuropei.

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    Omaggio ad Adriano Romualdi

    Sono uomo di scrittura, non oratore. Parlare in pubblico è per me compito temibile e, sempre, un po’ sgradito. Questo compito è oggi per me ancora più sgradito del solito, perché, essendo tra gli ultimi a parlare, so che dirò cose da taluno non condivise. Per di più ho il sentimento di avere rispetto agli oratori e autori di comunicazioni che mi hanno preceduto un singolare vantaggio nel commemorare e illustrare l’opera di Adriano Romualdi: e possedere un vantaggio è cosa che non amo.

    Questo mio singolare vantaggio è il seguente. Tutti coloro che fin qui hanno parlato di Adriano Romualdi lo hanno conosciuto personalmente, quanto meno ebbero modo di vederlo, incontrarlo, parlargli una o due volte. Avendolo conosciuto vivo, hanno vissuto la sua morte: e oggi sanno che è morto e, inevitabilmente, parlano di lui come di un morto, come di qualcuno che non è più, quand’anche forse in qualche oscuro modo presente. Io vivo da ventisei anni in Francia, lontano dalle cose italiane, e non mai conosciuto personalmente Adriano Romualdi.

    Di più: confesso che ho ignorato totalmente la sua esistenza fino a quattro o cinque anni fa, allorché me la apprese un gruppo di giovani italiani venuto a Parigi a cercare idee che evidentemente non aveva. Allora, a poco a poco, ho scoperto l’opera di Adriano Romualdi e l’ho scoperta, per me, viva più di molti viventi, attualissima. Adriano Romualdi è un pensiero è un pensiero che non cessa di parlarmi ed al quale io rispondo. Celebrando Adriano Romualdi, io celebro una presenza viva nel mio tempo e, di questo tempo, parte integrante.

    Qualcuno ieri ha raccomandato di «non imbalsamare Adriano Romualdi». E’ un’idea che per l’appunto, mai potrebbe venire alla mia mente, perché per me Romualdi è vivo - e non si imbalsamano i vivi. E lasciatemi crudamente dire che, ai miei occhi, il divieto di "imbalsamare" Romualdi è un’idea estremamente sospetta. Non voler imbalsamare quel che si ritiene un cadavere, significa in effetti volere che questo cadavere si disfaccia, "puzzi", e la gente se ne allontani. Significa pretendere che l’opera di Romualdi avrebbe fatto il suo tempo, che essa è superata e sarebbe dunque errore grave "sacralizzarla", impedendo ai vivi di "superarla", di andare oltre. Dietro questo modo di pensare e sentire non c’è soltanto, malignamente attivo, quello sciocco pregiudizio "progressista" che a noi, penso, dovrebbe essere estraneo. C’è anche e soprattutto il disegno di relegare in un passato definitivamente morto un’opera ed un esempio d’azione che, ieri come oggi, non cessano di scomodare profondamente e di scomodare, in particolare, proprio certi giovani o pretesi tali che hanno la religione del successo nella società d’oggi tal quale essa è. Non per nulla uno di questi giovani, poco fa, candidamente trovava una ragione di condannare il fascismo proprio nel fatto che esso avrebbe mancato il successo, che avrebbe "perduto". E il bello è che questo giovane senza dubbio anche vorrebbe richiamarsi a valori tragici ed eroici insieme…

    Sì, Romualdi scomoda e non cessa di scomodare per due fondamentali ragioni. La prima di queste ragioni è che egli è, nell’azione e nel pensiero, un esempio raro e quasi unico di coraggio. Impegnato in una carriera universitaria, impegnato politicamente, egli ha avuto il coraggio di non trincerarsi furbamente dietro una maschera, di non aver voluto uscire – a parole o a fatti – dal cosiddetto "tunnel del fascismo". Egli si è invece proclamato apertamente fascista e si è anzi riconosciuto proprio nella forma del fascismo più compromessa agli occhi del mondo d’oggi e del sistema in cui viviamo.

    Ma gli esempi viventi di coraggio, per l’appunto, sono la cosa più scomoda e più irritante per chi coraggio non ha…

    Romualdi poi scomoda per un’altra non meno importante ragione: a causa della sua onestà intellettuale, anch’essa esemplare. Certi avversari del fascismo ed anche alcuni amici hanno affermato che il pensiero di Romuadi sarebbe stato conformato dal "complesso dei vinti". Ma Romualdi non è mai stato e non è un vinto, perché non si è riconosciuto e non si riconosce vinto e sempre ha continuato - e con la sua opera continua – a combattere per i suoi ideali. Vinto è colui che la sconfitta costringe a pensare ed agire altrimenti. Adriano Romualdi non ha pensato altrimenti. Egli ha semplicemente constatato una evidenza: che cioè la sconfitta del 1945 aveva radicalmente cambiato la situazione nella quale il fascismo aveva da agire, se ancora voleva essere. Proprio per questo il suo pensiero resta essenziale e non superato: egli ha saputo riflettere sul suo rapporto di fascista con la nuova realtà disegnatasi nel 1945, una realtà che è, immutata, la realtà d’oggi. Romualdi si è chiesto cosa deve e cosa può fare un fascista in un mondo e in una società che hanno messo il fascismo fuori legge. E, poiché ormai i vincitori, divenuti padroni assoluti della parola, offrivano del fascismo un’immagine deformata e falsa, egli ha innanzitutto voluto ben mettere in chiaro cosa sia il fascismo, donde esso provenga, cosa significhi essere fascista. Laddove altri, piegando intellettualmente le ginocchia, si industriavano grottescamente di "giustificare" il fascismo alla stregua della morale dei vincitori del ’45, Romualdi ha avuto l’onestà intellettuale di dire e affermare chiaramente che il fascismo è rivolta contro il mondo e le società in cui viviamo, che la sua "morale" è totalmente altra, che esso è dunque qualcosa che mondo e società d’oggi non possono accettare. Chi vuol essere in qualche modo d’accordo con questo mondo d’oggi e scendere a compromesso e dialogo con il sistema, non ha il diritto di richiamarsi ad Adriano Romualdi.

    Qualcuno si è chiesto ingenuamente cosa farebbe Adriano Romualdi oggi, nell’attuale contesto politico e culturale, se per avventura fosse ancora vivo in carne ed ossa. La domanda retoricamente suggeriva che Adriano Romualdi avrebbe forse subito un’evoluzione, cambiato parere. E lo suggeriva partendo dal presupposto, ritenuto evidente, che in questi ultimi dieci anni la situazione sarebbe radicalmente mutata e che dunque la riflessione storica di Romualdi sulla realtà sarebbe anch’essa mutata. Io – l’ho già detto – ritengo che la situazione rimane essenzialmente la stessa di quella che l’opera di Romualdi affronta. Ma, quand’anche la cosiddetta situazione "politica" fosse mutata, soltanto muterebbe il "da farsi", non già quel "principio" cui l’azione deve ispirarsi. Del resto, quand’io parlo dell’opera di Adriano Romualdi e della sua vivente presenza, mi riferisco soprattutto alla sua opera di storico, ai suoi studi sul fascismo "fenomeno europeo". Il fascismo è quello che è. Come tutto ciò che è, esso può morire e uscire dalla storia. Ma, storicamente morto o vivo, esso resta per sempre quello che è: fascismo. Ora, sul fascismo Romualdi ha detto verità essenziali, che permettono di acquisire una più profonda coscienza di ciò che il fascismo è, e, anche, permettono ai fascisti di acquisire più profonda coscienza di cosa essi sono. E’ proprio questo aspetto essenziale dell’opera di Romualdi che io vorrei qui ricordare, anche perché mi sembra che molti preferirebbero dimenticarlo e ignorarlo. Parlarne per me è facile, perché la mia concezione e la mia visione del fascismo sono sostanzialmente identiche alle sue. Le mie affinità elettive con Romualdi anche abbracciano i tempi fondamentali della sua ricerca e della sua riflessione: il carattere "europeo" del fenomeno fascista, l’origine nietzschana del sistema di valori del fascismo, la Rivoluzione Conservatrice (qui intesa come corrente spirituale) hanno una comune "essenza". Affermare l’europeità del fenomeno fascista comporta un immediato risvolto politico, concernente l’avvenire: agli occhi di Romualdi è proprio nella "essenza" del fascismo che oggi ancora risiede l’unica e sola possibilità di restituire all’Europa un destino storico.

    Adriano Romualdi ha chiaramente mostrato che i movimenti fascisti della prima metà del secolo e le varie correnti filosofiche, artistiche, letterarie della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice hanno la stessa comune "essenza", obbediscono ad uno stesso sistema di valori, hanno un’identica concezione fondamentale del mondo, dell’uomo, della storia. Oggi una nuova intellighentsia di destra vorrebbe invece mettere in contraddizione Fascismo e Rivoluzione Conservatrice, così come d’altra parte, certo al fine di legittimarsi in seno al mondo democratico, mette in parallelo stalinismo e nazionalsocialismo, regimi comunisti e regimi fascisti, grottescamente accomunandoli sotto la stessa insegna di un mal definito totalitarismo. Il Fascismo - dice questa gente- avrebbe semmai sfruttato idee della Rivoluzione Conservatrice, però snaturandole e falsificandole. È dunque necessario, proprio nel quadro di questa celebrazione del pensiero di Romualdi, riaffermare con forza la comune "essenza" del Fascismo e della Rivoluzione Conservatrice, a tal fine, illustrare questa "essenza" e, insieme precisarne il contenuto.

    Romualdi ha intuito che l’origine del fenomeno fascista era d’ordine innanzitutto spirituale, radicata in un preciso filone della cultura europea. Quel che più conta: egli ha saputo ritrovare questa origine nell’opera di Nietzsche o, più esattamente, nel sistema di valori propugnato da Nietzsche (e poi, anche, secondariamente, in certi aspetti del Romanticismo, che preannunciano e preparano l’opera di Nietzsche). La tragica, prematura fine non ha consentito ad Adriano Romualdi di inquadrare il suo pensiero in una compiuta visione filosofica della storia e, così, di definire in modo esauriente e con precisione il rapporto genetico che intercorre tra l’opera di Nietzsche, la Rivoluzione Conservatrice e il Fascismo. Bisogna dire che mettere in evidenza questo rapporto non è facile impresa. E non lo è per una ragione assai semplice, a causa della particolare natura dell’opera di Nietzsche, che non è opera puramente filosofica, cioè di riflessione e di sistemazione del sapere, bensì è anche e soprattutto opera poetica, suggestiva, creatrice, che esprime e dà storicamente vita ad un sentimento nuovo del mondo, dell’uomo e della storia. Il rapporto tra comunismo, socialismo e filosofia marxista, teoria marxista è chiaro, tangibile. Socialisti e comunisti sono e si dicono marxisti, anche se poi, fatalmente, ciascuno di essi interpreti Marx a modo proprio. Invece, per quanto concerne i movimenti fascisti un esplicito richiamo a Nietzsche non esiste. In alcuni casi ci si richiama a Nietzsche come ad una fonte come tante altre, come ad un precursore come tanti altri. Ma si dà anche il caso di movimenti fascisti che ignorano Nietzsche o che, mal conoscendolo, ritengono di doverlo rigettare, totalmente o in parte.

    I movimenti fascisti della prima metà del secolo sono l’espressione politica, immediata ed istintiva, di un nuovo sentimento del mondo che circola in Europa già a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. Essi hanno il sentimento di vivere un momento di tragica emergenza e si precipitano nell’azione obbedendo a questo sentimento; agitano una parola politica ma, al contrario di altri partiti, e movimenti, non fanno riferimento ad alcuna precisa filosofia o teoria politica ed anzi quasi sempre assumono un atteggiamento anti-intellettualistico. I movimenti fascisti si coagulano d’istinto intorno ad un programma d’azione ispirato da un sistema di valori che si oppone drasticamente al sistema di valori egualitarista, che sta alla base di democratismo, liberalismo, socialismo, comunismo. Per contro è facile constatare che, in seno ad uno stesso movimento fascista, personalità di primo piano esprimono e difendono filosofie e teorie assai diverse, spesso mal conciliabili e addirittura opposte. La filosofia di un Gentile non ha nulla a che fare con quella di un Julius Evola; Bäumler e Krieck, filosofi in cattedra, erano nazionalsocialisti e nietzschani ma il nazionalsocialista Rosenberg criticava invece duramente aspetti salienti del pensiero di Nietzsche. Questo è un dato di fatto innegabile, sul quale si sono appoggiati e si appoggiano avversari del fascismo per affermare con intento denigratorio che i riferimenti filosofici del fascismo, quando esistono, sarebbero grottescamente arbitrari, oltreché contraddittori, e che d’altra parte i movimenti fascisti non avrebbero alcun comune "contenuto positivo" dal punto di vista filosofico o teorico.

    Questo, lo si sa, è anche il punto di vista di un Renzo De Felice e dunque un punto di vista che resta quanto mai attuale nell’attuale dibattito italiano. L’argomentazione è speciosa, giacchè per negare una unità d’essenza oppone filosofie là dove l’unità è in realtà originariamente fondata da un identico sentimento-del-mondo. Il fascismo appartiene ad un "campo", opposto ad un altro "campo", quello egalitarista, cui appartengono democrazia, liberalismo, socialismo, comunismo. È questo concetto di "campo" che permette di cogliere l’"essenza" del fascismo, così come permette di cogliere l’essenza di tutte le espressioni dell’egalitarismo. Questo, Romualdi lo aveva visto benissimo, lo aveva affermato in modo assai chiaro. Concludendo il breve saggio premesso alla sua antologia di passi nietzschiani, egli ha scritto: "Di fronte a Nietzsche si scindono i campi. Agli altri la loro intollerabile saccenteria sociale e umanitaria, l’utopia di progresso di una umanità di zeri. A noi la coscienza, che Nietzsche ci ha dato, di ciò che fatalmente verrà: il nichilismo!".

    In questo brevissimo squarcio, tutto o quasi tutto l’essenziale è detto. Ed è detto, nel modo più pregnante, quel che i movimenti fascisti e la Rivoluzione Conservatrice debbono a Nietzsche: una coscienza storicamente nuova, la coscienza dell’avvento fatale del nihilismo e cioè, per dirla con terminologia più moderna, dell’imminenza della fine della storia. Cristianesimo in quanto progetto mondano, democrazia, liberalismo, socialismo, comunismo appartengono tutti al campo dell’egalitarismo, del cosiddetto umanesimo. Le loro filosofie ed ideologie differiscono, ma tutte obbediscono ad un stesso sistema di valori, tutte hanno una stessa concezione del mondo e dell’uomo, tutte coscientemente o inconsciamente progettano una fine della storia e sono – dunque – da un punto di vista nietzschano, nichilisti negativi. Il fascismo è l’altro campo, che io ho chiamato sovrumanista con riferimento al movimento spirituale che lo ha generato e lo conforma. Romualdi ha saputo tenere in evidenza, alla stregua dei suoi studi nietzschiani, il sistema di valori del campo sovrumanista e fascista. Romualdi è uno storico e si interessa ad un fenomeno politico: dal punto di vista della politica quel che giustamente lo interessa, è individuare e mettere in rilievo il "principio d’azione" ed il "fine" comune a tutti i movimenti fascisti. Egli ha ritrovato il principio d’azione – ripeto – nel sistema di valori propugnato da Nietzsche, ed il "fine" comune nell’"uomo nuovo", cioè nella fondazione di un nuovo cominciamento della storia, al di là dell’inevitabile fine della storia cui ci condannano due mila anni di egalitarismo e umanesimo. Tutto ciò ci dice donde viene il fascismo, cosa esso ha voluto e vuole, qual sia stato in fondo il suo implicito metodo d’azione (che, sia detto tra parentesi, è quello di un nihilismo positivo, che vuol far tabula rasa per costruire, sulle rovine e con le rovine, un mondo nuovo). Non ci dice però cosa sia il fascismo, cosa sia il sovrumanismo che lo genera, lo sostiene, lo indirizza. In una parola: non ci dice cosa sia l’essenza del fascismo, pur rilevando ed affermando che essa esiste. Romualdi è uno storico, non un filosofo della storia. Ora, cosa sia l’essenza del fascismo soltanto la filosofia può dirlo, in virtù d’una riflessione sulla storia del fenomeno fascista, così come proprio Romualdi ha saputo – insieme a qualche altro – metterla in luce.

    Io ho tentato di spiegare cosa sia l’essenza del fascismo in due saggi pubblicati in questi ultimi tre anni: uno si intitola appunto L’essenza del fascismo; l’altro, più ampio, è dedicato a Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista. Il quadro d’una conferenza non è certamente adatto ad una disquisizione di ordine filosofico ed io non tengo ad annoiarvi. Mi limiterò a riassumere nel modo più semplice possibile il risultato dei miei studi, che possono essere considerati una continuazione ed un approfondimento di quelli di Adriano Romualdi. L’essenza del sovrumanismo, come quella del resto di ogni tendenza storica, va ricercata nella sua fondamentale concezione del mondo, dell’uomo e della storia. Questa concezione, che prima di essere tale nasce come immediato sentimento e immediata intuizione, è intimamente legata alla concezione del tempo della storia. Il "tempo della storia" è argomento che a prima vista può sembrare estremamente arduo, ma di fatto è nozione che tutti posseggono, magari senza rendersene conto. Il mondo antico aveva una concezione ciclica della storia, riteneva che ogni momento della storia fosse destinato a ripetersi. Il tempo stesso della storia era rappresentato come un circolo, aveva natura lineare. Con il Cristianesimo nasce un nuovo sentimento del mondo, dell’uomo, del tempo della storia. Questo tempo della storia resta lineare; però non è più circolare, bensì segmentarlo, più esattamente parabolico. La storia ha un inizio, un apogeo, una fine. E non si ripete. Alla storia d’altra parte è attribuito un valore negativo: provocata dal peccato originale, la storia è traversata di una valle di lagrime. L’avvento del Messia, apogeo della storia, avvia la redenzione, cioè la liberazione dell’uomo dal destino storico, l’apocalisse, l’avvento finale di un eterno regno dei cieli. Questa concezione della storia, mitica nel cristianesimo, sarà successivamente ideologizzata e, infine, "teorizzata" dal marxismo; ma resta nei suoi tratti essenziali la stessa: al posto del peccato originale troviamo in Marx l’invenzione dello sfruttamento della natura e dell’uomo da parte dell’uomo stesso; la lotta di classe e l’alienazione che ne consegue configurano la traversata della valle di lagrime; l’avvento del Messia si mondanizza in avvento del proletariato organizzato dal partito comunista o socialista; il Regno dei Cieli diventa regno della libertà, in cui è abolita la lotta di classe e, insieme, la stessa storia (che Marx chiama preistoria).

    La concezione sovrumanista del tempo non è più lineare, bensì afferma la tridimensionalità del tempo della storia, tempo indissolubilmente legato a quello spazio unidimensionale che è la coscienza stessa di ogni persona umana. Ogni coscienza umana è il luogo di un presente; questo presente è tridimensionale e le sue tre dimensioni, tutte date insieme come sono date insieme le tre dimensioni dello spazio fisico, sono l’attualità, la divenutezza, l’avvenire. Ciò può suonare astruso, ma soltanto perché da duemila anni siamo abituati ad un altro linguaggio. Di fatto, la scoperta della tridimensionalità del tempo, una volta avvenuta, si rivela una sorta di uovo di Colombo. Cos’è in effetti la coscienza umana, in quanto luogo di un tempo immediatamente dato a ciascuno di noi? E’, sulla dimensione della personale divenutezza, memoria, cioè presenza del passato; è, sulla dimensione dell’attualità, presenza di spirito all’azione; è, sulla dimensione dell’attualità, presenza di spirito all’azione; è, sulla dimensione dell’avvenire, presenza del progetto e del fine perseguito, progetto e fine che, memorizzati e presenti allo spirito, determinano l’azione in corso.

    Questa concezione tridimensionale del tempo è la sola che possa logicamente affermare la libertà dell’uomo, la libertà storica dell’uomo.

    Nella visione cristiana la storia dell’uomo è predeterminata dal disegno divino, dalla cosiddetta provvidenza; in quella marxista dalla materialistica legge dell’economia, della quale gli uomini possono soltanto prendere coscienza. In queste concezioni della storia e dell’uomo, la libertà umana resta in realtà un flatus vocis, in esse l’avvenire è sempre determinato dal suo passato. Il sentimento tridimensionale del tempo rivela che l’uomo è storicamente libero: il passato non lo determina più, non può determinarlo. Ciò che noi fin qui abbiamo chiamato passato, passato storico, non esiste infatti che a condizione di essere in qualche modo presente e presente alla coscienza. In sé, in quanto passato, esso è insignificante, o più esattamente, ambiguo: può significare cose opposte, rivestire valori opposti: ed è ciascuno di noi, dal suo personale "presente", a decidere cosa esso debba significare in relazione all’avvenire progettato. Il cosiddetto passato storico è materia tornata allo stato bruto, materia bruta offerta a ciascuno di noi perché costruisca la sua propria storia. Questa ambiguità del passato si offre sempre in modo quanto mai concreto alla nostra decisiva significazione. Così, ad esempio, noi siamo eredi di un mondo europeo, che a sua volta può essere considerato erede del mondo pagano e di quello semitico-giudaico. Se, dal presidente che è nostro, queste due eredità si rivelano inconciliabili, sta a noi decidere quale è la nostra vera origine. Adriano Romualdi – sia detto per inciso – ha saputo anche qui scegliere e decidere chiaramente, serenamente: in favore dell’origine indo-europea, con decisione scaturente dal suo progetto d’avvenire "europeo".

    Poeti, pensatori, artisti, filosofi conservator-rivoluzionari e fascisti hanno spesso saputo dare espressione a questo istintivo sentimento del tempo tridimensionale, illustrandolo con l’immagine della sfera (e non già, lo ripeto, con quella del circolo). Questo sentimento, quand’anche quasi sempre inconscio, sorregge il pensiero politico ed i giudizi storici dei movimenti fascisti e si riflette immediatamente nei loro vocabolari, insieme ad una nuova parallela concezione dello spazio della storia, cioè della società umana. La razionalità del discorso fascista non può essere spiegata che in relazione al "principio" che lo regge: e questo principio è per l’appunto la tridimensionalità del tempo della storia. Quando il fascismo parla in termini di linguaggio ricevuto, esso si afferma conservatore (o reazionario) e insieme rivoluzionario (o progressista), proprio perché questi termini non descrivono più direzioni opposte del divenire in seno ad un tempo tridimensionale. Nel fascismo il richiamo ad un mitico passato, scelto tra i passati possibili, coincide con la scelta stessa del progetto d’avvenire: la divenutezza scelta altro non è, per così dire, che la memoria stessa dell’avvenire progettato e, insieme, l’attualità che in esso rivive, vive e sempre tuttavia si accinge a vivere. Qui sta anche la ragione del travagliato rapporto che gli stessi pensatori e uomini politici fascisti hanno con la cosiddetta tradizione, quando non hanno ancora acquisito chiara coscienza del sentimento del tempo che purtuttavia li anima. E’ che essi continuano a pensare la "tradizione" cui si riferiscono come se questa esistesse ed avesse significato indipendentemente dalla scelta che essi hanno operato. Ogni movimento fascista si è sempre richiamato ad una "origine" e con essa ad una "tradizione": romanità nel fascismo mussoliniano, germanità nel nazionalsocialismo, "regalità cattolica" di un cattolicesimo che è quello immaginario del "dio biondo della cattedrale" nel fascismo maurrassiano, e così via. Se il rapporto di certi fascisti con la tradizione è travagliato, è – ripeto – non si rendono bene conto di cosa intendono con tradizione. E’ facile peraltro constatare che i movimenti fascisti si richiamano sempre ad una "tradizione" perduta o quanto meno soffocata e in mortale pericolo. Questo, a pensarci bene, significa che i movimenti fascisti di fatto sceglievano – contro una "tradizione affermata", predominante in seno alla società trovata – una "tradizione" morta oppure repressa e condannata a vivere sotterraneamente, viva soltanto in una ristretta cerchia di iniziati. Il richiamo fascista alla tradizione è così di fatto scelta contro la "tradizione" affermata negli istituti sociali e nel costume delle masse, ed è scelta di una tradizione "perduta", di una tradizione che in realtà ha cessato di essere tale. Proprio perché l’origine scelta non è più socialmente affermata, i movimenti fascisti, quando giungono al potere, diventano spiccatamente pedagogoci, nell’intento di forgiare l’uomo nuovo di una tradizione avvenir che ancora non è. Avversari del fascismo hanno parlato a questo proposito – cito Hans Mayer – di «detestabile confusione di passato e avvenire, di nostalgia delle origini e utopia del futuro». Ma ciò che agli avversari del fascismo appare detestabile da un punto di vista etico e dal punto di vista della razionalità, è proprio l’essenza del fascismo, è la concezione nuova del tempo della storia, di un tempo tridimensionale in cui passato e futuro, origine e fine storico non gli si contraddicono e oppongono, bensì insieme armoniosamente costituiscono, con l’attualità, il presente stesso della coscienza storica nuova raggiunto dall’uomo nuovo fascista.

    La concezione sovrumanista del tempo, dicevo, rende manifesta la libertà storica dell’uomo. Questa libertà storica dell’uomo comporta il confronto e la lotta nel quadro d’un destino eroico e tragico insieme. Ogni azione storica in vista di un fine storico è libera, non dipende da altra cosa che da se stessa ed il suo esito, dunque, non è iscritto in nessuna fatalità.

    La storia stessa dell’umanità è libera, non predeterminata, perché essa scaturisce dalla libertà storica dell’uomo. La storia è sempre, in ogni suo presente, scelta tra opposte possibilità. La fine stessa della storia è una possibilità, proprio perché in ogni momenti l’uomo è libero di scegliere contro la propria libertà, libero di abolire la propria storicità, libero di porre fine alla storia. Questo è la scelta nichilista di cui parlava Adriano Romualdi a conclusione del suo saggio su Nietzsche, la scelta compiuta coscientemente o inconsciamente dal campo egalitarista. L’altra scelta è scelta della propria storicità umana, scelta – come diceva Martin Heidegger – di una nuova "più originaria origine", che è anche nuova origine di storia. Scegliere questa possibilità significa scegliere i mitici antenati che scelsero in favore della storia e nello stesso tempo significa voler divenire gli antenati di una umanità nuova, rigenerata.

    Le ultime parole del saggio di Adriano Romualdi su Nietzsche sono una citazione di alcuni versi di Gottfried Benn, poeta a lui particolarmente caro. Vorrei, in suo nome ricordarli oggi:

    E poi occorre tacere ed agire
    sapendo che il mondo rovina
    ma tenere impugnate le spade per l’ultima ora…

    Tacere: perché il nostro discorso – fuori dalle nostre catacombe – è discorso fuori legge. Ma nondimeno, tacendo, agire in obbedienza a quel principio e a quell’ideale che, da sempre, sono i nostri.


    Giorgio Locchi

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    La generazione che non si arrese
    Trent'anni senza Adriano Romualdi


    Invictis Victi Victuri

    Gli Dei amano chi muore giovane, diceva l’antica saggezza. Gli Dei amarono Adriano Romualdi, recidendone il filo rosso della vita terrena nel fiore degli anni, della virilità, dell’impegno intellettuale e politico. Così agendo lo consegnarono alla Storia e alla memoria di noi posteri, condannati a vivere o, forse, sopravvivere fino a questa livida alba di sangue del Terzo Millennio cristiano.

    Sono passati già più di trenta anni da quel giorno e siamo usciti dal clima delle pur doverose commemorazioni; che del resto si sono ridotte a qualche articolo ed a un paio di conferenze fatte da chi ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente e da chi, come il sottoscritto, conobbe il figlio di Pino Romualdi soltanto dai suoi scritti. Articoli e libri però che, come quelli di Evola e pochi altri, seppero aprire alle menti e ai cuori di noi allor giovani lettori scenari inediti e visioni evocatorie.

    Ci colpiva certo la sua cultura enciclopedica che spaziava dalla Storia al Mito, dagli studi sul retaggio indoeuropeo alle fredde, lucide eppur partecipi analisi dei grandi pensatori del passato e nostri contemporanei: Nietzsche, Evola, Günther. Una cultura che comunque nulla aveva a che spartire con quella “intellettualistica” di evolomani o nietzchiani che hanno continuato a pontificare ex cathedra, senza mai tradurre lo spessore culturale in prassi politica e/o esistenziale. Semplici chiosatori di opere di cui comprendevano tutto escluso lo Spirito che le animava. Ci colpivano e un poco ci infastidivano le lunghe citazioni in tedesco non tradotte, perché allora non capivamo l’importanza di darsi una rinnovata forma mentis, anche attraverso la lingua, che contrastasse la pseudo-cultura impostaci dagli occupanti; prima di tutto proprio con l’inglese americanizzato e che oggi è materia obbligatoria di studio scolastico. Adottare la lingua dei padroni per pensare come loro, leggere le loro produzioni, scrivere alla loro maniera. Anche una battaglia in difesa della propria identità linguistica ha valenza non solo culturale ma politica, per la resistenza e il riscatto del popolo europeo, sottomesso e imbelle.

    Ma quello che più entusiasmava in questo giovane così colto, eppure (o proprio per questo) così vicino alla sensibilità di noi giovani militanti politici assetati di conoscenza, era la passione che traspariva da ogni pagina, da ogni parola accuratamente scelta per puntare sì alla mente ma anche al cuore. Sulla pagina bianca, sotto le nere linee della stampa, come le vene sulla candida carne di un giovane sano e vigoroso, era il sangue vivo che vedevamo scorrere: la vita pulsava, la passione trattenuta dalle briglie in una mano sicura indirizzava l’adolescenziale furore a grandi mete ideali e pratiche, ben oltre i limitati e marci steccati di un ritualismo nostalgico, sterile, ingannatore. E proprio oggi, proprio in questi giorni ci rendiamo amaramente conto di quanto la sua lezione di vita e di opere sarebbe stata utile alle scelte politiche ed esistenziali di una Destra che allora si scriveva rigorosamente con la maiuscola, per distinguerla e differenziarla da quella destra borghese che ne ha sempre rappresentato l’antitesi più totale, la contrapposizione più netta e radicale, ma anche il grande equivoco che ha dilapidato il patrimonio della prima e favorito l’affermarsi al potere dell’altra, la degenere bastarda.

    Oggi che il panorama politico di quella che ancor si definisce genericamente “Area”, ed è solo “aria fritta”, è egemonizzato dall’abiura e dal rinnegamento di tutti i valori da una parte e dal dal più trito e ottuso nostalgismo nazionalitario dall’altra: ed entrambe, ovviamente, al solo fine elettoralistico di assicurare seggi parlamentari, prebende, soldi, sia a chi rinnega il proprio e l’altrui passato, sia a chi lo esalta strumentalmente, rinnegandolo ancor più spudoratamente nei fatti e nei comportamenti.

    “Che cosa dovrebbe propriamente significare ‘essere di Destra’?– si chiedeva quasi quarant’anni or sono Adriano Romualdi, l’allievo prediletto di Evola, e rispondeva: “Essere di Destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo. Essere di Destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose. Essere di Destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto ‘a ciascuno il suo’ non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa. Infine, essere di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e – in nome di questa spiritualità e dei suoi valori – accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa”.

    A prescindere da ogni altra considerazione di carattere prettamente politico, è sul piano umano, dello Stile e del Carattere (per non parlare della Cultura in senso lato) che tutta l’”area” della destra politica ha fallito.

    Totalmente, irreparabilmente e senza scusante alcuna.

    Provate soltanto per un momento a rileggere le parole di Adriano e poi cercate di riferirle ad uno qualsiasi dei personaggi politici del nostro presente; fategliele “indossare” come un vestito e poi immaginatevi i risultati! Se non vivessimo in tempi tanto tragici e decisivi per le sorti non solo d’Italia e d’Europa ma dell’intero pianeta, ci sarebbe solo da sghignazzare senza ritegno al solo accostare una così nobile descrizione della politica vissuta e sofferta alle figure farsesche della cronaca di questo XXI° secolo ineunte. Dopo l’epoca dei Giganti, l’epopea degli Uomini d’acciaio dei quali Romualdi fu il cantore e il mentore, eccoci ai tempi dei nani, degli omuncoli (donnicciole comprese) della politica politicante, dei ducetti in sedicesimo che ce ne vuol quattro per farne uno intero, dei quacquaraquà; per arrivare poi fino alla genia degli invertebrati, striscianti e sbavanti ai piedi dei Padroni del Mondo. Tra i pochi che hanno commemorato o meglio, come qualcuno scrisse quasi vent’anni fa “ri-evocato” Adriano Romualdi nel trentennale della sua partenza per il lungo Viaggio, tutti indistintamente si sono chiesti: “Cosa direbbe, cosa farebbe, cosa scriverebbe oggi Adriano Romualdi, a fronte di un simile sfacelo umano prima ancor che politico ?” Si tratta ovviamente solo di supposizioni, di interrogativi che già solo per il fatto di esser formulati ci danno la misura dell’importanza del personaggio e del vuoto che ha lasciato. Ma anche se lui è fisicamente muto per sempre, il suo spirito e la sua vitalità sono rimasti intatti nelle pagine, nei documenti che ci ha lasciato. Ed in base a quelli qualche risposta possiamo darcela, seppur al negativo: non avrebbe fatto questo e quello! Non si sarebbe venduto al miglior offerente, non avrebbe sfruttato il nostalgismo ed il nome di suo padre per restare a galleggiare nelle acque melmose della politica politicante, non avrebbe mai perso di vista l’obiettivo principale, il Nemico assoluto dell’Europa, specie ora che l’URSS non esiste più e il comunismo marxista è un pallido ricordo che sbiadisce nelle brume del passato. Non avrebbe provato odio o risentimento per le povere vittime dell’ingiustizia capitalista, dell’usurocrazia mondialista; sapendo sempre identificare e scindere, come ci dimostrava allora, le cause dagli effetti, i perseguitati dai persecutori, i “diseredati” della Terra dai succiasangue dell’intero genere umano.

    Ricordate?

    “Non eguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa”!

    Ricordate?

    “Spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera … per la lotta contro la decadenza dell’Europa”.

    Troppo? Troppo tardi? Troppo oltre le nostre misere possibilità di oggi quando anche l’ultima ridotta di chi avrebbe dovuto opporsi alla decadenza di questa benedetta/maledetta Europa si è disarticolata, dissolta, disintegrata in mille rivoli, in cento battaglie di retroguardia, in un reazionarismo veramente disgustoso che vorrebbe salvare solo l’apparenza e non la sostanza, tirar fuori i cadaveri dalle tombe, solleticando per giunta gli istinti più animaleschi di un popolo cloroformizzato, imbelle, vile e geneticamente traditore? Crediamo di no. E lo crediamo, ne siamo convinti, perché abbiamo assimilato la lezione di un maestro della Tradizione come Julius Evola, mediataci dallo spirito Rivoluzionario del suo discepolo più caro. La Tradizione (che è Una in molteplici forme di manifestazione) ed il Mondo Moderno non appartengono alla sfera temporale, di un prima ed un poi, di un ieri e di un oggi. Sono Categorie aprioristiche dello Spirito e della Storia. Potremmo dire che ogni Civiltà ha avuto il suo periodo “tradizionale”, la sua Età dell’Oro e poi la sua decadenza fino alla sua fine, al suo “mondo moderno”; piccoli cicli all’interno del Grande Ciclo. Nella sociologia di Sorokin parleremmo di fluttuazioni socioculturali di tipo Ideazionale e Sensistico, con una fase di passaggio “Idealistica”. Tradizione Rivoluzionaria quindi: due termini che esprimono uno stesso concetto, ma che è necessario ribadire continuamente, ad ogni occasione, perché oggi “la confusione sotto il Cielo è grande” e non è più istintivamente intuibile ciò che ieri era evidente ad ognuno senza tante spiegazioni.

    Tradizione e Rivoluzione.

    Tradizione è Rivoluzione.

    Tradizione e Rivoluzione > Conservazione/Sovversione, due facce queste apparentemente opposte ma sostanzialmente convergenti nel “Mondo Moderno” come categoria. Convergenza evidente, per esempio nella politica interna come internazionale, dove destra e sinistra, al di là delle sfumature, convergono e concordano nel tenere incatenati uomini e popoli a ideologie ottocentesche, divisioni assurde e superate, a tutto profitto dell’imperialismo, del capitalismo, del materialismo consumista, della massificazione mondialista mediatica delle menti e dei corpi. Ricordate?

    “I miti… che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose”. Tradizione invece è Tradere, trasmettere, “passare il testimone”, attuare insomma una specie di Rivoluzione Permanente che resti ben salda sui Valori eterni ed essenziali della propria Civiltà, facendo invece piazza pulita di tutte le incrostazioni del passato: che non erano altro che la “sovversione” dell’altro ieri e la conservazione di ieri (gli/i “[im]mortali principi della Rivoluzione Francese ” il nazionalismo ottocentesco, il razzismo positivista-darwinista-biologico, il classismo come motore della Storia, le fedi religiose istituzionalizzate e oramai svuotate dello Spirito di qualsiasi dio,ridotte a potentati economico-politici complici del Mundialismo, e via elencando). E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La Rivoluzione a sua volta non può che essere Tradizionale, Re-Volvere, tornando alle origini, alle radici, al punto d’inizio del cerchio di Civiltà; un punto iniziale che quindi non va ricercato in un passato più o meno lontano (vizio endemico di tutti i nostalgici, di tutti i tipi di nostalgismo), bensì, al contrario, proprio nel futuro che ci sta innanzi, verso la parte più breve di quel segmento ideale che, volenti o nolenti, ci sta precipitando all’Anno Zero, al traumatico, distruttivo e “per-[attraverso]-ciò” creativo passaggio ad un nuovo ciclo minore di Civiltà.

    La Nuova Civiltà dell’Eurasia unita, l’Imperium antimperialista, dell’Europa “aristocratica, religiosa e guerriera”. Scrivendo di Romualdi abbiamo citato Evola, e non poteva esser altrimenti. Ricordando Romualdi infatti, è di noi stessi che parliamo, della nostra generazione di ventenni nel fatidico ’68, quando ancor il rosso e il nero si affrontavano in scontri sanguinosi ed esaltanti, ma anche si incontravano in ardite sintesi, sul cui fallimento non possiamo che rammaricarci per “quello che avrebbe potuto essere e non fu…”. Adriano Romualdi dunque, in quella temperie, fu il “fratello maggiore” di una generazione politica di orfani. Ancora prigionieri di un passato che cercava di perpetuarsi tra doppiopetto perbenisti e pagliacciate nostalgiche, tra la scheda e il manganello (presto sconfitti dall’uno e dall’altro!), i giovani militanti desiderosi di creare un qualcosa di nuovo, di combattere “la decadenza dell’Europa”, non avevano riferimenti culturali di sorta, “Miti capacitanti” di mobilitazione totale, visioni generali del Mondo e della Storia che spiegassero il perché di passati gloriosi e creativi di fronte al vuoto presente. Il massimo che si poteva trovare allora nelle sezioni missine era qualche volume dell’”Opera Omnia” di Mussolini, o qualche biografia dei gerarchi del Ventennio. L’impatto dirompente del pensiero evoliano, peraltro malvisto e boicottato dai tromboni politici di turno, fu molto, forse troppo per giovani menti acerbe e assolutamente impreparate. Quanti si persero in fumisterie da piccolo maghetto! Quanti si bruciarono le ali e l’anima, credendo di essere capaci di cavalcare tigri che subito li disarcionarono e divorarono (per altri l’animale più nobile che incontrarono fu il maiale!). Quanti invece, molto più prosaicamente, sono finiti nella stanza dei bottoni, nelle piccole porcherie della politichetta borghese, nello squallore del carrierismo a tutti i costi, fino a rinnegare il Padre e la Madre. Per quelli di loro in particolare che avevano conosciuto le opere di Evola e di Romualdi, senza introitarle veramente nel proprio animo e nella propria esistenza, la condanna non può essere che totale e senza appello, la sentenza rinviata ma già scritta. E però proprio la mediazione di Romualdi tra il pensiero evoliano e la base militante, tra la visione tradizionale del mondo e la sua traduzione pratica nella lotta politica e sociale rivoluzionaria, rappresentò un “valore aggiunto”, un’opzione per il futuro, quando si fossero presentate le condizioni.

    Tradizione e traduzione per la trasmissione.

    Romualdi insomma fu il trait d’union, il ponte vivente di passaggio, il traghettatore di una giovane generazione militante alle dure prove che l’attendevano nel loro futuro, il nostro presente. Molti si son persi per via, alcuni, spesso i migliori come Adriano stesso, non sono più. Abbiamo commesso, sia singolarmente che come generazione, errori incredibili di valutazione, sia delle situazioni che degli uomini cui ci siamo indirizzati volta a volta. E l’abbiamo pagata a caro prezzo.

    Eppure siamo qui. Ci siamo ancora e testimoniamo alla disincantata generazione dei ventenni nostri contemporanei, nell’epoca della “morte delle ideologie”; testimoniamo nel tempo del riflusso al privato, dell’egoismo individualista e dell’isterismo sciovinista. Continuiamo a testimoniare anche quando quel che rimane della politica si ritrova sulle curve degli stadi, tra braccia a molla e cori bovini. Testimoniamo verità eterne ed esperienze personali, testimoniamo la possibilità reale di fare ancora la Politica, quella dei grandi ideali, dei grandi sacrifici anonimi e senza ricompensa, fuori e contro le anticamere dei politicanti e le sagrestie dei baciapile. Testimoniamo la validità, ancor oggi, oggi più che mai, degli insegnamenti ricevuti dal Maestro e dall’Allievo prediletto.

    Certo lo facciamo con la sensibilità del tempo presente, consci che siamo entrati nel XXI° secolo dell’Era Volgare, consapevoli che le battaglie interne ed internazionali del 2003 e seguenti non sono certo le stesse di trent’anni orsono, con Romualdi ed Evola vivi. Se non ragionassimo così saremmo semplicemente i “nuovi nostalgici”, seppur di un tempo a noi più prossimo. Proprio l’esatto contrario di quel che furono e rappresentarono Evola e Romualdi, sempre e comunque vigili osservatori e solerti anticipatori dello spirito e delle scelte del loro tempo, che fu anche il nostro.

    Cosa avrebbero scritto A.R. o Evola sulla globalizzazione, sul Mondialismo, sull’imperialismo americano-sionista, sull’Eurasia unita, sulla Geopolitica, sullo scontro delle Civiltà e così via? Direi che le risposte, talvolta esplicite altre meno, sono già presenti nei loro libri e articoli. Basta andarseli a leggere, interpretarli secondo una giusta dottrina e, innanzi tutto, metterle in pratica nella vita quotidiana, personale e politica. Senza cedimenti, senza compromessi, senza doppi fini. Il compromesso uccide l’anima. Chi pensasse di salire al volo sull’ennesimo treno in corsa verso… il passato, non ha capito niente né di Evola, né di Adriano Romualdi, e nemmeno del passato glorioso e tragico dell’Europa che vorrebbe andare a raggiungere. Ci sono sensibilità intuitive che nessun ragionamento razionale può spiegare. Anche se in certi casi l’opportunismo e la stoltezza vanno a braccetto.

    La sensibilità diremmo “poetica” di Adriano Romualdi andava anche oltre la sua lucidità intellettuale. E’ un aspetto inedito di questo giovane “soldato politico della classe ‘40”. Rovistando tra le vecchie carte abbiamo ritrovato una pagina di giornale, infilata nel libro “Ricordo di Adriano”, scritto a più mani poco dopo la sua scomparsa. Una pagina ingiallita del…”Secolo d’Italia”! Il sabato 14 marzo del 1964, la terza pagina del quotidiano missista, quella della cultura, pubblicava un breve racconto di Adriano dal titolo “Il frassino del mondo”. E chi ha qualche vaga cognizione di mitologia nordica, sa a cosa ci si riferiva. E’ notte. In una città ideale e fantastica, illuminata dalla luce fredda della Luna, si aggira Crizia, un giovane appartenente alla Casta dei Guardiani. Si parla dell’Ordine, del Sacro recinto dove sono custoditi i bianchi cavalli del Sole, e di Crizia che cammina solitario nella notte, sul lucido asfalto di una città vuota che ci ricorda certe immagini nitide, essenziali nei chiaroscuri taglienti come lame, del cinema espressionista tedesco. E al centro della città si erge il Frassino, presso il Mausoleo della figlia di Costantino “la sposa dell’ultimo,del grande, che aveva fatto argine contro barbari e cristiani… Ma le braccia del frassino nudo emergenti dallo steccato come una marea misuravano quel tempo e i suoi ritorni in fiumi ed anni di respiro, indicavano la città sconosciuta sorta quella notte avanti ai suoi occhi, oltre i confini della distruzione dei mondi”.

    Chi pensava ad un Romualdi soltanto saggista lucido e storico puntiglioso, dovrà ricredersi. Adriano Romualdi era un poeta, il poeta tragico e ricolmo di passione della Fine e della Rinascita, della Resurrezione dell’Europa. Dimenticavo... Il resto della pagina del “Secolo...” era dedicato al corso di orientamento culturale all’I.N.S.P.E (la scuola di partito di allora) con questo annuncio: “Hanno parlato Raffaele Valensise, Augusto De Marsanich …ecc… Appassionato dibattito fra i giovani allievi, guidato da Nino Tripodi”! Senza commento, ovvero “dalle stelle alle stalle”!

    Da tutto questo e soprattutto dalla rilettura dell’opera di Romualdi, la prima considerazione che ci si impone è la seguente: Romualdi (come Evola) è attualissimo oggi come ieri. E questa attualità non è data tanto dalle questioni trattate o dal linguaggio usato, che anzi andrebbe attualizzato nel contesto della realtà politica e sociale in cui viviamo (a cominciare dal bistrattato e abusato termine di destra, oggi improponibile dopo lo scempio mediatico che ne hanno fatto coloro che se ne riempiono la bocca, moderati o radicali che siano). E’ attuale perché la Tradizione Rivoluzionaria, la Rivoluzione Tradizionale sono termini e pratiche sempre valide, ben oltre le contingenze politiche di un dato periodo. Ricordare e ricordarsi di Adriano Romualdi non è e non dev’essere dunque soltanto un doveroso atto di riconoscimento all’unicità del personaggio, ad ogni scadenza decennale dalla nascita e/o dalla morte terrena. E avviandoci alla fine di questa “rievocazione” lasciamo la parola ad altri… che in tempi oramai passati e lontani (un paio di decenni in fondo, eppur è già trascorso un secolo, un millennio, e tant’acqua sotto i ponti…) seppero interpretare il giusto spirito evocatorio di tali scadenze della memoria [lasciamo ai lettori più attenti e curiosi indovinare il dove, il chi, il quando]:

    “…E’ soprattutto nei momenti di bisogno che una ‘società d’uomini’- come Roma nelle fasi critiche delle sue guerre totali, i veterani per mobilitarli – deve rievocare le proprie guide passate, per richiamarle di nuovo al servizio del bene della comunità, a rinfrancarne lo spirito di milizia…’celebrando’ un ricordo appassionato e reverente dedicato alla figura di Adriano Romualdi – e traducendolo in un ‘memento’ che, destinato a noi, si rivela radicalmente franco e spietatamente schietto. Specie là dove assume i toni aspri dell’invettiva senza accordare alcuna indulgenza: né per le infamie altrui, né per le inadeguatezze nostre – e senza risparmiare davvero alcuno (nemmeno chi scrive, naturalmente…). Parole sante! Oh, sì…parole sante!… Ma crediamo doveroso, concludere evocatio e mementum, lasciando come ultima la parola a Romualdi stesso, il nostro “fratello maggiore” (“ognuno ha i suoi”, come direbbe il papa):

    “Risorgerà la luce”

    “In linguaggio astronomico il solstizio d’inverno è il giorno in cui il sole tocca il punto più basso dell’ellittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte.

    All’epoca delle grandi glaciazioni, l’umanità di razza bianca rimasta sul continente europeo, celebrava in questo giorno la morte e la resurrezione del sole.

    All’alba, dopo la notte più lunga dell’anno, fuochi a forma di ruota salutavano il sole invitto risorgente dall’abisso.

    Oggi, sull’orizzonte dell’Europa, è solstizio d’inverno, un interminabile inverno di servitù e di vergogna.

    MA NOI CREDIAMO, NOI VOGLIAMO CREDERE ALL’IMMINENTE RESURREZIONE DELLA LUCE”

    Adriano Romualdi non ci ha dato solo la sua vasta Cultura ed il suo esempio unico, immortalati nell’eternità da uno schianto nella notte. Il più prezioso dei suoi doni fu la speranza, la certezza di un nuovo sorgere del sole sull’Europa delle macerie. Attendiamo, in suo nome, il ritorno di un nuovo Avatara nelle terre degli Arya.


    Carlo Terracciano

  8. #8
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    Adriano Romualdi è stato l'unico vero intellettuale della destra,un grande studioso della tradizione indoeuropea e delle nostre origini,dovrebbe rappresentare un punto di riferimento per la Destra radicale di cui è stato l'unico vero intellettuale e giornalista,Romualdi ha saputo cogliere e interpretare il messaggio del fascismo,un messaggio non socialista e di sinistra,ma neanche piccolo-borghese e capitalista,un messaggio puramente rivluzionario,fondato sul risveglio di antichi valori,quali la razza,l'onore,la fedeltà,la patria e le nostre origini romane.Adriano Romualdi,un esempio,peccato che la morte se l'è portato via troppo presto..

  9. #9
    Boh..
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    Bel 3d..interessante!

  10. #10
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    E' anche singolare come Romualdi e Locchi svilupparono visioni molto simili, pur non conoscendosi per nulla. Un fatto su cui riflettere attentamente!

 

 
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