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  1. #1
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    Predefinito Le libere e tortuose strade dell'epoca medievale

    Le tracce di un tempo che rispettava la proprietà privata

    di Paolo Bernardini


    Recenti sono le grida di allarme di Vittorio Sgarbi per la sorte di una pregevole villa piacentina, che pare verrà distrutta per far posto ad uno svincolo stradale.

    L’allarme del critico, troppo spesso oca del Campidoglio inascoltata riguardo agli scempi e alle demolizioni di opere d’arte sistematicamente compiute da un governo che forse si vergogna d’avere troppa arte eccellente nel Paese, e non si sente adeguato ad essa, solleva importanti questioni che oltre alla tutela delle bellezze architettoniche, riguarda quella, strettamente congiunta alla prima, della tutela della proprietà privata. Questo discorso riguarda ambiti fondamentali del vivere civile, e parte da molto lontano.

    E’ desiderio primo degli Stati e degli Imperi, quello di creare vie di comunicazione che congiungano in linea possibilmente retta i territori conquistati. La retta poi idealmente avrebbe dovuto continuare in un senso preciso, o meglio indicare, la direzione della futura conquista. Non per nulla, a partire dalla via Emilia, i nomi di tali strade romane sono legate a quelli di potenti uomini politici. Naturalmente, gli Stati e gli Imperi ignorano la proprietà di privata, a cui antepongono quella pubblica, ovvero i loro interessi.

    Storia antichissima, ribadita perfino dalla Costituzione irachena approvata a metà ottobre 2005, che sancisce il carattere di “sacrosanta” per la proprietà pubblica, e tiene in molto meno riguardo quella privata. Altra storia nel Medioevo, questa età di luce, interiore ed esteriore, svillaneggiata ad arte, e per i propri meschini interessi, da generazioni di storici a partire dal Settecento – con la salutare parentesi romantica – per giungere al positivismo di Comte e seguaci, e finalmente – di nuovo con la mirabile parentesi di Marc Bloch e suoi discepoli, ancora non chiusa, ed anzi sempre più ampia – ai giorni nostri. Quando ancora l’assurda locuzione “secoli bui” circola nelle aule scolastiche e anche in quelle universitarie.

    I percorsi tortuosi del Medioevo, che indicano cammini di fede e spiritualità, veri e propri percorsi mistici nella natura, da Santiago di Compostella alla via Francigena nel cuore degli Appennini, e dell’Italia, sono tali non perché vi siano complicati “itineraria mentis” “et personae”, ad Deum, ma perché veniva profondamente rispettata la proprietà privata: nessuno Stato era tanto potente o tanto imprudente, in epoca feudale, da utilizzare l’esproprio sistematicamente, come accade ora, ed è ampiamente accaduto ad esempio in epoca fascista, e all’indomani dell’Unità d’Italia.

    L’Italia, peraltro, è nata fascista nel 1870. In uno scritto del 1978, “La Cattedrale parla”, ora ripubblicato da Adelphi (La favola pitagorica, Milano, 2005, p. 24), con la sua unica, mirabile prosa, così descrive i camminamenti medievali Giorgio Manganelli: “Quelle strade medievali, che strisciano da un ostello ad un povero riparo, prendono il posto mentale, intellettuale delle strade romane; non sono state insegnate dall’io, non sanno che cosa è uno Stato. Collegano visione a visione; il mondo dei segni ha vinto. Il loro tracciato è irrequieto, irregolare, ma ha un senso: non è utile, è un significato. Il mondo sta assieme chiuso in una rete di strade percorse da viandanti, pellegrini, cavalieri, tutti i servitori della visione…”.

    Servitori della visione, ma liberi dal tentativo di renderli uniformi dello Stato, attraverso rettifili che piegano ad un disegno di dominio anche le menti più indipendenti.



    Istituto Bruno Leoni
    Pubblicato il 20/10/2005

  2. #2
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    Poco da aggiungere.
    Bell'articolo.

  3. #3
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    Condivido anch'io. Del resto siamo di fronte a uno dei principali fronti d'alleanza fra Stato e Grande Capitale: quello delle infrastrutture. Il primo tassa i cittadini per costruire grandi opere a beneficio dell'economia di scala.
    Altro esempio è il Ponte sullo Stretto: la sua costruzione impone la demolizione coatta di cinquanta abitazioni, con disappunto degli enti locali interessati, che altro non possono fare se non ricorrere a un TAR.
    La cosa più opportuna sarebbe espropriare lo Stato delle competenze sulle reti di trasporto, far si che non solo la proprietà privata rappresenti per lui un muro insormontabile, ma anche che qualunque municipalità possa bocciare progetti di opere ritenute lesive dei propri interessi.

  4. #4
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    E' lo sviluppo delle forze produttive del capitale che ha prodotto e produce questi orrori...con lo Stato fedele servitore dei suoi obiettivi.
    Quindi è la "contrattazione" all'interno della comunità locale che creava le città vecchie a misura di uomo,senza divisioni d'uso, periferie eccetera; nelle corti ,vicoli e chiassi chiusi si sente "fisicamente" che ti trovi sì in una proprietà quasi privata, ma sopratutto è la piccola comunità che vi abita ad esercitarla.
    Le chiacchiere capital-liberiste stanno a zero: la loro strada "libera e tortuosa" è lo svincolo autostradale, dove migliaia di persone incapsulate in macchine tecnologiche si sfiorano senza nè conoscersi nè incontrarsi, ognuno dedito ai suoi scopi individualistici, ovviamente con la direzione dettata dalle stesse esigenze di sviluppo che inseguono.

  5. #5
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    Originally posted by vlad84
    E' lo sviluppo delle forze produttive del capitale che ha prodotto e produce questi orrori...con lo Stato fedele servitore dei suoi obiettivi.
    Quindi è la "contrattazione" all'interno della comunità locale che creava le città vecchie a misura di uomo,senza divisioni d'uso, periferie eccetera; nelle corti ,vicoli e chiassi chiusi si sente "fisicamente" che ti trovi sì in una proprietà quasi privata, ma sopratutto è la piccola comunità che vi abita ad esercitarla.
    Le chiacchiere capital-liberiste stanno a zero: la loro strada "libera e tortuosa" è lo svincolo autostradale, dove migliaia di persone incapsulate in macchine tecnologiche si sfiorano senza nè conoscersi nè incontrarsi, ognuno dedito ai suoi scopi individualistici, ovviamente con la direzione dettata dalle stesse esigenze di sviluppo che inseguono.
    Non capisco il problema.
    E te lo dice uno che non ha mai guidato nemmeno un motorino.

  6. #6
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    Ell'è tanto utile cosa questa pace! Ella è tanto dolce cosa questa parola pace, che dà una dolcezza alle labbra! Guarda el suo opposito, a dire guerra! È una cosa ruvida tanto, che dà una rustichezza tanto grande, che fa inasprire la bocca
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    Guglielmo Piombini
    Prima dello Stato. Il Medioevo della libertà

    recensione di Marco Massignan - 3 giugno 2005
    «La libertà è medioevale, l'assolutismo è moderno»: suona così una massima di Lord Acton, che ben si attaglierebbe a «Prima dello Stato. Il Medioevo della libertà» di Guglielmo Piombini (edito da Facco; con i commenti di P. Adamo, R. Cubeddu, C. Lottieri, M. Respinti). Un libro politicamente scorretto e ricco di notevoli spunti di originalità: essenzialmente lungo due direttrici.
    La rivalutazione di quel periodo di storia - la Cristianità romano-germanica - smontando, pezzo dopo pezzo, gli stereotipi che la dipingono come un'epoca buia, superstiziosa e dominata dalla paura; questa la pars destruens. Avvalendosi delle ricerche della scuola degli Annales (Bloch, Braudel, Le Goff, Pernoud) e degli studi dei maggiori indagatori della storia economica europea (Baechler, Landes, Pellicani, Raico ed altri), viene evidenziata la ricchezza e la creatività medievale nonché le ragioni peculiari che portarono il Vecchio Continente a quegli incredibili successi e primati sul piano culturale e tecnologico, surclassando così le altre civiltà.
    La pars construens, che ben si presta sia alla suggestione romantica che ad interpretazioni particolarmente critiche, consiste in un'aperta apologia liberale del Medioevo, un'era ancora esente dai veleni dello Stato moderno. Sarà bene chiarirsi: il liberalismo di cui si parla non è quello razionalista e costruttivista erede dell'illuminismo, che si culla nell'illusione di limitare il potere mediante gli artifizi dell'ingegneria sociale; bensì un liberalismo inteso - ed è una definizione tanto brillante quanto controcorrente - come reazione ed insorgenza di fronte all'avanzata della modernità statuale, che ha progressivamente ridotto gli spazi di libertà individuale.
    Piombini, da buon libertario alla ricerca di soluzioni architettoniche audaci, capaci di superare tali istituzioni monopoliste e dare vita ad un ordine naturale retto dal principio di non-aggressione, scorge nella polifonia medievale (o «anarchia feudale») l'assenza delle tre prerogative principali del Leviatano post-rivoluzionario: la sovranità, il monopolio legittimo della forza e la territorialità. «L'ideale - tutt'altro che utopistico o fuori dal senso comune, nota l'autore - sarebbe un continente europeo in cui gli stati nazionali si disgregassero in un mosaico di giurisdizioni concorrenti». Insomma: una società di mercato pluricentrica, una concezione politica privatistica (saldamente immune dall'influenza dei principi sovranitari dello jus publicum europaeum), fondata interamente sui diritti di proprietà ed il rule of law.
    Le tesi di Piombini potranno sorprendere, ma fanno riflettere: e ciò è il massimo cui un libro possa aspirare. Come ha osservato Carlo Lottieri, «la violenza politica moderna offende l'uomo e ne calpesta la dignità considerandolo semplice oggetto di comandi e pura passività: una realtà senza diritti né autonomia». Il «mite giacobino»«maestà della legge» e di norme astratte ed impersonali, ha orrore della diversità, rifiuta la complessità della realtà. Al contrario, l'ancien régime (e qui riprendo pienamente l'analisi che ne ha fatto Pierre Gaxotte) era il regno della molteplicità, della diversità: un coacervo di feudi, ducati, contee, con un Re che a Versailles si limitava ad assicurare il buon concerto di tutte queste parti. Viceversa, la fratellanza giacobina si sintetizza nel motto «sii mio fratello o muori», ed applicando coerentemente quest'assioma si è arrivati al genocidio vandeano: un massacro in nome dell'amore per l'umanità.
    contemporaneo, figlio diretto dell'Ottantanove francese, chiuso tra le anguste volte della Ecco che «Prima dello Stato» ci apre una feritoia, spalancando prospettive su quella che Gianfranco Miglio avrebbe chiamato «l'altra metà del cielo»: ossia, un universo di realtà, di relazioni fiduciarie e comunità volontarie, che non adottarono il modello giuspositivo tuttora imperante (e sempre più ossessionato dalla centralizzazione e dall'omogeneità burocratica), ma scelsero «una società a misura d'uomo e secondo il piano di Dio». Una via d'uscita, in fin dei conti, per quanti non vogliono accettare i rigori (e i dolori) del dispotismo «democratico» e l'apparente fatalità delle logiche che lo ispirano.

 

 

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