Siccome il Cav. corre Fini e Casini provano a inseguirlo su una Ferrari
Roma. Se il CaW va avanti, i sub-oppositori Fini e Casini si compattano e sfoderano la propria ultima decorazione: Luca Cordero di Montezemolo.
Il viaggio berlusconiano scorre sulla via delle mani libere.
Ieri l’ex premier ha detto al settimanale di MVB (oggi in edicola) che “il dialogo con Veltroni non si è interrotto” e anzi lui intende rafforzare l’asse col Pd anche se gli ex alleati della Cdl cercheranno d’isolarlo per avvantaggiarsene.
“Era nel conto che questa nostra iniziativa avrebbe suscitato reazioni a catena, ma questa non sarebbe certo una buona ragione per interrompere un dialogo che sta a cuore a entrambe le parti. Veltroni ha più problemi di quanti ne abbia io, ma mi pare determinato. Credo davvero che si vada avanti”.
Siccome era stato per primo il Cav. a minacciare l’isolamento degli antipatizzanti verso il Popolo delle libertà, Pier Ferdinando Casini ha risposto ieri con un pranzo nel quale LCdM e Gianfranco Fini hanno convenuto con lui sulla tattica breve per replicare all’esondazione berlusconiana.
E chissà che An e Udc non possano in futuro puntellare la manovra dandole valore strategico.
In breve:
Montezemolo negherà ma è ufficialmente entrato nella galleria del progetto casiniano chiamato rozzamente Cosa bianca e proiettato nel sogno lucido di un centrodestra deberlusconizzato. In subordine, postberlusconiano.
Che il pranzo di ieri abbia avuto un menu essenzialmente antiberlusconiano è cosa evidente. Per la prima volta Fini dava sfogo a un risentimento personale non risolto abbracciando “a prescindere” le ragioni del gemello centrista.
Montezemolo faceva da cerimoniere, seduto sull’ultimo picco che separa la presidenza di Confindustria dalla valle della politica. Sui contenuti del convivio, di là da ogni dissimulazione onesta, pesa l’indisponibilità finiana a scendere dal carro dei referendari (col rischio di perdere un alloro ancora raggiungibile) per convertirsi in proporzionalista puro.
E tuttavia i sentieri postbipolari possono condurre dappertutto: “Tutto è in movimento”, dice Fini, mentre Lorenzo Cesa allude a un accordo sul proporzionale in cambio d’una spinta per l’ingresso finiano nel Ppe.
S’intravede una radura nella quale An e Udc potranno federarsi con altre forze indifferenti al Pdl.
Non Savino Pezzotta, o al meglio non ancora.
L’ex capo della Cisl sembra più scettico di Montezemolo, anche perché nota la caparbietà con la quale ampi settori popolari e teodem rimangono a scaldarsi sotto la fiamma del Pd veltroniano.
Perciò se qualcuno parla a Casini di “soggetto unitario” con i postfascisti, lui si schermisce per non allarmare la propria famiglia di militanti ed elettori, e intanto cerca un interlocutore più audace di Pezzotta in Raffaele Bonanni (ieri si sono visti), il suo successore.
Dopotutto non c’è molto di più da realizzare. L’Udc vuole far capire a Berlusconi che la classe dirigente centrista sa sbarrare le vie di fuga ai propri quadri, e che non manderà in confusione i propri elettori come forse spera il Cav. Perciò Fini serve a smentire la teoria del pendolo e a testimoniare l’ancoraggio culturale degli ex dc nel fronte anti sinistra.
La ricombinazione d’interessi con An può addirittura dare l’impressione d’una novità lì dove si accompagna alla benevolenza montezemoliana. Ma senza esagerare.
Così come non conviene forzare l’episodico collegamento con la Lega ristabilito da Umberto Bossi. In apparenza è Fini ad avere più carte in mano: quella referendaria, quella casiniana e quella della pacificazione con il Cav.
Tuttavia l’amletico Gianfranco sconta il bisogno di svelare al più presto la propria puntata, sennò farà sbandare luogotenenti e simpatizzanti. Casini possiede la virtù della pazienza e sull’attendismo ha costruito la propria rendita (ora minacciata dal Pdl).
I due si rivedranno presto, il 20 dicembre prossimo, insieme con le rispettive creature culturali (Farefuturo e Formiche) per rilanciare il tema dell’energia atomica.
Va da sé che il dialogo sulle riforme con la maggioranza (se esiste ancora) sarà gestito in tandem da An e Udc, forze diverse ma tanto vicine da sembrare unite.
In apparenza. Perché dietro il perdurante broncio emotivo (Fini) e dietro il bronzo indifferente (Casini) c’è un timore comune e ci sono due vocazioni differenti: la paura d’imboccare la via del non ritorno con Berlusconi, dovendo fare i conti con un paesaggio elettorale ancora fortemente bipolarizzato in funzione anti o proberlusconiana; la ragionevole certezza finiana che LCdM prima o poi gli farà velo dall’alto e Casini ombra dal centro e Storace male da destra; e c’è il realismo democristiano che consiglia di ritenere Fini una vittima destinata a reincontrarsi con il suo carnefice.
Sintesi: finché si può, “si fa squadra”.
Al momento si fa contro il Cav. che reagisce deprecando “la vecchia politica e il solito teatrino.
ag su www.ilfoglio.it del 7 dic 07
saluti




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