Ho letto con sconcerto e una certa preoccupazione talune affermazioni del presidente della Provincia di Udine Strassoldo nell'intervista rilasciata al "Piccolo" sulla questione della legge sul friulano in discussione al Consiglio regionale del Fvg. Emergono, infatti, dalle sue parole inaccettabili venature antinazionali che, a mio modo di vedere, rappresentano la degenerazione di un filone culturale autonomista fattosi ormai autoreferenziale e presuntuosamente totalizzante.
Filone che non credo proprio possa interpretare i sentimenti della comunità regionale e in particolare di quel Friuli fiero sì della sua identità, del suo idioma e delle sue tradizioni, che si sente però - come è giusto - parte integrante della più vasta comunità e identità italiana.
Secondo Strassoldo, la scuola lo ha «costretto a leggere e scrivere in italiano»; e poi «il diritto di veto di un solo alunno all'insegnamento veicolare lede la minoranza»; e ancora «farei insegnare in friulano anche l'inglese»; e per finire, l'inno alla «Nazione Friuli che deve autogovernarsi…»
Si tratta, a mio modo di vedere di posizioni profondamente sbagliate che confermano le preoccupazioni e le previsioni che espressi - ero allora deputato al mio secondo mandato - quando svolsi la relazione di minoranza su quella che sarebbe diventata la legge 482 del 1999 sulla "tutela delle minoranze linguistiche storiche", che proprio Strassoldo richiama.
In quella legge, voglio ricordare, è previsto all'art.1 che "la lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano". Quell'articolo serve a stabilire comunque una gerarchia e a ribadire il carattere unificante della lingua nazionale. Fu introdotto (basta guardarsi gli atti parlamentari di allora) con un emendamento a firma mia e del fiorentino on. Migliori (An). Dicevo allora, e oggi lo ripeto, che «data la stretta connessione tra lingua e nazione, possiamo affermare che dove c'è unità linguistica c'è unità nazionale. Se si corrompe la prima, si frantuma la seconda. E di questi tempi, viste le velleità secessioniste e indipendentiste di alcuni, non ce n'è proprio bisogno».
Denunciavo allora che «l'errore di questa legge sta nel fatto che essa si muova, da una parte, sulla premessa che il bilinguismo sia forma necessaria, per non dire ovvia, di tutela delle minoranze linguistiche, dall'altra promuovendo (ammesso che di promozione di tratti) a minoranze linguistiche popolazioni italiane che sono da sempre componenti della nazione italiana, come i friulani o i sardi».
Oggi sta avvenendo proprio questo: si vuole asserire che i friulani siano una minoranza all'interno della Patria italiana e che tale minoranza sia essa stessa una nazione in sé. Ripeto e continuerò a ripetere che è una follia considerare i friulani una minoranza, perché essi sono parte integrante della comune e plurale identità italiana, una tessera peculiare dello splendido mosaico che si chiama Italia. L'Italia non sarebbe tale senza i romani o i veneti, così come senza i toscani o i friulani.
Ad adiuvandum, vorrei far notare che, nel dibattito all'Assemblea costituente sull'art. 6 Cost., non si fece ovviamente alcuna menzione dei friulani come "minoranza linguistica" e analogamente accadde in ordine alla costituzione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, le radici della cui specialità stanno, come è noto, in tutt'altre vicende, seguite alla conclusione della seconda guerra mondiale.
È quindi su dati evidenti e di concretezza che si fonda la mia posizione in ordine al dibattito apertosi sul friulano: essa nasce da un atteggiamento che ritengo di legittima e responsabile preoccupazione di fronte ad accelerazioni che sembrano avere mero carattere elettoralistico per alcuni (mi riferisco a Illy) e erroneamente ideologico per altri (Strassoldo), ma entrambi capaci di creare danni più seri di quanto potrebbe apparire.
Nessuno pensa di dimenticarsi o negare tutela alla cultura e alla tradizione friulana. Ma la conservazione di questo patrimonio culturale, storico e linguistico si realizza nella valorizzazione del costume, delle tradizioni, delle fedi, nella diffusione locale delle opere letterarie, nella diffusione più vasta di quelle che assurgano a valore dell'arte, nel sostegno pubblico ad associazioni, circoli, filodrammatiche, riviste che abbiano come fine la preservazione e la divulgazione di quel patrimonio dialettale o linguistico, non nella creazione di una sorta di ghetto privilegiato all'interno del quadro istituzionale regionale e nazionale.
Dicevo, quasi dieci anni fa: «All'apparato pubblico non si può e non si deve chiedere di più, posto anche che il dialetto o l'idioma locale non è strumento di comunicazione nazionale né internazionale ma si esaurisce nel rapporto immediato familiare ed in quello, più vasto ma sempre limitato, della comunità locale e neppure a tutti i livelli. La rottura dell'unità linguistica è la rottura dell'unità di popolo e si realizza anche attraverso la creazione di una frazione di popolo, di una comunità intermedia artificiosa, soggetto di diritto e titolare di rapporti giuridici particolari e privilegiati».
È questo, in tutta evidenza, ciò che accade con l'uso del friulano negli uffici pubblici, che, oltre a costituire un costo esorbitante e inutile per le istituzioni, crea corpi separati e privilegiati a detrimento della maggioranza dei comuni cittadini italiani. L'uso pubblico della lingua "minoritaria" esclude i non parlanti la stessa: non solo ad un italiano di Napoli o di Torino, ma pure di Trieste, non sarà in conclusione consentito ricoprire l'incarico, ad esempio, di segretario comunale a Udine, ma indubitabilmente la norma si presterà ad altri abusi.
E così sarà per la scuola, ove si prevede, salvo espressa volontà di dichiarazione di volontà contraria da parte dei genitori, l'insegnamento curricolare del friulano, la stessa alfabetizzazione nello stesso idioma e pure l'insegnamento della matematica o della filosofia…
Qui va detto, a chi spesso si riempie la bocca di Europa, che tale previsione contrasta in realtà con la "Carta Europea" sulle lingue minoritarie (siglata dall'Italia assieme a tutti gli altri Stati membri del Consiglio d'Europa) la quale prevede all'articolo 7, punto G, che "in materia di lingue regionali o minoritarie, all'interno dei territori in cui queste lingue sono praticate e secondo la situazione di ogni lingua, le Parti dovranno fondare le loro politiche, la loro legislazione e le loro pratiche secondo i seguenti obiettivi e princìpi: (g) la messa a disposizione di mezzi che permettano ai non parlanti una lingua regionale o minoritaria abitanti l'area ove quella lingua è praticata, di apprenderla, se essi lo vogliono".
Quest'ultimo inciso è fondamentale e sta a dimostrare come, anche di fronte alle convenzioni europee, quella che viene presentato come un atto di tutela è in realtà un atto di arroganza e fuori dalle regole europee.
Settecento anni fa, Dante scriveva, nel capo primo del De vulgari eloquentia: "Habemus simplicissima signa", "abbiamo alcuni tratti fondamentali, in quanto agiamo come italiani, tratti di costumi, di abitudini, di lingua, rispetto ai quali si soppesano e si misurano le azioni italiane".
Di questa tradizione è parte il popolo friulano e di questa tradizione ci sentiamo figli anche come cittadini e legislatori, coerenti con un impegno civile, culturale, politico e nazionale, che non vuol vedere l'Italia ridotta a una Babele.
Roberto Menia
vicepresidente gruppo An alla Camera
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Posto con colpevole ritardo......mi pareva strano che non uscisse fuori il balilla della situazione a difendere il dogma dell'italianità.




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