Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Non sono d'esempio in nulla
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    Prima viene l'ebreo..poi Dio, Nostro Signore Gesù Cristo

    Giudeolatria, l'unica religione rimasta...conferme su conferme. Per i "cattolici" oggi prima viene la difesa degli uomini ebrei, poi l'amore per Dio (che vuole che gli ebrei siano cristiani..e non adorati). http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=259003

    ----------------------------------------------------------

    La protesta, dopo la decisione di Benedetto XVI di riammettere il rito Tridentino. Ci sono espressioni molto pesanti come: "Perfidi giudei". I cattolici inglesi frenano il "Papa". "La Mesa in latino è antisemita". Molti passi della liturgia latina comprometterebbero il dialogo con la comunità ebraica. Si teme che il ripristino del rito tridentino porti con sé altre novità sgradite.

    LONDRA - Perplessità e accuse di antisemitismo contro il ripristino della Messa in latino da parte dei cattolici del Regno Unito. La decisione di Benedetto XVI di autorizzare la celebrazione della Messa secondo il vecchio rito Tridentino nella lingua degli antichi romani, trova il disaccordo dei britannici che appartengono alla Chiesa romana, una comunità impegnata da anni in un cammino di riconciliazione e comprensione reciproca con gli anglicani e la comunità ebraica.

    Al centro dei dubbi l'espressione usata dalla liturgia preconciliare nei confronti del popolo ebraico, bollato nelle celebrazioni del Venerdì Santo come "i perfidi giudei". E' dal 1969, anno in cui divenne effettiva la disposizione del Concilio Vaticano II sulla celebrazione della messa nelle lingue nazionali e sulla revisione di parte della liturgia, che un'espressione del genere non rimbomba più tra le navate di una chiesa cattolica britannica. La questione ha spinto il cardinal Cormac Murphy-O'Connor, primate della chiesa di Inghilterra e Galles, ad inviare già la settimana scorsa una lettera in Vaticano per sottolineare come il cambiamento sia da considerarsi inutile.

    Una presa di posizione che rispecchia l'andamento di un dibattito interno alla comunità cattolica britannica che dura da mesi, da quando cioè venne fatta trapelare per la prima volta l'intenzione papale di dare nuova legittimazione al rito tridentino. Tra i passaggi più discussi, oltre all'espressione "perfidi giudei", quello in cui si afferma che gli ebrei vivono "nelle tenebre" e nella "cecità". Come anche la preghiera "affinché Nostro Signore sollevi il velo che copre i loro cuori ed essi riconoscano il Nostro Signore Gesù Cristo".

    Esistono anche timori che si tratti di un primo passo in direzione di ulteriori riforme del dettato conciliare, in particolar modo quelle rigudardanti la posizione del celebrante rispetto all'altare (prima del Concilio volgeva le spalle all'assemblea, stando in piedi davanti ad esso) e la facoltà di far leggere le Letture ai laici.

    Secondo le regole attualmente in vigore, l'autorizzazione alla celebrazione della messa in latino deve essere data dalle autorità ecclesiastiche britanniche sulla base di una precisa richiesta.

    "Seguiamo sempre le indicazioni di Roma", hanno confessato al quotidiano The Independent sacerdoti cattolici inglesi, "ma il fatto è che ancora adesso non sappiamo quali siano i nuovi indirizzi". Non si tratta solo di questo. "La questione fondamentale", sostiene il gesuita Keith Pecklers, "non è certo limitata alla sola liturgia. La cosa ha implicazioni ben più ampie per la vita della Chiesa". Dietro ci sarebbe il fatto che i fan della messa in latino "tendono ad opporsi al ruolo sempre più presente del laicato nella vita delle comunità parrocchiali, così come alla collaborazione con le altre confessioni cristiane ed al dialogo con ebrei e musulmani".

  2. #2
    Veritas Omnia Vincit
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    Tullia Zevi al Papa: così si mette a rischio il dialogo

    «Sperare nella conversione è legittimo ed è nella natura del cattolicesimo. Ciò che non è accettabile è operare per la conversione. O si converte o si dialoga. Per questo sono preoccupata per il ripristino deciso da Benedetto XVI della preghiera per gli ebrei “da convertire”». A parlare è una delle figure più autorevoli e rappresentative dell’ebraismo italiano: Tullia Zevi, già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. «C’è una
    premessa di fondo da fare - sottolinea Tullia Zevi - tutto quello che può servire a dissipare gli equivoci e a eliminare gli errori è importante ». segue a pagina 12

    Dalla prima pagina dell'Unità di oggi, lunedì 9.7.2007. Il resto non è ancora disponibile in rete...

  3. #3
    Veritas Omnia Vincit
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    Posto tutto l'articolo citato qui sopra. Il succo è che sia vietato pregare per la conversione dell'Israello - opera oltremodo antisemitica - e che - manco a dirlo - è meglio la compagnia degli evangelici Teo-con (con cui, magari, fare un Trilateral-dialogue) e i frammassoni valdesi. Evidentemente sono meglio le prescritte maledizioni quotidiane che una preghiera di conversione a N. S. una volta l'anno...
    ______________

    Tullia Zevi al Papa: così si mette a rischio il dialogo
    di Umberto De Giovannangeli

    «Sperare nella conversione è legittimo ed è nella natura del cattolicesimo. Ciò che non è accettabile è operare per la conversione. O si converte o si dialoga. Per questo sono preoccupata per il ripristino deciso da Benedetto XVI della preghiera per gli ebrei “da convertire”». A parlare è una delle figure più autorevoli e rappresentative dell’ebraismo italiano: Tullia Zevi, g presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. «C’è una premessa di fondo da fare - sottolinea Tullia Zevi - tutto quello che può servire a dissipare gli equivoci e a eliminare gli errori è importante».

    «PER QUESTO - sottolinea Tullia Zevi - è importante il dialogo interreligioso, perché nessuno può cedere o ottenere qualcosa senza una costante consultazione reciproca. Il mio timore è che questo bisogno di dialogo venga intorpidendosi».

    Partendo da questa impegnativa dichiarazione di principio, le chiedo: come si concilia la necessità del Fila flcio del dialogo interreligioso con il ripristino da parte di Papa Ratzinger della preghiera per gli ebrei «da convertire»?
    «O si converte o si dialoga. Io penso che sia importante insistere sul rapporto dialogico equipollente, in cui le due parti siano davvero equivalenti, e il dialogo sia veramente dialogico. La mia paura è che si attenui lo spirito dialogico. Mi pare che c’incontriamo poco e ci parliamo ancor meno. C’era un segretariato che doveva presiedere i rapporti religiosi tra cristianesimo ed ebraismo: Cosa sta facendo per favorire il dialogo? Bisognerebbe che si dessero una svegliata, che costruissero occasioni e luoghi di confronto! Penso anche a un trialogoco che coinvolga anche gli evangelici».

    Vorrei tornare sulla preghiera contestata, dalla quale è stato tolto il passaggio che parlava di «perfidi ebrei» , ma resta la preghiera della conversione. Ma questo può conciliarsi con il dialogo?
    «No, non può farlo. Nessuno gli può proibire di sperare, ma di chiedere no, di invocare neanche, la conversione. E nella natura del cristianesimo puntare alla conversione, ma ciò che è inaccettabile è operare per essa. Perché questo contrasta con la ricerca del dialogo. C’è poi un altro punto che andrebbe sottolineato...».

    Qual è questo punto, signora Zevi?
    «La ricerca della conversione è sempre unidirezionale, e quindi è di per sé sbilanciata. Perché noi ebrei non cerchiamo di convertire, per la verità non facciamo neanche degli forzi tremendi per trattenere...».

    Lei ha la sensazione che dietro a certi discorsi, dietro a certe «restaurazioni» liturgiche possa annidarsi il virus dell’antisemitismo?
    «Non ci sono sintomi esteriori, la speranza di convertire direi che è insopprimibile, perché è la natura del cristianesimo, una religione evangelica, apostolica e “conversionista”. Il cristianesimo, soprattutto il cattolicesimo, chiama a sé. L’importante è che questo “ardore” conversionista non tracimi, non si faccia aggressivo fino a vanificare le ragioni del dialogo. Da questo punto di vista, non vi è dubbio che i rapporti con i valdesi sono meno complicati. Mi lasci aggiungere che questa ricerca del dialogo ha come premessa fondamentale la conoscenza dell’altro da sé: per questo continuo a ritenere fondamentale il ruolo della scuola, che sempre più deve divenire luogo di dialogo e non di evangelizzazione».

    Sin qui abbiamo riflettuto sul rapporto interreligioso, sulle speranze e i timori per un suo fecondo sviluppo. Ma c’è qualcosa in più, una sfida di progresso alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi?
    «il salto di mentalità che dovremmo compiere tutti insieme, al di là delle appartenenze religiose, culturali o politiche, è quello di passare da una cultura della tolleranza a una cultura del dialogo. La tolleranza deve finalmente lasciare il passo al dialogo paritetico tra maggioranze e minoranze. C’è ancora molta strada da fare, ma bisogna proseguire su questo sentiero».

  4. #4
    Veritas Omnia Vincit
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    Dal Corriere di oggi, martedì 10.7.07. Continua l'offensiva della sinagoga al rito tridentino. Antisemiti i fedeli della S. Messa di sempre...
    __________________

    Giuseppe Laras commenta il «motu proprio» con cui il Pontefice ha reintrodotto il vecchio rito e la preghiera per la conversione

    Messa in latino, protesta degli ebrei


    Il presidente dei rabbini: «Il messale di Ratzinger alimenta l'antisemitismo»

    MILANO — «Ci ho creduto e ci credo ancora, al dialogo. Ci mancherebbe. Però questo è un colpo forte, si torna indietro. Molto indietro. Il motu proprio del Papa, la piena cittadinanza al Messale con la preghiera per la "conversione" dei giudei suona assai pericolosa. Anche se è facoltativa, può alimentare e incoraggiare l'antisemitismo: se li si vuole fare uscire dall'" accecamento", come dice il testo, significa che gli ebrei sono fuori dalla luce. E da lì alla storia dei deicidi il passo è breve». Il professor Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano nonché presidente dell'Assemblea rabbinica italiana, è quanto di più lontano da un "falco" si possa immaginare.
    È una delle grandi anime dell'ebraismo italiano, docente di storia del pensero ebraico alla Statale, e ha passato la vita a favorire il confronto con i cattolici.
    Arrivò a Milano come rabbino capo all'inizio del 1980, gli stessi giorni in cui faceva il suo ingresso come arcivescovo il cardinale Carlo Maria Martini. L'amicizia tra i due, i momenti di incontro e di meditazione biblica comune hanno portato Milano all'avanguardia del dialogo fra ebrei e cristiani. Non è insomma il tipo da soffiare sul fuoco. Per questo il suo allarme è tanto più importante. «Non spetta a noi approvare o criticare i documenti papali, ma credo sia consentito fare delle riflessioni ». Laras parla piano, medita parola per parola, sembra un po' scosso, «appena letto il testo, ho capito che non è una cosa da prendere alla leggera ».
    Il problema è la ripresa decisa da Benedetto XVI del Messale romano in latino, seppure nella versione emendata nel 1962, e con esso la preghiera del Venerdì Santo, il giorno della Crocifissione e morte di Gesù. Eliminate le espressioni «perfidi giudei» e «perfidia giudaica», si prega tuttavia «per la conversione degli ebrei» e resta l'invocazione al Signore «perché tolga il velo dai loro cuori», come il riferimento all'«accecamento di quel popolo» e alle «tenebre» in cui si trova. E questo «è un passo indietro rispetto a Paolo VI, che aveva cancellato quei passi, e un passo indietro nel dialogo, c'è poco da fare», sospira il rabbino. Il pericolo è duplice: «Da una parte i cristiani potrebbero sentirsi incoraggiati a covare sentimenti antisemiti. Dall'altra si favoriscono coloro che hanno sempre remato contro il dialogo sia fra i cattolici sia fra gli ebrei. Un dialogo che era già
    abbastanza delicato e fragile ». Laras, per parte sua, ne sa qualcosa: «Come fra i cristiani, anche nell'ambito dell'ebraismo ci sono componenti che non hanno mai creduto al confronto. Quelli che dicono:
    Da qui alla storia dei deicidi il passo è breve. Così si torna molto indietro è solo un artificio dei cattolici per attirare gli ebrei e convertirli. E ora arriva questo documento! Tanti sforzi, tanti anni a convincere le due parti ad avvicinarsi e adesso non si può più fare niente...». Obiezione: ma non è ovvio che ogni religione cerchi di affermare la propria verità? Non sarebbe ipocrita fingere il contrario? «Ma per carità, con questa linea conversionistica non si va da nessuna parte. Anzi, da una parte sì, specie di questi tempi: il fondamentalismo, le guerre di religione ». Non è questione di relativismo o meno, considera Laras: «L'atteggiamento di chi pensa che le fedi siano tutte uguali è un'altra faccenda. È chiaro che io affermi i miei convincimenti. Ma non posso usarli per cercare di imporre agli altri la mia fede. Per dire: sono un detentore della verità e voi non contate niente, siete nelle tenebre, vi faremo abbracciare la vera fede! Piuttosto, con molta diplomazia e dolcezza, cerco di mostrare agli altri la bellezza della mia fede. Ma gli inviti alla conversione, per carità...Senza contare che gli ebrei, sull'argomento, sono ipersensibili: e ne hanno ben donde...».
    Così lo studioso Laras non capisce perché lo studioso Ratzinger abbia fatto questo. «Ho sempre detto e scritto che Benedetto XVI segue la linea di Giovanni Paolo II, in direzione del dialogo, e non ho cambiato idea. Per questo sono perplesso. Benedetto XVI è un teologo, un intellettuale, sa valutare le conseguenze. Capisco che il Papa volesse ricomporre la frattura con i tradizionalisti, è un grosso problema. Ma pensare di sanare quella ferita scavando nel rapporto tra ebraismo e cristianesimo è una mossa sbagliatissima. Se mi passa l'espressione sportiva, un autogol».
    Ora la Chiesa dovrebbe chiarire: «Continuerò a lavorare per il dialogo. Quello vero, che non vuole eliminare le differenze dottrinali, ognuno rimanga nella propria fede!, ma guarda ai tanti punti che abbiamo in comune: la matrice biblica, gli interessi in direzione della pace, la lotta alle ingiustizie. Sono preoccupato e deluso ma penso si debba andare avanti. Però ci vuole un chiarimento: spieghino, ci spieghino. Soprattutto in questo momento, nel mondo, non c'è davvero bisogno di stimolare l'antisemitismo». Il rabbino Laras fa una pausa. E tira ancora un lungo sospiro: «C'è una massima dei maestri molto importante, che ricordo sempre anzitutto a me stesso. Dice: chi è la persona saggia? Colui che sa prevedere il futuro. Non significa scrutarlo come gli indovini, ma saper valutare ciò che dalle proprie azioni o parole potrà venire. Ecco: mai come in questo momento bisogna essere saggi».

    © Copyright Corriere della sera, 10 luglio 2007

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Passatore
    «Sperare nella conversione è legittimo ed è nella natura del cattolicesimo. Ciò che non è accettabile è operare per la conversione. O si converte o si dialoga. Per questo sono preoccupata per il ripristino deciso da Benedetto XVI della preghiera per gli ebrei “da convertire”».
    che ingrati! invece di ringraziarci...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Passatore
    «Ma per carità, con questa linea conversionistica non si va da nessuna parte. Anzi, da una parte sì, specie di questi tempi: il fondamentalismo, le guerre di religione ». Non è questione di relativismo o meno, considera Laras: «L'atteggiamento di chi pensa che le fedi siano tutte uguali è un'altra faccenda. È chiaro che io affermi i miei convincimenti. Ma non posso usarli per cercare di imporre agli altri la mia fede.
    è davvero ridicolo il modo di ragionare di questa gente!
    In pratica si possono "affermare i propri convincimenti" ma non si può, con ciò convincere gli altri dei propri convincimenti...
    E dunque chi - con le parole - cerca di far "cambiare idea" a qualcuno (facciamo finta che non si parli di religione, ma di un argomanto qualsiasi - se vogliamo fare i "relativisti" facciamoli fino in fondo) sarebbe uno che cerca "di imporre" la proria idea (o fede).
    E meno male che questi signori sarebbero "democratici" e credono nella libertà di opinione e nel fatto che la "verità" possa nascere dal libero e democratico dibattito...
    sono proprio ridicoli...

    il problema è che loro non hnno interesse a "convertire" nessuno, visto che la loro "fede" (o "ideologia"?) si basa su presupposti razziali non "trasmissibili" per convincimento o convinzione ma solo per nascita...

  7. #7
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    Predefinito Il giudeo-cristianesimo. Giudeo-cristiani e giudaizzanti

    "sì sì no no"
    N° 19 - 15 Novembre 2007
    a cura di Agobardo

    IL GIUDEO-CRISTIANESIMO. GIUDEO-CRISTIANI E GIUDAIZZANTI

    Oggi si parla molto (e a sproposito) di origini giudaico-cristiane dell’ Europa. Dal punto di vista teologico e di fede (dacché sine Fide non remanet theologia) tale termine è erroneo e contraddittorio in se stesso (è come parlare di un cerchio-quadrato). Cerchiamo di vedere che cosa ci dice la Rivelazione, la Patristica e il comune insegnamento dei teologi ed esegeti approvati su questo argomento.
    Il termine “giudeo-cristiani” alle origini del Cristianesimo si applica in senso stretto ai “cristiani nati ebrei, i quali ritenevano che la Legge cerimoniale dell’Antico Testamento non fosse abrogata e sono entrati così in conflitto non solo con san Paolo ma con il Cristianesimo stesso”[1]. Mentre la parola “giudaizzanti” etimologicamente indica “i pagani convertiti al Cristianesimo che imitavano i costumi ebraici […] e ritenevano obbligatoria per salvarsi l’osservanza, totale o parziale, della Legge [cerimoniale] mosaica; di fatto, però, furono quasi tutti cristiani di sangue ebraico”[2].
    Le pretese giudeo-cristiane si fondavano – materialmente ed erroneamente – sulle promesse fatte da Dio ad Abramo e ai Patriarchi, sul fatto che il Messia, nato dalla razza ebraica, avrebbe stabilito sulla terra un regno, il quale era quello di Israele, e che Cristo era venuto per compiere la Legge dell’antico Israele. Il giudeo-cristianesimo (di cui si parla tanto oggi, teologicamente e politicamente, senza definirne il significato) voleva così “ricalcare il Cristianesimo sul giudaismo, chiedendo ai popoli di affiliarsi – tramite la circoncisione [e le altre osservanze della Legge cerimoniale] – alla nazione ebraica[3]. Inoltre i proseliti o convertiti dal paganesimo, secondo i giudeo-cristiani, sarebbero stati cristiani di seconda serie, con un’ inferiorità ontologica nell’ordine della salvezza.
    Dio stesso intervenne visibilmente a dirimere la gravissima questione affinché la Chiesa rispondesse immediatamente e fermamente a quest’insidia che minacciava di soffocare l’universalità della Redenzione.
    COME IL GIUDEOCRISTIANESIMO FU ESPULSO DALLA CHIESA
    a) Il battesimo del centurione romano Cornelio (Atti X-XI)
    Un angelo appare in Cesarea al pio centurione Cornelio della coorte Italica perché invii dei messi in Joppe a Simone soprannominato Pietro. Questi, intanto, rapito in estasi, vede calare dal cielo un grande lenzuolo contenente animali di ogni specie, inclusi quelli dichiarati impuri dalla Legge mosaica; una voce gli ordina: “Uccidi e mangia!”, ma Pietro protesta: “Non sia mai, o Signore! Nulla, infatti, ho mai mangiato di profano e d’impuro”. La voce gli replica: “Ciò che Dio ha purificato tu non chiamarlo impuro”. La visione si ripete tre volte, ma resta un mistero per Pietro finché non giungono i messi del centurione Cornelio. Egli li segue e non esita ad entrare nella casa di questo incirconciso dicendo: “Voi sapete come è illecito ad un giudeo l’unirsi o accostarsi a uno straniero, ma Dio mi ha insegnato a non chiamare profano o impuro alcun uomo” e, quando sa dell’angelo apparso a Cornelio, esclama: “In verità, io riconosco che Dio non fa distinzione di persone, ma in ogni nazione chi lo teme e opera la giustizia è accetto a Lui!”. Mentre Pietro annunzia il perdono dei peccati per chiunque crede in Nostro Signore Gesù Cristo, lo Spirito Santo discende sugli incirconcisi che lo ascoltano con grande stupore dei “fedeli della circoncisione”, cioè dei cristiani provenienti dal giudaismo venuti con Pietro e questi domanda loro: “Può alcuno mai negare l’acqua del Battesimo a questi che ricevettero lo Spirito Santo come noi?”.
    L’episodio di Cornelio attesta che dei pagani sono entrati, per ordine di Dio, nella Chiesa senza passare per la circoncisione e quindi per la Sinagoga. Si può essere cristiani senza essere ebrei di sangue (giudeo-cristiani) e senza neppur sottomettersi al cerimoniale ebraico (giudaizzanti). L’antica Legge è stata abrogata, il “muro di separazione” (Ef., II, 14) tra ebrei e gentili è caduto, la Chiesa è aperta a tutti, senza distinzione o primati di razza, non ci sono “fratelli maggiori” o minori, ontologicamente parlando.
    b) Il Concilio di Gerusalemme (Atti, XV; Gal. II, 1-10)
    «Quando Pietro fu risalito a Gerusalemme, i [cristiani] venuti dalla circoncisione si misero a litigare con lui dicendo:“Sei entrato da uomini incirconcisi e hai mangiato con loro”». Udito, però, da Pietro l’ intervento divino “si calmarono e glorificarono Dio dicendo: “Dunque anche ai Gentili Dio ha concesso il ravvedimento e la vita”. Quando, però, Barbara e Paolo compiono nuove e numerose conquiste tra i pagani, il fermento si riaccende più vivo: «alcuni, venuti dalla Giudea, presero a insegnare ai fratelli: “Se non venite circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete salvarvi”». Ne nasce “non piccolo contrasto” con Paolo e Barnaba, i quali salgono a Gerusalemme affinché gli Apostoli definiscano tale questione. Ha luogo così il primo concilio nella storia della Chiesa, il quale, fondandosi sul battesimo di Cornelio e della sua famiglia (“Dio… ha sentenziato a loro favore dando loro lo Spirito Santo siccome a noi, e non ha fatto differenza alcuna fra noi e loro purificando con la fede i loro cuori”) riconobbe ai gentili la libertà di entrare nella Chiesa, senza passare per il giudaismo; essi non sarebbero neppure stati dei “fratelli minori”, né minorati, ossia non avrebbero avuto un rango secondario nella Chiesa.
    c) L’incidente di Antiochia (Gal. II, 11-21)
    Pietro, venuto in Antiochia mangia con i cristiani provenienti dal paganesimo. Ma poi, giunti alcuni giudeo-cristiani da Gerusalemme, se ne astiene “per timore dei circoncisi” e attira nella “sua simulazione” anche Barnaba ed altri Giudei, quasi che essi si credessero ancora obbligati dalle osservanze legali mosaiche. Paolo, mosso da zelo apostolico, in pubblica adunanza rimprovera a Pietro l’incoerenza della sua condotta. Noi – egli dice in sostanza – benché Giudei di origine, sapendo che per la salvezza a nulla giovano le osservanze della Legge mosaica, ma è necessaria la fede, abbiamo creduto in Gesù Cristo lasciando le osservanze legali. Come possiamo, dunque, obbligare i Gentili alle osservanze che noi abbiamo con ragione lasciate? Se noi ritornassimo alla Legge, dicendo che essa è necessaria alla salvezza, noi riedificheremmo ciò che prima abbiamo demolito, e con ciò stesso ci riconosceremmo colpevoli di trasgressione. No – conclude l’Apostolo – io non voglio render vana la grazia che Dio ci ha fatta in Gesù Cristo, perché se tornassi alla Legge mosaica come se essa potesse salvarmi, Gesù Nostro Signore sarebbe morto invano.
    I cristiani, provenienti dal paganesimo, dunque, si salvano senza obbligo di sottomettersi alla Legge cerimoniale mosaica; basta la fede in Gesù Cristo e la carità (le buone opere). Anche i cristiani, provenienti dal giudaismo, si salvano per la medesima via, né il sangue conferisce loro una dignità ontologica maggiore. San Paolo insegna che “la circoncisione è nulla” (Gal. VI, 15) e che ciò che salva è “la fede che agisce mediante la carità” (Gal. V, 6).
    Così il giudeo-cristianesimo fu espulso dalla Chiesa, mentre oggi si cerca di farvelo rientrare con la teoria dei “fratelli maggiori”, dell’Antica Alleanza “mai revocata”, delle radici “giudaico-cristiane” dell’Europa e facendo celebrare ai poveri fedeli sprovveduti la Pasqua giudaica in diverse parrocchie cattoliche. Occorre fare attenzione perché il vecchio errore non si riproduca. La “catastrofe” (in ebraico shoah) più grande sarebbe proprio il ritorno del “giudeo-cristianesimo” o la “nuova giudaizzazione”della Chiesa. Non bisogna perciò dimenticare la dottrina apostolica e occorre mantenere alta la guardia e riprovare ogni forma di discriminazione di stampo giudaico-cristianista, che sarebbe, in quanto particolarismo razzista, un vero peccato contro l’umanità intera a favore di una nazione o di un popolo. San Paolo nell’epistola ai Romani insegna che “il ruolo d’ Israele è oramai finito. Dio, irritato dalla sua condotta, l’ha abbandonato. Verrà un tempo in cui un resto d’Israele si salverà. Ora le promesse divine passano ai gentili”[4].
    IL GIUDEO-CRISTIANESIMO NELLA DIVINA RIVELAZIONE
    La dottrina sul pericolo del giudeo-cristianesimo è esposta specialmente nelle Epistole di san Paolo. Questi nel suo secondo viaggio apostolico (nel 50 circa) arrivò nella Galazia del nord (con capitale Ankara). Ritornandovi tre anni dopo, si accorse che coloro che aveva evangelizzato nel primo incontro, si “erano lasciati abbindolare dai fanatici giudeo-cristiani, abbracciando le pratiche del giudaismo (circoncisione, ecc.) quasi necessarie alla salvezza”[5]. Dunque, da Efeso (nel 54 circa) s. Paolo – divinamente ispirato - scrive loro confutando gli errori del giudeo-cristianesimo e dei giudaizzanti.
    Nell’Epistola ai Galati insegna: “Mi meraviglio che così presto vi siete allontanati da Colui che vi ha chiamato nella grazia di Cristo, passando ad un vangelo diverso…, vi sono alcuni che gettano lo scompiglio in mezzo a voi e si propongono di stravolgere il Vangelo di Cristo. Ora se anche un Angelo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che noi stessi vi abbiamo annunciato, sia anatema!” (I, 6-8).
    I Padri, i Dottori e gli esegeti approvati nella Chiesa spiegano in tal senso il passaggio paolino: i giudaizzanti disertano e abbandonano il Vangelo di Cristo, predicato dai suoi Apostoli, per aderire ad un altro vangelo contrapposto a quello cristiano. Il giudeo-cristianesimo vuole disertare o abbandonare Dio, che chiama gli uomini nella grazia ottenutaci da Cristo con la sua Passione e morte, e rimpiazzarlo con l’osservanza delle cerimonie legali antiche. La salvezza, invece, si ottiene solo grazie alla fede in Cristo (vivificata dalla carità). I giudaizzanti sono bestemmiatori e votati alla dannazione; tal è, infatti, il significato dell’anatema (v. 8) equivalente all’herem ebraico, che designava gli scomunicati come votati alla perdizione per motivi religiosi. Neppure un Apostolo e s. Paolo stesso potrebbe sfuggire alla dannazione, se predicasse il contro-vangelo giudeo-cristiano[6].
    Nel capitolo II ai versi 3-4, l’Apostolo ricorda che nel 50 circa era salito al concilio apostolico di Gerusalemme assieme a Tito, il quale, essendo greco, non era circonciso. I giudaizzanti gridarono allo scandalo, poiché la presenza di un incirconciso a Gerusalemme e ad un concilio era ritenuta da loro intollerabile e quindi chiesero che fosse circonciso. Ma Paolo vi si oppose recisamente perché Nostro Signore Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù della Legge mosaica: “Ad essi noi non cedemmo neppure un istante affinché si conservasse intatta la verità del Vangelo”.
    L’Apostolo qualifica i giudaizzanti come “falsi fratelli intrusi” (v. 4), [non maggiori], “che si erano infiltrati per attentare alla libertà nostra, che abbiamo in Gesù Cristo, e renderci schiavi” (v. 4). Il loro scopo, cioè, era d’imporre la Legge giudaica come necessaria alla salvezza, negando così valore alla grazia che rende liberi dal peccato in Gesù Cristo. I cristiani giudaizzanti più che a Cristo credevano al vecchio cerimoniale mosaico, ma l’antico cerimoniale è oramai – con l’avvento di Gesù – incapace di santificare; esso è stato rimpiazzato dalla grazia di Cristo in virtù dei Suoi meriti: “Se la giustificazione vien dalla Legge cerimoniale [mosaica], certamente Gesù è morto invano o senza scopo” (v. 21). Il giudeo- cristianesimo è l’annullamento radicale e totale del Sacrificio di Gesù e della grazia cristiana che ne deriva; in breve è l’apostasia e la distruzione del Cristianesimo apostolico: “Se vi lasciate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla” (V, 2).
    * * *
    È evidente che, propriamente parlando, l’Europa non ha “radici giudeo-cristiane”, ma ha radici cristiane semplicemente. Né ha solo “radici”, perché l’albero del Cristianesimo, sempre in piedi e vitale, continua a produrre foglie, fiori e frutti per le anime di buona volontà, malgrado l’apostasia degli Stati e delle istituzioni pubbliche e malgrado che questa apostasia abbia finito con l’investire ai nostri giorni anche parte del mondo cattolico.
    È altresì evidente che il Cristianesimo è per sua natura universale e, pur avendo difeso questa sua universalità dall’insidia del giudeo-cristianesimo, resta nondimeno aperto a tutti, inclusi gli ebrei che credono in Cristo e attendono la loro salvezza dai Suoi meriti, e non dalla razza e dalle pratiche giudaiche.
    Agobardo

    [1] F. Vernet, voce Juifs et Chrétiens in Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique, vo. II, col. 1654, Parigi, Beauchesne, 1911.

    [2] Ibidem.

    [3] Ivi, col .1655.

    [4] D.A.F.C., art. cit., col. 1656.

    [5] F. Spadafora, San Paolo: le Lettere, Genova, Quadrivium, 1990, p. 30.

    [6] I testi dei Padri possono essere consultati in Cornelius A Lapide, Commentarii in Sacram Scripturam. Epistolas sancti Pauli Apostoli, Amsterdam, 1681; come pure in san Tommaso d’aquino, Super Epistolas Sancti Pauli Lectura, 2 voll., Torino, Marietti, 1951.





    Indice argomenti Anno XXXIII N° 19 - 15 Novembre 2007



 

 

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