Risultati da 1 a 5 di 5

Discussione: G. Deleuze-F. Guattari

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito G. Deleuze-F. Guattari


    OMNIA SUNT COMMUNIA


    EDITORIA FRANCIA FRANÇOIS DOSSE, BIOGRAFIA «CROISÉE»
    Con Guattari
    Sessantotto duale
    Storico all’Istituto universitario di Créteil, Dosse prende
    di petto la scrittura di Gilles Deleuze, in coppia
    con Félix Guattari: non imbarazzante coabitazione
    per lui, ma efficace strategia «di flusso»
    tra politica e psicoanalisi, «rivelata» dal maggio parigino
    di Marco Dotti
    Sotto molti, forse troppi
    aspetti, l’amicizia, il lavoro e la collaborazione
    fra Gilles Deleuze e Félix
    Guattari presentano ancora oggi
    dei nodi irrisolti, tanto sul piano critico
    e filosofico, quanto su quello
    più strettamente biografico. Come
    è stato possibile che, ben oltre differenze
    di sensibilità, formazione, vita
    e stile tanto evidenti fra i due autori,
    una costruzione intellettuale
    comune si sia sviluppata ed espressa,
    dal 1969 al 1991, in libri di forte
    impatto culturale (e, almeno nel primo
    caso, anche sociale) come l’Anti-
    Edipo, Kafka. Per una letteratura
    minore, Millepiani o, più problematicamente,
    Che cosa è la filosofia? Sono
    domande che spesso, per la verità,
    gli studiosi deleuziani tendono a
    eludere, distogliendo lo sguardo da
    Guattari, figura che ancora genera
    imbarazzo, in particolare negli ambienti
    universitari italiani. In un certo
    senso, oltre alle questioni strettamente
    tecniche o filosofiche, ancora
    riesce difficile accettare l’esatto
    ruolo e il preciso contributo di Félix
    Guattari nella redazione dei quattro
    libri scritti in collaborazione con Deleuze,
    il che equivale a non comprendere
    la strategia e la conseguente
    logica di disorientamento messe
    in opera proprio dalla scrittura a
    due e dal rapporto di reciproca e costante
    stimolazione intellettuale.
    Sia Deleuze, sia Guattari, più volte
    interrogati in proposito, rispondevano
    che, con tutta probabilità, il lavoro
    a quattro mani aveva dato vita
    non a una sorta di «altra firma» (ironicamente,
    alcuni giornali avevano
    parlato di un «Guattareuze»), ma a
    un processo di scrittura «per flussi».
    Proprio quella di «flusso», osservava
    Deleuze, si sarebbe rivelata una nozione
    necessaria e capace, grazie alla
    sua assenza di qualificazione, di
    «superare le dualità» del gioco e della
    scrittura entre-deux. «Potrebbe
    trattarsi di un flusso di idee, di parole,
    di denaro» o, in definitiva, di un
    desiderio – «desiderare consiste in
    questo: fare dei tagli, lasciare scorrere
    certi flussi» –, concetto chiave del
    loro ventennale progetto su «capitalismo
    e schizofrenia». E «fabbricare
    concetti», avrebbero scritto in Che
    cosa è la filosofia?, l’ultimo lavoro,
    del 1991, è precisamente il compito
    della filosofia. Rispondendo a una
    domanda di Maurice Nadeau, l’ex
    surrealista direttore della «Quinzaine
    littéraire», Guattari aveva precisato
    che la collaborazione con Deleuze
    non era affatto «il risultato di un
    semplice incontro fra individui». Si
    trattava, caso mai, pur preservando
    ognuno le proprie soggettività e prerogative
    di ricerca, di «mettere in comune
    non tanto un sapere quanto
    un cumulo di incertezze e un certo
    smarrimento di fronte alla piega
    che avevano assunto gli eventi, dopo
    il maggio Sessantotto». Da parte
    sua, Deleuze riprendeva l’immagine
    dell’anti-Edipo come di un «libro-
    flusso», ammettendo però che
    «quanto alla tecnica di scrittura,
    non ha posto particolari problemi».
    Precisamente a questa tecnica di
    scrittura e al contesto in cui è stata
    progressivamente (e faticosamente,
    si apprende dal loro epistolario) elaborata,
    accenna François Dosse, in
    un lavoro documentario di grande
    interesse apparso di recente in Francia,
    per i tipi della Découverte. Al titolo
    del libro, Gilles Deleuze et
    Félix Guattari (pp. 645, 29,50),
    Dosse ha pensato bene di aggiungere
    un sottotitolo che, coniugato al
    singolare, suona già come una proposta
    di metodo: Biographie croisée,
    biografia incrociata. Una biografia
    tout court, ovviamente, molto
    preziosa soprattutto nelle parti dedicate
    alla formazione culturale di
    Guattari, ai suoi rapporti con l’Autonomia
    italiana o con il gruppo americano
    di Semiotexte, e a quelli, non
    sempre amichevoli, fra Deleuze e
    Foucault; parti che Dosse intreccia
    fra loro,ma senza perdere mai di vista
    il suo obiettivo primario: indagare
    sulla nascita della loro «scrittura
    in comune» e sullo sviluppo della loro
    tecnica.
    Proprio ricostruendo con precisione
    le circostanze dell’incontro
    fra Deleuze e Guattari, Dosse riesce
    a fornire informazioni molto interessanti
    su questa tecnica, «rivelata soltanto
    a metà» dai due autori nei numerosi
    dibattiti che seguirono alla
    pubblicazione del loro primo libro,
    nel 1972. Storico e professore all’IUFM,
    l’istituto universitario di
    Créteil, Dosse conosce bene le insidie
    della ricostruzione biografica: infatti,
    oltre ad avere pubblicato una
    imponente storia dello strutturalismo
    e lavorato alle biografie di Paul
    Ricoeur eMichel de Certeau, è autore
    di un libro molto interessante, Le
    pari biographie. Ecrire une vie, apparso
    nel 2005, dedicato precisamente
    ai problemi aperti dallo scrivere,
    o riscrivere, la vita degli altri. A
    tal proposito, nel 1968, osserva Dosse,
    Deleuze e Guattari si muovono
    «in galassie differenti» e nulla lascia
    presagire un loro incontro. Anche
    in questo caso, Dosse è molto preciso
    non solo nella ricostruzione delle
    rispettive biografie, ma soprattutto
    nell’individuare, restituendone perfettamente
    l’umore e il contesto, la
    situazione che ha determinato il loro
    incontro: cioè il maggio ’68, «un
    momento di tale intensità che ha reso possibile gli incontri più
    improbabili», un momento di «rottura instauratrice».
    Abituato al rigore degli studi accademici, sul finire degli anni
    sessanta, Gilles Deleuze aveva già pubblicato gran parte dei
    suoi studi più importanti, da quello su Hume, Empirismo e soggettività,
    del ’53, fino a Differenza e ripetizione e Logica del senso
    che risalgono, rispettivamente, al ’68 e al ’69. Guattari, invece,
    appariva al culmine di uno smarrimento, tormentato dalla
    incapacità di scrivere, e di tenere banco alle tante idee che gli
    si affollavano nella testa. Nel corso di un «itinerario a metà fra
    psicoanalisi e politica», che lo aveva visto lentamente spostare
    il suo campo di interesse dalla medicina alla psicoanalisi lacaniana,
    guidato in gran parte da Jean Oury (lo psichiatra col quale
    collaborerà presso la clinica de La
    Borde), nel 1965 Guattari aveva creato
    la Fédération des groupes d’étude
    et recherche institutionnelles, ma
    ciò che gli mancava – si legge in una
    lettera indirizzata a Deleuze – era la
    capacità di uscire da una certa impasse
    di scrittura. Nel maggio del
    ’69, Deleuze gli avrebbe risposto di
    sentire profondamente che «siamo
    amici, anche prima di conoscerci.
    Ma mi permetta di insistere su un
    punto: lei crea e maneggia un certo
    numero di concetti complessi molto
    nuovi e importanti». Ciò che sembrava
    necessario a Deleuze, osserva
    Dosse, era un affinamento di quegli
    stessi concetti su un piano teorico.
    L’incontro con lui servì a Guattari
    per proseguire il suo lavoro di «contestazione
    del lacanismo su due
    punti: la triangolazione edipica e il
    carattere riduzionista della sua tesi
    sul significante», e lo aiutò a sbloccarsi.
    Tutto il resto, prosegue Guattari,
    «è venuto da sé», compreso il libro
    Psicoanalisi e trasversalità, apparso
    nel ’72, con una premessa
    proprio di Deleuze. Al tempo stesso,
    l’incontro con Guattari permise
    a Deleuze di «entrare in contatto
    con una serie di concetti e di idee a
    lui non propriamente familiari». Più
    che attraverso il dialogo, Deleuze e
    Guattari iniziarono a lavorare scambiandosi
    i testi e dando vita a una
    sorta di elaborazione e continuo inseguimento
    epistolare. Guattari,
    che amava lavorare in gruppo e la
    cui mente, osserva Dosse, «sembrava
    funzionare solo in gruppo», si sottopose
    a una sorta di isolamento volontario,
    scrivendo e riscrivendo
    per ore e ore le pagine di quello che,
    in seguito, sarebbe diventato l’Anti-
    Edipo, indubbiamente la pietra miliare
    del loro lavoro a venire. Furono
    anni di «euforia creativa» che solo
    la pubblicazione di Millepiani,
    nel 1980, esaurì quasi del tutto.
    Nel ’92, poco dopo la scomparsa
    di Guattari, Deleuze rievocherà la loro
    esperienza parlando di quell’amicizia
    che «fu, fino alla fine, una fonte
    di scoperte e di gioia». «Ciò che è
    disarmante nel ricordo di un amico
    morto», scriveva Deleuze, «sono i gesti
    e gli sguardi che ancora ci colgono,
    che ancora ci arrivano quando è
    morto». «È come se mi avessero tagliato
    un braccio», dirà poche settimane
    prima di gettarsi dalla finestra,
    nel 1995.

    BERSAGLI
    F I L O S O F I A
    Henri Maldiney,
    fenomenologo smembrato
    di Andrea Cavalletti
    «L’evento è un esistenziale». Scritte
    alla fine di uno dei più bei saggi
    di Henri Maldiney, queste parole
    lasciano l’impressione di un vero
    motto: di una formula che poteva
    apparire soltanto in quel punto,
    quale esito di un movimento singolare
    e complesso che essa però
    non chiude (secondo la funzione
    del sigillo letterario nella saggistica
    filosofica) bensì abbrevia e rende
    nuovamente possibile. Occorrerebbe
    forse riflettere, sulla scia di
    Jolles, sulla forma del motto filosofico,
    sull’esigenza che il pensiero
    vi manifesta e ripone. In questa
    frase precisa, in ogni caso, si esprime
    una delle grandi imprese filosofiche
    contemporanee: sebbene
    da noi non sia molto noto, Maldiney
    (1912) è non solo uno di coloro
    che hanno introdotto la fenomenologia
    in Francia, ma anche il
    protagonista di un vero e proprio
    rivolgimento nel cuore dell’ontologia
    heideggeriana. Se nel primo
    Lévinas la potenza anonima dell’il
    y a sconvolge l’analitica esistenziale
    di Essere e tempo, egli dà luogo,
    in Penser l’homme et la folie
    (1991), a un esperimento simile,
    anche se forse non altrettanto radicale,
    piegando la struttura del Dasein
    alla potenza dell’evento.
    Con un originale ritorno alla fenomenologia
    di Husserl, rileggendo
    Binswanger e Leopold Szondi, rifacendosi
    soprattutto a Erwin
    Straus, riprendendo la categoria di
    Gestalt e il concetto di «patico»
    dall’antropologia di Viktor von
    Weizsäcker (autore tradotto in
    Francia, nel 1958, da Michel Foucault),
    attingendo alla linguistica
    modale di Guillaume e intrecciando
    Daseinanalyse e fenomenologia
    hegeliana («Il pensiero di Hegel
    è un pensiero di stile melanconico,
    un pensiero melanconico
    riuscito», recita un’altra sua frasemotto),
    Maldiney ha pensato la
    presenza stessa dell’esserci come
    apertura all’evento: «Non è presenza
    in quanto è essere-nel-mondo
    in vista di sé, in quanto è progetto,
    cioè possibilizzazione della propria
    fatticità, ma in quanto è transpassibilità
    aperta all’inatteso, a
    ciò che eccede ogni apriori». L’intenzionalità
    di Husserl o la trascendenza
    che in Heidegger definiva
    l’esserci come essere-nel-mondo
    non vengono qui, come in Lévinas,
    sostituite da una «passivité en
    deça de toute passivité», da una
    trascendenza oltre ogni ontologia;
    se l’esserci è segnato da un fondamentale
    patire l’evento, questo
    patire è invece al di là di ogni passività,
    è «trans-passibilità» nei confronti
    di quel che non appartenendo
    al mondo ogni volta dischiude
    il mondo. Non quel che progettiamo,
    né ciò che possiamo attendere,
    l’evento è, oltre ogni possibile,
    il «trans-possibile a cui il sé si apre
    nella propria trans-passibilità».
    Costitutivamente aperto alla presenza
    e all’inatteso, l’esistere non
    sarà quindi «sempre fattizio» (immer
    faktisch) ma in un continuo
    stato di crisi o di trasformazione. E
    in questa crisi il sé può ogni volta
    «rinascere di slancio» oppure perdersi.
    La trasformazione può diventare
    catastrofica, l’evento pietrificarsi
    nel trauma. Ora, per l’analisi
    fenomenologica, che innanzitutto
    sospende la distinzione tra normale
    e patologico, e che tenta di far
    propria la domanda immanente
    all’esistenza dello psicotico, la follia
    non è che una modalità, difettiva,
    dell’esserci. Se la crisi non viene
    più integrata, se il movimento
    si immobilizza, il mondo si chiude
    nella psicosi. «Tanto più sorda è
    un’esperienza, tanto meno gioco
    essa concede». Maldiney osserva il
    dipinto di uno schizofrenico: «Una
    massa rossa invade il foglio bianco
    a partire da uno dei margini.
    Una massa informe, a meno di
    qualche protuberanza (...) Tutto
    qui è come murato. La forma, qui,
    ignora lo sfondo del foglio. Vuole
    essere essa stessa sfondo e figura.
    Impossibile sottrarsi a una domanda:
    "Chi sarei, io, se fossi l’autore
    di un simile dipinto?"». Nelle sue
    varianti – malinconia, euforia maniacale
    o manierismo schizoide –
    la psicosi si rivela uno scacco della
    presenza, una chiusura di fronte
    all’evento. Chiusura che si manifesta
    come rimpianto, come ambivalenza
    o paura del futuro, e che
    non potrebbe essere pacifica. Lungi
    dal provare l’anormalità del malato,
    i suoi fallimenti e le sue sofferenze
    derivano da altrettanti, infelici
    tentativi di andare incontro all’evento,
    lasciano trasparire (nella
    schizofrenia) il progetto del mondo
    come minaccia, mostrano quindi
    a contrario l’integrazione dell’evento
    come trasformazione costitutiva
    del sé.
    Amico di Deleuze (insegnavano
    negli stessi anni all’università di
    Lione), Maldiney è conosciuto in
    Italia in modo soprattutto indiretto
    proprio grazie agli accenni o alle
    citazioni esplicite in Logica della
    sensazione, in Cinema 1 e in Che
    cos’è la filosofia (l’influenza implicita,
    in L’Anti-Edipo e non solo,
    resta una questione aperta). La
    pubblicazione di Pensare l’uomo e
    la follia alla luce dell’analisi esistenziale
    e dell’analisi del destino,
    (a cura di Federico Leoni, Einaudi
    pp. XXVIII + 204, 19,50) poteva
    costituire un primo passo, utile a
    colmare il grave ritardo culturale.
    Peccato che libro – particolare
    non dichiarato in quarta di copertina,
    ma a pagina XXVII – non corrisponda
    affatto all’edizione originale,
    «un volume di mole notevole»
    (circa 400 pagine), di cui secondo
    il curatore «non è stato purtroppo
    possibile progettare un’edizione
    italiana integrale». Di Penser l’homme
    et la folie vengono così raccolti
    soltanto tre capitoli (per un totale
    di 131 pagine). Priva tra l’altro
    del testo forse teoricamente più
    rilevante, non a caso l’ultimo della
    silloge originale, cioè De la transpassibilité
    (già tradotto da Leoni
    per Mimesis), l’edizione einaudiana
    si chiude con il lungo saggio
    Comprendere, che Maldiney aveva
    però pubblicato nel 1961 in «Revue
    de Métaphysique et de Morale
    » e poi nel suo primo libro, Regard
    Parole Espace (1973).
    Risultato: non solo Penser l’homme
    et la folie diventa in italiano
    un pastiche, incompleto e diviso
    tra due editori, ma c’è a questo
    punto il rischio assai concreto che,
    mutilato del terzo capitolo, neanche
    Regard Parole Espace – opera
    che fu assai cara a Deleuze, un
    capolavoro della fenomenologia e
    dell’estetica contemporanea – abbia
    mai, da noi, un’edizione degna
    di questo nome.
    DELEUZE
    UN CORSO SU SPINOZA E ALTRI TESTI
    I concetti-mappa gettati
    nella mischia filosofica
    I «dispositivi» di Deleuze indicano sempre
    volontà di trasformazione e orientamento:
    sulla scia del filosofo olandese, e di Nietzsche
    Constant,
    «La révolte»,
    Amsterdam, Cobra
    Museum voor
    Moderne Kunst;
    in foto, Gilles Deleuze

    di Marco Pacioni
    Felice è stata l’idea di intitolare
    Cosa può un corpo Lezioni su
    Spinoza (a cura di Aldo Pardi, Ombre
    corte, pp. 202, 18,50) la trascrizione
    di un corso del 1980-’81
    sul filosofo olandese. Dal titolo risalta
    immediatamente la direzione
    interpretativa di Deleuze: quella
    della trasformazione. Diventare
    altro per Deleuze però non significa
    annientarsi, ma liberarsi dall’identità.
    Dall’idea che nella persona ci sia una
    parte immodificabile. Per questo la domanda
    fondamentale non è più «cosa si è», ma «cosa si
    può». Chi ha per primo spostato il senso della
    domanda, compiendo così una rivoluzione filosofica,
    secondo Deleuze, è stato proprio Spinoza.
    Egli ritiene che occorre concepire la realtà
    anzitutto come un flusso dinamico. Nessuna gerarchia,
    origine, trascendenza. Prima e dopo si
    equivalgono. È l’aumento o la diminuzione di
    potenza determinata dagli incontri a determinare
    i corpi. Immersi nell’immanenza essi devono
    soprattutto capire che cosa gli è possibile.
    Gli occorre comprendere il loro «slancio vitale»,
    direbbe Bergson. Nessuna saggezza astratta però
    può sostituire l’esperienza. Bisogna praticare
    l’altro. Per tale motivo, nonostante sia un discorso
    teorico sull’ontologia, Spinoza decide di
    intitolare la sua opera più importante Etica.
    Che tuttavia non ha niente a che fare con la morale.
    Un’etica al di là del bene e del male, come
    quella di Nietzsche. Fra i due, Deleuze in più occasioni
    traccia un’affinità che talvolta sembra
    diventare una vera e propria genealogia.
    Pur mantenendo l’intento
    pedagogico – queste trascrizioni
    confermano la straordinaria capacità
    d’insegnamento vista nei filmati
    delle sedute dei suoi corsi –,
    in queste lezioni traspare chiaramente
    come Spinoza e Nietzsche
    diventino soprattutto le maschere,
    i personaggi filosofici dietro i quali
    parla lo stesso Deleuze. Sono i personaggi
    di una storia diversa rispetto
    a quella che ‘vuole’ la filosofia,
    anzitutto, come meditazione sulla
    morte, intonazione triste, risentimento,
    potere. Quella di Spinoza e
    Nietzsche è la storia della liberazione,
    della vita. «Nietzsche è spinozista.
    Entrambi pensano che il vero
    potere sia in ultima istanza aumentare
    la potenza. Spinoza direbbe
    che non vale mai la pena di provare
    tristezza. Solo i frustrati costruiscono
    sistemi di potere basati sulla
    tristezza. Hanno bisogno della
    tristezza degli altri. Possono regnare
    solo facendoli schiavi, perché la
    schiavitù è precisamente il regime
    in cui la potenza diminuisce».
    Spinoza e Nietzsche sono stati
    una presenza costante nella ricerca
    di Deleuze, come è confermato
    anche dai tanti riferimenti che si
    possono trovare nella raccolta
    L’isola deserta e altri scritti Testi
    e interviste 1953-1974, ora in italiano
    a cura di Deborah Borca (introduzione
    di Pier Aldo Rovatti, Einaudi,
    pp. XVII + 380, 24,00).
    Non si tratta di un libro assemblato
    da Deleuze, ma ciò lo rende ancora
    più importante per osservare
    le continuità e le cesure del suo
    percorso. La brevità e l’ordinamento
    cronologico degli scritti «ci fa rallentare
    » – suggerisce Rovatti – «e
    così comprendiamo meglio la multiversità
    di Deleuze».MaL’isola deserta
    non disegna un’autobiografia
    filosofica. Deleuze non capitalizza
    nessuna delle sue idee per garantirsi
    la rendita di una fisionomia
    stabile. Tutto proiettato all’esterno,
    spende, sperpera i concetti.
    Come si è detto, a Deleuze interessano
    i personaggi inseriti in
    dispositivi narrativi, cioè quelli
    che mutano, come l’amatissimo
    Zarathustra. Per questa ragione,
    «l’incontro finora mancato con il
    suo pensiero», cui Rovatti crede
    possa iniziare a sopperire questa
    raccolta, probabilmente non si potrà
    mai realizzare pienamente. Forse
    non è auspicabile che ciò avvenga.
    Deleuze è legato alla forza
    espressiva dei concetti che ha creato.
    E se alcuni di questi non sono
    più efficaci, occorre abbandonarli
    e conservare soltanto quelli che
    funzionano. Fabbricarne altri semmai.
    «Ci sono parole che Félix e io
    sentiamo urgente non usare più».
    Deleuze non sta tanto in quello
    che ha detto, ma in quello che ha
    da dire e nel modo in cui le sue parole
    sanno innescare o disinnescare
    meccanismi – farli esplodere politicamente.
    Come dimostra un
    suo intervento pubblico del 1988
    dedicato a Foucault e recentemente
    tradotto in italiano – Che cos’è
    un dispositivo? (a cura di Antonio
    Moscati, Cronopio, pp. 42, 5,00)
    –, egli ha sempre ammirato i pensatori
    che, come Foucault appunto,
    hanno fornito dispositivi o analizzato
    la realtà attraverso figurazioni
    complesse e al tempo stesso
    icastiche. «I dispositivi sono come
    macchine per far vedere. La visibilità
    non rinvia a una luce in generale
    che illumini oggetti preesistenti,
    ma è fatta di linee di luce che formano
    figure variabili».
    Deleuze è un visionario. Non
    nel senso di chi immagina cose diverse
    dalla realtà, ma di chi riesce
    a vedere in essa delle figure che ne
    disegnano una comprensione. Gettare
    nella mischia astratta del linguaggio
    filosofico parole come
    «piega», «rizoma», «schizofrenia»,
    «isola» ricrea il pensiero, disegna
    logiche. Deleuze, che vuole sempre
    «diventare altro» – come ricorda
    intelligentemente Rovatti –,
    non vuole però mai perdersi. La
    forza dei suoi concetti è quella delle
    mappe.Come già nell’immanenza
    di Spinoza così anche nell’Isola
    deserta la varietà dei temi, delle occasioni
    e dei riferimenti ci mostra
    un Deleuze che traccia direzioni.
    Alcune di esse sono e rimarranno
    a lungo un aiuto insostituibile per
    muoverci.

    http://materialiresistenti.blog.dada.net/


    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    14 Jun 2009
    Messaggi
    11,188
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La discussione su Deleuze e Guattari è piuttosto complessa. Già i libri dei due sono piuttosto complessi nonostante il successo che hanno avuto quarant'anni fa soprattutto l'Antiedipo.
    Innanzitutto filosoficamente va detto che Deleuze e Guattari sostituiscono nell'ambito della speculazione filosofica la triplice H (Hegel, Husserl e Heidegger) con Marx, Freud e Nietzsche. Partendo da questa base fondazionale hanno creato le loro teorie dal pensiero nomade alla teoria dei piani di conoscenza, dalla schizoanalisi alla teoria dei rizomi di collegamento tra i piani di conoscenza.
    Va comunque fatto ben presente che mentre Deleuze fosse un filosofo puro, Guattari era era uno psicanalista e va anche fatto presente che nel pensiero Deleuze-Guattari Marx entra non sul piano meramente filosofico portato da Deleuze ma su quello psicanalitico portato da Guattari. L'impronta (tra l'altro più rilevante) di Deleuze è strettamente legata alla rielaborazione del pensiero di Nietzsche.


    A luta continua

  3. #3
    Registered User
    Data Registrazione
    24 May 2005
    Località
    ROMA
    Messaggi
    2,706
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Deleuze, credo si possa dire faccia di Nietzsche e soprattutto di Spinoza dei "personaggi concettuali", degli intercessori - personaggi che operano i movimenti che descrivono il piano di immanenza dell'autore e che intervengono nella creazione dei suoi concetti. Il filosofo è soltanto - lungi dall'essere questo una riduzione - l 'involucro del suo principale personaggio concettuale, e di tutti gli altri che sono gli intercessori ( suoi eteronimi) il suo nome diventa una sorta di pseudonimo dei suoi personaggi. Per fare un esempio concreto Socrate come principale personaggio concettuale del platonismo, lontano quindi dai personaggi dialogici che semplicemente espongono alcuni concetti visti dal punto di vista dell'autore e/o rinviando ad altri filosofi (il personaggio dialogico che viene solitamente presentato in una luce negativa, antipatica, ad esempio il sofista dei dialoghi platonici). Il punto d' incontro assolutamente geniale intravisto da Deleuze -scomparso poco prima di terninare un testo su Marx, rimasto incompleto, e per sua volotà inedito. memoere forse dei travisamenti subiti dagli inediti di Nietzsche - sta nella comune, assolutamente comune, se pur con accenti diversi ricerca della spinta progressiva, produttiva e socializzante dell' immanenza : il moto perpetuo degli enti, e le singolarità irriducibili che non contraddicono anzi producono la forza aggregante, la sua circolazione collettiva. L' intellettuale borghese, alienato rispetto alla sua classe, che compie il più grande attentato alle strutture del pensiero di quest' ultima de-strutturandole, svelandone l' intima connessione con il dominio in quanto tale, e il filosofo che porta l 'ontologia ad un punto di non ritorno. Entrambi, con tratti eroici direi, squarciano quella cappa opprimente che schiaccia il pensiero occidentale, entrambi liberano il campo da quelle illusioni di altri-mondi, di ricompense individuali o salvezze collettive, riportando il lavoro del filosofo e dell' uomo al suo orizzonte reale di felicità e desiderio possibile : il lavoro di costruzione del 'comune'. Il perchè un filosofo come Deleuze che in sostanza ( la sostanza !) utilizza il metodo spinoziano di prendere i concetti portanti di una tradizione filosofica e di mutarli di-segno, de-costruendoli in modo radicale, il perchè dei mancati-incontri ( e del conseguente regalo alla reazione) è una domanda che prima o poi occorrerà farsi, senza liquidare il tutto come irrazionalismo.

  4. #4
    Registered User
    Data Registrazione
    24 May 2005
    Località
    ROMA
    Messaggi
    2,706
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    ...e le pagine che deleuze dedica alle comunità nomadi partendo dal racconto kafkiano "La muraglia cinese" "(...) coi nomadi non si può parlare, non conoscono la nostra lingua" - oppure " (..) Sono riusciti ad entrare - e non riesco a capire COME -perfino nella capitale - che PURE è lontana dal confine. Comunque, ci sono (...) e pare che ogni giorno aumentino (..)" che come un aforisma nietzscheano trasforma la cornice - inizio e fine dell' aforisma - in una relazione immediata col fuori, nel momento in cui si capisce che il movimento e la linea vengono da fuori. Così il prodursi di eventi intrecciati sicuramente ma anche differenti : le comunità inizialmente rurali mongole sono si imprigionate, codificate e inserite nella macchian burocratica del desposta ; contemporaneamente quelle stesse comunità entrano in un'altra avvventura, si decodificano, diventano macchina da guerra nomadica e coinvolgendo in questo gruppi prima sedentari, richiamati dal fuori, dal movimento. Naturalmente anche il despota cercherà di ri-integrare, di interiorizzare la macchina da guerra nomade, e i due aspetti si contrappongono, intrecciandosi, confondendosi. La tensione. La costruzione di una unità nomadica, la costruzione di una macchina da guerra (pour faire guerre à la guerre) in relazione col fuori e che non si possa più ricondurre all' unità dispostica interna : questo è il 'problema' lasciato da Deleuze, in altre parole la Rivoluzione.

  5. #5
    Registered User
    Data Registrazione
    24 May 2005
    Località
    ROMA
    Messaggi
    2,706
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    La discussione su Deleuze e Guattari è piuttosto complessa. Già i libri dei due sono piuttosto complessi nonostante il successo che hanno avuto quarant'anni fa soprattutto l'Antiedipo.
    Innanzitutto filosoficamente va detto che Deleuze e Guattari sostituiscono nell'ambito della speculazione filosofica la triplice H (Hegel, Husserl e Heidegger) con Marx, Freud e Nietzsche. Partendo da questa base fondazionale hanno creato le loro teorie dal pensiero nomade alla teoria dei piani di conoscenza, dalla schizoanalisi alla teoria dei rizomi di collegamento tra i piani di conoscenza.
    Va comunque fatto ben presente che mentre Deleuze fosse un filosofo puro, Guattari era era uno psicanalista e va anche fatto presente che nel pensiero Deleuze-Guattari Marx entra non sul piano meramente filosofico portato da Deleuze ma su quello psicanalitico portato da Guattari. L'impronta (tra l'altro più rilevante) di Deleuze è strettamente legata alla rielaborazione del pensiero di Nietzsche.


    A luta continua
    Posso, ora dire, che si tratta, finalmente di un approccio radicalmente materialista.Dal punto di vista eminentemente filosofico si prende atto dell' introduzione della nozione di 'valore' (Marx-Nietzsche) e di 'senso' (Freud-Nietzsche) e si continua la produzione di concetti su di un piano di pura immanenza, piano tracciato da Spinoza. Una emancipazione non disgiunta dalla Liberazione non poteva non passare attraverso la renaissance nietzscheenne.

 

 

Discussioni Simili

  1. G. Deleuze Su Spinoza
    Di T. Muntzer nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 08-11-05, 17:07

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito