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    Predefinito Nota dottrinale sull'evangelizzazione

    SINTESI DELLA NOTA DOTTRINALE SU ALCUNI ASPETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE A CURA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

    NOTA DOTTRINALE SU ALCUNI ASPETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE

    PUNTI RICAPITOLATIVI

    I. Introduzione


    1. La Nota Dottrinale è dedicata principalmente all’esposizione della comprensione della missione evangelizzatrice cristiana come è intesa dalla Chiesa Cattolica, che è di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo; la parola "Vangelo" è la traduzione della parola "evangelion" nel greco del Nuovo Testamento. "Inviato dal Padre ad annunciare il Vangelo, Gesù Cristo chiama tutti gli uomini alla conversione e alla fede. ‘Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’ (Mc 16, 15-16)". [n.1]

    2. La Nota Dottrinale cita la Lettera Enciclica di Papa Giovanni Paolo II Redemptoris missio ricordando che: "‘Ogni persona ha il diritto di udire la buona novella di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione.’ A questo diritto corrisponde il dovere di evangelizzare". [n. 2]

    3. Oggi esiste "una crescente confusione" sul comando missionario della Chiesa. Alcuni ritengono che "ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà", suggerendo che basti "invitare le persone ad agire secondo coscienza", e "aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà", senza mirare alla conversione a Cristo ed alla fede cattolica.

    Altri sostengono che non si deve promuovere la conversione a Cristo perché è possibile essere salvati senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa. "Di fronte a tali problematiche, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto necessario pubblicare la presente Nota". [n. 3]

    II. Alcune implicazioni antropologiche

    4. Alcune forme di agnosticismo e relativismo negano la capacità umana di conoscere la verità, mentre la libertà umana non può essere svincolata dal suo riferimento alla verità. Dio ha donato agli uomini l’intelligenza e la volontà per poter conoscere e amare ciò che è buono e vero. La realizzazione definitiva della vocazione della persona umana sta nell’accettazione della rivelazione di Dio in Cristo come annunciata dalla Chiesa.

    5. Non ci si può impegnare nella ricerca della verità contando solo sulle proprie forze, ma inevitabilmente tale ricerca implica l’aiuto altrui e la fiducia nella conoscenza ricevuta da altri. Così l’insegnamento e il dialogo con i quali si sollecita una persona, nella piena libertà, a conoscere ed amare Cristo non è una indebita intromissione nella libertà umana, "bensì una legittima offerta ed un servizio che può rendere più fecondi i rapporti fra gli uomini". [5]

    6. La trasmissione delle verità affinché siano accettate dagli altri è anche in sintonia con il naturale desiderio dell’uomo di rendere partecipi gli altri dei propri beni, che per i cattolici includono il dono della fede in Gesù Cristo. I membri della Chiesa naturalmente desiderano condividere con gli altri la fede che è stata gratuitamente donata loro.

    7. Con l’evangelizzazione, le culture sono positivamente toccate dalla verità del Vangelo. Parimenti con l’evangelizzazione i membri della Chiesa Cattolica si aprono a ricevere i doni di altre tradizioni e culture, poiché "Ogni incontro con una persona o una cultura concreta può svelare delle potenzialità del Vangelo poco esplicitate in precedenza, che arricchiranno la vita concreta dei cristiani e della Chiesa". [n. 6]

    8. Ogni approccio al dialogo che comporti la coercizione o un’impropria istigazione, irrispettosa della dignità e libertà religiosa dei due attori del dialogo, non può sussistere nell’evangelizzazione cristiana.

    III. Alcune implicazioni ecclesiologiche

    9. "Sin dal giorno di Pentecoste (...) il Vangelo, nella potenza dello Spirito, è annunciato a tutti gli uomini, affinché credano e diventino discepoli di Cristo e membri della sua Chiesa". "Conversione" è un "cambiamento di mentalità e di azione", espressione della nostra nuova vita in Cristo; è una dimensione della vita cristiana.

    10. Per l’evangelizzazione cristiana "l’incorporazione di nuovi membri alla Chiesa non è l’estensione di un gruppo di potere, ma l’ingresso nella rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra, continenti ed epoche diverse". In tal senso, "La Chiesa è, dunque, veicolo della presenza di Dio e perciò strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo". [n. 9]

    11. La Nota Dottrinale cita la "Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo" (Gaudium et Spes) del Concilio Vaticano II per affermare che il rispetto della libertà religiosa e la sua promozione "non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi lo stesso amore spinge i discepoli di Cristo ad annunciare a tutti gli uomini la verità che salva". [n. 10] Questa missione di amore deve essere portata a compimento con l’annuncio della parola e la testimonianza di vita. "Affinché la luce della verità sia irradiata a tutti gli uomini, è necessaria anzitutto la testimonianza della santità. Se la parola è smentita dalla condotta, difficilmente viene accolta". Inoltre si legge ancora nella Nota, che riporta la citazione dell’Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, di Papa Paolo VI, "anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata …. ed esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù". [n. 11]

    IV. Alcune implicazioni ecumeniche

    12. Il Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce l’importante ruolo dell’ecumenismo nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Le divisioni dei cristiani possono seriamente compromettere la credibilità della missione evangelizzatrice della Chiesa. Se l’Ecumenismo riuscirà a realizzare una maggiore unità fra i cristiani, anche l’evangelizzazione ne risulterà più efficace.

    13. Quando l’evangelizzazione cattolica viene compiuta in un paese dove vivono cristiani non cattolici, i cattolici devono portare a compimento la propria missione prestando la massima attenzione a: "un vero rispetto per la loro tradizione e le loro ricchezze spirituali" e in "un sincero spirito di cooperazione". L’evangelizzazione può progredire con il dialogo e non con il proselitismo. Con i cristiani non cattolici, i cattolici devono intrattenere un rispettoso dialogo di carità e verità, un dialogo che non sia soltanto uno scambio di idee, ma anche uno scambio di doni, così che la pienezza dei mezzi salvifici sia offerta ai propri compagni nel dialogo. In tal modo viene incoraggiata una loro più profonda conversione a Cristo.

    "Al riguardo va notato che se un cristiano non cattolico, per ragioni di coscienza e convinto della verità cattolica, chiede di entrare nella piena comunione della Chiesa cattolica, ciò va rispettato come opera dello Spirito Santo e come espressione della libertà di coscienza e di religione. In questo caso non si tratta di proselitismo, nel senso negativo attribuito a questo termine". [12]

    V. Conclusione

    14. La Nota Dottrinale ricorda che il mandato missionario appartiene alla natura autentica della Chiesa. Al riguardo viene riportata una citazione di Papa Benedetto XVI. "L’annuncio e la testimonianza del Vangelo sono il primo servizio che i cristiani possono rendere a ogni persona e all’intero genere umano, chiamati come sono a comunicare a tutti l’amore di Dio, che si è manifestato in pienezza nell’unico Redentore del mondo, Gesù Cristo". Il paragrafo conclusivo contiene una citazione della prima Enciclica di Papa Benedetto Deus Caritas est: "L’amore che viene da Dio ci unisce a Lui e ‘ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia tutto in tutti’ (1 Cor 15,28)".

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    CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA "NOTA DOTTRINALE SU ALCUNI ASPETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE" A CURA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

    Alle ore 11.30 di oggi, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede ha luogo la Conferenza Stampa di presentazione della "Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione" a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede.
    Prendono parte alla Conferenza i Cardinali: William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli; Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; e S.E. Mons. Angelo Amato, S.D.B., Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede.
    Ne riportiamo di seguito gli interventi:

    INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. WILLIAM JOSEPH LEVADA

    The Congregation for the Doctrine of the Faith is very pleased to be able to present our new document, the Doctrinal Note on some Aspects of Evangelization. I welcome representatives of the media to this press conference. On behalf of His Excellency, Archbishop Angelo Amato, Secretary of the Congregation, I express my gratitude to two of the 18 Cardinal and Bishop Members of our Congregation, His Eminence, Cardinal Francis Arinze, Prefect of the Congregation for Divine Worship and the Discipline of the Sacraments, and His Eminence, Cardinal Ivan Dias, Prefect of the Congregation for the Evangelization of Peoples, for their willing participation in this morning’s event.

    After I give some brief introductory remarks, Archbishop Amato will offer some theological reflections on the Doctrinal Note, followed by comments by Cardinal Arinze on the missionary situation in Africa, and by Cardinal Dias on theologians and evangelization from the Asian perspective. After these opening remarks, we will be pleased to respond to your questions.

    The Doctrinal Note addresses a central theme in Catholic and Christian understanding of our belief in Jesus Christ, that of evangelization. As Jesus was sent by the Father to bring the good news of salvation to the world, so He commanded his disciples to proclaim this good news – the Gospel – to the whole world and to all people. This work of evangelization belongs to the very nature of the Church. Because Christians have received this great gift of God’s love in Christ, they naturally have a desire, indeed a duty, to share this gift with their families, friends and neighbors.

    In this Advent season, when we anticipate once again this year the beautiful feast of Christmas, we may recall how the Gospel of St. Luke (chapter 2) tells of the angel announcing the good news of the birth of Jesus to the shepherds in the fields around Bethlehem. We might say that the angel was the first evangelist. In keeping with the coming feast, the Congregation offers this new Doctrinal Note as a gift to the Church.

    Why a document on evangelization? From its conversations with Bishops around the world, and from its analysis of a certain confusion about whether Catholics should give testimony about their faith in Christ, the Congregation decided to address some specific points which seem to undermine the fulfillment of Christ’s missionary mandate. It does so under three general headings.

    The anthropological implications of evangelization address two key factors of human existence: freedom and truth. It is the conviction of Christian faith that God’s revelation of his love for us in Christ brings humanity to the truth of God’s purpose and his divine plan of creation and redemption. To know this truth is a great blessing for humanity, and for each individual human being.

    At the same time, human dignity requires that the search for this truth respect human freedom of conscience. In this regard, St. Paul describes "conversion to the Christian faith as liberation"; thus "belonging to Christ, who is the Truth, and entering the Church do not lessen human freedom, but rather exalt it and direct it towards its fulfillment" (n. 7). It follows then that evangelization must never resort to "coercion or tactics unworthy of the Gospel" (n. 8). At the same time, religious liberty requires that evangelization not be impeded by restrictive measures.

    The ecclesiological implications of the Doctrinal Note remind us that "Since the day of Pentecost … the Gospel, in the power of the Holy Spirit, is proclaimed to all people so that they might believe and become disciples of Christ and members of his Church. "Conversion" is a "change in thinking and of acting," expressing our new life in Christ; it is an ongoing dimension of Christian life.

    For Christian evangelization, "the incorporation of new members into the Church is not the expansion of a power-group, but rather entrance into the network of friendship with Christ which connects heaven and earth, different continents and ages." In this sense, then, "the Church is the bearer of the presence of God and thus the instrument of the true humanization of man and the world." (n. 9)

    Finally, the importance of Christian witness to holiness and charity is essential if evangelization is to be credible.

    In addressing the ecumenical implications, the Doctrinal Note stands in the mainstream of the modern ecumenical movement, whose origins at the beginning of the last century arose at least in large measure from the concerns of Christian missionaries who saw their evangelizing efforts undercut by their multiple and competing Church structures.

    The work of evangelization among various Christians leads to dialogue and a sharing of gifts leading to deeper conversion to Christ. When individual persons decide in conscience to enter the Catholic Church, their decision should be respected without accusing the Catholic Church of a negative form of proselytism.

    The Doctrinal Note concludes with a beautiful quotation from the first Encyclical Letter of Pope Benedict XVI: "The love which comes from God unites us to him and ‘makes us a we which transcends our divisions and makes us one, until in the end God is all in all (1 Cor 15:28)’." I hope that this document can serve as an instrument of a renewal of the evangelizing efforts of Catholics and all Christians, and as a guideline toward unity and brotherhood in the whole human family.

    ○ Traduzione di lavoro in lingua italiana

    La Congregazione per la Dottrina della Fede è lieta di presentare il nuovo documento: "Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione". Saluto i rappresentanti dei mezzi di comunicazione che partecipano alla presente Conferenza Stampa e, anche a nome di Sua Eccellenza l’Arcivescovo Angelo Amato, Segretario della Congregazione, ringrazio due dei 18 Cardinali e Vescovi Membri della nostra Congregazione, Sua Eminenza Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e Sua Eminenza Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, della loro presenza.

    Dopo le mie brevi note introduttive, l’Arcivescovo Amato offrirà alcune riflessioni teologiche relative alla Nota Dottrinale, a cui seguiranno i commenti del Cardinale Arinze sulla situazione missionaria in Africa, e del Cardinale Dias sulla teologia e l’evangelizzazione nel Continente asiatico. Al termine delle osservazioni introduttive, risponderemo alle vostre domande.

    La Nota Dottrinale affronta un tema centrale della comprensione cattolica e cristiana del nostro credere in Gesù Cristo, il tema dell’evangelizzazione. Come Gesù fu inviato dal Padre per portare la Buona Novella della salvezza al mondo, così Egli comandò ai suoi discepoli di annunciare la Buona Novella – il Vangelo – a tutto il mondo e a tutte le genti. Questa opera di evangelizzazione appartiene alla natura più autentica della Chiesa. Poiché i cristiani hanno ricevuto questo grande dono dell’amore di Dio in Cristo, naturalmente essi hanno il desiderio, anzi il dovere di condividere questo dono con le proprie famiglie, con gli amici e i vicini.

    In questo tempo di Avvento, ancora una volta in attesa della bella festa del Natale, ricordiamo come il Vangelo di San Luca (Capitolo 2) narra dell’Angelo che annuncia la Buona Novella della nascita di Gesù ai pastori nei pascoli attorno a Betlemme. Potremmo dire che l’Angelo è stato il primo Evangelista. In sintonia con la prossima festività natalizia, la Congregazione offre in dono alla Chiesa la presente Nota Dottrinale.

    Perché un documento sull’evangelizzazione? Dalle sue conversazioni con i Vescovi nel mondo, e dall’analisi di una certa confusione riguardo all’interrogativo se i cattolici debbano dare testimonianza della propria fede in Cristo, la Congregazione ha deciso di esaminare alcuni punti specifici che sembrano pregiudicare la realizzazione del mandato missionario di Cristo. Ciò avviene in tre punti fondamentali.

    Le implicazioni antropologiche dell’evangelizzazione riguardano due fattori chiave dell’esistenza umana: la libertà e la verità. È convinzione della fede cristiana che la rivelazione di Dio, del suo amore per noi in Cristo, conduca l’umanità verso la verità dell’intenzione di Dio e del suo piano divino di creazione e di redenzione. Conoscere questa verità è una grande benedizione per l’umanità e per ogni singolo essere umano.

    Nel contempo, la dignità umana richiede che la ricerca di tale verità rispetti la libertà della coscienza umana. In merito San Paolo descrive "la conversione alla fede cristiana come una liberazione"; perciò "la piena adesione a Cristo, che è la Verità, e l’ingresso nella sua Chiesa non diminuiscono ma esaltano la libertà umana e la protendono verso il suo compimento". (n. 7). Ne consegue che l’evangelizzazione non deve mai ricorrere ad "una azione coercitiva né" convertire "con artifizi indegni del Vangelo" (n. 8) e, allo stesso tempo, la libertà religiosa impone che l’evangelizzazione non sia ostacolata da misure restrittive.

    Le implicazioni ecclesiologiche della Nota Dottrinale ci ricordano che: "Sin dal giorno della Pentecoste .... il Vangelo, nella potenza dello Spirito, è annunciato a tutti gli uomini, affinché credano e diventino discepoli di Cristo e membri della sua Chiesa". La "Conversione" è un "cambiamento di mentalità e di azione, come espressione della vita nuova in Cristo".

    Per l’evangelizzazione cristiana, "l’incorporazione di nuovi membri alla Chiesa non è l’estensione di un gruppo di potere, ma l’ingresso nella rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra, continenti ed epoche diverse. (...) La Chiesa è, dunque, veicolo della presenza di Dio e perciò strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo". (n. 9).

    Infine, l’importanza della testimonianza cristiana della santità e della carità è essenziale per la credibilità dell’evangelizzazione.

    Nell’affrontare le implicazioni ecumeniche, la Nota Dottrinale si colloca nel solco del moderno movimento ecumenico, le cui origini si devono, all’inizio del secolo scorso, in larga parte alle preoccupazioni dei missionari cristiani che vedevano il loro sforzo missionario vanificato dalle molteplici e concorrenziali strutture ecclesiali esistenti.

    L’opera di evangelizzazione fra i cristiani di varie confessioni conduce al dialogo e alla condivisione di doni che promuovono una più profonda conversione a Cristo. Quando le singole persone decidono in coscienza di aderire alla Chiesa Cattolica, tale decisione deve essere rispettata senza accusare la Chiesa Cattolica di una negativa forma di proselitismo.

    La Nota Dottrinale si conclude con una bella citazione dalla Prima Lettera Enciclica di Papa Benedetto XVI: "L’amore che viene da Dio ci unisce a Lui e ‘ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia ‘tutto in tutti’ (1 Cor 15:28)". Auspico che questo Documento sia strumento di rinnovamento nell’opera di evangelizzazione dei cattolici e di tutti i cristiani, e linea guida verso l’unità e la fratellanza di tutta la famiglia umana.

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    INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. IVAN DIAS

    Commenti da una prospettiva teologica asiatica


    L’Asia è il continente più esteso del mondo e contiene quasi due terzi della popolazione umana. È la culla di molte civiltà, tradizioni religiose e culture. Per esempio: l’induismo, il buddismo, il jainismo e il sikhismo sono nati nel subcontinente indiano. Il giudaismo, lo zoroastrismo e l’islam ebbero origine nel Medio Oriente, mentre gli insegnamenti socio-filosofici di Confucio ed i riti dello shintoismo fiorirono in Cina, Giappone e nell’Estremo Oriente. Oggi, queste tradizioni religiose e culturali sono ben radicate in Asia. Ciascuna di esse ha propri libri sacri, preghiere, simboli, luoghi di culto, pratiche ascetiche, ed influenzano i pensieri ed i modi di vita dei loro seguaci. Ognuna di queste contiene valori davvero pregevoli,1 e talvolta anche elementi o pratiche che non sono consoni con l’ethos cristiano, come p.es. il sistema delle caste, la regola della vendetta, la condizione sociale della donna, il trattamento delle vedove, i pregiudizi contro le nascite femminili, etc.

    Questo mosaico di –ismi religiosi nello scenario asiatico è oggi complicato da dottrine pseudo-religiose, come il New Age, Reiki, Fengshui e da pratiche esoteriche che si stanno facendo strada anche in Europa e nelle Americhe, che sono continenti considerati prevalentemente cristiani.

    Anche il cristianesimo ha avuto le sue origini in Asia. Gli asiatici sono fieri del fatto che Dio abbia scelto il loro continente come luogo ove compiere il mistero dell’incarnazione del Suo Figlio e della redenzione dell’umanità. I primi due millenni hanno visto l’evangelizzazione dell’Europa, delle Americhe e dell’Africa. Nel novembre 1999, quando il Papa Giovanni Paolo II venne a New Delhi per rendere pubblica la Lettera Apostolica post-sinodale Ecclesia in Asia, egli affermò profeticamente che il terzo millennio sarà caratterizzato dall’evangelizzazione dell’Asia. In quel documento, infatti, il Papa legge i segni dei tempi insieme ai Vescovi dell’Asia e delinea ciò che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa in Asia all’inizio del terzo millennio cristiano.

    L’evangelizzazione in un contesto di pluralismo religioso non è una novità per la Chiesa. Sin dai suoi inizi, infatti, la Chiesa ha dovuto affrontare la sfida di predicare la Buona Novella di Gesù Cristo in mezzo ad una varietà di tradizioni religiose, cominciando dalla religione ebraica in cui il cristianesimo è nato e poi con le fedi esistenti nelle nazioni ove i cristiani andavano – nel mondo greco-romano e altrove. Tuttavia, l’evangelizzazione pone una sfida particolare nei tempi moderni, dato che viviamo in un’epoca in cui persone di diverse religioni si incontrano e interagiscono più che in qualunque altro periodo della storia umana.

    Il Concilio Vaticano II esaminò i rapporti tra la Chiesa e le religioni non cristiane e dichiarò: "La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscono da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è via, verità e vita,2 in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con Se stesso tutte le cose."3

    Questa affermazione conciliare mette in evidenza due aspetti importanti dell’argomento che stiamo trattando: primo, un sincero rispetto per le altre religioni che "non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini"; secondo: la necessità di annunciare la pienezza di vita religiosa in Cristo che è via, verità e vita.

    Perciò, davanti ad una così vasta gamma di tradizioni religiose nel mondo asiatico, i cristiani devono cercare di scoprirvi l’azione dello Spirito Santo – cioè i semi della verità, come li ha chiamati il Concilio Vaticano II4 - e di condurle, senza alcun complesso di superiorità, alla piena conoscenza della verità in Gesù Cristo.

    Davanti a tale sfida, alcuni teologi sono tentati di negare la necessità di proclamare l’unicità di Gesù Cristo e l’universalità della sua salvezza e di riservare tali verità unicamente ai cristiani, perché – dicono – i non cristiani potranno salvarsi con i propri mezzi. Col pretesto di non ostacolare il dialogo interreligioso, alcuni perfino mettono Gesù, che è vero Dio e vero uomo, sullo stesso piano dei fondatori, talvolta mitologici, di altre religioni. Tale atteggiamento contraddice il mandato di Nostro Signore di predicare il Vangelo e di fare discepoli in tutto il mondo; nega inoltre l’insegnamento di San Pietro che "non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini per mezzo del quale possano essere salvati",5 nonché la proclamazione di San Paolo che "nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e negli inferi, ed ogni lingua confessi che Cristo Gesù è il Signore, a gloria di Dio Padre."6

    Per cui, anche se le varie religioni non cristiane posseggono i semina Verbi piantati in esse dallo Spirito Santo e le persone che li seguono potranno essere salvate, ciò non significa che la proclamazione della Buona Novella di Gesù Cristo sia irrilevante. È nostro compito far maturare i semina Verbi affinché trovino la loro pienezza in Cristo. Gesù stesso ha detto chiaramente che egli non è venuto per abolire la legge e i profeti, ma per portarli al compimento.7 In questa ottica, negli Atti degli Apostoli troviamo San Paolo che cerca di istruire i cittadini di Atene circa il "dio ignoto" che essi veneravano senza conoscere.8 Anche nell’episodio di Pietro e del centurione Cornelio, Pietro fu ammonito di non chiamare impuro ciò che Dio aveva purificato, sicché, quando vide che lo Spirito Santo portò al battesimo Cornelio e i membri della sua casa, tutti pagani, Pietro esclamò: "In verità, riconosco che Dio non ha preferenze di persone, ma chiunque che lo teme e osserva la giustizia, di qualunque nazione che sia, è a lui gradito."9

    Evangelizzazione e Dialogo Interreligioso

    Lo Spirito Santo è il protagonista principale dell’opera dell’evangelizzazione. Egli l’ha cominciata in due modi al momento stesso in cui Gesù nacque a Betlemme: in modo diretto, mandando una schiera di angeli per annunciare l’avvento di un Salvatore ai pastori che vigilavano sulle loro pecore quella notte; e in modo indiretto, facendo apparire una stella nell’oriente che condusse i Magi, anche attraverso difficoltà e tribolazioni, al luogo dove si trovava Gesù e là lo adorarono.10

    Il dialogo interreligioso fa parte di questo modo indiretto di evangelizzazione: con esso i cristiani presentano la propria identità e sono attenti alle convinzioni religiose dei loro interlocutori non cristiani. Si tratta di esporre e proporre la propria fede, senza voler imporla a nessuno. Come Papa Giovanni Paolo II disse durante l’incontro che ebbe con i rappresentanti di religioni non cristiane a New Delhi nel 1999: "Il dialogo (interreligioso) non è mai un modo di imporre le nostre vedute sugli altri... né suppone che noi dobbiamo abbandonare le nostre convinzioni. Significa invece che, tenendo fermamente a ciò che crediamo, ascoltiamo con rispetto gli altri, cercando di discernere tutto ciò che è buono e santo, tutto ciò che favorisce la pace e la cooperazione."11

    Nella sua enciclica Redemptoris Missio, il Papa Giovanni Paolo II ritiene che il dialogo interreligioso faccia "parte della missione evangelizzatrice della Chiesa."12 Esso, afferma il Pontefice, "non nasce da tattica o da interesse, ma è un'attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell'uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole. Con esso la Chiesa intende scoprire i "germi del Verbo", "raggi della verità che illumina tutti gli uomini", germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell'umanità. Il dialogo si fonda sulla speranza e sulla carità e porterà frutti nello Spirito. Le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa: la stimolano, infatti, sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza del Cristo e dell'azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria identità e a testimoniare l'integrità della rivelazione, di cui è depositaria per il bene di tutti. Deriva da qui lo spirito che deve animare tale dialogo nel contesto della missione. L'interlocutore dev'essere coerente con le proprie tradizioni e convinzioni religiose e aperto a comprendere quelle dell'altro, senza dissimulazioni o chiusure, ma con verità, umiltà, lealtà, sapendo che il dialogo può arricchire ognuno. Non ci deve essere nessuna abdicazione né irenismo, ma la testimonianza reciproca per un comune progresso nel cammino di ricerca e di esperienza religiosa e, al tempo stesso, per il superamento di pregiudizi, intolleranze e malintesi. Il dialogo tende alla purificazione e conversione interiore che, se perseguìta con docilità allo Spirito, sarà spiritualmente fruttuosa.."13

    Ricordando i due modi – diretto e indiretto – usati dallo Spirito Santo per proclamare la Buona Novella di Gesù Cristo sin dalla sua nascita in Betlemme, l’evangelizzazione nel contesto del pluralismo interreligioso in Asia entra nella sfera della proclamazione indiretta e ci fa pensare ai Magi e alla loro stella. Vedo nei Magi quell’immensa schiera di seguaci di religioni non cristiane che seguono le proprie stelle (libri sacri, saggi, santi) e portano nel loro seno i preziosi tesori ivi messi dallo Spirito Santo come semi della verità. Tocca a noi cristiani accompagnare e far maturare questi semi fino a che raggiungano la pienezza della verità, usando la via del dialogo interreligioso, finché un giorno – su questa terra o dopo - incontreranno "il dio ignoto" che adoravano senza conoscere, e che altro non sarà che Gesù Cristo Nostro Signore, via, verità e vita.
    _______________

    1 Ecclesia in Asia, 6

    2 Gv 16:6

    3 Nostra Aetate, 2

    4 Ad gentes, n.6

    5 At 4:12

    6 Fil 2:10-11

    7 Cf. Mt 5:17

    8 At 17:23

    9 Cf At 10:1-11:18

    10 Cf. Mt 2:1-12

    11 Discorso a Vigyan Bhavan, New Delhi, 7 novembre 1999

    12 n.55

    13 ibid, n.56.

    ******

    INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. FRANCIS ARINZE

    Some Anthropological Implications of Evangelization among People of African Traditional Religion


    Since I come from a country in Africa South of the Sahara, I would like to apply some anthropological implications of evangelization discussed by this Doctrinal Note to areas in Africa South of the great desert. In these regions, African Traditional Religion has been the dominant religious and cultural context for centuries. It is also from that context that most converts to Christianity in these countries in the past two hundred years have come.

    African Traditional Religion, making allowance for local variations, is generally marked by belief in one God, in spirits good and bad and in ancestors, with consequent worship which never puts the spirits and ancestors at the same level as the one God who is Creator. This traditional religion permeates a culture which has a marked sense of the sacred, which believes in life after death, which sets high value on marriage, family and human life, and which has a marked sense of community and desire for celebration.

    The Christian missionaries found this religious context a providential preparation, a fertile ground to bring the Gospel, the good news of salvation in Jesus Christ. Reflecting on this Doctrinal Note of the Congregation for the Doctrine of the Faith, one can make the following four observations on evangelization in these areas marked by African Traditional Religion:

    1. Missionary proposal of faith in Jesus Christ pays tribute to the human freedom of the African and to his capacity to know and to love that which is good and true. "The obedience of faith" (Rm 16:26) which is given to God who reveals, not only does not do violence to human intellect and will, but it rather ennobles them. To help another human being who freely listens, reasons and reflects, to accept the Message of salvation in Jesus Christ, is an encounter which does honour both to the missionary and to the convert.

    2. Our document rightly notes that the Holy spirit "animates the maternal action of the Church in the evangelization of cultures" (n. 6). In the multiplicity of languages, cultures and peoples in Africa, this challenging, difficult and delicate work of inculturation has begun. There is still a long way to go. The First African Synod in 1994 underlined its importance. The more the local Churches in Africa have well prepared clerics, theologians, religious, academic and pastoral reflection centres and monasteries, working in union with the Apostolic See, the better the promotion of inculturation will proceed.

    3. The sharing of our Catholic faith with others who do not yet know Christ should be regarded as a work of love, provided that it is done with full respect for their human dignity and freedom. Indeed if a Christian did not try to spread the Gospel by sharing the excelling knowledge of Jesus Christ (cf Phil 3:8) with others, we could suspect that Christian either of lack of total conviction on the faith, or of selfishness and laziness in not wanting to share the full and abundant means of salvation with his fellow human beings.

    4. Conversion to Christianity is rightly seen as liberation, as St Paul puts it in his letter to the Colossians. It is entrance into "the kingdom of his (God’s) beloved Son in whom we have redemption and the forgiveness of our sins" (Col 1:13-14).

    I consider this Doctrinal Note of great relevance and actuality.

    ○ Traduzione di lavoro in lingua italiana

    Alcune implicazioni antropologiche sull’evangelizzazione fra i popoli di Religione Africana Tradizionale

    Poiché provengo da un paese africano sub-sahariano, vorrei applicare alcune implicazioni antropologiche dell’evangelizzazione, prese in esame dalla Nota Dottrinale, ad aree dell’Africa sub-sahariana. In queste regioni, la Religione Africana Tradizionale è stata per secoli il contesto religioso e culturale dominante. È anche da quel contesto che proviene la maggior parte dei convertiti al Cristianesimo di quei paesi negli ultimo 200 anni.

    La Religione Africana Tradizionale, tenendo nel debito conto le variazioni locali, generalmente si distingue per il fatto di credere in un solo Dio, negli spiriti del bene e del male e negli antenati, con il conseguente culto che mai pone gli spiriti e gli antenati allo stesso livello dell’unico Dio Creatore. Questa religione tradizionale permea una cultura che ha un notevole senso del sacro, che crede nella vita dopo la morte, che conferisce un alto valore al matrimonio, alla famiglia e alla vita umana, e che ha un forte senso della comunità e desiderio di celebrazione.

    I missionari cristiani hanno ritenuto tale contesto religioso una preparazione provvidenziale, un fertile terreno per diffondere il Vangelo, la Buona Novella della salvezza in Gesù Cristo. Riflettendo sulla Nota Dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede, si potrebbero fare quattro osservazioni relative all’evangelizzazione nelle aree dove si professa la Religione Africana Tradizionale:

    1. La proposta missionaria di fede in Gesù Cristo rende omaggio alla libertà umana dell’Africano e alla sua capacità di conoscere e di amare ciò che è buono e vero."L’obbedienza della fede" (Rm 16:26) data a Dio che rivela, non solo non fa violenza all’intelletto e alla volontà umana, ma anzi le nobilita. Aiutare un altro essere umano che liberamente ascolta, ragiona e riflette, ad accettare il Messaggio di salvezza di Gesù Cristo, è un incontro che onora sia il missionario che il convertito.

    2. Il nostro Documento giustamente nota che lo Spirito Santo "anima l’azione materna della Chiesa nell’evangelizzazione delle culture" (n. 6). Questa difficile opera di inculturazione, delicata e colma di sfide, ha avuto inizio nella molteplicità delle lingue, culture e popoli dell’Africa. C’è ancora molta strada da percorrere. La Prima Assemblea per l’Africa del Sinodo dei Vescovi (1994) ha ribadito l’importanza dell’inculturazione. Se le Chiese locali in Africa si doteranno di un clero ben preparato, di teologi, religiosi, centri di riflessione accademica e pastorale e di monasteri, operando congiuntamente con la Sede Apostolica, la promozione dell’inculturazione potrà procedere più speditamente.

    3. La condivisione della nostra fede cattolica con coloro che non conoscono ancora Cristo, deve essere considerata un’opera di amore, a condizione che sia portata a compimento nel pieno rispetto della loro dignità umana e della loro libertà. Se un cristiano non cercasse di diffondere il Vangelo condividendo la perfetta conoscenza di Gesù Cristo (cf Fil 3:8), potremmo pensare che quel cristiano non sia pienamente convinto della sua fede, o che, a causa di egoismo e pigrizia, non intenda condividere con il suo prossimo i copiosi e abbondanti mezzi della salvezza.

    4. La conversione al Cristianesimo è giustamente vista come una liberazione, come scrive San Paolo nella Lettera ai Colossesi. È entrare "nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (Col 1:13-14).

    Considero la presente Nota Dottrinale di grande rilevanza ed attualità.

    ******

    INTERVENTO DI S.E. MONS. ANGELO AMATO

    L’annuncio di Gesù Cristo celebra la libertà umana


    1. Nella sua Lettera enciclica sulla speranza, il S. Padre Benedetto XVI scrive: «il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita» (Spe salvi, 2). Questa affermazione pone subito al centro della nostra attenzione una grande verità: il cristianesimo, prima ancora che una dottrina, è l’annuncio della presenza fra noi della persona di Gesù Cristo, di colui che è il Salvatore dell’umanità e del cosmo.

    E Gesù è anche al centro di ciò che la Chiesa vive, propone ed annuncia. Anzi è proprio la riscoperta quotidiana e grata della presenza di Gesù Cristo fra noi - di colui che è l’unico vero Signore "buono" della storia (cf. Spe salvi, 3) - che rende necessario, oggi, come duemila anni fa, l’annuncio a tutti gli uomini di una salvezza che non cessa di rendersi vicina ed accessibile all’uomo. È la presenza salvifica di Gesù Cristo la grande speranza che sta al cuore della speranza ecclesiale e che muove la Chiesa incontro al mondo.

    Per questo la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione afferma che evangelizzare significa non soltanto insegnare una dottrina bensì annunciare il Signore Gesù con parole ed azioni, cioè farsi strumento della sua presenza e azione nel mondo. L’evangelizzazione coincide, infatti, col farsi portatori di questa speranza, che si fa "carne" per noi nella persona di Gesù e che rinnova la sua dimora in mezzo a noi nella Chiesa. Nulla è, infatti più urgente ed importante, per noi cristiani che essere un’eco credibile di questa presenza e di questa speranza.

    Nessuna obiezione può dunque ragionevolmente frenare od ostacolare l’impeto che dal cuore della Chiesa come fuoco di carità muove i nostri cuori ad annunciare, con parole ed opere, Colui che è la speranza attesa segretamente da ogni cuore: «Tutto il cuore dell’uomo, infatti, attende di incontrare Gesù Cristo» (n. 10).

    2. La Nota intende anzitutto richiamare che questo impeto ad evangelizzare, che proviene dal mandato stesso di Cristo, si radica in una profonda certezza antropologica: la ricerca e la scoperta della verità non mettono in pericolo e non coartano la libertà umana ma la celebrano e ne favoriscono il compimento. E ciò vale, in particolare ed anzitutto, per quella Verità che è Gesù Cristo: «la piena adesione a Cristo, che è la Verità, e l'ingresso nella sua Chiesa non diminuiscono ma esaltano la libertà umana e la protendono verso il suo compimento, in un amore gratuito e colmo di premura per il bene di tutti gli uomini» (n. 7).

    È questa certezza che spinge la Chiesa a considerare la libertà umana come «una risorsa ed una sfida offerta all'uomo da Colui che lo ha creato. Un'offerta rivolta alla sua capacità di conoscere ed amare ciò che è buono e vero» (n. 4), «una libertà che non è indifferenza ma tensione al bene» (n. 10).

    Infatti, nulla come la ricerca del bene e della verità mette in gioco la libertà umana, sollecitandola ad un'adesione tale da coinvolgere gli aspetti fondamentali della vita. È questo «il caso della verità salvifica, che non è soltanto oggetto del pensiero ma avvenimento che investe tutta la persona - intelligenza, volontà, sentimenti, attività e progetti - quando essa aderisce a Cristo» (n. 10).

    3. L’accoglienza di Cristo e la conversione a lui consentono altresì di riconoscere e guardare in modo adeguato l’incorporazione alla Chiesa, che «non è l’estensione di un gruppo di potere, ma l’ingresso nella rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra, continenti ed epoche diverse» (n. 9). La Chiesa non è una utopia politica, ma germe e inizio del Regno di Dio. Essa è già presenza di Dio nella storia e porta in sé anche il vero futuro, quello definitivo. Si tratta di una presenza necessaria, poiché solo Dio può portare al mondo pace e giustizia autentiche. Per questo la Chiesa è strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo: «Il dilatarsi della Chiesa, che è la finalità della missione, è un servizio alla presenza di Dio mediante il suo Regno» (n. 9).

    Ciò è ancora più urgente nell’ora presente - come spesso ci ha ricordato il S. Padre Benedetto XVI – in cui conosciamo sempre più "diverse forme di deserto", che nascono soprattutto dal deserto dell'oscurità di Dio e dello svuotamento delle anime, un deserto in cui si trovano tanti nostri fratelli che vivono «senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo» (Benedetto XVI, Omelia durante la Santa Messa per l’inizio del Pontificato, 24 aprile 2005).

    Proprio l’esistenza di tale "deserto" ci impone di considerare come compito prioritario della Chiesa il condurre gli uomini all’amicizia con Gesù Cristo nella libertà e nel rispetto dell’altrui coscienza. Per tale motivo l’evangelizzazione è «un dovere ed anche un diritto irrinunciabile», «un diritto che purtroppo, in alcune parti del mondo, non è ancora legalmente riconosciuto ed in altre non è rispettato nei fatti» (n. 10).

    Ed è questo un compito che è spesso «contrassegnato dal martirio« (n. 8): ma «proprio il martirio dà credibilità ai testimoni, che non cercano potere o guadagno ma donano la propria vita per Cristo. Essi manifestano al mondo la forza inerme e colma di amore per gli uomini che viene donata a chi segue Cristo fino al dono totale della sua esistenza» (n. 10). Sono proprio i martiri, con il dono della loro stessa vita – offerta non per uccidere, ma per donare più vita – che documentano in modo inequivocabile come «la pienezza del dono di verità che Dio fa, rivelandosi all’uomo, rispetta quella libertà che Egli stesso crea come tratto indelebile della natura umana» (n. 10).

    4. Si comprende dunque come questo orizzonte, fatto di verità e di libertà, debba determinare anche l’ambito ecumenico. Anche qui, il necessario rispetto delle diverse sensibilità e delle rispettive tradizioni, non può eludere né l’esigenza della libertà né quella della verità, che sono i presupposti insostituibili di ogni forma di dialogo. Il dialogo sincero, effettuato nella verità, nella libertà e nella carità, infatti, «non priva del diritto né esime dalla responsabilità di annunciare in pienezza la fede cattolica agli altri cristiani, che liberamente accettano di accoglierla» (n. 12). Tale dialogo, infatti, «non è soltanto uno scambio di idee ma di doni, affinché si possa offrire loro la pienezza dei mezzi di salvezza» (n. 12).

    L’unità nella verità, e l’esercizio della libertà nella carità, sono le vie esigenti ma preziose che la Nota intende richiamare all’oneroso e affascinante compito di testimoniare la fede cristiana all’inizio del terzo millennio.

  3. #3
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    Predefinito Si riconferma l'eresia ecumenista

    IV. Alcune implicazioni ecumeniche

    12. Il Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce l’importante ruolo dell’ecumenismo nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Le divisioni dei cristiani possono seriamente compromettere la credibilità della missione evangelizzatrice della Chiesa. Se l’Ecumenismo riuscirà a realizzare una maggiore unità fra i cristiani, anche l’evangelizzazione ne risulterà più efficace.

    13. Quando l’evangelizzazione cattolica viene compiuta in un paese dove vivono cristiani non cattolici, i cattolici devono portare a compimento la propria missione prestando la massima attenzione a: "un vero rispetto per la loro tradizione e le loro ricchezze spirituali" e in "un sincero spirito di cooperazione". L’evangelizzazione può progredire con il dialogo e non con il proselitismo. Con i cristiani non cattolici, i cattolici devono intrattenere un rispettoso dialogo di carità e verità, un dialogo che non sia soltanto uno scambio di idee, ma anche uno scambio di doni, così che la pienezza dei mezzi salvifici sia offerta ai propri compagni nel dialogo. In tal modo viene incoraggiata una loro più profonda conversione a Cristo.

    "Al riguardo va notato che se un cristiano non cattolico, per ragioni di coscienza e convinto della verità cattolica, chiede di entrare nella piena comunione della Chiesa cattolica, ciò va rispettato come opera dello Spirito Santo e come espressione della libertà di coscienza e di religione. In questo caso non si tratta di proselitismo, nel senso negativo attribuito a questo termine". [12]
    La Nota della Congregazione si presenta per lo meno equivoca laddove considera o pare considerare gli eretici e scismatici non abbisognevoli di essere riportati alla vera fede. Tant'è che si esclude, nei loro riguardi, il proselitismo. L'idea sottesa è quella di giungere ad una pan-chiesa, ad una sorta di federazione, di unione di chiese, dato che si attesta l'ecumenismo e l'evangelizzazione procedono insieme .....
    Un documento errato, che abdica espressamente all'ultimo comando di Cristo: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (Mc 16, 15. Cfr. Mt 28, 19-20; At 1, 8), compresi, evidentemente, gli eretici e gli scismatici.

  4. #4
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    Documento vaticano: evangelizzazione, né proselitismo né relativismo

    Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede


    CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 14 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Di fronte alla "crescente confusione" su ciò che significa l'evangelizzazione, la Santa Sede ha pubblicato questo venerdì un documento in cui spiega che non vuol dire né "proselitismo" né "relativismo".

    "Ogni persona ha il diritto di udire la buona novella di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione. A questo diritto corrisponde il dovere di evangelizzare", spiega.

    La "Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione", a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, è il risultato di un lavoro di anni, cominciato quando il prefetto di questo dicastero vaticano era il Cardinale Joseph Ratzinger.

    La Nota riconosce la "crescente confusione" degli ultimi anni sulla comprensione del mandato missionario della Chiesa, l'annuncio dell'amore di Dio per ogni uomo e donna.

    Alcuni, osserva il testo, considerano che non si deve promuovere la conversione a Cristo perché è possibile essere salvati senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza un'incorporazione formale nella Chiesa.

    Queste visioni si basano sul crescente relativismo, che nega la capacità umana di conoscere la verità.

    Il documento propone l'insegnamento e il dialogo, nel rispetto della piena libertà di ogni persona, per annunciare l'amore di Cristo. È "una legittima offerta ed un servizio che può rendere più fecondi i rapporti fra gli uomini", spiega.

    La nota constata che questo è valido anche per l'evangelizzazione dei diversi ambienti culturali, perché il Vangelo non è un limite, ma una ricchezza. "Ogni incontro con una persona o una cultura concreta può svelare delle potenzialità del Vangelo poco esplicitate in precedenza, che arricchiranno la vita concreta dei cristiani e della Chiesa".

    Per questo motivo, spiega chiaramente che non è evangelizzazione cristiana l'approccio al dialogo che comporti la coercizione o un'impropria istigazione, irrispettosa della dignità e della libertà religiosa.

    "L'incorporazione di nuovi membri alla Chiesa non è l'estensione di un gruppo di potere, ma l'ingresso nella rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra, continenti ed epoche diverse", chiarisce.

    La Chiesa, secondo la fede cattolica, è "veicolo della presenza di Dio e perciò strumento di una vera umanizzazione dell'uomo e del mondo".

    Il documento cita la costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes per affermare che il rispetto della libertà religiosa e la sua promozione "non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi lo stesso amore spinge i discepoli di Cristo ad annunciare a tutti gli uomini la verità che salva".

    "Affinché la luce della verità sia irradiata a tutti gli uomini, è necessaria anzitutto la testimonianza della santità. Se la parola è smentita dalla condotta, difficilmente viene accolta".

    Allo stesso tempo, aggiunge ricordando il pensiero di Paolo VI, "anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata .... ed esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù".

    Evangelizzazione ed ecumenismo non sono in opposizione, aggiunge il documento. É vero esattamente il contrario. Le divisioni dei cristiani possono seriamente compromettere la credibilità della missione evangelizzatrice della Chiesa; se l'ecumenismo riuscirà a realizzare una maggiore unità fra i cristiani, anche l'evangelizzazione ne risulterà più efficace.

    Nei Paesi in cui vivono cristiani non cattolici, indica la nota, i cattolici devono mostrare "un vero rispetto per la loro tradizione e le loro ricchezze spirituali" e un "sincero spirito di cooperazione".

    "Se un cristiano non cattolico, per ragioni di coscienza e convinto della verità cattolica, chiede di entrare nella piena comunione della Chiesa cattolica, ciò va rispettato come opera dello Spirito Santo e come espressione della libertà di coscienza e di religione. In questo caso non si tratta di proselitismo, nel senso negativo attribuito a questo termine", aggiunge.

    Il documento termina con un messaggio centrale del pontificato di Benedetto XVI: "L'annuncio e la testimonianza del Vangelo sono il primo servizio che i cristiani possono rendere a ogni persona e all'intero genere umano, chiamati come sono a comunicare a tutti l'amore di Dio, che si è manifestato in pienezza nell'unico Redentore del mondo, Gesù Cristo".

    Fonte: Zenit, 14.12.2007

  5. #5
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    CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

    NOTA DOTTRINALE SU ALCUNI ASPETTI DELL'EVANGELIZZAZIONE

    I. Introduzione


    1. Inviato dal Padre ad annunciare il Vangelo, Gesù Cristo ha invitato tutti gli uomini alla conversione e alla fede (cf. Mc 1, 14-15), affidando agli Apostoli, dopo la sua risurrezione, la continuazione della sua missione evangelizzatrice (cf. Mt 28, 19-20; Mc 16, 15; Lc 24, 4-7; At 1, 3): «come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi» (Gv 20, 21; cf. 17, 18). Mediante la Chiesa, egli vuole infatti raggiungere ogni epoca della storia, ogni luogo della terra ed ogni ambito della società, arrivare ad ogni persona, perché tutti diventino un solo gregge e un solo pastore (cf. Gv 10, 16): «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16, 15-16).

    Gli Apostoli, quindi, «mossi dallo Spirito, invitavano tutti a cambiare vita, a convertirsi e a ricevere il battesimo»[1], perché «la Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza»[2]. E’ lo stesso Signore Gesù Cristo che, presente nella sua Chiesa, precede l'opera degli evangelizzatori, l’accompagna e la segue, facendone fruttificare il lavoro: ciò che è accaduto alle origini continua lungo tutto il corso della storia.

    All'inizio del terzo millennio, è risuonato ancora nel mondo l'invito che Pietro, insieme al fratello Andrea ed ai primi discepoli, ascoltò da Gesù: «prendi il largo e calate le reti per la pesca» (Lc 5, 4)[3]. E, dopo il miracolo di una grande raccolta di pesci, il Signore annunciò a Pietro che sarebbe diventato «pescatore di uomini» (Lc 5, 10).

    2. Il termine evangelizzazione ha un significato molto ricco[4]. In senso ampio, esso riassume l'intera missione della Chiesa: tutta la sua vita infatti consiste nel realizzare la traditio Evangelii, l'annuncio e la trasmissione del Vangelo, che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1, 16) e che in ultima essenza si identifica con Gesù Cristo (cf. 1 Cor 1, 24). Perciò, così intesa, l'evangelizzazione ha come destinataria tutta l'umanità. In ogni caso, evangelizzare significa non soltanto insegnare una dottrina bensì annunciare il Signore Gesù con parole ed azioni, cioè farsi strumento della sua presenza e azione nel mondo.

    «Ogni persona ha il diritto di udire la "buona novella" di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione»[5]. Si tratta di un diritto conferito dal Signore a ogni persona umana, per cui ogni uomo e ogni donna può veramente dire con San Paolo: Gesù Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). A questo diritto corrisponde un dovere di evangelizzare: «Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16; cf. Rm 10, 14). Si comprende allora come ogni attività della Chiesa abbia una essenziale dimensione evangelizzante e non deve mai essere separata dall'impegno per aiutare tutti a incontrare Cristo nella fede, che è il primario obiettivo dell'evangelizzazione: «il fatto sociale e il Vangelo sono semplicemente inscindibili tra loro. Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco»[6].

    3. Si verifica oggi, tuttavia, una crescente confusione che induce molti a lasciare inascoltato ed inoperante il comando missionario del Signore (cf. Mt 28, 19). Spesso si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà. Sarebbe lecito solamente esporre le proprie idee ed invitare le persone ad agire secondo coscienza, senza favorire una loro conversione a Cristo ed alla fede cattolica: si dice che basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà. Inoltre, alcuni sostengono che non si dovrebbe annunciare Cristo a chi non lo conosce, né favorire l’adesione alla Chiesa, poiché sarebbe possibile esser salvati anche senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa.

    Di fronte a tali problematiche, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto necessario pubblicare la presente Nota. Essa, presupponendo l'insieme della dottrina cattolica sull'evangelizzazione, ampiamente trattata nel Magistero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, ha lo scopo di chiarire alcuni aspetti del rapporto tra il mandato missionario del Signore ed il rispetto della coscienza e della libertà religiosa di tutti. Si tratta di aspetti che hanno importanti implicazioni antropologiche, ecclesiologiche ed ecumeniche.

    II. Alcune implicazioni antropologiche

    4. «Questa è la vita eterna, che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3): Dio ha donato agli uomini l'intelligenza e la volontà, perché lo potessero liberamente cercare, conoscere ed amare. Perciò la libertà umana è una risorsa ed una sfida offerta all'uomo da Colui che lo ha creato. Un'offerta rivolta alla sua capacità di conoscere ed amare ciò che è buono e vero. Nulla come la ricerca del bene e della verità mette in gioco la libertà umana, sollecitandola ad un'adesione tale da coinvolgere gli aspetti fondamentali della vita. Questo è in modo particolare il caso della verità salvifica, che non è soltanto oggetto del pensiero ma avvenimento che investe tutta la persona — intelligenza, volontà, sentimenti, attività e progetti — quando essa aderisce a Cristo. In tale ricerca del bene e della verità è già all’opera lo Spirito Santo, che apre e dispone i cuori all’accoglienza della verità evangelica, secondo la nota affermazione di san Tommaso d’Aquino: «omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est»[7]. È perciò importante valorizzare questa azione dello Spirito, che crea affinità ed avvicina i cuori alla verità, aiutando la conoscenza umana a maturare in sapienza e in abbandono fiducioso al vero[8].

    Tuttavia oggi vengono formulati, con sempre maggiore frequenza, degli interrogativi proprio sulla legittimità di proporre ad altri — affinché possano aderirvi a loro volta — ciò che si ritiene vero per sé. Tale proposta è vista spesso come un attentato alla libertà altrui. Questa visione della libertà umana, svincolata dal suo inscindibile riferimento alla verità, è una delle espressioni «di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l'apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione»[9]. Nelle diverse forme di agnosticismo e relativismo presenti nel pensiero contemporaneo, «la legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull'assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo. A questa riserva non sfuggono neppure alcune concezioni di vita che provengono dall'Oriente; in esse, infatti, si nega alla verità il suo carattere esclusivo, partendo dal presupposto che essa si manifesta in modo uguale in dottrine diverse, persino contraddittorie tra di loro»[10]. Se l'uomo nega la sua fondamentale capacità della verità, se diviene scettico sulla sua facoltà di conoscere realmente ciò che è vero, egli finisce per perdere ciò che in modo unico può avvincere la sua intelligenza ed affascinare il suo cuore.

    5. A tale riguardo, nella ricerca della verità, chi pensa di fare affidamento soltanto sulle proprie forze, senza riconoscere il bisogno che ciascuno ha dell’aiuto altrui, si inganna. L'uomo «fin dalla nascita, si trova immerso in varie tradizioni, dalle quali riceve non soltanto il linguaggio e la formazione culturale, ma molteplici verità a cui, quasi istintivamente, crede. [...] Nella vita di un uomo, le verità semplicemente credute rimangono più numerose di quelle che egli acquisisce mediante la personale verifica»[11]. La necessità di affidarsi alle conoscenze trasmesse dalla propria cultura, o acquisite da altri, arricchisce l'uomo sia con verità che egli non poteva attingere da solo, sia con quei rapporti interpersonali e sociali che egli sviluppa. L'individualismo spirituale, invece, isola la persona impedendole di aprirsi con fiducia agli altri - e perciò di ricevere e donare in abbondanza quei beni che nutrono la sua libertà - e mettendo in pericolo anche il diritto di manifestare socialmente le proprie convinzioni e opinioni[12].

    In particolare, la verità che è in grado di illuminare il senso della propria vita e di guidarla viene raggiunta anche mediante l'abbandono fiducioso a coloro che possono garantire la certezza e l'autenticità della verità stessa: «La capacità e la scelta di affidare se stessi e la propria vita a un'altra persona costituiscono certamente uno degli atti antropologicamente più significativi ed espressivi»[13]. L'accoglienza della Rivelazione che si realizza nella fede, pur avvenendo ad un livello più profondo, rientra nella dinamica della ricerca della verità: «A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede (cf. Rm 16, 26; 1, 5; 2 Cor 10, 5-6), con la quale l'uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente, prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui»[14]. Il Concilio Vaticano II, dopo aver affermato il dovere e il diritto di ogni uomo di cercare la verità in materia religiosa, aggiunge: «La verità poi va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana, e alla sua natura sociale, cioè con una ricerca libera, con l'aiuto del magistero o dell'insegnamento, della comunicazione e del dialogo, con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca della verità, gli uni espongono agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta»[15]. In ogni caso, la verità «non si impone che in forza della stessa verità»[16]. Perciò, sollecitare onestamente l'intelligenza e la libertà di una persona all'incontro con Cristo ed il suo Vangelo non è una indebita intromissione nei suoi confronti, bensì una legittima offerta ed un servizio che può rendere più fecondi i rapporti fra gli uomini.

    6. L’evangelizzazione, inoltre, è una possibilità di arricchimento non soltanto per i suoi destinatari ma anche per chi ne è attore e per la Chiesa tutta. Ad esempio, nel processo di inculturazione, «la stessa Chiesa universale si arricchisce di espressioni e valori nei vari settori della vita cristiana [...]; conosce ed esprime ancor meglio il mistero di Cristo, mentre viene stimolata a un continuo rinnovamento»[17]. La Chiesa, infatti, che fin dal giorno di Pentecoste ha manifestato l’universalità della sua missione, assume in Cristo le innumerevoli ricchezze degli uomini di tutti i tempi e luoghi della storia umana[18]. Oltre al suo valore antropologico intrinseco, ogni incontro con una persona o una cultura concreta può svelare delle potenzialità del Vangelo poco esplicitate in precedenza, che arricchiranno la vita concreta dei cristiani e della Chiesa. Anche grazie a questo dinamismo, la «tradizione, che viene dagli apostoli, progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo»[19].

    È infatti lo Spirito che, dopo aver operato l’incarnazione di Gesù Cristo nel grembo verginale di Maria, vivifica l’azione materna della Chiesa nell’evangelizzazione delle culture. Sebbene il Vangelo sia indipendente da tutte le culture, esso è capace di impregnarle tutte, senza tuttavia lasciarsene asservire[20]. In questo senso, lo Spirito Santo è anche il protagonista dell’inculturazione del Vangelo, è colui che presiede in modo fecondo al dialogo fra la Parola di Dio, rivelatasi in Cristo, e le domande più profonde che sgorgano dalla molteplicità degli uomini e delle culture. Prosegue così nella storia, nell’unità di una medesima ed unica fede, l’evento della Pentecoste, che si arricchisce attraverso la diversità dei linguaggi e delle culture.

    7. L'attività con cui l'uomo comunica ad altri eventi e verità significativi dal punto di vista religioso, favorendone l'accoglienza, non solo è in profonda sintonia con la natura del processo umano di dialogo, di annuncio e di apprendimento, ma è anche rispondente ad un'altra importante realtà antropologica: è proprio dell'uomo il desiderio di rendere partecipi gli altri dei propri beni. L'accoglienza della Buona Novella nella fede, spinge di per sé a tale comunicazione. La Verità che salva la vita accende il cuore di chi la riceve con un amore verso il prossimo che muove la libertà a ridonare ciò che si è gratuitamente ricevuto.

    Sebbene i non cristiani possano salvarsi mediante la grazia che Dio dona attraverso «vie a Lui note»[21], la Chiesa non può non tener conto del fatto che ad essi manca un grandissimo bene in questo mondo: conoscere il vero volto di Dio e l'amicizia con Gesù Cristo, il Dio-con-noi. Infatti, «non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con Lui»[22]. Per ogni uomo è un grande bene la rivelazione delle verità fondamentali[23] su Dio, su se stesso e sul mondo; mentre vivere nell'oscurità, senza la verità circa le ultime questioni, è un male, spesso all'origine di sofferenze e di schiavitù talvolta drammatiche. Ecco perché San Paolo non esita a descrivere la conversione alla fede cristiana come una liberazione «dal regno delle tenebre» ed un ingresso «nel regno del Figlio prediletto, nel quale abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati» (Col 1, 13-14). Perciò la piena adesione a Cristo, che è la Verità, e l'ingresso nella sua Chiesa non diminuiscono ma esaltano la libertà umana e la protendono verso il suo compimento, in un amore gratuito e colmo di premura per il bene di tutti gli uomini. E' un dono inestimabile vivere nell'abbraccio universale degli amici di Dio, che scaturisce dalla comunione con la carne vivificante del Figlio Suo, ricevere da Lui la certezza del perdono dei peccati e vivere nella carità che nasce dalla fede. Di questi beni la Chiesa vuole fare partecipi tutti, affinché abbiano così la pienezza della verità e dei mezzi di salvezza, «per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21).

    8. L'evangelizzazione comporta anche il dialogo sincero, che cerca di comprendere le ragioni ed i sentimenti altrui. Al cuore dell'uomo, infatti, non si accede senza gratuità, carità e dialogo, cosicché la parola annunciata non sia solo proferita ma anche adeguatamente attestata nel cuore dei suoi destinatari. Ciò esige di tener conto delle speranze e delle sofferenze, delle situazioni concrete di coloro ai quali ci si rivolge. Inoltre, proprio attraverso il dialogo, gli uomini di buona volontà aprono più liberamente il cuore e condividono sinceramente le loro esperienze spirituali e religiose. Tale condivisione, caratteristica della vera amicizia, è un'occasione preziosa per la testimonianza e per l'annuncio cristiano.

    Come in ogni campo dell'attività umana, anche nel dialogo in materia religiosa può subentrare il peccato. Può accadere talvolta che tale dialogo non sia guidato dal suo naturale scopo, bensì ceda all'inganno, ad interessi egoistici o all'arroganza, mancando così di rispetto alla dignità e alla libertà religiosa degli interlocutori. Perciò «la Chiesa proibisce severamente di costringere o di indurre e attirare qualcuno con inopportuni raggiri ad abbracciare la fede, allo stesso modo che rivendica energicamente il diritto che nessuno con ingiuste vessazioni sia distolto dalla fede stessa»[24].

    Il movente originario dell'evangelizzazione è l'amore di Cristo per la salvezza eterna degli uomini. Gli autentici evangelizzatori desiderano soltanto donare gratuitamente quanto essi stessi hanno gratuitamente ricevuto: «Fin dagli inizi della Chiesa, i discepoli di Cristo si sono adoperati per convertire gli uomini a confessare Cristo Signore, non con una azione coercitiva né con artifizi indegni del Vangelo, ma anzitutto con la forza della parola di Dio»[25]. La missione degli apostoli e la sua continuazione nella missione della Chiesa antica rimane il modello fondamentale dell'evangelizzazione per tutti i tempi: una missione spesso contrassegnata dal martirio, come dimostra anche la storia del secolo appena trascorso. Proprio il martirio dà credibilità ai testimoni, che non cercano potere o guadagno ma donano la propria vita per Cristo. Essi manifestano al mondo la forza inerme e colma di amore per gli uomini che viene donata a chi segue Cristo fino al dono totale della sua esistenza. Così, i cristiani, dagli albori del cristianesimo fino ai nostri giorni, hanno subito persecuzioni a motivo del Vangelo, come Gesù aveva preannunziato: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 20).

    III. Alcune implicazioni ecclesiologiche

    9. Sin dal giorno di Pentecoste, chi accoglie pienamente la fede viene incorporato alla comunità dei credenti: «coloro che accolsero la sua parola [di Pietro] furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone» (At 2, 41). Fin dall’inizio il Vangelo, nella potenza dello Spirito, è annunciato a tutti gli uomini, affinché credano e diventino discepoli di Cristo e membri della sua Chiesa. Anche nella letteratura patristica sono costanti le esortazioni a compiere la missione affidata da Cristo ai discepoli[26]. Generalmente si usa il termine «conversione» in riferimento all'esigenza di portare i pagani alla Chiesa. Nondimeno, la conversione (metanoia), nel suo significato propriamente cristiano, è un cambiamento di mentalità e di azione, come espressione della vita nuova in Cristo proclamata dalla fede: si tratta di una continua riforma di pensiero e di opere verso una più intensa identificazione con Cristo (cf. Gal 2, 20), cui sono chiamati anzitutto i battezzati. Tale è, in primo luogo, il significato dell’invito formulato da Gesù: «convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1, 15; cf. Mt 4, 17).

    Lo spirito cristiano è sempre stato animato dalla passione di condurre tutta l’umanità a Cristo nella Chiesa. Infatti l'incorporazione di nuovi membri alla Chiesa non è l'estensione di un gruppo di potere, ma l'ingresso nella rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra, continenti ed epoche diverse. È l'ingresso nel dono della comunione con Cristo, che è «vita nuova» animata dalla carità e dall’impegno per la giustizia. La Chiesa è strumento - «germe ed inizio»[27]- del Regno di Dio, non è un’utopia politica. É già presenza di Dio nella storia e porta in sé anche il vero futuro, quello definitivo nel quale Egli sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28); una presenza necessaria, poiché solo Dio può portare al mondo pace e giustizia autentiche. Il Regno di Dio non è — come alcuni oggi sostengono — una realtà generica che sovrasta tutte le esperienze o le tradizioni religiose, ed a cui esse dovrebbero tendere come ad un'universale ed indistinta comunione di tutti coloro che cercano Dio, ma è anzitutto una persona, che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile[28]. Perciò ogni libero moto del cuore umano verso Dio ed il suo Regno non può che condurre, per sua natura, a Cristo ed essere orientato all'ingresso nella sua Chiesa, che di quel Regno è segno efficace. La Chiesa è, dunque, veicolo della presenza di Dio e perciò strumento di una vera umanizzazione dell'uomo e del mondo. Il dilatarsi della Chiesa nella storia, che costituisce la finalità della missione, è un servizio alla presenza di Dio mediante il suo Regno: non si può infatti «disgiungere il Regno dalla Chiesa»[29].

    10. Oggi, tuttavia, l'annuncio missionario della Chiesa viene «messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio)»[30]. Da molto tempo si è venuta a creare una situazione nella quale, per molti fedeli, non è chiara la stessa ragione d'essere dell'evangelizzazione[31]. Si afferma addirittura che la pretesa di aver ricevuto in dono la pienezza della Rivelazione di Dio nasconde un atteggiamento d'intolleranza ed un pericolo per la pace.

    Chi ragiona così ignora che la pienezza del dono di verità che Dio fa, rivelandosi all’uomo, rispetta quella libertà che Egli stesso crea come tratto indelebile della natura umana: una libertà che non è indifferenza, ma tensione al bene. Tale rispetto è un'esigenza della stessa fede cattolica e della carità di Cristo, un costitutivo dell'evangelizzazione e, quindi, un bene da promuovere in modo inseparabile dall'impegno a far conoscere e abbracciare liberamente la pienezza di salvezza che Dio offre all'uomo nella Chiesa.

    Il dovuto rispetto per la libertà religiosa[32] e la sua promozione «non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi lo stesso amore spinge i discepoli di Cristo ad annunciare a tutti gli uomini la verità che salva»[33]. Tale amore è il sigillo prezioso dello Spirito Santo che, da protagonista dell'evangelizzazione[34], non cessa di muovere i cuori all'annuncio del Vangelo, aprendoli alla sua accoglienza. Un amore che vive nel cuore della Chiesa e da lì, come fuoco di carità, si irradia sino ai confini della terra, fino al cuore di ogni uomo. Tutto il cuore dell’uomo, infatti, attende di incontrare Gesù Cristo.

    Si comprende allora l’urgenza dell’invito di Cristo ad evangelizzare e come la missione, affidata dal Signore agli apostoli, riguardi tutti i battezzati. Le parole di Gesù, «andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20), interpellano tutti nella Chiesa, ciascuno secondo la propria vocazione. E, nell'ora presente, di fronte alle tante persone che vivono nelle diverse forme di deserto, soprattutto nel «deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo»[35], il Papa Benedetto XVI ha ricordato al mondo che «la Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza»[36]. Questo impegno apostolico è un dovere ed anche un diritto irrinunciabile, espressione propria della libertà religiosa, che ha le sue corrispondenti dimensioni etico-sociali ed etico-politiche[37]. Un diritto che purtroppo, in alcune parti del mondo, non è ancora legalmente riconosciuto ed in altre non è rispettato nei fatti[38].

    11. Chi annuncia il Vangelo partecipa alla carità di Cristo, che ci ha amati e ha donato se stesso per noi (cf. Ef 5, 2), è suo ambasciatore e supplica in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio! (cf. 2 Cor 5, 20). Una carità che è espressione di quella gratitudine che si effonde dal cuore umano quando si apre all'amore donato da Gesù Cristo, quell'Amore «che per l'universo si squaderna»[39]. Questo spiega l'ardore, la fiducia e la libertà di parola (parrhesia) che si manifestavano nella predicazione degli Apostoli (cf. At 4, 31; 9, 27-28; 26, 26; ecc.) e che il re Agrippa sperimentò ascoltando Paolo: «Per poco non mi convinci a farmi cristiano!» (At 26, 28).

    L'evangelizzazione non si realizza soltanto attraverso la predicazione pubblica del Vangelo, né unicamente attraverso opere di pubblica rilevanza, ma anche per mezzo della testimonianza personale, che è sempre una via di grande efficacia evangelizzatrice. In effetti, «accanto alla proclamazione fatta in forma generale del Vangelo, l'altra forma della sua trasmissione, da persona a persona, resta valida ed importante. [...] Non dovrebbe accadere che l'urgenza di annunziare la buona novella a masse di uomini facesse dimenticare questa forma di annuncio mediante la quale la coscienza personale di un uomo è raggiunta, toccata da una parola del tutto straordinaria che egli riceve da un altro»[40].

    In ogni caso, va ricordato che nella trasmissione del Vangelo la parola e la testimonianza della vita vanno di pari passo[41]; affinché la luce della verità sia irradiata a tutti gli uomini, è necessaria anzitutto la testimonianza della santità. Se la parola è smentita dalla condotta, difficilmente viene accolta. Ma neppure basta la sola testimonianza, perché «anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata — ciò che Pietro chiamava “dare le ragioni della propria speranza” (1 Pt 3, 15) — ed esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù»[42].

    IV. Alcune implicazioni ecumeniche

    12. Fin dai suoi inizi il movimento ecumenico è stato intimamente collegato all’evangelizzazione. L’unità è, infatti, il sigillo della credibilità della missione e il Concilio Vaticano II ha rilevato con rincrescimento che lo scandalo della divisione «danneggia la santissima causa della predicazione»[43]. Gesù stesso alla vigilia della sua morte ha pregato: «affinché tutti siano una sola cosa…perché il mondo creda» (Gv 17, 21).

    La missione della Chiesa è universale e non è limitata a determinate regioni della terra. L’evangelizzazione, tuttavia, si realizza diversamente, secondo le differenti situazioni in cui avviene. In senso proprio c’è la «missio ad gentes» verso coloro che non conoscono Cristo. In senso lato si parla di «evangelizzazione», per l’aspetto ordinario della pastorale, e di «nuova evangelizzazione», verso coloro che non seguono più la prassi cristiana[44]. Inoltre, vi è l’evangelizzazione in paesi dove vivono cristiani non cattolici, soprattutto in paesi di antica tradizione e cultura cristiana. Qui si richiede sia un vero rispetto per la loro tradizione e le loro ricchezze spirituali che un sincero spirito di cooperazione. I cattolici, «esclusa ogni forma sia di indifferentismo sia di sconsiderata concorrenza, attraverso una comune – per quanto possibile – professione di fede in Dio e in Gesù Cristo di fronte alle genti, attraverso la cooperazione nel campo tecnico e sociale come in quello religioso e culturale, collaborino fraternamente con i fratelli separati secondo le norme del Decreto sull’Ecumenismo»[45].

    Nell’impegno ecumenico, si possono distinguere diverse dimensioni: anzitutto l'ascolto, come condizione fondamentale di ogni dialogo; vi è poi la discussione teologica, nella quale, cercando di capire le confessioni, le tradizioni e le convinzioni altrui, si può arrivare a trovare la concordia, a volte nascosta nella discordia. Ed inseparabilmente da tutto ciò, non può mancare un'altra essenziale dimensione dell'impegno ecumenico: la testimonianza e l'annuncio degli elementi che non sono tradizioni particolari o sfumature teologiche bensì appartengono alla Tradizione della fede stessa.

    Ma l’ecumenismo non ha solo una dimensione istituzionale che mira a «far crescere la comunione parziale esistente tra i cristiani verso la piena comunione nella verità e nella carità»[46]: esso è compito di ogni singolo fedele, anzitutto mediante la preghiera, la penitenza, lo studio e la collaborazione. Ovunque e sempre, ogni fedele cattolico ha il diritto e il dovere di dare la testimonianza e l’annuncio pieno della propria fede. Con i cristiani non cattolici, il cattolico deve entrare in un dialogo rispettoso della carità e della verità: un dialogo che non è soltanto uno scambio di idee ma di doni[47], affinché si possa offrire loro la pienezza dei mezzi di salvezza[48]. Così si viene condotti ad una sempre più profonda conversione a Cristo.

    Al riguardo va notato che se un cristiano non cattolico, per ragioni di coscienza e convinto della verità cattolica, chiede di entrare nella piena comunione della Chiesa cattolica, ciò va rispettato come opera dello Spirito Santo e come espressione della libertà di coscienza e di religione. In questo caso non si tratta di proselitismo, nel senso negativo attribuito a questo termine[49]. Come ha esplicitamente riconosciuto il Decreto sull’Ecumenismo del Concilio Vaticano II, «è chiaro che l’opera di preparazione e di riconciliazione di quelle singole persone che desiderano la piena comunione cattolica è di natura sua distinta dall’iniziativa ecumenica; non c’è però alcuna opposizione, poiché l’una e l’altra procedono dalla mirabile disposizione di Dio»[50]. Perciò tale iniziativa non priva del diritto né esime dalla responsabilità di annunciare in pienezza la fede cattolica agli altri cristiani, che liberamente accettano di accoglierla.

    Questa prospettiva richiede naturalmente di evitare ogni indebita pressione: «Nel diffondere la fede religiosa e nell’introdurre usanze ci si deve sempre astenere da ogni genere d’azione che sembri aver sapore di coercizione o di sollecitazione disonesta o scorretta, specialmente se si tratta di persone incolte o bisognose»[51]. La testimonianza alla verità non intende imporre alcunché con la forza, né con un’azione coercitiva né con artifici contrari al Vangelo. Il medesimo esercizio della carità è gratuito[52]. L’amore e la testimonianza alla verità mirano a convincere anzitutto con la forza della parola di Dio (cf. 1 Cor 2, 3-5; 1 Ts 2, 3-5)[53]. La missione cristiana risiede nella potenza dello Spirito Santo e della stessa verità proclamata.

    V. Conclusione

    13. L'azione evangelizzatrice della Chiesa non può mai venire meno, poiché mai verrà a mancarle la presenza del Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo, secondo la sua stessa promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Gli odierni relativismi ed irenismi in ambito religioso non sono un motivo valido per venir meno a questo oneroso ma affascinante impegno, che appartiene alla natura stessa della Chiesa ed è «suo compito primario»[54]. «Caritas Christi urget nos - l’amore del Cristo ci spinge» (2 Cor 5, 14): lo testimonia la vita di un gran numero di fedeli che, mossi dall'amore di Gesù hanno intrapreso, lungo tutta la sua storia, iniziative ed opere di ogni genere per annunciare il Vangelo, a tutto il mondo ed in tutti gli ambiti della società, come monito ed invito perenne ad ogni generazione cristiana ad adempiere con generosità il mandato di Cristo. Perciò, come ricorda il Papa Benedetto XVI, «l’annuncio e la testimonianza del Vangelo sono il primo servizio che i cristiani possono rendere a ogni persona e all’intero genere umano, chiamati come sono a comunicare a tutti l’amore di Dio, che si è manifestato in pienezza nell’unico Redentore del mondo, Gesù Cristo»[55]. L'amore che viene da Dio ci unisce a Lui e «ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28)»[56].

    Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto il giorno 6 ottobre 2007, ha approvato la presente Nota dottrinale, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Dato in Roma, nella sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 dicembre 2007, memoria liturgica di S. Francesco Saverio, Patrono delle Missioni.

    William Card. Levada
    Prefetto

    Angelo Amato
    Arcivescovo titolare di Sila
    Segretario
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    [1] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 47: AAS 83 (1991), 293.

    [2] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 14; cf. Decr. Ad gentes, n. 7; Decr. Unitatis redintegratio, n. 3. Questa dottrina non si contrappone alla volontà salvifica universale di Dio, che «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tim 2, 4); perciò «è necessario tener congiunte queste due verità, cioè la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la necessità della Chiesa in ordine alla salvezza» (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 9: AAS 83 [1991], 258).

    [3] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), n. 1: AAS 93 (2001), 266.

    [4] Cf. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), n. 24: AAS 69 (1976), 22.

    [5] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 46: AAS 83 (1991), 293; cf. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, nn. 53 e 80: AAS 69 (1976), 41-42, 73-74.

    [6] Benedetto XVI, Omelia durante la Santa Messa nella spianata della Neue Messe (10 settembre 2006): AAS 98 (2006), 710.

    [7] Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 109, a. 1, ad 1.

    [8] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), n. 44 : AAS 91 (1999), 40.

    [9] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma su «Famiglia e Comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede» (6 giugno 2005): AAS 97 (2005), 816.

    [10] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 5: AAS 91 (1999), 9-10.

    [11] Ibidem, n. 31: AAS 91 (1999), 29; cf. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 12.

    [12] Tale diritto è stato riconosciuto ed affermato anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 (aa. 18-19).

    [13] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 33: AAS 91 (1999), 31.

    [14] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, n. 5.

    [15] Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, n. 3.

    [16] Ibidem, n. 1.

    [17] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 52: AAS 83 (1991), 300.

    [18] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Slavorum Apostoli (2 giugno 1985), n. 18: AAS 77 (1985), 800.

    [19] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, n. 8.

    [20] Cf. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, nn. 19-20: AAS 69 (1976), 18-19.

    [21] Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 7; cf. Cost. dogm. Lumen gentium, n. 16; Cost. past. Gaudium et spes, n. 22.

    [22] Benedetto XVI, Omelia durante la Santa Messa per l’inizio del Pontificato (24 aprile 2005): AAS 97 (2005), 711.

    [23] Cf. Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, n. 2: «É grazie a questa divina rivelazione che tutti gli uomini possono nella presente condizione del genere umano, conoscere facilmente, con assoluta certezza e senza alcun errore, ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla ragione (cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, 1, 1)» (DH 3005).

    [24] Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 13.

    [25] Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, n. 11.

    [26] Cf., ad esempio, Clemente di Alessandria, Protreptico IX, 87, 3-4 (Sources chrétiennes, 2,154); Aurelio Agostino, Sermo 14, D [= 352 A], 3 (Nuova Biblioteca Agostiniana, XXXV/1, 269-271).

    [27] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 5.

    [28] Cf. al riguardo Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 18: AAS 83 (1991), 265-266: «Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, e si finisce per distorcere sia il senso del Regno, che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano o ideologico, sia l’identità di Cristo, che non appare più il Signore, a cui tutto deve esser sottomesso (cf. 1 Cor 15, 27)».

    [29] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 18: AAS 83 (1991), 266. Sul rapporto tra Chiesa e Regno, cf. anche Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus (6 agosto 2000), nn. 18-19: AAS 92 (2000), 759-761.

    [30] Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus, n. 4: AAS 92 (2000), 744.

    [31] Cf. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, n. 80: AAS 69 (1976), 73: «Perché annunziare il Vangelo dal momento che tutti sono salvati dalla rettitudine del cuore? Se, d'altra parte, il mondo e la storia sono pieni dei “germi del Verbo” non è una illusione pretendere di portare il Vangelo là dove esso già si trova nei semi, che il Signore stesso vi ha sparsi?»

    [32] Cf. Benedetto XVI, Discorso ai membri della Curia e della Prelatura Romana per la presentazione degli auguri natalizi (22 dicembre 2005): AAS 98 (2006), 50: «se la libertà di religione viene considerata come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l'uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall'esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento».

    [33] Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 28 ; cf. Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, n. 24: AAS 69 (1976), 21-22.

    [34] Cf. Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, nn. 21-30: AAS 83 (1991), 268-276.

    [35] Benedetto XVI, Omelia durante la Santa Messa per l’inizio del Pontificato (24 aprile 2005): AAS 97 (2005), 710.

    [36] Ibidem.

    [37] Cf. Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, n. 6.

    [38] Infatti, laddove è riconosciuto il diritto alla libertà religiosa, è solitamente riconosciuto ad ogni uomo pure il diritto di partecipare ad altri le proprie convinzioni, nel pieno rispetto della coscienza altrui, anche per favorirne l’ingresso nella propria comunità di appartenenza religiosa, come sancito altresì da numerosi ordinamenti giuridici odierni e da una ormai diffusa giurisprudenza al riguardo.

    [39] Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, 87.

    [40] Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, n. 46: AAS 69 (1976), 36.

    [41] Cf. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 35.

    [42] Paolo VI, Es. Ap. Evangelii nuntiandi, n. 22: AAS 69 (1976), 20.

    [43] Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 1; cf. Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, nn. 1, 50: AAS 83 (1991), 249, 297.

    [44] Cf. Giovanni Paolo II , Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 34: AAS 83 (1991), 279-280.

    [45] Concilio Vaticano II, Decr. Ad gentes, n. 15.

    [46] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint (25 maggio 1995), n. 14: AAS 87 (1995), 929.

    [47] Cf. ibidem, n. 28: AAS 87 (1995), 939.

    [48] Cf. Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, nn. 3, 5.

    [49] Originalmente il termine «proselitismo» nasce in ambito ebraico, ove «proselito» indicava colui che, proveniente dalle «genti», era passato a far parte del «popolo eletto». Così anche in ambito cristiano il termine proselitismo spesso è stato utilizzato come sinonimo dell’attività missionaria. Recentemente il termine ha preso una connotazione negativa come pubblicità per la propria religione con mezzi e motivi contrari allo spirito del vangelo e che non salvaguardano la libertà e la dignità della persona. In tale senso, il termine «proselitismo» viene compreso nel contesto del movimento ecumenico: cf. The Joint Working Group between the Catholic Church and the World Council of Churches, “The Challenge of Proselytism and the Calling to Common Witness” (1995).

    [50] Concilio Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 4.

    [51] Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, n. 4.

    [52] Cf. Benedetto XVI, Lett. Enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 31 c: AAS 98 (2006), 245.

    [53] Cf. Concilio Vaticano II, Dich. Dignitatis humanae, n. 11.

    [54] Benedetto XVI, Omelia durante la visita alla Basilica di S. Paolo fuori le mura (25 aprile 2005): AAS 97 (2005), 745.

    [55] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti del Convegno internazionale in occasione del 40° anniversario del Decreto conciliare «Ad gentes» (11 marzo 2006): AAS 98 (2006), 334.

    [56] Benedetto XVI, Lett. Enc. Deus caritas est, n. 18: AAS (2006), 232.

 

 

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