OMNIA SUNT COMMUNIA
«Quotidiano comunista»? Una nobile foglia di fico
Marco d'Eramo
Nel suo fogliettone di venerdì scorso Valentino Parlato ha affrontato di sfuggita la questione della testatina «quotidiano comunista» che mi pare molto più seria e problematica di come l'ha formulata. Non credo che sia un problema di fedeltà alla nostra storia: nessuno può dubitare della coerenza morale e politica di persone come Valentino, me e tanti altri di noi che da decenni vivono con uno stipendio da fame (quando arriva) pur di poter esprimere le proprie idee. Né penso che sull'orientamento politico-culturale di un giornale che si chiama il manifesto possa esservi la minima ambiguità. E neppure ritengo che se si abolisse quella testatina, si rinuncerebbe per questo «al tentativo di conquistare l'uguaglianza e la libertà di donne e uomini», secondo le sue parole.
No, il problema serio, per cui io personalmente sarei favorevole a abolire la dicitura, è un problema di onestà intellettuale. Mantenerla vuol dire rimuovere il punto centrale delle nostre difficoltà e debolezze. Il punto è che nessuno di noi sa dire più con esattezza in che cosa consista il comunismo. A ragione denunciamo i misfatti del capitalismo, gli orrori generati dal fondamentalismo liberista di mercato, gli eccidi dell'«imperialismo umanitario». Ma alzi la mano chi sa rispondere alla domanda «Insomma che società volete?» se non in termini negativi (una società non fondata sul profitto, una società che non discrimini, che non predetermini l'ineguaglianza tra esseri umani, che non sia ingiusta come questa ecc...). Noi sappiamo dire «una società che non», ma non sappiamo più dire «una società che sì». Sappiamo che il capitalismo non è la fine della storia (e faremo di tutto perché non lo sia), ma le alternative che avevamo proposto ci si sono sbriciolate in mano.
Una volta ci bastava parlare di socializzazione dei mezzi di produzione, specificando che non ci andava bene il modello burocratico sovietico, contro cui alcuni di noi hanno tentato il contraltare maoista (sui cui esiti la discussione nel nostro giornale è stata reticente). Altri, non noi, vedevano una soluzione nel modello autogestionario iugoslavo. Oggi nessuno di noi è capace di articolare un soddisfacente modello di socializzazione seppur in termini utopici, prescindendo dalla sua realizzabilità immediata. Né abbiamo più un modello politico: certo la democrazia parlamentare è un disastro, ma quella popolare lo fu ben di più e il capitalismo-leninismo cinese non è proprio un bel vedere. E là dove si pratica una radicale democrazia di base, come nei distretti scolastici statunitensi, i risultati sono barbari.
Il risultato è che tutto quel che propone non solo il nostro giornale, ma anche la cosiddetta «sinistra radicale» è ben più moderato di quel che tentarono riformisti prudenti come i giolittiani negli anni '60. Le proposte della «sinistra radicale» e del manifesto o sono di tipo resistenziale (il famoso «governare l'arretramento» di Pietro Ingrao) - non perdere i diritti pensionistici, non ridurre la copertura sanitaria, non allargare l'ambito privatistico in scuola e salute... - oppure sono prospettive di riformismo timido timido. Nelle nostre invettive più indignate, l'orizzonte che delineamo è quello al meglio di una socialdemocrazia nordica.
Il punto è che pratichiamo un doppio standard: da un lato diciamo che la sconfitta è stata epocale, ma dall'altro pensiamo che le vecchie categorie (classi, proletariato, modi produzione, plusvalore) vadano tutte bene così come sono, che possano essere usate ancora oggi come 40 anni fa. In questa situazione, la dicitura «quotidiano comunista» costituisce solo una (nobile) foglia di fico per nascondere la nostra incapacità di pensare, di plasmare nuove categorie, di descrivere il pianeta con occhi che colgano l'eredità marxiana, ma siano in grado di aprirsi su un mondo largamente inatteso (si sarebbe Marx mai aspettato che nel terzo millennio intellettuali e politici occidentali avrebbero passato il tempo a disquisire di Allah, Maometto e Corano? O che gli esponenti borghesi del più grande impero avrebbero finanziato fondamentalisti cristiani?).
Rimuovere queste difficoltà, non prenderle di petto, questo sì che è tradire la nostra storia, essere infedeli alle nostre idee, se è vero che l'atto di nascita del manifesto è stato un girare il coltello nella piaga della natura «socialista» dell'Unione sovietica e nel denunciare l'invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Oggi abbiamo bisogno dello stesso coraggio, della stessa spregiudicatezza di allora. Senza questa nuova rottura, saremo come quei popoli la cui religiosità è solo una facciata, consentita da una generale ipocrisia. Allo stato del nostro attuale disagio politico e intellettuale, sarei già soddisfatto se riuscissimo a nutrire di contenuti la valenza politica della semplice (e potente) testata il manifesto, mentre la testatina costituisce solo un ulteriore, piccolo elemento dei tanti che ci rendono scostanti e che respingono da noi un pubblico più largo. Un serbatoio di lettori - assai più vasto di quel che si creda - che vogliono «conquistare l'uguaglianza e la libertà di donne e di uomini», ma vogliono avviarsi su questa via senza caricarsi dell'insostenibile fardello di una storia controversa che non sentono più loro.
p.s. L'unica ragione per cui credo che Valentino Parlato tema la scomparsa della dicitura è un successivo sbraco intellettuale, un'implosione culturale quale quella del Pci dopo la Bolognina che ci porti senza fermate intermedie dal partito del proletariato a We Care. Ma a me sembra che lo sbraco comunista fosse iniziato ben prima: in definitiva i vari D'Alema, Fassino, Veltroni furono selezionati e cooptati dalla dirigenza comunista e da Enrico Berlinguer in persona.
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