domenica 16 dicembre 2007

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO 2008 CON "LECTIO DIVINA"






INTRODUZIONE

Con i nostri più sentiti auguri di BUON NATALE e felice ANNO NUOVO 2008, vogliamo concretamente dar seguito all’appello dell’Europarlamentare de LA DESTRA, On. Nello Musumeci, sull’attualità non solo di Fede ma anche di identità nazionale italiana che ruota attorno alla realtà del “presepe” natalizio.

Vi proponiamo quindi un testo natalizio su come guardare, contemplare ed adorare la realtà del presepe, nato in pieno medioevo nel comune umbro di Greccio per opera del genio serafico di San Francesco d’Assisi patrono d’Italia. Lo facciamo donandovi il testo di un monaco benedettino spagnolo, il Padre Garcia Colombas, dal titolo “LECTIO DIVINA” nella sublime traduzione che fece nei primi anni ’80, il monaco cistercense di Chiaravalle milanese Padre Alberico Giorgetti.

Il testo semplice, profondo ed estremamente formativo ci riporta ai tempi forti della Cristianità antica e medioevale. Esso ci permette di comprendere come i cristiani di allora, soprattutto i monaci, il popolo e i cavalieri, percepivano e vivevano la realtà vivente di Dio presente nelle Sacre Scritture, ossia nella Bibbia, in comunione con la Chiesa di cui essi si sentivano membra vive. Membra del Corpo mistico di Cristo, quindi, la cui autorità soprannaturale si manifestava nel Papa e nei vescovi in comunione con lui, e non soggetti passivi di una autorità puramente umana, come vollero farci credere Lutero, Voltaire e Carlo Marx.

Questo sarà un testo di formazione e di “conversione” per tutta LA DESTRA, visto che ci siamo impegnati come uomini e come partito, non tanto a difendere archeologicamente o culturalmente i resti e le vestigia di un tempo meraviglioso che oggi non è più senza fare entrare la nostra vita e il nostro impegno personale, ma ci siamo “arditamente” decisi, gettando il cuore oltre l’ostacolo, a collaborare “laicamente” al processo di nuova evangelizzazione e di kulturkampf iniziate con la santità e l’opera del compianto Papa Giovanni Paolo II e ora tenacemente proseguite dal magistero di Sua Santità Papa Benedetto XVI felicemente regnante.

Che Dio benedica la nostra battaglia per la pace sociale, la nostra crociata per la vita, la nostra guerra santa culturale e politica, la quale prima d’essere combattuta “ad extra” contro i nemici della “cultura della morte globalizzatrice”, dovrà necessariamente essere combattuta “ad intra”, nella nostra interiorità, affinchè l’uomo nuovo cristiano-europeo percepito in visione da Corneliu Codreanu possa realizzarsi nelle nostre vite, nei nostri corpi e nelle nostre anime.

BUON NATALE


E FELICE ANNO NUOVO 2008!

Renato Manusardi - Sociologo


Indice

Lectio Divina
1) Oggetto
2) Dio si trova nella Sacra Scrittura
3) Cristo si trova nella Sacra Scrittura
4) L’essenza della Lectio Divina

Le caratteristiche della Lectio Divina
1) Lettura animata dalla fede
2) Lettura personale
3) Lettura sapienziale
4) Lettura intima
5) Lettura in preghiera

Le qualità della Lectio Divina
1) Lettura esatta e spirituale
2) Lettura attiva e passiva
3) Lettura privata ed ecclesiale
4) Lettura assidua

I frutti della Lectio Divina
1) Una mentalità biblica
2) Un rinnovamento totale
3) Una pietà oggettiva
4) Una vita di preghiera
5) Un’esperienza di Dio
6) Una grande felicità





LECTIO DIVINA

1) Oggetto.

LECTIO come lettura, può significare sia l’azione di leggere che lo scritto che si legge.

DIVINA è un aggettivo che qualifica il nome lectio e significa divina, di Dio. Perciò letteralmente lectio divina vuol dire una lettura che ha per oggetto Dio. Posso leggere Dante, posso leggere Marx; nella lectio divina si legge di Dio.

Perché Dio è autore di un libro, o meglio di una biblioteca: la collezione di libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Papa San Gregorio Magno chiama la Scrittura: “Scripta Redemptoris Nostri”, e la considera come una lettera che Dio ha inviato a noi. Pertanto, in senso strettissimo, la materia propria immediata della Lectio Divina non può essere che la Sacra Scrittura. In senso estensivo e solo sussidiariamente sono considerati Lectio Divina i commentari dei Padri della Chiesa, in quanto aiutano a comprendere meglio la Scrittura, e in senso larghissimo ogni opera spirituale.

I monaci antichi, come osserva A. Mundò, a differenza di molti moderni davano alla Lectio un senso strettissimo. Di conseguenza, poiché riguarda Dio, la Lectio non può essere come le altre letture. Così con l’esperienza personale degli uomini a contatto della Parola Divina si compresero i mezzi per accostarla, assaporarla, per appropriarsela e per metterla in pratica; e così si profilarono le diverse caratteristiche che configurano la Lectio Divina.

2) Dio si trova nella Sacra Scrittura.

Pelagio e la Regola dei Quattro Padri non usano l’espressione Lectio Divina, se non come l’equivalente dell’espressione: “Vacare Deo”, dedicarsi con passione a Dio. Perché, come commenta A. De Voguè, aprir la Bibbia vuol dire incontrar Dio. E’ una frase felice. Così come lo è quella di G. Bessière che chiama la Scrittura “il libro dei cercatori di Dio”; se Dio si incontra nella Bibbia, lo scopo della lectio divina non può essere che quello di cercare Dio, come dichiararono gli abati benedettini nel congresso del 1967.

3) Cristo si trova nella Sacra Scrittura.

Aprir la Bibbia vuol dire incontrare Cristo. I Padri erano persuasi di ciò. E il Vaticano II insegna che Cristo è presente nella sua Parola, poi dice che quando si legge la Sacra Scrittura è Cristo che parla (Sacrosanctum Concilium 7). San Gerolamo ha una frase famosa “Ignorantia scripturarum ignorantia Christi est” (In Is. Prol. 1).

Tutti i Padri segnalano la relazione intima esistente tra Bibbia ed Eucaristia. Nel leggere la Bibbia i Padri non riferivano i testi se non a Cristo vivo, e Cristo parlava loro; consumavano la Parola come il Pane e il Vino Eucaristico. San Gregorio Magno diceva al popolo: “Voi che vi accostate ai divini Misteri sapete quanto rispetto si deve al corpo di nostro Signore perché nemmeno una particella cada in terra e neanche una piccola parte del Sangue consacrato cada in terra. Pensate voi che sia una minor delitto trattare con negligenza la Parola di Dio che è il suo Corpo?” (Hom. In Ez. 13,3).

4) L’essenza della Lectio Divina.

Nella biblioteca divina incontriamo la Parola Divina. I cercatori di Dio leggono il suo libro. Nella Bibbia incontrano Dio, poiché Dio stesso ha eletto questo luogo per l’incontro dell’uomo. Bonhoefer ha scritto queste righe preziose: “Se fossi io a determinare il modo di andare a Dio incontrerei sempre un Dio d’accordo con il mio modo di vedere. Però se è Dio che stabilisce un luogo d’incontro, in tal caso questo non sarà un luogo di mio gradimento. Questo luogo è la croce di Cristo, e chiunque vuole cercarlo deve cercarlo ai piedi della croce, come lo esige il Discorso della Montagna. Ciò non piace affatto alla nostra natura, anzi è esattamente l’opposto. Però questo è il messaggio non solo del Nuovo Testamento ma anche dell’Antico. E ora aggiungo una confidenza personale: da quando considero la Bibbia come il luogo dell’incontro con Dio, il luogo che Dio mi offre per incontrarlo, tutti i giorni passo di meraviglia in meraviglia. La leggo sera e mattina, e con frequenza durante il giorno medito un testo che ho scelto durante la settimana e procuro di penetrarlo profondamente per assaporare la verità di ciò che si dice. Sono convinto che senza di ciò non potrei veramente vivere”. Ecco formulata con un linguaggio moderno la Lectio Divina. Perché evidentemente non ogni lettura della Bibbia può essere qualificata come Lectio Divina. Così percorrere le sue pagine superficialmente, per pura curiosità, senza interessarsi della sua verità non è Lectio Divina. E nemmeno il percorrerla con fini di Studio. Dobbiamo approfondire, vivere la parola di Dio contenuta nella Scrittura e sommergerci in essa con fede ed amore; questa è l’essenza della Lectio divina.

Le caratteristiche della Lectio Divina

1) Lettura animata dalla fede.

La caratteristica prima e fondamentale della Lectio Divina è la fede che la anima. Senza una fede viva, radicale in Dio che ha scritto la Bibbia, in Dio che è l’autore ultimo, principale e veritiero della Scrittura, come sarebbe possibile leggere Dio? Però non basta essere persuasi che Dio ha scritto, che Dio ha parlato. Bisogna anche credere che Dio continua a parlare. Non si leggono le sue parole come quelle di un autore di altri tempi. Dio non è morto, Dio è vivo! La sua Parola è viva! “La sua Parola è viva ed efficace” (Ebrei 4,12)

Senza credere fermamente che aprir la Bibbia vuol dire incontrar Dio, che nei Libri Sacri il Padre che è nei cieli viene amorosamente incontro ai suoi figli per conversare con essi, che Cristo è presente nella sua Parola, una vera Lectio Divina è vana. Dio è presente nella Scrittura, Cristo è presente nella Scrittura. Per questo il Beato Paolo Giustiniani, riformatore dei Camaldolesi, scriveva ai monaci: “Il monaco deve accostarsi alla Parola, non per passare del tempo, non per studiare, ma come si accosterebbe all’altare di Dio, con grandi preparativi dell’anima e del corpo e con grandissimo rispetto”.

2) Lettura personale.

Dio ha parlato, Dio parla, Dio mi parla. Si rivolge a me, personalmente, qui ed ora. Così pensavano i monaci antichi, professionisti della Lettura di Dio. Erano convinti che ogni parola contenuta nella Scrittura è una parola che Dio rivolge ad ogni lettore per la sua salvezza e la sua santificazione; poiché la Bibbia è la scienza della Salvezza, credevano senza il minimo dubbio che la Bibbia ha un valore personale, attuale per la vita presente e avente di mira la vita eterna.

Dio rivolge ad ognuno dei suoi lettori un messaggio personale ed unico. Questo messaggio personale è contenuto nel gran messaggio universale indirizzato alla comunità degli uomini. San Gregorio lo ha spiegato: “Dio ha parlato una volta sola ed è sufficiente. Non bisogna attendere un’altra Rivelazione. Dio non risponde al cuore di ognuno attraverso rivelazioni private perché ha già detto una Parola che può rispondere a tutte le nostre domande. Nella parola della Scrittura infatti, se noi sappiamo cercare, incontriamo la risposta ad ogni nostra necessità… Per porre un solo esempio, se siamo afflitti per qualche sofferenza fisica o morale troviamo la parola di Paolo – Ti basta la mia grazia, poiché la mia forza si manifesta nella debolezza – (1 Cor. 12,9)”. (Mor. 23,19,14).

La Lettura di Dio, intende individualizzare ed interiorizzare il gran messaggio rivolto a tutti gli uomini. L’obbiettivo della Lectio Divina è in realtà quello che Sant’Ignazio di Loyola definisce: “Una conoscenza interna del Signore che per me si è fatto uomo perché sempre più lo ami e lo segua” (Esercizi Spirituali, 104)

3) Lettura sapienziale.

La Lettura Divina non ha uno scopo scientifico né si propone una meta puramente e nemmeno principalmente intellettuale. La Bibbia non è un trattato di teologia, uno studio sul tema di Dio. E’ molto di più. E’ il gran messaggio che Dio ci ha rivolto. La Lectio consiste di conseguenza nell’assaporare questo messaggio. Nel sedersi come Maria ai piedi di Gesù per non perdere una sola delle parole uscite dalle sue labbra. Solitamente noi leggiamo non per il gusto di leggere ma per imparare qualcosa. Le nostre letture hanno un fine utilitario, pratico: quello di ampliare le nostre conoscenze. La Lectio Divina invece è una lettura completamente disinteressata.

Ad essa si potrebbe applicare quello che San Bernardo di Chiaravalle dice dell’amore: “L’amore non cerca giustificazione al di fuori di sé stesso. L’amore è sufficiente a sé stesso, gradito a sé stesso, è per sé stesso. L’amore è il suo proprio merito o la sua ricompensa; non cerca una causa fuori di sé stesso, né altro risultato al di fuori dell’amore. Il frutto dell’amore è l’amore”. Questo carattere autosufficiente dell’amore si spiega perché ha Dio per sua origine e fine, perché Dio è amore. Lo stesso succede nella Lectio Divina. Si legge Dio semplicemente per stare con Lui, per ascoltare la sua voce. Si legge per leggere. Da qui deriva che la lettura divina sia una lettura lenta, senza fretta. Ci si preoccupa più di assaporare che di sapere, di ammirare più che di porre problemi.

Esiste una differenza notevole tra un sapere di tipo accademico ed universitario e un sapere di tipo monastico; tra un sapere nozionale e un sapere che il Cardinale Newman chiama reale. Tra un sapere impersonale dell’ordine dell’avere e un sapere esistenziale dell’ordine dell’essere.

4) Lettura intima.

La Lectio mira non tanto ad ottenere una conoscenza esaustiva della verità – compito proprio della teologia speculativa – quanto a raggiungere un contatto diretto con Dio, ad uno stare con Dio, a un gustare Dio che parla qui e adesso ad ogni uomo che apre la Bibbia. In effetti Dio ci parla, anzi, ci apre il suo cuore, ci invita a conoscerlo.

San Giovanni Crisostomo ci descrive i monaci di Antiochia, “chiusi nei propri libri, completamente imbevuti del mondo della Bibbia; gli uni leggevano Isaia e conversavano con esso, gli altri parlavano con gli apostoli. E in un altro luogo: il monaco conversa letteralmente con i profeti, ed arricchisce la sua anima con la sapienza di Paolo e ad ogni momento può passare a Mosè e da questo a Isaia”. Però lo stesso Crisostomo dice da un’altra parte: “Ognuno consideri che per la bocca dei profeti spingiamo Dio a parlare con noi, questa è la cosa più importante che si deve cercare sopra ogni altra”. Secondo San Gregorio Magno la preghiera dei Salmi è il luogo d’incontro intimo tra noi che cerchiamo Dio e Dio che cerca noi. Perché: “Da dove provengono le parole di Dio per raggiungere il cuore dell’uomo?”. Gregorio rivela certamente uno degli aspetti essenziali della Lectio quando scrive: “Disce cor Dei in Verbis Dei”; espressione che senza alcun dubbio rivela un’esperienza personale.

Gregorio era stato apocrisario alla Corte di Costantinopoli. Qui conobbe il nobile Teodoro. Strinsero una forte amicizia. Gregorio divenne il suo direttore spirituale. Ritornato a Roma divenne Papa. Teodoro per parte sua divenne il medico dell’Imperatore. Gregorio gli scrive una lettera per esortarlo alla lettura assidua della Scrittura: “Voglio farti una esortazione illustre figlio Teodoro. Hai ricevuto gratuitamente dalla Santissima Trinità l’intelligenza e i beni temporali, la misericordia e l’amore, però sei costantemente immerso in compiti materiali, obbligato a viaggi frequenti; devi leggere ogni giorno la parola del tuo Redentore. Non è la Scrittura una lettera del Dio onnipotente alle sue creature? Se tu per un certo tempo ti allontanassi dall’Imperatore e ricevessi da lui una lettera, non riposeresti né dormiresti fino ad aver terminato di leggere lo scritto di un Imperatore della terra. L’Imperatore del cielo, il Signore degli uomini e degli angeli ti ha scritto una lettera per quello che riguarda la tua vita e tu non ti occupi a leggerla con fervore. Applicati ti prego a meditare ogni giorno le parole del tuo Creatore. Impara a conoscere il cuore di Dio nella parola di Dio, perché tendendo con maggiore ardore alle cose eterne, la tua mente si accenda in maggior desideri delle cose celesti”.

Oggi i monaci che più hanno capito la realtà della Lectio Divina e che più sono convinti della sua restaurazione urgente nei monasteri, insistono su idee come la seguente: la Lectio Divina e lo studio sono due realtà distinte, però si compenetrano e si sostengono mutuamente; l’obbiettivo della formazione dovrebbe essere quello di procurare che ogni monaco, secondo le sue possibilità, possa avere un metodo appropriato per dedicarsi alla Lectio e allo studio; Lectio e studio dovrebbero considerarsi come strade complementari di un’unica ricerca di Dio che si trova nella persona intera: cuore ed intelligenza. Lo studio del monaco dovrebbe essere in certa misura Lectio Divina, poiché anch’esso è in certa misura un incontro personale con Dio. Uno studio realizzato come Lectio Divina risulta profondamente unificante.

La Scrittura, Lettera di Dio, ci permette di conoscere il cuore di Dio. E questo ci spinge a conoscerlo sempre più a fondo fino a possederlo in gioie celestiali. In una bibliografia di Cecilia di Bruyere, prima abbadessa del monastero di Santa Cecilia di Solesmes, si legge che il suo libro prediletto era la Bibbia e che “sapeva leggerla sotto lo sguardo di Dio, con occhi di sposa”. E’ una frase felice. La sposa, nel leggere le lettere dello sposo, scopre in esse delle profondità che nessun’altra persona è capace di scoprire. Il cuore di Dio, l’occhio di sposa, l’amore ha evidentemente un ruolo di protagonista nella lettura di Dio. Non è solo una lettura personale ma anche una lettura intima.

Nella novella di Nikos Kasantzaki "Cristo di nuovo crocifisso" appare un personaggio, Yannakos, che si distingue per la sapienza delle sue sentenze.”Dinos Yannakos – gli chiedono – sei la reincarnazione del re Salomone? Vecchio, io non spiego questo con la mia intelligenza – risponde – ma con il mio cuore! – E più avanti il buon pope Fotis risponde – hai ragione Yannakos, il Vangelo non si legge con la testa; la nostra povera intelligenza comprende poco. Si legge con il cuore. Esso sì lo comprende tutto”. E’ questa anche l’opinione di un letterato, il dottor Alexis Carrel: “Noi, uomini dell’Occidente abbiamo la più alta stima della ragione, la consideriamo molto più della intuizione. Preferiamo l’intelligenza al sentimento… L’atrofia di queste attività fondamentali, non intellettuali, converte l’uomo moderno in un essere spiritualmente cieco”. E in un altro luogo: “I semplici percepiscono Dio tanto naturalmente quanto sentono il calore del sole e il profumo di un fiore. Però questo Dio così abbordabile da coloro che sanno amare, si nasconde a quelli che sanno solo comprendere”. Il Dio di Gesù Cristo, il Dio unico e vero, Padre, Figlio e Spirito Santo, ci parla nella Lectio Divina in una intimità ineffabile. Le Tre Divine Persone, come nella icona di Andrei Rublev, sembrano invitarci a partecipare alla loro conversazione.

Però è naturale e comprensibile che il cristiano incontri con più frequenza nella Scrittura la Parola e la Persona di Gesù di Nazareth. Santa Teresa di Gesù Bambino intuì, grazie al suo amore questa verità: “Conservare la parola di Gesù è l’unica condizione della nostra felicità, la prova del nostro amore per Lui. Ma che cos’è questa Parola? Credo che la parola di Gesù è lo stesso Gesù, il Verbo, la Parola di Dio. Egli infatti dice…‘ santificali per la tua Parola ‘, ‘ La tua Parola è verità ‘ … Gesù insegna che Lui è la Via, la Verità e la Vita. Poi noi sappiamo qual è la parola che dobbiamo conservare se non vogliamo chiedere a Gesù come Pilato: ‘ Che cos’è la verità? ‘ Noi attingiamo alla Verità, poi guardiamo a Gesù nel nostro cuore”. Gesù aiuta Santa Teresa a mantenere un contatto vivo con la Scrittura. La carmelitana stava soffrendo dure prove, per vincere il suo malumore. “Stavo chiedendomi che cosa pensava Gesù di me, quando mi ha rivolto la parola che rivolse un giorno alla donna adultera: nessuno ti ha condannata? Ed io piangendo gli ho risposto: nessuno Signore. Perché Gesù sei dolce con me? Io ormai non faccio altro che guardare il Santo Vangelo; poi aspiro il profumo della vita di Gesù e per questo cammino corro”.

5) Lettura in preghiera.

Insegnano i Padri che la preghiera deve interrompere la lettura. Così San Girolamo, Cassiano, Sant’Isidoro di Siviglia… Quest’ultimo dà una ragione: “Molte volte una lettura prolungata affatica la memoria; per questo è meglio leggere una frase, chiudere il libro e ripassare nell’anima la verità che si sta leggendo. In questo modo si leggerà senza fatica e la dottrina non si fermerà alla superficie dello spirito”. Origene dà un’altra ragione: “Quando non si comprende il testo che si sta leggendo bisogna ricorrere a Dio, per chiedergli di farcelo comprendere; in questo modo la lettura si tramuta in preghiera”. Bisogna pregare, in primo luogo perché solo lo Spirito Santo ci permette di scoprire il senso delle parole della Scrittura. Perché è assolutamente necessario pregare per comprendere le cose divine.

Un medioevale, Guglielmo di Saint Thierry, assicura che le interruzioni dedicate alla preghiera, che raccomanda vivamente, lungi dal nuocere all’anima, le comunicano una lucidità che aiutano a comprendere quello che legge. San Benedetto da parte sua enumera tra le principali pratiche quaresimali la preghiera con lacrime, la Lectio e la compuntio cordis; questo assaggio del meraviglioso capitolo 49 della Regola rivela, meglio di chiunque altro, l’intenzione del Santo. Evidentemente secondo lui si produce l’affectus inspirationis divinae gratiae, ossia la grazia della preghiera intima di cui parla al capitolo 20; il monaco interrompe la lettura per pregare e si instaura il dialogo tra Dio e l’uomo. “Quando preghi tu parli allo Sposo, quando leggi lo Sposo parla a te”.

In realtà non sarebbe preciso dire che i Padri e gli altri maestri spirituali acconsentano ad associare la preghiera alla lettura. Quando la Lectio Divina si pratica come insegna la Tradizione, quando la Lectio è attenzione a Dio e contatto personale, intimo con la sua Parola, l’orazione sgorga spontaneamente ed irresistibilmente. Di più, la preghiera è parte integrante della Lectio. Infatti Dio non si legge come un autore qualsiasi. Dio è presente nella Scrittura. E’ un Dio vivo che non solo ha parlato, ma che parla, che mi parla. Per questo lettura di Dio equivale a conversazione con Dio.

Il cistercense Arnoldo de Boheries dice al novizio: “Quando egli legge cerchi il sapore, non la scienza. La Sacra Scrittura è il pozzo di Giacobbe da cui si estrae acqua che immediatamente diventa preghiera. Non sarà necessario andare in Chiesa per imparare a pregare, dato che la stessa lettura dà motivi di contemplare”. Un altro cistercense anonimo del secolo XII scriveva: “Legendo oro, orando contemplor”. Nella stessa linea è Dom Ambrogio Southey, secondo cui la Lectio “consiste nel ruminare la Parola di Dio in preghiera”, e un monaco dei nostri giorni la descrive come “una lettura meditata sopra tutta la Bibbia e prolungata in preghiera contemplativa”. La Lectio Divina è un dialogo di amore, di cuore a cuore, nella più completa intimità personale. Lettura e preghiera sono inseparabili. Molti testi la identificano.

Le qualità della Lectio Divina

1) Lettura esatta e spirituale
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Pietro il Grande, Zar di tutte le Russie, emanò questo decreto: “I monaci non solo leggano le Scritture, ma cerchino anche di capirle”. Infatti non serve a nulla leggere le Sacre Scritture se non si capiscono. La lettura della Parola di Dio non fu mai considerata dalla Chiesa un rito magico.

Alcune pagine della Bibbia sono chiare, altre oscure. Nel suo insieme la Bibbia risulta più oscura che chiara. Scoprire il significato preciso di certi passaggi, non solo dell’Antico ma anche del Nuovo Testamento presuppone uno sforzo, uno studio. Sforzo e studio da cui il lettore non può fare a meno, come ci avvertono i Maestri della Lectio. Ciò non significa che ogni lettore della Scrittura sia maestro consumato in esegesi, però deve saper usare i lavori dei maestri in esegesi. Tutto ciò senza dubbio con lo scopo di impregnarsi della Verità che Dio ha affidato ad essa per la nostra salvezza (Dei Verbum 11).

La Lectio Divina è una lettura spirituale, non una lettura scientifica. Ricerca nella Sacra Scrittura del suo significato spirituale, per la vita di ognuno. Questo presuppone una conoscenza esatta del senso letterale. Solo così si evitano fantasie o deviazioni deplorevoli. Tutta la tradizione cristiana stimola il credente a cercare amorosamente il suo senso spirituale. Ciò si applica soprattutto nella lettura dell’Antico Testamento che non trova il suo compimento che nel Nuovo. Prima di Gesù Cristo l’Antico Testamento era acqua, ora è vino, spiega San Gerolamo. I maestri della spiritualità cristiana possono incitarci in questa lettura spirituale, però tutti i libri del mondo sono incapaci di formarci in questa saporosa scienza se noi, da parte nostra non ci mettiamo una generosità totale. Cassiano lo affermava con grande energia.

La Sacra Scrittura ha una grazia speciale; i suoi vocaboli, anche il suo senso letterale, hanno una profonda risonanza spirituale, che solo l’uomo spirituale può scoprire, grazie ad una certa connaturalità. Solo l’uomo spirituale può gustare cose spirituali. San Gregorio Magno osserva dal suo canto che, se la Bibbia risulta in parte facile e in parte difficile è perché essa è scritta sia per i forti che per i deboli: “Se tu cerchi nella Parola di Dio qualcosa di elevato, essa si eleva con te e con te sale alle altezze”. Come la manna del deserto, la Scrittura si adatta al gusto di ognuno, conviene a tutti e, rimanendo fedele a sé stessa, accondiscende alle possibilità di ciascuno.

2) Lettura attiva e passiva.

Leggere è una attività. Ortega y Gasset avvertiva: “Non si dimentichi che sempre la lettura è una collaborazione”. La Lectio Divina è in grado sommo atto comune, assimilazione muta – la Parola di Dio è viva – è l’avventura di un uomo preso dalla realtà della Parola e il corso imprevedibile della Parola nella esistenza di un uomo.

Non si tratta nella Lectio di evadere dalla nostra esistenza, nemmeno per un attimo fugace; non è una evasione per quanto sublime appaia. Si tratta di assimilare la Parola e nello stesso tempo di essere assimilati da essa. Si tratta di rivivere l’esperienza dell’alleanza di Dio con l’uomo in una storia che culmina con l’Incarnazione della Parola e che ha la sua forma scritta, ma viva, nella Scrittura. Una delle ragioni dell’interesse primordiale e quasi esclusivo che i monaci sentivano per la Scrittura, si trova precisamente nella convinzione che esiste un legame molto stretto tra vita monastica e parola di Dio. Erano particolarmente persuasi che vi era una profonda unità tra le fasi successive della Storia della Salvezza, tanto nell’Antico Testamento come nel Nuovo e nella vita della Chiesa attraverso i secoli. Si tratta della stessa Storia della Salvezza il cui punto culminante si trova nel Mistero Pasquale, a cui ogni cristiano, ogni monaco deve partecipare, rivivendolo e rinnovandolo in sé stesso. Ciò non si può verificare se ciascuno non si appropria dei misteri di cui parlano le Scritture che raccontano tale storia. In altre parole la Lectio Divina è una lettura attiva, in quanto ognuno deve rivivere la storia del popolo di Dio nel deserto; la vita degli apostoli e dei primi cristiani, nel Vangelo; le esperienze religiose delle persone di cui parla la Scrittura.

Leggere la Parola significa mettere in pratica l’esortazione di San Paolo “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil. 2,5). Sentire con Cristo, trasformarsi in certo modo in Cristo. Realizzare la verità del nome cristiano. Però nello stesso tempo, la Lectio Divina può chiamarsi passiva, in quanto consiste nello stesso tempo nel lasciar risuonare in noi la voce di Dio che ci parla; nel lasciare che la sua Parola ci trasformi; nell’abbandonarsi a Lui. Per chi ha superato una prova che lo ha condotto ai limiti della disperazione, afferma Padre Bernard, porre in pratica la Parola non significa la conformità volontaria ad una condotta, ad una regola, col ricorso al nostro sforzo ed alla sottile vanità che accompagna il dominio dei propri atti… Porre in pratica la Parola significa lasciarsi trasformare da essa, lasciarsi condurre da lei all’uomo nuovo, creato da Dio prima della creazione del mondo, però in vista della Resurrezione di Gesù secondo la santità della Verità. Significa dare tempo a Dio e dargli l’opportunità di realizzare quanto dice. Infine è tutto ciò che Egli spera da noi.

3) Lettura privata ed ecclesiale.

La Lectio Divina, come ogni preghiera, costituisce l’attività più personale dell’uomo. Non esistono due modi di pregare esattamente identici, perché non vi sono due persone esattamente uguali. Dio non ci ha creato in serie né tanto meno ci santifica in serie. L’Amore che professa ad ogni uomo è strettamente personale, e l’amore che gli uomini gli professano è ugualmente strettamente personale. Dio mi parla, personalmente, qui ed ora quando leggo con fede e amore la sua Scrittura.

Però quando leggo come quando prego, la Lectio Divina è insieme lettura e preghiera, ed io sono sempre un membro vivo del corpo di Cristo che è la Chiesa. Quando leggo come quando prego, è la Chiesa stessa che legge, che cerca di scoprire qualche cosa di più sul suo Capo e Sposo, attraverso un suo umile membro qual sono io. Da questo deriva che ogni cristiano deve leggere la Scrittura non solo con occhio di sposa, ma anche con gli occhi della Sposa, di cui è membro vivo. Così comprendiamo come il cosiddetto libero esame di luterana memoria non abbia posto nella Lectio. La Bibbia infatti non si può interpretare con sicurezza senza tener conto della Chiesa, della sua Tradizione. Pavel Edvokimov ha detto a riguardo una frase impressionante: “Non si può mai separare la Bibbia dalla Chiesa senza correre il rischio di deformarla”.

Il vero soggetto della Conoscenza e della Comunione non è l’uomo singolo, ma l’uomo in quanto membro della Chiesa, ossia l’uomo liturgico. La lettura dei Santi Padri e, più ancora, la partecipazione al culto della Chiesa costituiscono un aiuto inapprezzabile su questo punto. Gregorio Penco ha scritto che i monaci antichi leggevano la Bibbia con gli occhi della Liturgia. Ebbene, leggere la Scrittura con gli occhi della Liturgia equivale senza dubbio a leggerla con gli occhi della Chiesa.

4) Lettura assidua.

Un’ultima qualità sulla Lectio Divina va segnalata: il suo carattere di lettura assidua, di lettura costante, non ha termine. Allo sforzo dell’attenzione continua bisogna aggiungere quello della perseveranza ad ogni costo. San Serafino di Sarov leggeva ogni settimana tutto il Nuovo Testamento; San Gerolamo scrive di Nepociano: “Per la sua assidua lettura e la meditazione prolungata aveva fatto del suo petto (cuore) una biblioteca di Cristo” (Ep. 60,10).

I modelli insigni di perseveranza nella Lectio sono numerosi ed alcuni attraenti. Dimitri Marejkowski dice del Vangelo: “Libro strano. Non si è mai letto per intero. Quando si legge pare stia sempre per finire, che si sia lasciato qualche cosa, che non si sia capito qualche cosa. Ogni volta che si legge si ha sempre la stessa impressione. Così sempre. Come quando nella notte si guarda il cielo. Si scoprono sempre nuove stelle”. Lo stesso si potrebbe dire dei libri che compongono la Biblioteca Divina. Man mano che li leggiamo scopriamo sempre nuove stelle, ci si apre un po’ di più al meraviglioso e stupendo orizzonte dell’universo della Bibbia.

Dice la Regola di Ferreolo: “In manibus monachi frequens sit lectio”. Tutta la tradizione monastica raccomanda la stessa cosa. La Bibbia deve stare quasi continuamente nelle mani del monaco. La Lectio Divina non può evitarsi, non ammette vacanze. Come Rebecca, dice Origene, ogni giorno bisogna attingere al pozzo della Scrittura. Inoltre la Bibbia va letta per intero. Tutti i suoi libri, anche quelli che sembrano meno utili per la vita spirituale, contengono la Parola di Dio. Questa è la ragione principale: siamo uomini e per conseguenza limitati ed incostanti. Tutto, anche le cose più sante e sublimi, si converte in routine e può darci fastidio. Il nostro spirito si abitua a tutto, tanto che può sentirsi indifferente davanti alle pagine del Salterio e dello stesso Vangelo. Si direbbe che Dio lo ha calcolato offrendoci una Biblioteca sommamente ricca. Infatti, quanta varietà nella Scrittura, soprattutto nell’Antico Testamento! Quanta ricchezza per chi sa cercarla o meglio per chi lo Spirito Santo ha concesso di scoprirla! Tanto per il numero, estensione e carattere diverso degli scritti che la integrano, come per la profondità delle idee che contiene. Se si illumina con la luce di Cristo, l’Antico Testamento è realmente insuperabile. In questo modo il nostro sforzo per perseverare nella Lettura di Dio verrà sostenuto dalla meravigliosa varietà dei Libri Sacri.

Insomma, come scrive Delvaux, nella Lectio Divina non si tratta di dedicarsi allo studio di testi per venerabili che possano essere, ma di conoscere ed amare Dio, poiché amiamo nella misura della nostra conoscenza. “Un cuore che ama non può fare a meno di sforzarsi per conoscere meglio chi ama, per scoprire ogni volta di più il suo vero volto”. Questo è il motivo principale della assiduità nella “Lettura di Dio”.

I frutti della Lectio Divina

Abbiamo già detto che la Lectio Divina è una lettura disinteressata. Si legge per leggere. Si penetra nella lettura come nella sala d’udienza di Dio, di Gesù Cristo. Però tutto questo non significa che l’uomo non riceva altri frutti del suo dialogo con Dio, oltre a quello grandissimo di essere stati da Lui ascoltati. Molti e saporosi sono i frutti della Lectio Divina. Secondo San Benedetto ci conduce alla perfezione; secondo San Bernardo ci infonde la sapienza; secondo Bernardo Aygler dissipa la caligine della mente, illumina l’intelletto, guarisce la debolezza dello Spirito, genera la compunzione del cuore…

Riassumendo quali siano i frutti della Lectio Divina secondo i monaci antichi si è scritto: la Lectio Divina è il Paradiso del monaco, il luogo delle sue delizie spirituali. Essa lo consola nelle sue prove, lo purifica dalle sue passioni e lo mantiene fervoroso nel servizio divino, gli dona le lacrime della compunzione, la voce della preghiera e l’alimento della sua contemplazione. L’elenco può facilmente allungarsi. Impossibile trattare qui di tutti i frutti della Lectio; cerchiamo i più importanti.

1) Una mentalità biblica.

Può essere affermato in primo luogo che il contatto personale, assiduo e profondo con la Parola di Dio, genera nel lettore una mentalità biblica. Le idee, le immagini, le espressioni della Scrittura si convertono sempre più nel suo patrimonio spirituale. La sua fede si nutre della verità della Bibbia. La sua vita morale si adegua ai precetti, alle direttrici ed ai modelli contenuti nella Bibbia; le sue idee e immaginazioni tante volte inutili e pericolose sono sostituite con le idee e le immagini della Bibbia. Si abitua a pensare quasi naturalmente alle Verità della Salvezza, si eleva con facilità ad esse; in una parola la Bibbia diventa parte integrante della sua personalità, o per meglio dire, la sua personalità finisce per essere trasformata nella lettura della Bibbia. Cassiano tra molti altri afferma: “Una volta abbandonata ogni preoccupazione ed ogni pensiero terrestre, àpplicati con assiduità e senza interruzione alla lettura Sacra, fino a che l’incessante meditazione impregni il tuo Spirito e per così dire la Sacra Scrittura si trasformi a sua immagine, cioè a immagine del tuo Spirito”.

2) Un rinnovamento totale.

Nella Lectio Divina effettivamente, come dice Sant’Ireneo, Dio ci tiene con le sue mani, con la sua Parola e con il suo Spirito e ci trasforma radicalmente. Che la Lectio rappresenti nella vita spirituale una lettura purificatrice, è una affermazione costante nei Padri e negli altri autori monastici. Che la Bibbia ci aiuti a proseguire con speranza il combattimento spirituale lo afferma proprio San Paolo: “Perché tutto quello che fu scritto in antecedenza è stato scritto per nostro ammaestramento, affinché per mezzo della perseveranza e della consolazione che derivano dalle Scritture, noi potessimo sostenere la nostra speranza” (Rom. 15,4). A questo proposito scriveva San Basilio di Cesarea: “Se hai la consolazione della Sacra Scrittura non hai bisogno né della mia né di nessun altra per apprezzare la giustizia, poiché ti basta il consiglio dello Spirito Santo e la sua guida verso il bene!" (Ep. 283). Che la Lectio costituisca un prezioso strumento di riforma, di rinnovamento e di programma spirituale, lo dimostra la storia e principalmente la storia monastica.

Nella Regola di San Benedetto ogni ricordo della Lectio è legato all’idea di edificazione. La Lectio infatti edifica, costruisce nell’anima, nel senso forte dell’espressione latina; perché l’uomo diventa ciò che legge. L’uomo nuovo che è nato dal Battesimo raggiunge così la sua maturità. “Il monaco fedele alla pratica della Lectio si converte in uomo di Dio, sensibile alla sua presenza, alle aspirazioni della sua volontà, pieno dello Spirito di Sapienza, disposto a servir Dio in tutte le circostanze della vita di Comunità, ad essere testimone del Signore nella sua vita” (Congresso degli Abati Benedettini del 1967).

Tutti quelli che affascinati dalla Parola di Dio entrano nella scuola di questa Parola e perseverano in essa, realizzano il famoso tema di Origene, sviluppato da San Bernardo e da altri autori spirituali: “Concepire la Parola nel cuore”. Dice Origene: “Non puoi offrire a Dio qualche cosa della tua mente o della tua parola se prima tu non concepisci ciò che è scritto nel tuo cuore” (Hom. 13 in Es.). Che significa ciò? Vuol dire che la Scrittura si deve radicare in noi, che la Scrittura deve diventare la nostra sostanza, e che Cristo, Parola di Dio, si sia formato in noi. Non è questa la vera meta della Lectio Divina come di tutti gli elementi che compongono la vita cristiana? Concepire la Parola di Dio nel cuore! La Parola salvifica, accolta nelle debite condizioni, forma il Cristo in noi, ci rende veri cristiani.

3) Una pietà oggettiva.

La Lectio Divina conferisce alla pietà un carattere oggettivo. Invece di basarla su immaginazioni e sentimentalismi, la edifica sopra modelli e misteri reali con cui il cristiano tende ad identificarsi. La centra su Dio e più esattamente in Cristo e nella Santissima Trinità.

Inaki Aranguren ha descritto con stile incisivo che, “senza la Lectio Divina, nel senso proprio dell’espressione – lettura della Parola di Dio contenuta nella Scrittura – la preghiera contemplativa cadrebbe nel nichilismo, nel peggior soggettivismo o nella sensibilità più patologica”.

4) Una vita di preghiera.

La Lectio Divina favorisce e vivifica la vita di preghiera. I monaci antichi la apprezzavano in primo luogo come una tecnica per concentrare i propri pensieri, per impedire il vagabondaggio dello spirito, secondo un’espressione di Evagrio Pontico. Procura poi la pace, la serenità, la consolazione, senza la quale la vita di preghiera manca di vitalità. La lettura della Bibbia favorisce l’interpretazione delle cose visibili ed invisibili, della vita e della storia umana dal punto di vista di Dio. Ci inizia alla conoscenza del disegno di Dio sull’umanità e su ogni uomo, disegno che consiste nel Suo desiderio di comunicarsi all’uomo, di unirsi ad esso, di prolungare la comunione di vita che costituisce il mistero intimo di Dio, procurandoci una grande pace. Il lettore credente ed assiduo sa con certezza che qualcuno pensa a lui, che gli viene incontro, che sta con lui. La sua anima si sente fortificata come dalla presenza di un amico. Tutto ciò, è chiaro, viene ad alimentare una vita di unione cosciente, intima con Dio.

5) Un’esperienza di Dio.

Ancor di più, la Lectio Divina praticata con fedeltà, produce l’esperienza di Dio. Esperienza è una parola utilizzata abusivamente nei tempi moderni. In realtà non implica nulla di esoterico. Significa semplicemente la grazia di preghiera interiore, l’affectus divinae gratiae di cui parla San Benedetto, il gustare e l’assaporare la realtà divina come insegna costantemente la tradizione patristica. E’ un certo sentimento di essere unito a Dio per mezzo di Gesù Cristo nella preghiera. La preghiera viva e vera che scaturisce dalla Lectio è uno dei suoi migliori frutti. O meglio, è parte della Lectio. Come è anche elemento costitutivo la stessa meditatio, con la quale facciamo nel nostro spirito uno spazio donde risuoni la Parola di Dio.

Alonso Schokel riassume la tradizione patristica e monastica quando scrive: “Al risuonare della Parola, lo spazio del nostro spirito si allarga, perché essa abbia maggior risonanza. In questo spazio interiore è Dio presente nella sua Parola. Ed intanto il nostro spirito riceve ancora Parola di Dio per rispondere in forma di inno o di preghiera. Altra volta l’ascolta risuonare interiormente, perché questa Parola, ancora nostra, raggiunga Dio nello spazio interiore. Così continua il dialogo; l’unione con Dio che è grazia e salvezza; l’unione personale in una Parola che è veramente umana e divina. Dio, parlando nella nostra lingua al modo umano, ci ha cercato e ci ha incontrato; ed anche noi lo abbiamo incontrato nel mistero della sua Parola”.

6) Una grande felicità.

Il monastero, scrive Thomas Merton, è una scuola in cui il monaco impara da Dio ad essere felice, ed è anche certo che la Lectio Divina, osservanza monastica essenziale, contribuisce alla sua felicità in modo eccezionale ed unico. Lo dice chiaramente il primo Salmo:

“Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.


Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere".
(Sal. 1, 1-3)

Non solo Dio ci dice nella Lectio come essere felici, ma la stessa Lectio è la nostra felicità … San Gerolamo, maestro indiscusso in tutto ciò che si riferisce alla Lectio Divina, ha delle pagine bellissime su questo tema. Così egli scrive a Paola, sua fedele discepola nella vita ascetica e nella lettura della Bibbia: “Quali manicaretti, quale miele vi può essere di più dolce del conoscere la provvidenza di Dio, penetrare i suoi segreti, scrutare il pensiero del Creatore, essere ammaestrata dalle parole del tuo Signore, oggetto di burla da parte dei sapienti di questo mondo, però ripiene di Sapienza spirituale?”. Sarebbe erroneo affermare paradossalmente, che il più saporoso frutto della Lectio Divina è la stessa Lectio Divina? La lettura che cerca, genera la lettura che porta gioia. La lettura laboriosa, affannosa, ascetica, genera la lettura dolce, contemplativa, mistica.