Riporto un'analisi apparsa qualche settimana fa su http://www.moderatamente.com/ di Andrea B. Nardi
È acquisito da parte di qualsiasi serio studioso che lo scenario irakeno si sia trasformato da un conflitto militare fra Usa e Irak in una guerra civile fra due schieramenti facenti capo a Sciiti e Sunniti. Col risultato che i marines americani si trovano nella peggior posizione che un esercito possa immaginare: in mezzo ai due contendenti, odiato da entrambi.
A questo punto, al di là di soluzioni tecniche e tattiche, è vitale che il governo statunitense escogiti una strategia definitiva altrettanto radicale e “rivoluzionaria” di quanto imponga la situazione. Circondati da nemici sia localmente sia diplomaticamente, gli Usa devono decidersi su quale nemico mantenere e quale trasformare in alleato, poiché nella confusione totale del momento una cosa è palesemente certa: non è possibile resistere oltre in una guerra con tanti fronti aperti. Ciò anche a causa dell’ostilità opportunista – e a tratti vile – dell’Europa.
Chi è, quindi, il nemico principe dell’America, ciò da cui tutto è iniziato? È il partito armato di Al-Qaeda, intenzionato a creare un personale califfato di impronta “nazi-islamica” la cui sovrastruttura demagogica nasconde banali interessi di potere (commercio della droga, feudalesimo territoriale, oligarchismo oscurantista). Mentre in Irak Al-Qaeda è in linea di massima sunnita, in Afghanistan è storicamente intrecciato con le bande talebane e la mafia russa produttrice di oppio. Gli Sciiti, invece, sono l’espressione degli interessi iraniani, e solo contingentemente sperimentano complicità doppiogiochiste con Al-Qaeda.
Divide et impera, dicevano i Romani, e il principio è valido anche oggi: occorre spezzare l’asse tattico (non strategico) fra Al-Qaeda – Sunniti – Talebani – narcotrafficanti da un lato, e Sciiti – Iraniani dall’altro. In pratica, gli Usa per stabilizzare l’Irak e il Medio-Oriente e concentrarsi sulla guerra ad Al-Qaeda devono risolversi ad allearsi con l’Iran.
Apparentemente assurda questa ipotesi si rivelerebbe risolutiva non appena la si esaminasse geopoliticamente.
Innanzi tutto si consideri che l’Iran non è il fronte compatto subculturale che l’attuale presidente Ahmadinejad pubblicizza al mondo intero. Ahmadinejad è solo un arruffapopolo qualunque capitato alla presidenza grazie al sostegno della lobby clericale integralista e dei Guardiani della Rivoluzione: agitando spettri guerrafondai mira a solleticare revanchismi popolari unici in grado di coprire la totale assenza di un programma di governo che non sia il mantenimento del dominio degli imam oltranzisti. Ma l’Iran è ben altro. Completamente diverso dall’impoverimento sociale e intellettuale della civiltà irakena, l’Iran possiede al suo interno una classe culturale elevata, fortemente critica con l’attuale élite di potere, ma impossibilitata a esprimersi causa il terrore in cui viene costretta. L’Occidente e gli Usa in particolare hanno perduto l’opportunità di coltivare queste tendenze moderate e pacifiste all’interno del paese quando hanno snobbato le ultime elezioni iraniane senza impegnarsi anima e corpo nel sostenere l’imam Rafsanjani e lasciandolo scivolare nella sconfitta. I recenti episodi iraniani, anche elettorali, confermano la nuova tendenza critica della popolazione nei confronti dell’amministrazione governativa. Rafsanjani è il punto di congiunzione tra i riformisti, conservatori moderati e i tecnocrati, contro la politica di Ahmadinejad.
Ora non resta che sviluppare una chiara inversione di strategia estera in cui gli Usa dichiarino il loro aperto appoggio a un governo iraniano moderato da contrapporsi all’attuale. Su queste basi gli Stati Uniti hanno una precisa contabilità geopolitica da giocarsi.
Cosa ottengono gli Usa da un’alleanza con un futuro governo iraniano?
- La stabilità irakena;
- La stabilità palestinese;
- La stabilità libanese;
- L’isolamento siriano;
- L’isolamento di Al-Qaeda;
- L’attenzione dell’Arabia Saudita (la cui ambiguità con Al-Qaeda e strafottenza con gli Usa è dettata dall’essere il loro principale fornitore).
Cosa ottiene l’Iran da un’alleanza col governo statunitense, perché l’Iran dovrebbe iniziare un dialogo con gli Stati Uniti? Per vari motivi.
- Per il predominio regionale;
- Per l’interruzione dell’emarginazione commerciale con l’Occidente e l’uscita dall’isolamento internazionale;
- Per l’eliminazione degli embarghi economici;
- Per il progresso sociale ed economico del proprio paese.
Inoltre, ciò potrebbe risolvere alcuni nodi internazionali che stanno a cuore a Teheran:
- la riconciliazione interna nel Bahrein filo americano in cui gli Sciiti sono perseguitati;
- la protezione dell’enclave sciita di Herat, in Afghanistan, perseguitata dai Talebani;
- l’ingresso dell’Iran nella trattativa petrolifera e del gas che lo Sco (Shanghai Cooperation Organization) sta conducendo in Afghanistan.
Gli Usa non devono temere un Iran in posizione dominante nello scacchiere mediorientale, così come non temettero una Germania solida e un Giappone sviluppato nell’Europa e nell’Asia del dopoguerra. Avere un Iran forte ma alleato all’Occidente al centro del mondo islamico significa contare su un medium eccezionale, un veicolo di ammortizzazione delle spinte integraliste musulmane grazie all’estrema autorevolezza dell’Iran sulle masse islamiche mondiali.
Ciò si può ottenere solo amalgamando gli interessi economici e geopolitici statunitensi con quelli iraniani. Il prezzo è l’assoggettamento dell’Irak sunnita in posizione subordinata, con una spartizione territoriale costituente una regione sciita più o meno autonoma ma evidentemente legata a Teheran; oppure con un deciso spostamento dell’asse governativo irakeno in funzione sciita, con solide garanzie di tolleranza religiosa. Delegando agli Sciiti irakeni e all’Iran il controllo del territorio irakeno e dei suoi confini, l’esercito americano potrà concentrarsi totalmente nella caccia ad Al-Qaeda e al ripristino della legalità in Afghanistan, vero nodo di destabilizzazione mondiale.
È evidente che solo intrecciando solidamente i propri interessi commerciali e industriali (non dimentichiamo che solo gli Usa hanno la tecnologia relativa al petrolio) questi due grandi paesi possono sostenersi a vicenda e riappacificarsi: dove si commercia non ci si spara.
A livello internazionale, poi, occorre soprattutto togliere il pretesto della compattezza demagogica islamo-nazionalistica anti-Usa (su cui cascano anche le Sinistre europee) affidando all’Iran la lotta contro le fazioni criminali e terroristiche, facendo così emergere finalmente il conflitto endocrino presente in Medio Oriente e indipendente dalle azioni americane. Ciò sconfesserebbe definitivamente la sovra-struttura ideologica di Al-Zawahiri e della jihad islamica contro l’imperialismo occidentale. Improvvisamente sarà il califfato di Al-Qaeda – con le sue mire imperialistiche – a trovarsi sovra-esposto e isolato, così come sta accadendo in Somalia (nonostante la cecità di chi ha condannato gli attacchi militari americani ed etiopici).




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