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  1. #1
    cattolico refrattario
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    Predefinito È Natale, che "scemenza" parlare di Gesù

    È Natale, che "scemenza" parlare di Gesù

    di Walter Vecchi - mercoledì 12 dicembre 2007, 07:00

    Caro Direttore,
    sono un Vostro lettore «da sempre» ed invio la presente per segnalarvi quello che a mio avviso, è un fatto molto grave avvenuto in questi giorni nella scuola elementare Villani di Firenze, ove mio figlio Alessandro di anni 9 frequenta la classe IV C.
    La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».
    Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori.
    Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale (ma a cos'altro andrebbe associato il Natale? Al solstizio di inverno?), poiché in tal modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano.
    In ogni caso, a detta della maestra di disegno medesima, le insegnanti sarebbero obbligate ad impedire qualsivoglia rappresentazione religiosa, anche nei disegni e addirittura gli insegnanti di «Religione» non potrebbero parlare di Gesù Cristo agli alunni. Richiesta di indicare quale mai fosse la norma cui faceva riferimento, la maestra medesima ha girato le spalle e se ne è andata senza neppure salutare.
    Il giorno dopo, anche l'insegnante di Italiano è intervenuta in classe sull'argomento, dicendo agli alunni che «le maestre sono stufe delle “scemenze” delle loro mamme».
    Non ho parole per commentare l'accaduto. Non condivido che nelle nostre scuole il Natale non sia più rappresentato come quando ero bambino io (quarant'anni fa) con recite e canti dedicati alla nascita di Gesù, ma ritengo che costituisca un vero atto di violenza morale impedire ad un bambino di 9 anni di rappresentare in un disegno la Natività, specie in un disegno che la maestra stessa ha detto doveva essere dedicato al Natale e portato a casa dalle rispettive famiglie.

    da Il Giornale
    per risorgere bisogna insorgere

  2. #2
    Becero Reazionario
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    "da Il Giornale"...

    si scandalizzano...
    ma non sono loro per "la laicità dello stato"??? queste sono le conseguenze... come si dice "su un piano inclinato non ci si ferma a metà"...

  3. #3
    Becero Reazionario
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    Predefinito

    Cmq c'è anche un noto parroco di Bari che fa tutti gli anni il presepe senza Gesù, ma pieno di bambini immigrati, poveri etc etc... "in fondo Gesù non è ogni bambino?"

  4. #4
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    Predefinito Contro i falsi presepi ("Avvenire" 13 dicembre)

    Contro i falsi presepi
    Assistiamo a una riscoperta della rappresentazione di Betlemme.
    Ma talvolta si rischia di strafare e di offrire una immagine bizzarra della Natività, dai toni bambineschi oppure moraleggianti


    DI
    ROBERTO BERETTA
    N
    on tutti i presepi sono uguali. Diciamolo: nell’odierno recupero della rappresentazione di Betlemme, nell’ormai decennale disputa sulle Natività a scuola sì o no, nell’almeno trentennale duello tra albero e diorama – un distinguo però bisogna farlo; c’è presepio e presepio, c’è grotta e grotta!
    Siamo ormai al punto che non si può essere indiscriminatamente «a favore» del tradizionale allestimento natalizio, infatti. Ci sono dei casi in cui il presepe sarebbe decisamente meglio non farlo, anche ad essere cattolici; anzi: più ancora quando si è cattolici ed a costo di essere un po’ iconoclasti. Perché – se ogni commemorazione del 25 dicembre ha il dovere di mantenersi fedele al suo spirito, e dunque a un fatto storico, e se l’intento del tradizionale «fondatore» della rappresentazione betlemita (ovvero san Francesco) fu di collegarsi alla realtà anche fisica dell’incarnazione –, allora non è più possibile tollerare il rischio dell’astrazione e/o del bamboleggiamento che certuni manufatti commerciali potrebbero indurre in chi li usa.
    E spieghiamoci meglio con alcuni esempi.

    Il presepio Thun.
    Il primo caso riguarda la Natività offerta in va*rie dimensioni e tonalità da una nota azienda altoatesina di so*prammobili in porcellana deco*rata. Nulla di personale contro le statuette in questione, facilmen*te riconoscibili per uno stile molto tipico (che tuttavia la dif*fusione stessa ha inevitabilmen*te reso ormai stucchevole), il quale invita alla tenerezza e al*l’intimismo: orsetti, angioletti, a*nimaletti, gnometti, e così via. Il problema insorge allorché le ca*ratteristiche produttive vengono applicate alle esigenze della Grotta: e vengono fuori perso*naggi tutti invariabilmente ro*tondetti, tutti con gli occhi so*gnantemente chiusi, tutti con le gote gonfie e la boccuccia a for*ma di «o»; pecore comprese. Il ri*sultato finale, nonostante l’in*dubbio «effetto innocenza», è la rappresentazione di un evento bambinesco, convenzionale, ras*sicurante, «pulito», diciamo bor*ghese, insomma un soprammo*bile che non procura nessuna in*quietudine se non quella di spol*verarlo tutti i giorni. Ma è questo il senso di Betlemme? È cristia*namente corretto – per non tur*bare il sentimentalismo delle no*stre feste – depotenziare con le romanticherie il big bang di quella Notte?
    I presepi cinesi.
    L’esemplifica*zione può chiarirsi analizzando un’altra delle catastrofi nell’arte presepistica nazionale: l’avvento dei cinesi. Anche tra pastori e re magi, infatti – come del resto in molti campi –, l’ingresso dei pro*dotti orientali ha prodotto vasti effetti. Le Natività pechinesi in resina, prodotte in grande serie ed a costi irrisori, lungi dal facili*tare la cultura della presepe, an*zitutto inducono nel pubblico l’idea della mangiatoia «a basso prezzo», in tutti i sensi: il sacrifi*cio del portafogli, ma soprattutto la facilità di procurarsela nonché l’indifferenza alla sua qualità. U*na volta il presepio si costruiva, forse addirittura si «conquista*va » (e dunque si meritava), fin dalla raccolta del muschio e co*munque da un paziente allesti*mento sera dopo sera; oggi basta arraffare la scatola sullo scaffale di un grande magazzino e no, non è la stessa cosa. Quanto alla qualità di tali oggetti, non si allu*de al materiale: statuine di pla*stica ce ne sono da mezzo seco*lo, ma non così «finte». È la con*venzionalità delle grotte made in China a turbare: appare eviden*te, infatti, che sono state pensate come un prodotto «qualunque», disegnate probabilmente senza la nozione non si dice teologica ma neppure culturale di ciò che rappresentavano, confezionate insomma senza amore.
    I presepi domestici.
    Beh, non che tutto quanto viene dal fai*da- te artigianale dei presepisti dilettanti sia oro che riluce sotto la cometa... Anche nel settore delle grotte domestiche – co*stantemente arato da concorsi parrocchiali, cittadini, diocesani – l’originalità più d’una volta ha sconfinato nel kitsch. A parte le molte grotte che hanno ormai trovato posto in un televisore o nello schermo di un computer (allestimento peraltro plausibile, vista la crescente presenza del «virtuale» nelle vite contempora*nee), si sono viste Natività am*bientate in un motore d’automo*bile o in uno pneumatico, pasto*ri fatti con la pasta piuttosto che coi biscotti, re magi costruiti con tappi di dentifricio, e così via. Va bene il riciclaggio, ok alla creati*vità; però – se non si hanno dai 3 ai 12 anni – meglio evitare certi attentati al gusto. Che poi non è questione di materiali, perché (ad avere il dono di una vera creatività) tutto si può usare e ci sono presepi di carta elegantissi*mi. All’opposto la maggior parte delle costose statuine in legno della Val Gardena, pur ineccepi*bili dal punto di vista della cor*rettezza tradizionale, peccano di una leziosità che sa troppo di finto. Insomma, la vera bellezza non è mai troppo «facile». È da evitarsi pure l’eccesso di «effetti speciali» coi quali alcuni artefici, soprattutto nelle numerose mo*stre allestite nel periodo natali*zio, mirano a stupire grazie alla quantità di personaggi semoven*ti, giochi di luce, cadute d’ac*qua... Ma anche lo sfoggio di tec*nica può essere un difetto.
    I presepi moralistici.
    Dai tempi della contestazione, quando sul muschio dei presepi di tutt’Italia fecero il loro ingresso i modellini di carri armati che simboleggia*vano la guerra in Vietnam, la tentazione di «sfruttare» la rap*presentazione natalizia non ha mai abbandonato i benintenzio*nati. Di solito si tratta di quanti poi affollano gli sfondi a cielo stellato di cartelli che affrontano tutti i problemi del mondo, o di coloro che pretendono di «at*tualizzare » il loro diorama con riferimenti alle varie emergenze del pianeta. Anche qui: placet iuxta modum, va bene ma con giudizio. Il presepe – come dice*va Mc Luhan per la tv – è un me*dium che nello stesso tempo co*stituisce il messaggio: quello che ha da dire, cioè, non ha bisogno di esplicitazioni, il suo registro simbolico «parla» da sé. E non è detto che declini un contenuto meno forte di certi slogan «rivo*luzionari ». In generale sobrietà, discrezione, buon gusto sono regole che de*vono presiedere anche al più u*mile e affrettato presepio; che al*trimenti sortirebbe un effetto contrario al dovuto, soprattutto sarebbe una contraddizione in termini rispetto all’evento rap*presentato: appunto una mani*festazione di verità e povertà, di carne e di sangue, di freddo e di odori, di debolezza e di stupore.
    All’interno di questa ricetta – la quale va inevitabilmente decli*nata in modo soggettivo –, tutte (o quasi) le tecniche, i materiali, le «invenzioni» possono trovare il loro spazio. I presepi napoleta*ni, ad esempio, pur sovrabbon*danti di particolari e completa*mente anacronistici rispetto alla realtà storica di 2000 anni fa, non risultano stonati, in quanto rispecchiano la vita vera del tempo in cui sono nati (qualcosa in più da ridire ci sarebbe sull’u*so di inserirci certi vip contem*poranei travestiti da pastori...).
    Non c’è niente di male persino nell’allestire il diorama con i Puffi, o i soldatini, se questo ha un senso e una «storia» collegati con coloro che fruiscono della rappresentazione.
    Te piace dun*que
    ’o presebbio?.
    Sì, ma solo se non falsifica l’incarnazione.
    Dalle statuette «Thun» ai prodotti «made in China», da certe soluzioni «domestiche» un po’ troppo disinvolte agli scenari che vogliono attualizzare una storia accaduta duemila anni fa



    Il presepe realizzato con polistirolo, gesso e colori acrilici.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da adsum Visualizza Messaggio
    È Natale, che "scemenza" parlare di Gesù

    di Walter Vecchi - mercoledì 12 dicembre 2007, 07:00

    Caro Direttore,
    sono un Vostro lettore «da sempre» ed invio la presente per segnalarvi quello che a mio avviso, è un fatto molto grave avvenuto in questi giorni nella scuola elementare Villani di Firenze, ove mio figlio Alessandro di anni 9 frequenta la classe IV C.
    La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».
    Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori.
    Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale (ma a cos'altro andrebbe associato il Natale? Al solstizio di inverno?), poiché in tal modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano.
    In ogni caso, a detta della maestra di disegno medesima, le insegnanti sarebbero obbligate ad impedire qualsivoglia rappresentazione religiosa, anche nei disegni e addirittura gli insegnanti di «Religione» non potrebbero parlare di Gesù Cristo agli alunni. Richiesta di indicare quale mai fosse la norma cui faceva riferimento, la maestra medesima ha girato le spalle e se ne è andata senza neppure salutare.
    Il giorno dopo, anche l'insegnante di Italiano è intervenuta in classe sull'argomento, dicendo agli alunni che «le maestre sono stufe delle “scemenze” delle loro mamme».
    Non ho parole per commentare l'accaduto. Non condivido che nelle nostre scuole il Natale non sia più rappresentato come quando ero bambino io (quarant'anni fa) con recite e canti dedicati alla nascita di Gesù, ma ritengo che costituisca un vero atto di violenza morale impedire ad un bambino di 9 anni di rappresentare in un disegno la Natività, specie in un disegno che la maestra stessa ha detto doveva essere dedicato al Natale e portato a casa dalle rispettive famiglie.

    da Il Giornale
    E perché le mamme non contestano l'insegnante, non chiedono un'ispezione? Quando vogliono...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da FrancoDamiani Visualizza Messaggio
    E perché le mamme non contestano l'insegnante, non chiedono un'ispezione? Quando vogliono...
    sottoscrivo in pieno!!!

    Aspetto ancora una mamma che protesti perchè le maestre fanno festeggiare Halloween!!!

  7. #7
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    Auguri di un Santo Natale a tutti voi e felice anno nuovo. Christus Salvat, Regnat, Imperat

  8. #8
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    Predefinito babbo Natale falso ottimista

    Babbo Natale falso ottimista




    di Claudio Magris

    http://www.corriere.it/editoriali/07...ba99c53b.shtml


    Se ne avessi il potere, proibirei per legge — quale offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all'infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare — l'immagine e il termine stesso di Babbo Natale. C'è un limite di decenza pure per la secolarizzazione. Trasformare il mistero dell'incarnazione— l'eterno che si fa storia, tempo fugace, carne fragile e peritura — o anche solo l'infantile poesia di Gesù Bambino o dell'angelo che porta i doni nella figura di un vecchio panciuto e svampito, dal viso rubizzo e giulivamente ebete, è un po' troppo.
    Se proprio ci si vuole sbarazzare del Cristianesimo — del linguaggio e delle figure che esso ha dato per secoli alla rappresentazione della vita —meglio tornare allo Yule, alla nordica festa pagana del solstizio d'inverno col suo culto delle demoniche forze elementari, che Lovecraft, nei suoi racconti dell'orrore assai poco natalizi, sentiva ancor vive e minacciosamente in agguato sotto la crosta della civiltà. Non a caso, al tempo della mia infanzia, catechisti e sacerdoti della parrocchia scoraggiavano e deprecavano, sia pur blandamente, l'albero di Natale, l'abete di remota ascendenza boreale e pagana, contrapponendogli il cristiano, cattolico e italico Presepe; palme e cammelli d'Oriente e dolce terra umbro-francescana contro la neve del Settentrione. Mi sarei dunque atteso una più energica riprovazione ecclesiastica — almeno pari a quella delle zucche di Halloween — del paonazzo fantoccio da supermarket, con le sue renne fatte per tirare la slitta a Cortina e non in Lapponia.
    Se Babbo Natale, con rispetto parlando, deriva da Santa Claus ovvero San Nicolò, come triestino mi sento corresponsabile del suo trionfo, visto che a Trieste San Nicolò, col suo manto rosso, porta i doni nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, ma quel rosso del santo di Bari ha almeno una sua regalità, da re pastore e non da insegna luminosa di supermarket. Quest'ultimo, ovviamente, può essere altrettanto sacro, con buona pace dei fustigatori del consumismo nostalgici della miseria dei tempi andati. Nessun oggetto, nessuna istituzione, nessun rito sono di per sé sacri; sacro è solo il senso di amore e soprattutto di rispetto per gli uomini. Comperare un panettone a un supermarket, pensando alla tavolata con persone amate, non èmeno poetico che preparare un pasto in una capanna di pastori o in una casa contadina. Sono i simboli della vita a dire il significato che le attribuiamo.
    Sotto questo profilo, il ridanciano e scampanellante Babbo Natale è un segno della crescente scristianizzazione; della perdita della memoria, del linguaggio, del senso che il Cristianesimo dà al mondo. Non è solo il vituperato consumismo, simboleggiato da Babbo Natale, che disturba. Pure in passato il pranzo e i regali natalizi obbedivano alla logica del consumo, di per sé nient'affatto disdicevole, e non è un merito se la penuria, subìta e non certo scelta, costringeva a consumi più modesti. E' quel sorriso giocondo e soddisfatto nel roseo faccione che nega il Natale. Le feste di un tempo univano il piacere — per un bambino, anche l'incanto misterioso dei doni sotto l'albero o davanti al Presepe — e la malinconia della ripetizione, che scandisce il fluire e lo svanire del tempo quanto più cerca di catturarlo e fermarlo nel rito sempre uguale. La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l'esistenza è il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull'altra e si consumavano.
    Ogni anno tante gocce d'oblio, mentre la tavolata famigliare si arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi, acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini. Protagonista e vezzeggiata, l'infanzia era anche vagamente oppressa da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia, immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia. Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno riscattato dalla malinconia; l'angelo—anche quello che porta i regali—è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto. Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l'eterno. Incubi di pranzi in cui l'obbligato ingozzarsi insinua nell'animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell'invasione.

    Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l'estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice — come ha scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio — «che l'attraversamento del nulla è necessario ». Babbo Natale vuole invece farci dimenticare che siamo sull'orlo di un vulcano, il quale potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all'altro; che le tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla smentita che quell'annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare contro ogni vittoriosa negazione, con quell'autentica speranza che passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.
    24 dicembre 2007(modificato il: 27 dicembre 2007)






























  9. #9
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    Se ne avessi il potere, proibirei per legge — quale offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all'infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare — l'immagine e il termine stesso di Babbo Natale.
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