giovedì, 20 dicembre 2007
“PARMACRACK”
Il crack Parmalat fu un duro colpo per migliaia di risparmiatori italiani. Molti tra questi persero tutto quello che avevano risparmiato nell’arco dell’intera vita lavorativa. Risparmi che, essenzialmente, avrebbero dovuto alleviare il periodo di uscita dal lavoro e affiancare una pensione statale sempre più infima.
Eppure c’era qualcuno che sapeva della reale situazione finanziaria della Parmalat, molto prima che questa collassasse su sé stessa.
In primo luogo, gli amministratori dell’azienda di Collecchio, ma da questi, com’è ovvio, non ci si poteva certo aspettare un’autodenuncia (anche se uno di loro disse candidamente al comico Grillo che per fare i bilanci la Parmalat si affidava ai sacri principi dell’ “alchimia contabile”).
Poi c’erano le banche che avevano foraggiato la Parmalat acquistando titoli dell’azienda (finanziandone i debiti), prontamente piazzati ad una clientela ignara che veniva attirata (e raggirata) dai lauti guadagni in borsa e dalla "solidità" dei bilanci (sulla cui certificazione, da parte delle società Deloitte & Touche e dall’ex Grant Thornton spa, ora Italaudit, stendiamo un velo pietoso).
Infine, dobbiamo citare le agenzie di rating (una tra tutte, la Standard & Poor) che fino a poche settimane prima del fallimento dell'azienda parmense continuavano a dare valutazione positiva (vizietto nequizioso che non hanno assolutamente perso, come dimostrato dalla nota vicenda dei mutui suprime).
La fretta con la quale le banche si liberarono dei titoli in portafoglio, soprattutto nell’ultima fase (inizio 2003), non lascia adito a dubbi. Gli istituti bancari avevano informazioni privilegiate ed erano perfettamente a conoscenza del crack imminente.
Tra queste banche c’erano: Citibank, Banca Intesa, Bnl, Capitalia, Sanpaolo Imi, Banca Popolare Milano (Bpm), Banca Popolare Italiana (Bpi), Deutsche Bank, Monte dei Paschi (Mps) e Unicredito Italiano.
Sono le stesse che di lì a breve si sbarazzeranno quasi completamente dei titoli in loro possesso fino a mantenerne per un valore di appena 30 mln di euro (rispetto ai 179 mln iniziali). E sul groppone di chi è finito tutto il resto? Domanda retorica. Pare che dal fallimento Parmalat siano stati danneggiati almeno 110 mila obbligazionisti italiani e che l’età della maggior parte di questi oscillasse tra i 60 e i 65 anni.
Eppure nel 2002 la magistratura di Parma aveva avviato un’indagine che, se non si fosse arenata per oscuri motivi, avrebbe potuto salvare qualche cliente e dare un bel colpo a tutte quelle banche senza scrupoli che stavano truffando la propria clientela. In particolare, le fiamme gialle avevano scoperto dei movimenti di denaro a dir poco strani: un credito da Parmalat a Parmatour (di proprietà della figlia di Tanzi) di 11,8 miliardi di lire svanito nelle pieghe dei bilanci. Si trattava di un buon segnale da prendere al volo per iniziare a scandagliare nei “meandri” contabili dell’azienda parmense. Ed invece ci volle un altro anno (il tempo necessario per permettere alle banche di disfarsi della loro carta straccia azionaria a danno dei risparmiatori?) prima che tutto l’affaire Parmalat fosse portato allo scoperto.
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