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    Kosovo, bomba ad orologeria.

    21.12.2007 - Kosovo: i pericoli di una secessione
    L’intelligence occidentale lancia l’allarme sul futuro del Kosovo e sul pericolo secessione.Una situazione che rischia di innescare “reazioni nei Paesi limitrofi” in uno scenario di fondo caratterizzato per i prossimi mesi “da una fase di accentuata tensione non solo nel Kosovo ma nell’intera area balcanica”.


    I servizi di sicurezza del mondo atlantico hanno segnalato la possibilità di un “deterioramento della cornice di sicurezza” nella provincia serba, in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza dopo il fallimento del negoziato internazionale, sotto l’egida della Troika (Usa-Ue-Russia), volto a definire il nuovo status. Una situazione che rischia di innescare “reazioni nei Paesi limitrofi” in uno scenario di fondo caratterizzato per i prossimi mesi “da una fase di accentuata tensione non solo nel Kosovo ma nell’intera area balcanica”. Il territorio italiano, poi, potrebbe essere utilizzato “per il transito di forniture e di volontari destinati ad alimentare gruppi di estremisti di etnia albanese”.
    L’informativa più recente, elaborata il 13 dicembre scorso, ha riferito in particolare l’intendimento, da parte della comunità serba residente nella parte settentrionale di Kosovska Mitrovica (a maggioranza serba, circa 30 km a nord ovest di Pristina) di promuovere un’analoga iniziativa indipendentista. Atteggiamento finalizzato a difendersi e a separarsi dai kosovari albanesi, con l’ausilio del loro armamento, per liberarsi da vessazioni di ogni tipo compiute oramai da decenni contro di loro. La situazione rischierebbe così di innescare “reazioni nei Paesi limitrofi”. In particolare, in Bosnia- Erzegovina i comandi Eufor-Nato “hanno diffuso un avvertimento relativo a possibili azioni ostili in danno di elementi delle Lot- Eufor ovvero i team di collegamento ed osservazione, in quanto ritenuti favorevoli alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo”. Azioni ostili che potrebbero essere condotte da “estremisti islamici provenienti da Bugojno (circa 80 km nordovest di Sarajevo)”. Non si può neanche escludere, viene rilevato, un possibile “coinvolgimento del personale italiano inquadrato nella Eufor in eventuali disordini in territorio bosniaco”.

    Il “quadro previsionale” che è emerso dall’analisi dei servizi in caso di autoproclamazione di indipendenza è quindi uno scenario caratterizzato per i prossimi mesi “da una fase di accentuata tensione non solo nel Kosovo ma nell’intera area balcanica, con riflessi sugli interessi internazionali”, intesi come “crescenti rischi per la sicurezza di Unmik e della Kfor” che potrebbero comportare la necessità di una “rimodulazione in termini qualitativi e quantitativi per meglio fronteggiare minacce emergenti”. Gli apparati di intelligence occidentali hanno segnalato anche la possibilità che il territorio italiano sia utilizzato “per il transito di forniture e di volontari destinati ad alimentare gruppi di estremisti di etnia albanese, nonché per la tenuta di manifestazioni di sostegno, ancorché di misura limitata, alla causa kosovara”. Contestualmente potrebbe registrarsi “un incremento delle attività illegali per finalità di autofinanziamento”, quali il traffico di stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione, dei gruppi estremisti. Non sono poi “da escludersi flussi, sebbene limitati, di profughi dalle aree interessate da scontri”, mentre sussiste la “non remota” possibilità che rappresentanze diplomatiche in Kosovo ovvero contingenti di Paesi dichiaratisi contrari al riconoscimento dell’indipendenza a Pristina siano oggetto di “mirate ritorsioni da parte di gruppi armati di etnia albanese”.
    Tra i “riflessi sul piano regionale” dell’autoproclamazione dell’indipendenza kosovara, “non è da escludere” per i servizi di sicurezza “che i circoli islamici bosniaci a connotazione wahabita inviino in Kosovo gruppi di sostegno della causa dei kosovari albanesi. Ancorché i suddetti ambienti appaiano orientati a svolgere solo attività di protesta in caso di mancato riconoscimento dell’indipendenza a Pristina, la loro presenza in area costituisce comunque un latente fattore di rischio sia per la locale cornice di sicurezza sia per le possibilità di penetrazione religiosa islamica della componente albano-kosovara”. Un’eventuale secessione unilaterale da parte del Kosovo è “inevitabilmente destinata” per gli 007 occidentali ad alimentare “fermenti in altre aree di crisi estere connotate dalla presenza di istanze secessioniste” come l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia e la Transnistria, con conseguenti “ripercussioni negative sul quadro di sicurezza internazionale ed ulteriore deterioramento nelle relazioni russo-statunitensi”. In qualsiasi caso gli scenari sarebbero due, o la prosecuzione delle trattative fra le parti nel corso del 2008 oppure la proclamazione dell’indipendenza unilaterale, considerata dai servizi di intelligence la peggiore dal punto di vista della sicurezza. In entrambi i casi sarà l’Unione europea a dover fronteggiare un processo lungo, complesso e difficile gestione. Il tutto con buona pace degli Usa che anelano a sostenere i narco-atlantici albanesi per insediarsi più stabilmente nei Balcani e dividere l’Europa contenendo la Russia.

    Andrea Perrone
    Fonte: rinascita

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    KOSOVO: BANDIERA PRONTA, THACI INVITA SERBI A RESTARE

    PRISTINA - La bandiera del futuro Kosovo indipendente e' ormai pronta e il premier kosovaro, Hashim Thaci, conferma che la secessione formale da Belgrado sara' questione di ''giorni''. Mentre invita i serbi confinati nelle enclavi superstiti della provincia a maggioranza albanese a restare.

    Sono queste le ultime novita' da una terra che rimane tuttavia sospesa a una data incerta: quella della proclamazione unilaterale, annunciata e rinviata, dell'indipendenza. L'ultima ipotesi rimbalzata a Pristina dalle pagine del giornale 'Koha Ditore' e' che il ''giorno X'' sara' domenica 17 febbraio. Anche se fonti anonime non escludono del tutto un anticipo al 10. Nella realta' si tratta di attendere le indicazioni di chi si e' gia' impegnato a riconoscere lo strappo, a dispetto della strenua opposizione della Serbia e del veto russo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu: gli Usa e soprattutto l'Unione Europea, pronta a inviare nella provincia una missione civile che suscita irritazione a Belgrado, ma intenzionata anche a concedere un po' di respiro all'europeista Boris Tadic, appena rieletto presidente della Serbia e gia' alle prese con l'alzata di scudi sul tema Kosovo-Ue del premier, Vojislav Kostunica.

    Per Thaci, in ogni modo, l'attesa non potra' essere lunga. ''Siamo pronti, fra pochi giorni il Kosovo sara' indipendente'', ha ripetuto per l'ennesima volta in un'intervista, alla tv slovena. Dal suo governo si fa sapere che i simboli sono gia' stati scelti e saranno resi pubblici presto. La bandiera e' saltata fuori da un concorso bandito un anno fa e cui hanno contribuito 1.600 proposte d'ogni tenore: alla fine, stando alle ultimissime indiscrezioni, sembra che prevarra' un vessillo tricolore con la mappa del Kosovo al centro e le stelle dell'Ue a far da corona. Anche se Thaci e i suoi sono notoriamente affezionati agli attuali colori provvisori: identici - a rinfocolare i sospetti di Belgrado sull'incubo d'una ''Grande Albania'' - a quelli di Tirana.

    In attesa di poter innalzare gli stendardi del ''nuovo Stato'', il capo del governo di Pristina cerca intanto di dar prova di moderazione. Fino a bussare oggi - lui, ex capo guerrigliero da sempre inviso a cio' che resta delle minoranze non albanesi della regione - alla porta di una famiglia serba. Una delle poche scovate in un villaggio ''etnicamente misto'', Rubovac.

    Un esempio piu' unico che raro, cui comunque Thaci si e' richiamato per parlare di ''convivenza possibile'' e invitare i serbi rimasti (100.000 scarsi a fronte dei 300.000 che erano a fine anni '90) a non partire. E a non rendere concreti i timori di quelle organizzazioni internazionali che paventano almeno altri 60.000 profughi sull'onda dell'indipendenza. Il Kosovo sovrano - ha detto Thaci - potra' essere ''la terra di tutti''. Una promessa che la padrona di casa, Slavica Slavkovic, ha accolto con un mezzo sorriso, mormorando di ''non poter mettere in dubbio le garanzie di un primo ministro''. Ma svicolando imbarazzata, con un'espressione di circostanza (''non mi occupo di politica''), a chi le chiedeva un parere sulla secessione imminente.

    Da Kosovska Mitrovica, principale enclave serba e inquieto fronte ravvicinato tra le due comunita', giungeva nel frattempo notizia di una sassaiola contro un bus. Non un incidente serio, ma neppure un buon viatico alle parole del premier.
    05/02/2008 20:07
    Fonte: Ansa

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    Vilnius, all’informale Nato il ministro Parisi su Afghanistan e Kosovo

    Pagine di Difesa, 8 febbraio 2008

    Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, nel corso dei lavori della riunione informale dei ministri della Difesa della Nato in Lituania, ha ribadito che l’impegno in Afghanistan deve basarsi su una visione politica chiara degli obiettivi di medio-lungo periodo che la comunità internazionale deve perseguire. E’ necessario rimanere fedeli al percorso segnato dal piano “Afghan Compact” in cui l’obiettivo finale rimane quello di assistere il Paese affinché vengano raggiunte la stabilità, la democrazia e lo stato di diritto.
    L’Italia intende mantenere l’impegno assunto nel nome della solidarietà con gli alleati e con l’Afghanistan. In tal senso è necessario anche migliorare il coordinamento delle operazioni condotte in Teatro per superare le disfunzioni che sono emerse in passato. “ Un indebolimento dello sforzo collettivo – ha affermato il ministro Parisi - sarebbe disastroso non solo per questo paese, ma anche per la sicurezza e la stabilità internazionale”.

    “In tale ottica – ha proseguito il ministro - è necessario valorizzare il lavoro svolto, ragionare in termini di progressi e non di successi in quanto la transizione della responsabilita’ della sicurezza alle autorità afgane è un processo graduale e continuo e le opinioni pubbliche devono poter comprendere ed essere informate sui passi avanti realizzati. L’Italia intende continuare a sostenere l’Afghanistan nella convinzione che una crescente attenzione debba essere rivolta alla ricostruzione civile ed ad una riflessione politica di ampio respiro”.

    Per quanto riguarda il Kosovo, che è tra i temi all’ordine del giorno della riunione che si sta svolgendo a Vilnius, il ministro Parisi, nel sottolineare il positivo sviluppo dell’elezione del presidente Tadic, a conferma della prevalenza di orientamenti favorevoli all’Europa da parte della popolazione serba, ha evidenziato che “stiamo affrontando una fase cruciale per i Balcani che deve essere gestita con cautela e sensibilità”.

    “L’Italia – ha concluso il ministro - è impegnata in Kosovo per garantire un ambiente sicuro e stabile per tutta la popolazione kosovara a qualunque etnia appartenga e le forze italiane, inserite nell’ambito di Kfor, continueranno ad assicurare la loro presenza per il tempo necessario nel segno della stabilità della regione”.

    Fonte: Ministero della Difesa

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    11.02.2008 - Kosovo: l’Italia non si affretti a riconoscerne l’indipendenza
    L’ambasciatore serbo in Italia, Sanda Raskovic Ivic, ha criticato apertamente le posizioni del governo italiano sul futuro del Kosovo. Parlando con l’Adnkronos la diplomatica di Belgrado ha ribadito la netta opposizione del governo serbo alla preannunciata proclamazione di indipendenza di Pristina, prevista per il 17 febbraio prossimo.


    Le dichiarazioni della Ivic giungono a pochi giorni dalla polemica innescata dalle affermazioni del portavoce della Farnesina, Pasquale Ferrara, il quale nel corso del suo briefing settimanale con la stampa aveva dichiarato che seppur dimissionario il governo Prodi era intenzionato ad andare avanti con il riconoscimento del nuovo status del Kosovo insieme agli altri grandi Paesi europei del Gruppo di Contatto - di cui l’Italia fa parte - come Francia, Germania e Regno Unito. “Noi ancora speriamo - ha osservato la Ivic - che l’Italia non proceda in fretta con il riconoscimento del Kosovo senza il passaggio in Consiglio di Sicurezza. La Serbia ha appoggiato l’Italia nelle riforme dell’organizzazione delle Nazioni Unite e del Consiglio e adesso speriamo che l’Italia non appoggi completamente i Paesi che vogliono bypassare l’esecutivo Onu. Se il Kosovo diventasse indipendente questo significherebbe che le risoluzioni delle Nazioni Unite sono risoluzioni al servizio delle maggiori potenze”.

    “Noi - ha sottolineato ancora la diplomatica - non riconosceremo mai l’indipendenza del Kosovo. Questa è la posizione del governo, del presidente e del popolo serbo. Il Kosovo-Metohija è la culla del nostro Stato medievale e della nostra Chiesa, e parte di tutti noi”. L’ambasciatore ha voluto di nuovo ricordare le soluzioni offerte ai kosovaro- albanesi ricordando che la Serbia ha offerto l’autonomia sostanziale alla regione, “perché pensiamo che per i problemi etnici dobbiamo offrire le soluzioni europee, ossia un’autonomia molto vasta, sostanziale, che riguarderà i diritti delle minoranze e i diritti degli albanesi che vivono in questa regione del nostro Paese”. Belgrado, ha poi ricordato l’ambasciatore, non ritiene assolutamente che “si debbano offrire soluzioni territoriali ai problemi etnici”. Ma “Stati Uniti ed Unione europea fanno questo in questo momento: offrono una soluzione territoriale per un problema etnico”. Così facendo, ha messo in guardia la Ivic, si rischia di “creare tanti problemi, e di aprire il vaso di Pandora, offrendo a tanti movimenti per l’indipendenza in tutto il mondo un esempio da seguire per procedere nel loro cammino”.

    Il pericolo esposto dalla diplomatica era stato confermato anche dal vice primo ministro russo, Sergei Ivanov che, intervenendo domenica scorsa a Monaco alla 44esima Conferenza internazionale sulla Sicurezza, aveva ribadito l’opposizione di Mosca alla secessione del Kosovo dalla Serbia e alla sua indipendenza, ricordando che l’Europa rischierebbe di aprire “il vaso di Pandora” se riconoscesse l’indipendenza di Pristina. Belgrado è convinta - ha proseguito la Ivic - che “non sia una cosa saggia sradicare il processo relativo al futuro status del Kosovo dal grembo del Consiglio di Sicurezza” privandolo così di un quadro giuridico. Per la Serbia, la strada resta quella del negoziato.
    Per la diplomatica, “esso può procedere perché è lo stesso negoziato che porta nuove idee”. Nella fase delle trattative condotte dalla Trojka Ue-Usa- Russia, osserva, “sono emerse le proposte di soluzione che prendevano ad esempio i modelli di Hong Kong e delle isole finlandesi Äland: in queste ultime, abitate da svedesi, gli abitanti hanno tutto ciò che dà corpo e significato alla loro autogestione, ma non hanno formalmente la sovranità e l’indipendenza. Sono parte della Finlandia. Questo è stato rifiutato dagli albanesi, che hanno rifiutato tutto tranne l’indipendenza”, ha commentato l’ambasciatore. “Posso dire che gli albanesi erano molto rilassati perché hanno capito che questi negoziati servono solo per spendere una certa quantità di tempo prima di riuscire nel loro scopo, che è quello dell’indipendenza”, ha sottolineato la Ivic.

    Quanto alla missione dell’Ue, Belgrado “non ha nulla contro questa missione, ma vogliamo che abbia un quadro legale, che passi per il Consiglio di Sicurezza Onu perché altrimenti dipenderà solo dal governo albanese kosovaro che potrà dire prima o poi che non ne ha più bisogno. Non esiste inoltre una struttura, un organismo internazionale cui i serbi della regione possano rivolgersi in qualsiasi modo”, ha osservato l’ambasciatore, ricordando che l’Unmik prevede che 4 volte l’anno si vada in Consiglio Onu a illustrare il rapporto sul compimento degli standard: “Questo ora non è più previsto”. Infine, il rischio legato alla missione è quello di compiere l’annex 10 del piano Ahtisaari, in base al quale il lancio di una missione rappresenta di fatto l’inizio del processo di indipendenza del Kosovo. Per quanto riguarda il futuro della Serbia, l’ambasciatore non ha avuto dubbi sulla vocazione europea del Paese e guarda avanti alla possibilità di procedere verso una piena integrazione. “Non so quando potrebbe arrivare la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione”, ha spiegato la Ivic, ricordando l’opposizione di Belgio e Olanda che chiedono l’estradizione di Ratko Mladic all’Aja. “Vorrei dire - ha sottolineato l’ambasciatore - che con la Croazia l’Asa è stato firmato 4 anni prima che Ante Gotovina, che è un pendant di Mladic, venisse mandato in tribunale all’Aja”. Quanto all’accordo di cooperazione politica, per la Serbia si profila un gradino in più verso l’integrazione. “E questo non è giusto”, ha detto la Ivic. Una dichiarazione molto netta contro le politiche euro-atlantiche di attacco alla Serbia in atto dagli anni ‘90. “La Serbia - ha concluso poi l’ambasciatore - non ha dubbi sul suo cammino verso l’Ue. Il 70% dei nostri concittadini è filoeuropeista, quindi non solo chi ha scelto di votare per il presidente Tadic ma anche chi si è espresso a favore di Nikolic. La cosa che noi vogliamo è andare in Europa con i nostri confini internazionalmente riconosciuti, insieme con la provincia di Kosovo e Metohija”. E questo a dimostrazione del fatto che Belgrado rimane sempre disponibile ad un avvicinamento con l’Ue, ma sono gli eurocrati che preferiscono le strategie atlantiche di secessione per garantire gli interessi geostrategici di Washington in tutta l’area.

    Andrea Perrone
    Fonte: Rinascita

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    Un Governo in carica per il disbrigo degli affari correnti non può, a mio parere, riconoscere alcunchè. Deve essere il prossimo Governo a pronunciarsi in merito.

  6. #6
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    Attese divise
    12.02.2008 Da Kosovska Mitrovica, scrive Tatjana Lazarević

    Mitrovica dall'alto Un parlamento locale serbo e resistenza alla futura missione dell'Ue coi metodi della disobbedienza civile. La comunità serba del Kosovo, preoccupata e isolata, cerca risposte, mentre si moltiplicano le voci di una probabile dichiarazione di indipendenza di Pristina nei prossimi giorni
    A Pristina, come nelle maggiori città del Kosovo abitate da albanesi, in questi giorni ci si prepara a festeggiare l'attesa proclamazione di indipendenza da Belgrado.

    Anche molti albanesi kosovari emigrati all'estero stanno tornando a casa “per essere presenti in questo giorno storico per il Kosovo”, come molti di loro hanno dichiarato nei giorni passati a media locali ed internazionali. Gli stessi albanesi kosovari non perdono l'occasione di ringraziare la comunità internazionale per l'appoggio alla loro causa, e soprattutto gli “amici americani”.

    All'inizio di questa settimana, si attende a Pristina la stesura della cosiddetta dichiarazione di intenti per l'indipendenza che, come dichiarano gli stessi interessati, viene preparata in coordinazione tra i funzionari albanese-kosovari e quelli internazionali. Oltre alla volontà di indipendenza, la dichiarazione dovrebbe esprimere anche l'invito alla missione dell'Ue in Kosovo, così come un richiamo al rispetto delle minoranze.

    Al tempo stesso, dovrebbe essere definita la data della prossima riunione dell'Assemblea Parlamentare del Kosovo, durante la quale la stessa dichiarazione dovrebbe essere adottata. Secondo molti il 17 febbraio verrà formulata una dichiarazione di intenti per l'indipendenza, mentre il giorno successivo, durante la riunione dei ministri degli esteri dell'Ue, si potrebbe arrivare ad una posizione comune dell'Unione sulla missione europea in Kosovo.

    La dichiarazione di indipendenza vera e propria potrebbe arrivare invece all'inizio di marzo. Secondo i media sloveni, ripresi da B92, nell'intervallo tra la dichiarazione d'intenti e l'indipendenza vera e propria il parlamento di Pristina dovrebbe approvare circa trenta nuove leggi previste nel piano formulato da Martti Ahtisaari.

    Gli stessi media sloveni, in aggiunta, scrivono che non è ancora chiaro se l'invito rivolto alla missione dell'Ue in Kosovo verrà votato a Pristina in contemporanea con la dichiarazione d'intenti, oppure all'inizio di marzo, con l'indipendenza vera e propria.

    Secondo un alto rappresentante del governo kosovaro, citato dalla Reuters, non ci sarà però alcun processo in due fasi. “Entro domenica sarà tutto finito”, ha dichiarato la fonte anonima, smentendo che la dichiarazione di domenica sarà solo d'intenti, e che l'indipendenza arriverà poi a marzo.

    A Pristina si attende anche l'approvazione della nuova costituzione, lungamente attesa, compresi i nuovi simboli dello stato. Il concorso per l'ideazione di una nuova bandiera, così come del nuovo stemma, è quasi arrivato a conclusione. Attualmente gli albanesi kosovari utilizzano la bandiera dell'Albania, ma è stato loro richiesto che, alla dichiarazione di indipendenza, elaborino simboli nazionali esclusivi, che sottolineino la composizione multietnica della regione.

    Visto che le comunità albanese e serba del Kosovo vivono separate ormai da anni, e che la consistenza delle altre minoranze è limitata, la campagna per la nuova bandiera è divenuta motivo soprattutto di battute e sarcasmo da entrambe le parti.

    In una settimana di grandi sfide per la Serbia, un eufemismo politico per quella che forse rappresenta una delle maggiori crisi nella storia del paese, i serbi del Kosovo appaiono fortemente preoccupati per la propria sicurezza ed il proprio futuro. In molti sono ancora convinti che gli albanesi kosovari non otterranno mai l'indipendenza.

    Particolarmente difficile è la situazione delle comunità serbe che ancora vivono a sud del fiume Ibar, poco numerose e disperse sul territorio.

    Nella regione di Gnjilane, in dodici villaggi, vivono ancora circa 15mila serbi, mentre in città non ne rimangono che una quarantina, dei 16mila che qui vivevano fino al 1999.

    Vesna Jovanovic (36), professoressa di lingua serba nella scuola tecnica “Dragi Popovic” di Partes, villaggio a sette chilometri da Gnjilane, racconta ad Osservatorio l'atmosfera che in questo momento aleggia su professori, alunni e genitori.

    “C'è molta tensione, anche tra i professori, specialmente da domenica scorsa. Ci si chiede continuamente in che data potrebbe essere dichiarata l'indipendenza. Le uniche informazioni che ci arrivano sono quelle dei media. Nessuno si è rivolto direttamente a noi, né le istituzioni di Pristina, né le nostre, da Belgrado. Sappiamo che queste ultime parlano di misure d'emergenza da adottare nel caso di dichiarazione di indipendenza, ma qui nessuno sa di cosa si tratta e cosa questo significa in concreto. Quello che è certo è che abbiamo paura. Cosa succederà domenica? E cosa il giorno successivo?”.

    Nel mare agitato della politica balcanica, il prossimo 15 febbraio si attende anche la formazione di un parlamento serbo del Kosovo e Metohija, con sede a Mitrovica nord.

    La decisione è stata presa la settimana scorsa, sempre a Mitrovica, durante la seduta dell'Unione delle Municipalità e dei Villaggi, organizzazione che raccoglie i rappresentanti dei serbi del Kosovo settentrionale, che oggi è molto vicina alle posizione del premier serbo Vojislav Kostunica ed è guidata da Marko Jaksic, attualmente il leader più influente tra i serbi della regione.

    L'Unione delle Municipalità e dei Villaggi dovrebbe quindi diventare un vero e proprio parlamento dei serbi del Kosovo durante la festività di "Sretenje", dal 2006 giorno in cui si festeggiano le istituzioni statali e militari della Repubblica di Serbia.

    I rappresentanti dell'organizzazione hanno dichiarato che un' eventuale firma di un accordo con l'Ue rappresenterebbe una forma di tradimento, e metterebbe a rischio l'esistenza stessa della comunità serba in Kosovo. I serbi ritengono inaccettabile l'arrivo di una missione europea, in quanto questa rappresenterebbe un primo passo per l'implementazione del piano Ahtisaari. Durante la seduta è stato deciso che, nel caso di invio della missione Ue, “i serbi si opporranno e boicotteranno la sua presenza e le sue attività”.

    Secondo lo scenario più dibattuto nella regione, in seguito alla dichiarazione di indipendenza di Pristina, il neonato parlamento serbo del Kosovo e Metohija dichiarerà a sua volta la volontà di restare all'interno dello stato serbo, rigettando così la decisione della regione di staccarsi da Belgrado.

    I poliziotti serbi che oggi servono nel corpo di polizia kosovaro (KPS), e che già adesso operano sotto un diverso comando, potrebbero scegliere di rassegnare le dimissioni, piuttosto che servire agli ordini di Pristina.

    Dragisa Djokovic, deputato del Partito Democratico dal Kosovo, domenica scorsa ha dichiarato a Radio Kontakt Plus che il ministero degli Interni serbo dovrebbe presentare presto le sue direttive sul caso, e cioè se i poliziotti serbi debbano rimanere in servizio o dimettersi in caso di dichiarazione di indipendenza.

    Parlando della situazione nella regione in questo scenario, Djokovic ha detto poi che l'eventuale scatenarsi del caos da parte serba non sarebbe affatto una buona scelta.

    Tutti queste evoluzioni potenziali potrebbero rafforzare la divisione de facto del Kosovo, e non si può escludere la possibilità che, se entrambe le parti saranno in grado di evitare atti di violenza, i segnali della comunità internazionale verso l'accettazione di questa situazione sul campo potrebbero rafforzarsi.

    In pubblico, però, i leader serbi continuano a rigettare la prospettiva della spartizione, perché questa significherebbe l'accettazione della secessione di una parte del paese.

    Dalla stessa Unione Europea arrivano segnali che Bruxelles deciderà i fretta sulla cornice operativa della missione in Kosovo.

    Marko Jaksic, che sarà forse il presidente del futuro parlamento serbo del Kosovo e Metohija, ha dichiarato ai media serbi che membri della futura missione europea stanno già arrivando in Kosovo, e che questo rappresenta la chiara volontà dell'Ue di sottrarre alla Serbia una parte del suo territorio.

    “In silenzio e senza fanfare, funzionari dell'Ue nel campo della polizia e della giustizia stanno già arrivando a Pristina, senza nemmeno aspettare la decisione del consiglio dei ministri europei”, ha detto Jaksic, aggiungendo di avere informazioni certe da Pristina che nessun membro della futura missione per il momento ha intenzione di recarsi a nord dell'Ibar.

    Nel frattempo, a Mitrovica nord, davanti alla sede che dovrebbe accogliere la rappresentanza della missione Ue, è già stato tenuto un meeting di protesta.

    I serbi che vivono nel Kosovo settentrionale annunciano il boicottaggio della missione con mezzi pacifici e democratici. Milan Ivanovic, uno dei leader più influenti, ha dichiarato che le strade verranno bloccate per impedire il movimento ai funzionari Ue, e che verrà bloccato anche l'accesso alla sede della missione. Ivanovic ha poi dichiarato che i cittadini serbi adotteranno le pratiche della disobbedienza civile. Ristoranti, caffè e negozi si rifiuteranno di servire i rappresentanti dell'Ue.

    Con loro non si parlerà neppure, ha aggiunto Ivanovic, e si troverebbero di fronte ad un boicottaggio collettivo da parte di tutta la popolazione.

    Fonte: Osservatorio Balcani

 

 

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