(POL) Governo senza maggioranza, legislatura verso l'epilogo
Roma, 22 dic (Velino) - Il pacchetto welfare è stato approvato venerdì dall’aula di Palazzo Madama, ma l’intero centrodestra non ha preso parte al voto non riconoscendo la legittimità costituzionale del voto di fiducia imposto dall’esecutivo. E non hanno rinnovato il sostegno politico al governo il senatore Domenico Fisichella e i liberaldemocratici, che hanno votato sì ribadendo la loro "sfiducia", mentre il “dissidente” di Sinistra critica Franco Turigliatto ha ancora una volta votato no nonostante le pressione di Romano Prodi che ha cercato fino all'ultimo di convincerlo a tornare sui suoi passi. Di fatto, quindi, Prodi non può più contare su una maggioranza politica nella Camera alta e nemmeno su quella aritmetica senza il concorso dei senatori a vita. Il capo dello Stato, che in questi ultimi giorni ha lasciato intendere di essere molto vigile sulla svolgimento del dibattito politico e parlamentare, è verosimile stia riflettendo sul mutamento - ormai messo a verbale - del quadro politico. Il ministro Vannino Chiti, del resto, nel porre la questione di fiducia ha spiegato che il governo ha fatto ricorso a questo strumento non perchè costretto dall'ostruzionismo dell'opposizione (che aveva ritirato tutti gli emendamenti) ma per le divisioni della maggioranza che avrebbero potuto compromettere la sopravvivenza del governo. Uno "strappo" che ha portato molti esponenti dell'opposizione a parlare di un Senato di fatto "commissariato" e di "fiducia ilegittima".
Anche di questo, non solo della diffusione illegittima della telefonata tra il Cav. e Agostino Saccà, si è parlato al Quirinale dove si sono recati la mattina di venerdì Silvio Berlusconi e Gianni Letta per un colloquio con Napolitano che è durato un'ora e mezza. E' convinzione diffusa - anche se mancano conferme ufficiali - che la valutazione del capo dello Stato, che non ha lesinato richiami severi al governo per come è stato gestito il rapporto con il Parlamento e per il continuo ricorso allo strumento della fiducia, si rifletta nelle parole usate da Domenico Fisichella giovedì, quando ha negato la fiducia al governo e di fatto ha innescato il meccanismo della crisi di governo. In ogni caso, se non proprio concordate con il Colle, le parole usate da Fisichella hanno anche tenuto conto di un allarme crescente di Napolitano per una crisi politica, in atto ormai da tempo, che sta diventando, se non è già diventata, una crisi istituzionale. Anche se Romano Prodi si ostina ad andare avanti: non è vero che non abbiamo una maggioranza a Palazzo Madama, ha detto dopo il Consiglio dei ministri di venerdì, provocando i commenti ironici degli esponenti di opposizione.
Insomma, il premier non pensa che sia stata fischiata la fine della corsa per il governo. Non considera rilevante l'annuncio fatto giovedì da Fisichella che il rapporto di fiducia con il governo è esaurito “senza possibilità di recupero”. Non pensa affatto che si siano ormai determinate le condizioni perché, alla ripresa di gennaio, senza la necessità come dice Clemente Mastella di attendere la verifica della maggioranza che si è sfarinata, il governo dovrà prendere atto della nuova situazione. Ammesso che non sia costretto a farlo prima. Del resto anche se i liberaldemocratici di Lamberto Dini e Willer Bordon dovessero tornare sui propri passi, e rinunciare all’obiettivo che pure hanno confermato di cambiare il quadro politico - obiettivo ribadito anche nel confronto sul Welfare da Natale D'Amico - non sarebbero sufficienti per salvare politicamente Prodi. I rapporti di forza al Senato ormai si sono rovesciati: con Fisichella, il cui no annunciato a partire da gennaio si aggiunge a quello già espresso da Franco Turigliatto, l’opposizione sale a 158 voti, la maggioranza scende a 156.
Certo, ci sono i senatori a vita che di volta in volta possono decidere se votare oppure no per il governo. Ma venuta meno la maggioranza e ormai imploso il governo, non sembra ci siano alternative al percorso istituzionalmente ineccepibile tracciato da Fisichella. Ovvero verificare se per Prodi c’è la possibilità di una ripartenza, con un nuovo governo, se invece sarà inevitabile scivolare verso nuove elezioni, o se esistono infine i margini per far nascere un esecutivo di transizione (e questa sarebbe la soluzione preferita dal Colle) che consenta di modificare con la legge elettorale anche parte della Costituzione e comunque i regolamenti parlamentari. Non facendo cadere l’occasione delle aperture reciproche tra Veltroni e Berlusconi. Non è certo un caso se Fisichella, tra i motivi che ha citato per giustificare la sua decisione, abbia anche fatto riferimento alle difficoltà che frappongono i partiti minori (dei quali ha cercato di farsi scudo Prodi) al tentativo dei leader delle due forze più rappresentative di trovare una convergenza su questo punto. L'ipotesi di un governo tecnico di transizione sarebbe affiorata nel colloquio tra Napolitano e Berlusconi nel novero delle vie d'uscita possibili a un quadro di ingovernabilità che potrebbe persino aggravarsi. Il Cav insomma non avrebbe chiuso la porta, mantendo però ferma la richiesta di elezioni politiche anticipate al prossimo anno. A maggio, senza però escludere una riflessione sulla possibilità che per la prima volta i comizi vengano convocati a ottobre. (Umberto Di Giacomo)
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22 dic




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