Il ritorno dei Led Zeppelin
In esclusiva per voi, la cover story dell'ultimo numero di "Rolling Stone-USA": una lunga intervista alla band alla vigilia del concerto-reunion alla 02 Arena di Londra

di David Fricke 11.12.2007

ll 10 giugno di quest'anno, alle 2.30 del pomeriggio, i membri superstiti dei Led Zeppelin - il chitarrista Jimmy Page, il cantante Robert Plant e il bassista John Paul Jones - si sono incontrati in uno studio di prova per suonare alcuni brani. Era la prima volta che si trovavano insieme in una stanza, con degli strumenti, dal loro furente set in quattro pezzi all'investitura dei Led Zeppelin nella Rock & Roll Hall of Fame nel ‘95. Questa volta la scommessa era più alta: vedere se avevano la forza, l'empatia e la voglia di esibirsi ancora come veri Led Zeppelin, nel loro primo concerto integrale dalla morte del batterista John Bonham nel 1980. La location delle prove, da qualche parte in Inghilterra, è tuttora tenuta in gran segreto. Nelle interviste rilasciate alcune settimane prima dello spettacolo dei Led Zeppelin, il 10 dicembre alla 02 Arena di Londra, - un tributo in beneficenza al defunto Ahmet Ertegun, il co-fondatore dell'Atlantic Record - Plant, Page e Jones dichiarano di non ricordare la data, cos'hanno suonato e persino come sia venuta fuori l'idea di riunirsi in onore di Ertegun, un caro amico e mentore durante e dopo il periodo della band con la casa discografica. Tutti loro concordano sul fatto che suonare di nuovo insieme, dopo così tanto tempo, è stata un'occasione emozionante e molto importante. «È stato immediato», dice Page con entusiasmo, sfoggiando una piccola stecca al suo mignolo sinistro, risultato di una frattura causata da una caduta in casa che ha costretto ad una pausa forzata durante le prove ed il rinvio del concerto, originariamente fissato per il 26 novembre. «Ci siamo entrati tutti con il desiderio di lavorare e di divertirci. È stato una gioia». Plant ricorda, «tanti bei sorrisi» sfoderati vicendevolmente. La giornata è stata «catartica e terapeutica. Nessuna pressione, nessun peso». Jones afferma che «non aveva alcun dubbio a riguardo. Qualcuno ha accennato una canzone. Ci siamo entrati. Ed era rock». Ma il figlio di Bonham, Jason, può dirti esattamente la data e l'ora in cui i Led Zeppelin sono tornati ad essere una band di nuovo, perché lui era li, prendendo il posto di suo papà. «Loro magari non sanno che ora fosse», dice dei tre, «ma io sì». Per lui è stato «un vero groppo alla gola».

«Non credevo ci sarebbe stata un'armonia immediata» dice Jason, 41 anni, attualmente un membro dei Foreigner e lui stesso padre di due figli. «Pensavo "Ci vorrà del tempo"». Si sbagliava. La band si è lanciata dentro alla furia lenta e oscura di No Quarter, da Houses of the Holy del 1973. «Quando è entrato il riff, c'era uno sguardo che circolava tra noi. È stato fantastico». A seguire, le quattro hit della marcia della carovana nel deserto di Kashimir da Physical Graffiti. «Poi ci siamo fermati. E Jimmy ha detto, "Mi dai un'abbraccio"? E Robert ha urlato "Yeah, figli del tuono!"». Infine, «Alla fine della giornata», racconta Jason, «loro hanno detto "Quando ci riuniremo la prossima volta"»... Ride. «Ho pensato, "Intendete dire che ho un'altra possibilità"»? «La cosa più difficile è stata trovarci tutti e quattro nella sala prove senza che nessuno lo sapesse», riflette Page sorseggiando un caffè nella suite di un albergo di Londra con vista panoramica su Hyde Park. «Avremmo potuto crollare al primo ostacolo. Sarebbe stato troppo inquietante avere tutti intorno che uscivano pazzi». Quello, ovviamente, era il piano originario. Page aveva 24 anni, era un ex Yardbird e un eroe della chitarra già affermato quando fondò i Led Zeppelin nell'estate del 1968. Non voleva semplicemente una band ma «una fucina - quattro musicisti virtuosi», dice, «che creavano un quinto elemento». Nell'arco di un anno, i Led Zeppelin divennero la band più grande al mondo e si apprestavano a dominare gli anni Settanta con un pubblico stipato e sfrenato e con stadi pieni. Sei degli otto album in studio, tutti prodotti da Page, andarono al primo posto. L'improvvisa fine del gruppo, dopo la sbronza fatale di John Bonham alla vigilia di un tour in Nordamerica, causò un'incessante e calorosa richiesta di reunion.

Tecnicamente, lo show di Londra è molto più di questo. I proventi andranno alla Ertegun Education Fond, e gli altri artisti in cartellone - l'ex cantante dei Free and Bad, Paul Rodgers, Pete Townshend, Foreigner, il bassista dei Rolling Stones Bill Wyman e il cantautore Paolo Nutini - sono tutti stati, come i Led Zeppelin, artisti dell'Atlantic che si valsero del lungo rapporto con Ertegun. Nonostante ciò, per quelle 20 milioni di persone che hanno fatto richiesta per i 16.000 biglietti disponibili in un sorteggio on line, il concerto del 10 dicembre è fondamentalmente un sogno impossibile che si avvera: un live dei Led Zeppelin. E quest'unico spettacolo ha scatenato una ridda di voci riguardanti la possibilità di mettere in piedi un tour vero e proprio. «Non dico che succederà, semplicemente non lo so», dice il redivivo promoter Ron Delsener. «Ma se fanno cinquanta stadi, 60.000 persone per spettacolo, un costo medio di 100$ per biglietto, significa 300 milioni di dollari lordi, allo stesso livello degli Stones o gli U2».

Page, 63 anni, i suoi capelli corvini di un tempo che oggi sono una bianca bufera di neve che gli arriva alle spalle, dichiara di essere sconvolto dall'isteria generata dalla sorprendente risurrezione dei Led Zeppelin: «Il modo in cui sono andati a ruba i biglietti è stato completamente inaspettato». Ma fin da principio Page è stato un astuto e deciso guardiano della sua band e del suo retaggio, che ha personalmente curato tutti i prodotti in catalogo e le ristampe. Ha prodotto la nuova doppia antologia, Mothership (rivelazione: ho scritto un saggio contenuto nella confezione), ed ha vigilato sulla nuova edizione del DVD e relativa colonna sonora del film dei Led Zeppelin The Song Remains the Same del 1976. E quando parla dei Led Zeppelin, al passato o al presente, lo fa con uno sguardo inflessibile e malizioso e con un'incisività tagliente nella voce inaspettatamente lieve. Durante le prove, dice Jason, "Jimmy è molto minuzioso. È assorto, concentrato su quello che vuole fare, su quello che vuole ottenere». «Quali sono le mie aspettative per lo spettacolo»?, chiede Page, ripetendo la domanda con aria pensierosa. «Ce n'è solo una: che se lo facciamo, lo facciamo davvero bene, per via delle apparizioni incasinate nel passato» - un riferimento alla reunion mal riuscita del Live Aid nel 1985 e al miniset, con Jason, ad un concerto nel 1988 per il quarantesimo anniversario dell'Atlantic. Jason contesta che al Live Aid «Avevamo batteristi che non conoscevano i pezzi» - Phil Collins e Chic's Tony Thompson - ma si prende la responsabilità per l'88, «L'ho dato per scontato», dice, «e non mi sono esercitato». «Questa volta», dice Page con fermezza, «dobbiamo essere preparati e convinti». È stato detto ai Led Zeppelin, dagli organizzatori dello spettacolo per Ertegun, che devono fare solo un'ora. Ma Page dice che fu chiaro, subito dopo le prime prove a giugno e le successive a luglio, che un'ora non era abbastanza. La lista del set al momento è di «più di 100 minuti, e non è semplicemente il solito numero - Whole Lotta Love, Dazed and Confused e No Quarter».

Stando a Plant, gli Zeppelin hanno passato il loro secondo e terzo giorno insieme lavorando a For Your Life, un pezzo dal loro Presence del 1976, mai suonato dal vivo. «Poi l'abbiamo scartato, ma quello era l'umore della situazione», dice, curandosi un raffreddore nel suo ufficio manageriale nel nord di Londra. A 59 anni, con una barba grigia, curata e con un misto d'argento e biondo persistente nella sua criniera, sembra una versione invecchiata del ventenne capotribù Vichingo che venne la prima volta in America con gli Zeppelin nel 1968. Perfino sedendo sul divano, la sua voce tonante e il suo sicuro linguaggio del corpo, comunicano un'imperturbabilità da conquistatore. «C'era quasi fin troppo rispetto reciproco all'inizio», continua, «ma passò velocemente. Il sopracciglio di John Paul continuava ad andare su e giù, e c'era quel sorriso ironico. Sapevo che eravamo tornati dove c'eravamo interrotti, In Through the Out Door (del 1979)». Plant si corregge velocemente, «No, c'eravamo spinti anche più indietro». «C'era una canzone, non riuscivo a ricordarmi come la suonavo», dice Jones, 61 anni, un pomeriggio prendendo il te, parlando con soavità quasi sussurrata, punteggiata da battute di umorismo asciutto (chiama i sui dodici anni con gli Zeppelin «L'impiego fisso più lungo che abbia mai avuto»). «Ho detto, "Jim, ti ricordi come la suonavi questa"? Mi ha detto: "No, come mai"? E a quel punto ci rendemmo conto del perché non l'avevamo mai suonata dal vivo prima». Fortunatamente, Jason ha una memoria enciclopedica di ogni bootleg dal vivo e registrazione in studio. «Jason conosce i pezzi», dice Page, «ma non solo, li capisce. Questo fa molta differenza». «Per me, questa è la seconda ragione per fare tutto questo», spiega Plant. «Quando Jason era più giovane e immaturo, credeva che (suonare con gli Zeppelin) fosse una questione ereditaria». Jason ammette che lui e Plant ebbero i loro alti e bassi «prima della mia sobrietà, quando ancora bevevo e facevo baldoria». «Ma adesso», sostiene Plant, «Jason non solo sa che è lui il tipo giusto per questo. Col suo entusiasmo e le sue capacità, fa la differenza».

Jones e Plant sono uomini cambiati per conto proprio. Nel 2004, per un capriccio, Jones presenziò ad un bluegrass festival (festival di musica country suonata con strumenti a corde ndt) in Carolina del Nord. «Ho conosciuto questa grandiosa comunità di musicisti, tutti fan degli Zeppelin», dice, ancora un po' sconvolto, «e sono finito a suonare canzoni di un tempo». Recentemente ha prodotto un album per il quartetto femminile Uncle Earl; la sera prima di quest'intervista ha suonato il mandolino con loro in un club di Londra. Plant, dal 1982, ha realizzato album come solista, suona in concerto suoi ri-arrangiamenti indiani e nord africani di canzoni degli Zeppelin e ha una nuova hit con l'album Raising Sand, una sublime collaborazione delta-blues, gothic-country con la cantante e violinista Alison Krauss. L'anno scorso, subito dopo le sessions in studio a Nashville per la registrazione, ho fatto a Plant la solita domanda circa la reunion degli Zeppelin. «Mi piacerebbe molto lavorare con lui ancora», dice riferendosi a Page, «purché non sia il grande evento, purché sia autentico». Ricordandogli la citazione, Plant fa spallucce al suggerimento che la reunion è, in realtà, un grande evento sul serio. «No», dice, «le prime prove non sono state un grande evento. Sono state semplicemente molto buone». E qual'è l'aspetto autentico attuale? «Quello che è successo in quella stanza dove non c'era nessuno intorno è stato, a volte, bello com'è sempre stato». «Non l'ho mai voluto fare», confessa. «Adesso non voglio far altro. Che ne dici»? «Avevo una formula», dice Page, tornando col pensiero all'estate del 1968. «C'era un carattere vocale per cui andavo matto, il genere del primo Steve Winwood e Steve Marriot - qualcuno che non è preoccupato di mettersi in luce. Perciò volevo Terry Reid» - il giovane, precoce cantante britannico pieno di soul che incredibilmente declinò l'invito di Page. Reid invece, suggerì Plant, che si stava facendo le ossa in una band psichedelica dal rock pesante nel Midland inglese. (Plant, in cambio, raccomandò a Page un batterista - l'amico di Plant, John Bonman.) Jones, che conosceva Plant dalle tirate session-man di Londra ed era impaziente di unirsi al nuovo gruppo del chitarrista, ricorda di aver parlato con Page al telefono poco prima che quest'ultimo andasse ad incontrare Plant per una serata in un college a Birmingham: «Jim disse, "Sto andando su a vedere sto tipo. Ti dirò com'è quando torno". Tornò e disse, "È incredibile. Ha una voce strepitosa"». Plant era anche elastico, intuitivo, interessato come Page alle straordinarie possibilità sia all'interno che oltre la progressione blues. «Tutta la faccenda era espansione», dice Page, citando Babe I'm Gonna Leave You, dal Led Zeppelin del 1969, come prima performance che definisce gli Zeppelin. «Proveniva da radici folk» - una ballata che Page conosceva da un album di Joan Baez del 1962 - «ma aveva preso tutte quelle sfumature, l'ipnotico mormorio della chitarra tra i versi, gli spaccati di flamenco nel mezzo. C'erano chitarre elettriche e acustiche, cose dure ma allo stesso tempo estremamente delicate». «Ho ascoltato le canzoni per la prima volta dopo molto tempo», dice Plant, «da un'angolatura analitica, per vedere quante battute ci sono tra certi passaggi. C'era qualcosa di sottile e chimico che faceva andare le canzoni in direzioni diverse, con tempi differenti. Nobody's Fault But Mine (su Presence) era molto spigolosa, a denti stretti. Ma In My Time of Dying (su Physical Graffiti) era spettacolare e mostruosa. Accelerava, rallentava, andava fuori strada, sbandava e si avvolgeva a spirale e io sto nel mezzo di tutto questo». «Inizialmente avevo un'idea», dice Plant sullo show della reunion, «che dovevamo fare l'intero set del Royal Albert (del 9 gennaio 1970), iniziando con We're Gonna Groove». Canta il primo verso della canzone di Ben E. King, il numero d'apertura della maggior parte delle serate degli Zeppelin nel 1970, originariamente inciso da King per il live dell'Atlanitc all'Apollo Theatre di New York nel 1963. «Facciamolo! Ero là all'Albert Hall, non so cosa cazzo successe», dice sogghignando. «Stavo volando nel mezzo di quella magnifica burrasca».

L'aura d'invincibilità degli Zeppelin durante gli anni 70 - immortalata nelle intramontabili foto della band oziante sul suo jet privato, The Starship, di Plant che si liscia come un re sul balcone di un hotel di L.A. - ebbe il suo primo contraccolpo nell'agosto del 1975, quando Plant si ferì gravemente in un incidente stradale in Grecia. Nell'estate del 1977, gli Zeppelin cancellarono le ultime settimane del tour sold-out negli USA dopo che il figlio di Plant, Karak, morì improvvisamente per un virus in Gran Bretagna. Ci furono due enormi concerti all'aperto a Knebworth, Inghilterra, nel 1979, per promuovere l'insolitamente raffinato In Through the Out Door, un breve tour europeo nel 1980 - quindi più niente. Page dice che non c'era modo di proseguire dopo la morte di Bonham. «C'erano state discussioni riguardo l'album successivo», dice Page. «Ne avevo parlato con John, di qualcosa di più orecchiabile e ritmato. Non era una dottrina, ma ogni album deve muovere da ciò che è stato fatto in precedenza». La musica che gli Zeppelin avrebbero fatto negli anni ottanta, dichiara Page, «non si sarebbe ammorbidita». Ironicamente, la reunion del 10 dicembre cade quasi esattamente nel giorno dell'anniversario del comunicato stampa, pubblicato il 4 dicembre del 1980, in cui Page, Plant e Jones annunciarono che si scioglievano. Da allora, tutti loro hanno suonato per conto proprio canzoni degli Zeppelin con diversi adattamenti. Page e Plant hanno collaborato allo special Unledded su MTV nel 1994, e poi passato la maggior parte degli ultimi anni novanta facendo tour insieme. «Non erano gli Zeppelin», insiste Page. «Erano due membri degli Zeppelin». Jones non fu invitato all'Unledded e seppe della cosa solo quando vide lo show in TV mentre stava facendo un tour in Germania. Lui dice di aver superato da tempo il colpo: «È stato un sacco di tempo fa. In realtà», sottolinea, «l'anno prossimo saranno quarant'anni da che ci siamo formati. È incredibile». «Non mi sorprende che possiamo riunirci come stiamo facendo adesso», dice Page. «È come siamo sempre stati. Un attimo non hai niente, e il successivo, boom, ce l'hai. La vera tragedia per me sarebbe se non avessi più quella capacità. Essere in grado di andare in quel posto, lavorare con gli altri - è un regalo, che rispetto e mi tengo caro».

Per un aspetto importante, la reunion degli Zeppelin non è una vera reunion: non c'è Bonzo. Jason parla apertamente delle complicazioni emotive di succedere a suo padre, il cui soprannome -Bonzo, the Beast - si riferisce in eguale misura al suo modo di suonar la batteria, al suo eccesso nel bere e al suo furioso, animalesco e leggendario comportamento fuori dalla scena. Jason dice che dopo la prima prova con Page e Plant, sua madre, Pat, gli chiese com'era andata. «Non ho voluto dire che era andata molto bene. Non volevo togliere niente a papà. "È grandioso", ho detto, "ma non grandioso come papà". Stavo cercando di essere politicamente corretto». «John aveva una tecnica incredibile», dice Page, «ma aveva anche la fantasia per andargli dietro. Ascolta il motivo con cui esce in Good Time Bad Time, dal primo album» - un'apertura che combina fulminee rullate di bacchette, incisi, accenti in staccato e fugaci rullate - «che lascia ancora perplessi i batteristi. Nessun altro può farlo. Nessun altro ha quell'immaginazione». «L'ho riconosciuta subito in Bonzo», dice Jones. Alla prima prova dei Led Zeppelin, nel 1968, iniziarono con una cover degli Yardbird, Train Kept A Rollin'. «Come bassista, la mia prima preoccupazione era "Com'è il batterista? Se non ci amalgamiamo, è inutile". E subito dopo era come fossimo al nostro ventesimo tour. Ci sentivamo e muovevamo nello stesso spazio». L'edizione del DVD The Song Remains the Same, una miscela particolare di spezzoni live dei migliori Zeppelin al Madison Square Garden nel 1973 e di compassate ambientazioni immaginarie filmate successivamente, mostra un John Bonham dissimile da quello scatenato ogni sera durante il suo quarto d'ora d'assolo di Moby Dick. Nelle rispettive sequenze, Jones galoppa nella notte come un bandito del diciottesimo secolo, Plant interpreta un Re Artù in versione heavy metal e Page è un misterioso guru che brandisce una sciabola leggera. Bonham guida un trattore nella sua fattoria, gioca a bigliardo e bacia Pat mentre scendono da un sentiero di campagna. Uno spezzone profetico mostra Jason, non ancora teenager, che suona la batteria mentre John guarda orgoglioso, improvvisando con suo figlio su un bongo. «Questo era il suo vero carattere», dice Jones. «Era un uomo di casa. È stato ritratto male in un paio di libri. Ma una delle cose più difficili per lui era stare lontano da casa». «Il finale», dice Plant sobriamente, «non l'aveva programmato. L'intromissione, l'idea di affrontare la gente dicendo, "Tutto questo deve finire adesso" - è parte della nostra moderna società di baby-boomer. Ma non succedeva allora. Chiunque avrebbe detto, "Oh, lui starà bene". C'erano negatività ovunque», dice degli eccessi di Bonham, «ma nemmeno la metà di quello che la gente pensava. Fu John che si prese cura di me dopo la morte di Karac. Veniva a trovarmi con Pat. Era molto tenero, con un'umiltà e una comprensione fantastica. È stato lui che mi ha fatto tornare a scrivere Carouselambra e tutte le altre cose coi ragazzi». «Forse è stato Bonzo il dio sulla strada, ma a casa era Papà», dice Jason orgogliosamente, sorbendosi un caffè in una tarda notte in un hotel di Londra. «Facevo gare di motociclismo nei weekend. Ma se i miei voti non erano buoni, lui diceva "No, hai rotto i patti. La moto salta"».

Jason ha visto il padre suonare con gli Zeppelin solo tre volte. Ma Jason è l'unico batterista, a parte suo padre, ad aver suonato con gli Zeppelin negli anni Settanta - al soundcheck di Knebworth, mente suo padre ascoltava il PA mix dal prato. «Suonammo Trampled Underfood», ricorda Jason, allora tredicenne. «Papà mi fece provare tutta la settimana. Chiesi, "Sarà uguale a com'è sull'album"? "No, l'assolo sarà più lungo. Aspetta che Jimmy ti dia il cenno quando ha finito - la mano che sale". Per un certo verso, Jason conosce e ama un po' troppo il lavoro di suo padre. Può segnalare i rari errori di John su un disco: «È andato sul piatto alla fine di Trampled Underfood per sbaglio». E durante una prova, Jason ha chiesto agli altri un'opinione riguardo la possibilità di fare qualche genere di tributo a John durante il concerto di Londra. Gli hanno detto, "Lo stai già facendo. Non credi che lui vorrebbe che fossi tu ad innalzarti, piuttosto che sentirti dire, Ecco qua, riprendilo"? «È stato difficile da accettare», ammette Jason. «Voglio essere rispettoso della fonte da cui proviene. Non ha potuto dedicarmi gli ultimi ventisette anni della sua vita. Fatemelo restituire a lui per quell'unica notte». Ma Jason è pronto perché sia solo per una notte? «Per dare una risposta sincera, probabilmente no. Andarsene via dopo dicendosi "È stato bello, teniamoci in contatto"... Cerco di non pensarci. Se andassi più in là col pensiero, mi allontanerebbe dal senso di ciò che abbiamo deciso di fare. Mia mamma è preoccupata per me in quel senso. Dice, "Prendilo per quel che è".

Page, Plant and Jones hanno tutti risposto con evasioni geniali alle voci e alle speranze su altri concerti. «Devo passarci dentro per vedere come mi sento», dice Jones con un pizzico di esitazione aggiunta. «Non sono sicuro di come mi sento. Ma non mi preoccupa questo. Ho vissuto tutta la vita così. Arriva qualcosa e, se è interessante, la faccio». «È un collettivo, no»? dice Page, riconoscendo che la band che formò non è mai stata soltanto uno strumento della sua volontà. «Quel che so è che ci siamo divertiti davvero molto semplicemente stando insieme. È bello essere in grado di fare questa serata e far vedere che siamo ancora in piedi. Il nostro target è lo 02. Questo è tutto». E se è troppo bello per fermarsi? «Ogni cosa a suo tempo». Plant sta già riempiendo il suo calendario del 2008: un tour con Alison Krauss; un nuovo album con T Bone Burnett, che produsse Raising Sand. «Gonfiare le aspettative è una stronzata», dice con impazienza. «Se la gente non parla di un tour, tutto è plausibile. Più la gente parla, più la pressione aumenta per tutti». E se non ci saranno più Zeppelin dopo il 10 dicembre? «Va bene così», dice Plant, «perché lo faremo con amore. Ahmet guarderà giù e dirà, "Ehi, ragazzi"! Bonzo sorriderà. Pat si sentirà alla grande. Jason si alzerà e dirà "Yeah"! Jimmy farà un inchino. Jones farà spallucce. E io» - Plant per un attimo torna al vecchio urlo rock -divino - «attaccherò, "Baby, baby, baby!"».