
Originariamente Scritto da
alfredoibba
Solidarietà agli ex dipendenti dell’Algida, della Legler, della Palmera, in Sardegna
Triste Natale per i 190 operai specializzati della fabbrica di gelati Algida situata in Viale Marconi a Cagliari di proprietà della multinazionale anglo-olandese Unilever: il 15 dicembre sono stati licenziati. Agli 85 che erano lavoratori fissi sarà data la cassa integrazione per un anno, per i rimanenti che erano stagionali o part-time non vi sarà alcun ammortizzatore, quindi disoccupazione senza prendere nemmeno un euro. Sappiamo bene cosa significa oggi ritrovarsi senza retribuzione quando si ha famiglia, tenuto conto del “regalino” che il 2008 ci porterà: rincari su alimentari, luce, tasse, con un aggravio di 400-500 euro.
La chiusura della fabbrica di Viale Marconi rientra in un piano di generale ristrutturazione della Unilever che colpirà 27 mila lavoratori in tutto il pianeta, di questi, 20 mila sono in Europa.
La situazione dei 190 ex operai Algida fa più rabbia contando che essi si sono distinti sempre per la professionalità e l’impegno (la cui eccezionalità è stata riconosciuta dalla stessa Unilever), producendo sempre alti profitti, ricevendo persino un premio; anche dopo la notizia avuta un anno fa della chiusura, hanno sempre perseverato nell’impegno sperando che ciò potesse tradursi in un salvataggio, e invece gli utili prodotti da quella fabbrica sembrerebbero ancora poco per i padroni della Unilever. In più, questa multinazionale ha ricevuto dalla Regione Sarda contributi per alcuni milioni di euro in parte spesi per comprare macchinari mai usati e agevolazioni fiscali; questa è la prassi seguita da molte multinazionali ingrate dei benefici alle loro casseforti tratti dalle comunità locali: prendere i soldi per poi mollare le fabbriche infischiandosene di chi ha permesso di fare utili. Dal presidente della provincia di Cagliari è arrivata la proposta di boicottare i prodotti Unilever. Da oltre un mese gli ex-operai dell’Algida sono in sciopero e occupano lo stabilimento ora ufficialmente chiuso. La fabbrica verrà smantellata dalla Unilever attraverso il ritiro dei macchinari per fare gelati evitando che vengano usati da un possibile concorrente. Così nella quasi assurda ipotesi che la fabbrica venga riaperta da una società acquirente, i pochi ex-dipendenti che verranno riassunti non dovranno più fare gelati, buttando nel cesso la professionalità maturata.
Il fatto che la parola di questi lavoratori abbia contato meno di zero nell’influire sul loro futuro dimostra come democrazia sia una parola vuota e ipocrita: se i lavoratori sono soggetti passivi di decisioni scellerate e di meccanismi economici su cui non possono minimamente influire, se i cittadini di un comune non possono con il loro parere impedire la privatizzazione della loro rete idrica, dove starebbe il potere del popolo? Partecipazione popolare non è ogni tanto tracciare una crocetta su un pezzo di cartone per votare partiti e signorotti che al di là di beghe squallide per poltrone e denari esprimono lo stesso porco mondo, ma è la possibilità per i lavoratori di partecipare alla gestione diretta delle aziende in cui lavorano condizionandone le strategie, la facoltà degli abitanti di un paesello di decidere se l’ acqua deve essere privatizzata: se questo non è possibile è chiaro come il sole che si vive in una dittatura di oligarchie industriali-finanziarie estraniate da quella che è la nostra vita.
In Sardegna, dove nelle province di Oristano, Sassari, Carbonia-Iglesias, centinaia di lavoratori da mesi non ricevono stipendio e non avranno la tredicesima, il caso Algida non è il solo di fabbriche che chiudono per irresponsabili gestioni di padroni spesso forestieri: nel nord-ovest dell’isola il 31 dicembre finirà la cassa integrazione per i quasi 900 ex-operai dei 3 stabilimenti tessili locali della Legler chiusi da un anno e riaperti qualche settimana estiva per soddisfare le ultime commesse. Ho già raccontato in passato quanto l’iter di questi lavoratori per ottenere la cassa integrazione straordinaria sia stato tormentato, con mesi in cui il magro assegno non è stato neppure elargito. La Legler ha avuto un prestito di 42 milioni di euro dalla Regione mai restituiti e per fallimento ha chiuso le fabbriche sarde. Poi la Regione ha rilevato la Legler indirettamente attraverso l’acquisizione del 49% dell’azienda da parte della società finanziaria regionale SFIRS ma senza concludere un bel niente: solo continue promesse che hanno tenuto in ansia i lavoratori. Alla fine la SFIRS ha venduto la sua quota proprietaria ad una società fantasma milanese, lavandosene le mani.
Molte delle famiglie colpite dal caso Legler vivono (fino al 31 dicembre) con un assegno di 650 euro al mese con enormi difficoltà al punto che si sono mobilitate le associazioni caritatevoli, cosa che gli ex lavoratori sentono come avvilente perché vogliono lavorare, non essere mantenuti. E come regalo di Natale, non hanno ricevuto la mensilità di novembre perché Banca Intesa, che eroga la cassa integrazione per conto dell’INPS, non l’ha accreditata. “Si vedrà” dopo Natale.
Ad Olbia, ha chiuso la Palmera che produceva tonno in scatola, mandando sulla strada altri 200 operai; la famiglia Palau, ex proprietaria dello stabilimento, anch’essa in passato beneficiaria di finanziamenti pubblici, ha venduto la fabbrica alla multinazionale Bolton che sembra voglia demolire lo stabilimento per farci strutture turistiche (per far divertire le solite caste padrone).
È allarme licenziamento per i 180 dipendenti dello stabilimento di Assemini (CA) della Ineas che produce pellicole di plastica per imballaggi: la Ineas è decisa a trasferire la produzione dello stabilimento asseminese in qualche paese non europeo, dopo aver già chiuso lo stabilimento di Monfalcone in Friuli spostando la produzione in Usa ed India. Tuttavia, ha fatto domanda allo Stato italiano e alla Regione Sarda di finanziamenti a fondo perduto dal valore complessivo di decine di milioni di euro per l’ acquisto di nuovi macchinari (da installare fuori dall’Europa).
Globalizzazione significa libera circolazione di merci, uomini, denaro, finanziamenti pubblici, padroni. Oggi le aziende di grosse dimensioni in ottemperanza a strategie di massimizzazione dei profitti chiudono stabilimenti situati nei paesi occidentali per risparmiare oppure per trasferire la produzione in paesi come Cina, Romania, Polonia, Tailandia, dove non esistono ne sindacati ne leggi che pongano limiti di orari ne norme sulla sicurezza, dove praticamente possono sfruttare la manodopera a condizioni di schiavitù facendo super-utili. La de-localizzazione rappresenta una vile arma di ricatto del capitale moderno nei confronti dei lavoratori dei paesi occidentali, del tipo: i lavoratori, gli adolescenti ancora su banchi di scuola o corsi di formazione, se vorranno lavorare in futuro, dovranno rinunciare ai diritti conquistati attraverso dure lotte, accettando il passaggio dalle attuali 8 ore lavorative alle 10 ore lavorative, l’aumento dei ritmi, più sabati lavorativi all’anno, l’andare in pensione più tardi, meno ferie, la non retribuzione delle malattie, strutture meno sicure quindi più pericolanti; altrimenti, restare disoccupato senza retribuzione oppure lavorare giusto qualche volta. Sono queste le richieste che fanno oggi gli industriali in cambio del rinnovo dei contratti o della non chiusura di fabbriche. Gli industriali ci parlano tanto di mercato globale competitivo in cui sono necessari sacrifici, ma sacrifici per chi? Per i lavoratori, gli unici bersagli su cui si devono scaricare gli effetti collaterali della globalizzazione amata dagli industriali.
Inoltre le istituzioni hanno il “brutto vizio” di elargire enormi finanziamenti pubblici a capitalisti che tra sperperi in stravizi privati e fallimenti per giochi speculativi irresponsabili si ritrovano senza più soldi per mandare avanti l’impresa, fallendo, e quindi chiudono le fabbriche, tanto a pagare non sono mica loro che vivranno comunque benissimo per il resto dei loro giorni. Non devono rendere conto di come utilizzano i fondi pubblici, nessuno controlla. La libertà è solo per loro.
Esprimiamo totale solidarietà ai lavoratori dell’Algida, della Legler, alle loro famiglie, e a quelli di tutte le altre fabbriche che sono state chiuse e che chiuderanno nell’isola come in tutta Italia. Gli stabilimenti abbandonati sarebbe bene che venissero occupati dai lavoratori per provare a riprendere la produzione, autogestendoli, cogliendo l’occasione per dimostrare il proprio valore dando così una lezione di vita a quella marmaglia di mercanti, politici, sindacalisti.
Per evitare che i lavoratori siano vittime di maledette strategie come la de-localizzazione, i tagli dei posti di lavoro, occorre la partecipazione di essi alla gestione diretta delle aziende e il ridimensionamento dell’economia entro i confini nazionali uscendo da questo mostruoso mercato globale tramite l’autarchia, meccanismo con cui la nazione si sostiene unicamente con le sue risorse naturali e con le sue forze produttive, con lo Stato che guida i processi economici interni e gestisce gli scambi con l’esterno usando lo scambio di beni tra nazioni in base alle necessità invece dell’utilizzo della moneta. Queste cose non ci stancheremo mai di ripeterle!
Alfredo Ibba
22 dicembre 2007
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