L'islamismo radicale cerca il consenso dei poveri»
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...007/art48.html
di Geraldina Colotti
su Il Manifesto del 12/12/2007
Per lo storico algerino Mohammed Harbi, gli attentati si inseriscono nella grande crisi delle classi meno favorite, in cui mira a fare breccia l'islam radicale
Raggiungiamo a Parigi lo storico Mohammed Harbi, classe 1933, studioso della rivoluzione algerina, a cui lui stesso ha partecipato, pagando con cinque anni di carcere militare.
Qual è la sua lettura degli attentati di Algeri?
La prima questione è di natura simbolica. L'11 dicembre richiama le grandi manifestazioni di massa per l'indipendenza del 1960. Allora gli algerini respinsero la proposta di De Gaulle, oggi questi gruppi insistono nel presentarsi come i veri campioni di una nuova indipendenza dalle potenze straniere, nonostante il loro nazionalismo xenofobo, antisemita e contro le donne. Una simbologia evidente anche nella scelta degli obbiettivi: il Palazzo Costituzionale, vicino alla sede dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, nel quartiere di Hydra, una zona molto ricca e protetta di Algeri. L'slamismo radicale cerca di accreditarsi presso le classi meno favorite, soprattutto fra i giovani, facendo leva sulla crisi di prospettive che esiste nel paese.
Una delle auto esplosive, che ha coinvolto anche un autobus pieno di studenti è saltata in aria nel quartiere di Ben Aknoun, vicino alla sede della Corte suprema. Una risposta alle condanne per terrorismo comminate negli ultimi mesi?
L'andamento dei processi dipende da quello della politica, ma l'Algeria ha aderito alla moratoria delle esecuzioni capitali, dunque le condanne a morte non verranno eseguite. Da parte del presidente Bouteflika c'è una volontà politica di riconciliazione nazionale, anche perché la partita contro l'islam radicale non si può vincere fidando sulle logiche securitarie, però non c'è un progetto di società che ricostituisca il tessuto sociale lacerato dalla guerra civile. E intanto cresce la disperazione degli strati giovanili meno favoriti e la crisi prende una piega sempre più violenta.
Quali sono le cause ?
Gli attentati si inseriscono in un contesto di grande difficoltà per le classi popolari, confrontate al rincaro dei prezzi e a una classe politica che non ha un vero programma di governo, mentre si profila il terzo mandato del presidente Bouteflika: un'elezione che interessa davvero solo alle varie fazioni del potere. Intanto aumenta la marginalizzazione dei settori giovanili, che sono i più sensibili alla demagogia «indipendentista» del radicalismo islamico contro l'Occidente. In Kabilia, oltre a una recrudescenza degli attentati, si verificano situazioni di vero e proprio banditismo. E certi settori giovanili si rifugiano nella loro ghettizzazione, come avviene in Francia nelle banlieues: dove il radicalismo islamico non c'entra niente con le rivolte, c'entra invece l'assenza di prospettive e di risposte generali ai problemi concreti. In Algeria il governo non è nemmeno stato in grado di proporre un programma valido sul piano dell'educazione, della cultura. Siamo tornati ai tempi in cui dicevamo: non c'è vero governo e neanche vera dissidenza.
Cosa resta degli ideali laici e socialisti della rivoluzione algerina a 50 anni dalla battaglia di Algeri?
Purtroppo, le vittime di ieri sono i privilegiati di oggi e hanno le maggiori responsabilità in quello che sta succedendo. Attualmente c'è una grandissima frammentazione della società, molte lotte parziali ma nessuna forza in grado di assumerle nella loro interezza. Ogni volta che c'è stato qualche fermento interessante, il potere l'ha cooptato oppure l'ha stroncato. Non credo che questi gruppi, che appartengono più a una dinamica internazionale del fenomeno, possano tornare ad avere l'incidenza di prima, abbiamo sofferto troppo. Ma stiamo ancora pagando gli errori del passato: non avremmo dovuto annullare le elezioni del '92, allora il potere era sbilanciato a favore dei militari. Oggi, se la classe politica non riesce a comprendere che ne va anche della sua esistenza, non potremo evitare altri drammi.
Com'è percepita in Algeria la lotta contro il terrorismo di Bush?
Quest'estate una consigliera nordamericana è venuta a farvi richieste concrete.
L'Algeria, che è stata la prima a cominciare la lotta contro il terrorismo islamico al suo interno, si lamenta di essere stata, a suo tempo, lasciata sola. Oggi, più che altro c'è il timore diffuso che, nel calderone della lotta contro il terrorismo finiscano le aspirazioni dei popoli alla loro indipendenza.




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