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Discussione: La Messa in sardo

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito La Messa in sardo

    L’UNIONE SARDA, 16 dicembre 2007

    La celebrazione si sarebbe dovuta tenere alla chiesa del Santo Sepolcro. Sconcerto fra i numerosissimi fedeli. «Questa messa non s'ha da fare».

    L'arcivescovo Mani ieri ha bloccato la liturgia in sardo


    Grande delusione fra i fedeli che hanno affollato la chiesa della Marina per assistere alla messa celebrata da don Cugusi.
    Era strapiena, ieri sera, la chiesa del Santo Sepolcro. I fedeli erano accorsi per assistere alla celebrazione della messa in lingua sarda. Un evento unico, come aveva preannunciato il parroco di Sant'Eulalia don Mario Cugusi. Ma, al momento del rito iniziale, non c'è stata nessuna preghiera in sardo. Cancellato il ritus a s'intrada : «Oggi la messa viene celebrata in italiano, non in sardo». Trema la voce, a don Cugusi, quando dal pulpito della chiesa del quartiere della Marina, comunica di avere ricevuto una lettera dall'arcivescovo Giuseppe Mani. Sulla messa in limba l'arcivescovo ha posto il veto.

    LA LETTERA A leggere il divieto è lo stesso parroco, prima della celebrazione: «Non possiamo prendere una decisone del genere. L'eucarestia non è né mia, né tua, ma della chiesa». Mani chiede espressamente al sacerdote di non farsi più promotore di iniziative di questo tipo: «Nella tua chiesa non dovrà mai essere utilizzato un testo non autorizzato dalla Santa Sede». Il sacerdote soffoca la polemica: «Quando sono diventato prete secolare ho fato voto di obbedienza al vescovo. Quindi obbedisco». Ma il colpo è stato troppo forte e si lascia scappare che «questo non significa che non sia libero di proporre la mia riflessione. La sperimentazione della messa in sardo non è un capriccio, ovviamente no. Siamo consapevoli che il testo non è stato approvato dalla santa sede ma, del resto, se a Roma non è arrivata la nostra richiesta il motivo è legato anche al fatto che i vescovi sardi non si sono mai preoccupati di presentarla».

    I FEDELI Il foglio che i fedeli tengono stretto tra le mani gelide, nella sera di freddo pungente, recita, quasi profetico: Mira, o Deus, custa famillia tua, chi aspettat cun fidelidadi sa náschida de su Segnori . L'attesa della messa in sardo è stata inutile. Si è comunque potuta celebrare l'omelia nella lingua dei sardi e nessuno ha fermato il canto di Piero Marras, che ha rotto il silenzio sulla scia delle parole del sacerdote. L'iniziativa della messa in latino nasce da una proposta della Fondazione culturale Sardinia, accolta con favore dal parroco: «La preghiera deve essere anche un piacere e portare il sentimento sardo in chiesa non è altro che un arricchimento della fede», aveva detto a inizio settimana nel comunicare la novità. Mettendo in rilievo un aspetto importante: «Non vogliamo recuperare il passato bensì puntare all'innovazione della liturgia e sperimentare l'efficacia religiosa della nuova formula». Alla messa sperimentale di ieri ne sarebbero seguite altre, tutti i sabato pomeriggio. «Invece, non sarà possibile». Poi sottolinea anche l'affidabilità della traduzione. Perché dietro il progetto della Fondazione c'è uno studio approfondito dei testi liturgici: «Ci ha lavorato una commissione di teologi».

    LA FONDAZIONE Il presidente della Fondazione Sardinia, l'antropologo Bachisio Bandinu, affida a una nota tutta la sua amarezza e ricostruisce le fasi che hanno scandito la vicenda «La Fondazione Sardinia aveva chiesto a don Mario Cugusi di poter partecipare alla Santa Messa celebrata in sardo e, nella liturgia della parola, in italiano o in latino del canone. C'era la convinzione che ciò fosse possibile, dato il precedente del 28 aprile scorso, Sa Die de sa Sardigna ,e ulteriori esperienze conosciute in altre diocesi della Sardegna». Ma la convinzione si è dovuta scontrare contro il muro eretto da Mani. «Don Mario Cugusi - scrive Bandinu - convinto che ciò fosse possibile, si è impegnato nel rispondere positivamente alla richiesta». Nessun giro di parole sul responsabile del caso. «Sua eccellenza monsignor Giuseppe Mani informa il parroco che neppure quella parte iniziale della messa può essere letta in sardo». Diplomatica la chiusura: «A partire da questa situazione, la Fondazione Sardinia e numerose altre associazioni e singoli credenti, laici e sacerdoti, si propongono di continuare il proprio impegno. Perché pregare nella loro lingua e partecipare con le parole della loro cultura religiosa alla santa Messa è un diritto dei sardi».

    LE REAZIONI C'è tanta amarezza anche tra i fedeli. Unica voce fuori dal coro quella di Maria Pia Lai: «Bisogna obbedire alle disposizioni del vescovo». A Giuseppe Corongiu, che è anche presidente dell'associazione Sotziu Limba sarda, la scelta di Mani non è piaciuta per nulla: «Credo proprio che il vescovo nei prossimi giorni dovrà riflettere sull'accaduto e sulla scelta. Poi mi chiedo perché ad Alghero sia possibile celebrare la messa in catalano mentre a Cagliari non viene concesso il permesso di far svolgere la liturgia in lingua sarda, mi sembra un controsenso». E commenti simili a quello di Corongiu si stratificano e vanno a comporre il vociare della chiesa, occupata in ogni ordine di posto, dai fedeli. Stupore e un pizzico di rabbia, poi un segno della croce, e la messa è iniziata. In italiano ovviamente, per il sardo solo 5 minuti di omelia e i canti di Piero Marras. Insomma, una poesia a metà.

    MARIANGELA LAMPIS

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Il Sardegna, 17 dicembre 2007

    Il caso. Stop dell'arcivescovo Giuseppe Mani alla messa in sardo nella chiesa di Sant'Eulalia

    La limba in chiesa? Non si può
    don Mario risponde “obbedisco”


    Solidarietà da Fondazione Sardinia e Sotziu limbasarda. Il caso del matrimonio selargino

    ■ «Obbedisco» risponde in italiano don Mario Cugusi, al dietrofront imposto dall’arcivescovo Giuseppe Mani. Uno stop alla messa in sardo che il sacerdote avrebbe dovuto celebrare sabato nella sua parrocchia di Sant’Eulalia. «Nè tu, né io decidiamo quale messa leggere», recita, in sintesi, paternamente autoritaria la lettera di Mani, «ma solo la Santa Sede e quindi niente messe diverse da quelle prescritte».

    IL FATTO che il sardo sia una delle poche lingue più somiglianti al latino in auge in Vaticano non ha aiutato l’esperimento “missa in limba”. Un peccato (nel senso laico del termine) per don Cugusi e la Fondazione Sardinia che dopo lunghi e faticosi studi avevano individuato una liturgia in lingua sarda. Mesi di lavoro di studiosi, biblisti, teologi e antropologi religiosi (don Paolo Ghiani, don Raimondo Turtas) e laici (Bachisio Bandinu) che tuttavia per don Mario Cugusi non andranno a farsi benedire. «Anche perché sono già benedetti», ironizza il parroco «da tempo avevamo programmato questa iniziativa. La fondazione Sardinia», racconta, «mi aveva proposto di poter celebrare il sabato liturgia eucaristica, le letture e le preghiere in lingua sarda, conservando la parte più delicata della funzione, cioè il canone, in latino fino al padre nostro. Avevamo incaricato una commissione di studiosi per questo che per noi resta un esperimento».

    DIECI GIORNI fa don Cugusi incontra l’arcivescovo che sembra favorevole. Ma alla vigilia della funzione a Sant’Eulalia arriva una lettera. «L’arcivescovo non mi dato il permesso di svolgere le messa in sardo», racconta, «peccato. La chiesa era piena io ho letto la lettera spiegando le motivazioni di monsignor Mani e ho detto che avrei obbedito al veto. Ritengo tuttavia il nostro arcivescovo il meno responsabile della vicenda. Non essendo sardo e da poco nell’isola gli sfugge forse l’impatto emotivo che ai sardi può regalare la funzione in limba.
    Chi invece dovrebbe riflettere, e anche ascoltare, è la chiesa sarda».

    DON MARIO si è quindi limitato alla predica in sardo e amen.
    L'unica messa in sardo consentita rimane quella celebrata durante il matrimonio selargino da don Gianfranco Zuncheddu. Ma lì è tutto a posto. Perchè c'è una speciale deroga. Molti attestati di solidarietà. Tra gli altri anche quello di Sotziu limba sarda. E, naturalmente della Fondazione Sardinia: «A partire da questa situazione- si legge in una nota- noi e, altre associazioni e singoli credenti, ci proponiamo di continuare nella convinzione che sia un diritto dei sardi quello di pregare nella loro lingua».
    ■ EN.NE.

  3. #3
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    Predefinito Il Sardegna, 21 dicembre 2007

    Memorie

    No alla Messa in sardo: divieto anticonciliare


    Francesco Casula

    Il 15 Dicembre in una Chiesa di Cagliari, si sarebbe dovuta celebrare la Messa in Sardo. L’iniziativa promossa dalla Fondazione Sardinia - che avrebbe dovuto proseguire ogni Sabato - è stata troncata sul nascere. Infatti, mentre i fedeli nella chiesa strapiena aspettavano l’inizio della cerimonia, Don Cugusi, il celebrante, informa i presenti che il vescovo Mani ha imposto il divieto. Sarebbe
    stata illegittima secondo le norme canoniche. Si deve celebrare solo in italiano o in latino. E sia.
    Qualche riflessione occorre però farla. Perchè per intanto sia possibile celebrare ad Alghero la Messa in Catalano e a Cagliari in Sardo no. Perchè nel passato, in altre diocesi, si sia egualmente ufficiato in lingua sarda e oggi Mani lo impedisce.
    Ma soprattutto - è questo il punto decisivo - al di là dei cavilli, il divieto di celebrare la Messa in sardo, non è forse anticonciliare? Come non ricordare Giovanni XXIII che afferma:”Va affermato nel modo più esplicito che ogni azione diretta a comprimere e soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia”? O lo stesso Papa Vojtyla in “Slavorum Apostoli”: «Ogni uomo, ogni nazione, ogni cultura hanno un proprio ruolo da svolgere»? O ancora l’attuale papa che nel 1999, da cardinale, in «Il santo viaggio. Pellegrinaggio e vita cristiana» scrive: «La Religiosità Popolare è la forma fondamentale della fede.
    Qui la fede diventa vita, qui discende dalla ragione nel cuore… qui la fede viene radicata nelle profondità dell'anima».

    Storico

  4. #4
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    Predefinito LA NUOVA (Sardegna), 27 dicembre 2007

    Ma perché la Messa in lingua sarda continua
    a suscitare tanta paura?


    di Raimondo Turtas *

    Dalla fine del secondo concilio plenario sardo, che si è concluso nel 2001, dei vescovi che l’avevano sottoscritto ne sono rimasti soltanto quattro: Paolo Atzei di Sassari, Antioco Piseddu
    di Lanusei, Pietro Meloni di Nuoro e Sebastiano Sanguinetti di Tempio-Ampurias; dopo quella data sono stati nominati sei vescovi per le rimanenti diocesi.
    Più di una volta, durante questi anni, mi è venuta la voglia di chiedere ai nuovi vescovi che cosa ne pensassero di questo concilio che era stato approvato dalla Santa Sede (9 febbraio 2001) perché «di elevato livello dal punto di vista sia teologico sia pastorale e giuridico». In questa mia curiosità mi sentivo giustificato dal fatto che per la prima volta, in quella occasione, tutto l’episcopato sardo aveva additato nel paragrafo 100 del documento uscito dal concilio «la nostra lingua materna sarda» come «un singolare strumento comunicativo per il nostro popolo»; essa doveva essere «apprezzata ed onorata nelle forme di preghiera che ci sono state tramandate », perché hanno «il fascino evocativo di un patrimonio che ha le sue radici nel nostro tradizionale modo di pensare e di sentire»; era quindi possibile, «nell’osservanza delle attuali norme liturgiche, utilizzarla con canti e testi» e, se fatto «con serietà culturale e con adeguata competenza teologica e pastorale», compiere «ulteriori ampliamenti della sua utilizzazione nella liturgia». Insomma, la “messa in sardo” era un traguardo che alla luce del concilio appariva tranquillamente raggiungibile.
    Eppure, mano mano che passavano gli anni e nulla si faceva in questo campo — che era uno degli aspetti più coraggiosi e originali dell’intero concilio — provando a stare nella pelle dei nuovi vescovi, mi sembrava che essi fossero in una botte di ferro perché non solo non si curavano di quel famoso paragrafo 100, ma neanche dello stesso concilio. Forse non era sfuggito loro che, subito dopo avere dichiarato l’entrata in vigore del concilio a partire dal 2 dicembre 2001, i vescovi che l’avevano sottoscritto avevano aggiunto che «le norme concliari valevano per tutta l’isola; vi erano tenuti i Sacerdoti diocesani, i Religiosi e i Fedeli laici»; probabilmente i nuovi vescovi devono avere subito mangiato la foglia e concluso: dunque, i vescovi non sono obbligati, e si sono comportati in conseguenza, come i loro colleghi.
    Ora, dopo la recente visita ad limina a Roma — la visita che i vescovi fanno ogni cinque anni per informare il papa della situazione religiosa della loro regione — pare che ci sia stato un irrigidimento della Santa Sede sull’adozione delle lingue minoritarie nella liturgia, per cui ciò che qualche anno fa era stato concesso ai friulani ora viene negato ai sardi: ci si oppone infatti non solo alla celebrazione abituale di messe in sardo, ma anche a quelle fatte ad experimentum, sotto precisi
    controlli e per constatare se l’iniziativa si dimostra pastoralmente utile.
    Ciò significa che per un bel po’, il problema della messa in sardo viene risolto con un bruttissimo no. Come infatti pensare ad una possibile concessione in questo senso se si è già deciso che, comunque, questa messa non s’ha da fare?
    Una domanda, a questo punto: Roma — che aveva già approvato e lodato il concilio plenario — è stata informata dai vescovi che questo suo nuovo atteggiamento, se c’è stato davvero, equivale a togliere con la sinistra ciò che era stato concesso con la destra?

    * Studioso di Storia della Chiesa

  5. #5
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    Predefinito Il Sardegna, 29 dicembre 2007

    Luce di taglio

    Quando Dio comunica in Sardo


    Giovanni Columbu


    In nomini de su Babbu, de su Fillu e de su Spiridu Santu. Sa grazia de su Signori nostru Gesu Cristu, s’amore de Deus e sa comunioni de s’Ispiridu Santu siat cun totu bosàterus».
    Sarebbe iniziata così “Sa Missa” in sardo campidanese che Don Mario Cugusi doveva officiare nella Chiesa del Santo Sepolcro. Iniziativa sollecitata dalla Fondazione Sardinia e sospesa dall’Arcivescovo Monsignor Mani, in attesa che una commissione di biblisti incaricati dalla Santa Sede verifichi la coerenza teologica e dogmatica della traduzione. La sospensione è giunta un po’ inaspettata, considerato che vi erano dei precedenti ammessi in via “sperimentale”, e ha suscitato molta delusione tra i fedeli. Ma l’intervento dell’Arcivescovo Mani, per quanto severo nei toni, non è da considerarsi un atto di definitiva contrarietà. Nella sostanza avvalora l’importanza di quanto si stava per fare.
    Rinnovare le parole della messa, rispettandone i significati e trovando per esprimerli nuovi “significanti”, nuove forme e nuove voci attinte dalla lingua e dalla cultura dell'isola.
    Le traduzioni, anche quando si propongono d’essere del tutto fedeli, variano i toni e rivelano qualcosa che attiene ai contenuti che spesso non era ugualmente percepibile nel testo originario. Gli stessi concetti espressi con parole nuove risvegliano l’attenzione, suscitano nuove emozioni e tornano a far riflettere. Lo studioso e famoso scrittore Umberto Eco, maestro nell’arte del tradurre, afferma di avere puntualmente appreso dalle traduzioni delle proprie opere qualcosa che neppure a lui era in precedenza in maniera altrettanto chiara. La celebrazione in sardo della messa quando si farà incontrerà certamente la più vasta gratitudine dei fedeli e di tutti i sardi. Per la cultura sarda infatti sarà l’occasione per ritrovare in se stessa, nelle proprie radici e nella propria esperienza, la profondità dei temi e dei valori presenti nel Vangelo. Il perdono, la carità e l’amore. Per la liturgia sarà un modo per vivificarsi ed entrare ancora più direttamente in contatto con i suoi destinatari. Don Antonio Pinna, studioso di sacre scritture, ha acutamente osservato il fatto che «il sardo non serve a noi per comunicare con Dio, ma a Dio per comunicare con noi».

    Regista

  6. #6
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    Predefinito L’UNIONE SARDA, 13 gennaio 2008

    CAGLIARI, INIZIATIVA BLOCCATA A SANT’EULALIA

    Niente messa in lingua sarda

    DI SALVATORE CUBEDDU

    Allora non succede solo in Sardegna! Anche a Genova il locale arcivescovo, presidente dei presuli italiani, ha proibito la messa in dialetto genovese. Il suo predecessore, l'attuale segretario di stato vaticano, l'aveva consentito, conservando il canone in latino. "Nella liturgia non sono ammesse lingue che non siano riconosciute come tali e il dialetto non è una lingua". l:aria, insomma, è cambiata. 1 vescovi, che nella liturgia avevano permesso persino i dialetti, pongono come parametro per l'autorizzazione che il sardo abbia lo statuto di lingua. Per la liturgia in limba sarda, che non è un dialetto italiano, dunque, ... dovrebbe essere tutto a posto. O no? E, se no, perché?
    In fondo si chiede di poter pregare tutti insieme Dio con il nome di "Babbu nostru"! O di "Babbai", come molti hanno imparato a chiamare il proprio padre. Con il nome "Sardus Babbai" dell'iscrizione di Antas. Uno dei termini sicuri tramandatici del popolo nuragico. Singolarmente simile al nome di Dio rivelato da Gesù Cristo.
    La messa nella loro lingua non solo era stato concesso ai Catalani ed ai Friulani. Ma, insieme ai genovesi, teoricamente, la parte mobile della messa si sarebbe potuta leggere e recitare in romanesco, in palermitano, in qualsiasi dialetto italiano. Non in limba sarda.
    Perché i nostri vescovi non l'hanno chiesto?
    E, s e l'hanno chiesto, perché non hanno portato a loro favore l'esempio delle altre situazioni? Forse l'hanno l'atto e non è servito a niente. Ma, allora, sono veramente "sardi"! Cioè: non contano nulla a Roma, non sono in grado di rappresentare una delle tante domande del popolo di Dio che sta in Sardegna. Siamo proprio costretti, per onestà o rispetto intellettuale, a porci simili domande? Purtroppo sì. Con le inevitabili, tristissime, risposte.
    E' importante che in quest'ultimo periodo sia emersa la questione della liturgia in lingua sarda. Alcune occasioni avevano già evidenziato il problema, per troppo tempo trascurato.
    La questione è importante per un duplice aspetto. Il primo e principale è quello prettamente religioso, cioè il desiderio dei sardi di poter pregare nella loro lingua e di poter partecipare alla messa comunicando con Dio nella lingua madre. Argomento non di poco conto dato che la preghiera non è un esercizio verbale esteriore e conformista ma è la modalità più profonda della relazione con il sacro.
    Pregare in sardo è diverso che pregare in italiano ed è bene poter pregare in ciascuna di queste due lingue. Pregare in sardo è una forma singolare perché la parola materna esprime più intimamente i sentimenti e la profondità del comunicare. Basterebbe questo per giustificare l'importanza della preghiera e della messa in sardo a livello della comunicazione interiore, personale.
    Ma vi è anche un altro aspetto, come dire, sociale, storico, fondato sulla tradizione popolare, ed è quel patrimonio di fede, di pratica di vita, di riti, che costituiscono l'identità religiosa dei sardi. L'identità è un patrimonio, ma non un'eredita statica. E' un fatto dinamico, che si può perdere o valorizzare prendendo la forma attuale del tempo. Un investimento che richiede sapienza e merita l'impegno.
    L'iniziativa della comunità di Sant'Eulalia in Cagliari è stata, interrotta ancora prima che iniziasse nella chiesa del Santo Sepolcro. Eulalia, parola greca, vuol proprio dire "parlare la lingua con amorevolezza". Non è da credere che ci sia qualcuno nella Chiesa sarda che già consideri la nostra lingua ormai chiusa in un sepolcro!

  7. #7
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    Predefinito

    No, non è così. Per celebrare una Messa in sardo c'è bisogno di una traduzione fedele al testo che va fatta firmare da un Vescovo o da un Cardinale. Con l'avvallo del Vaticano.

    Ci vuole un pò di tempo ma è l'iter classico. Nessuna protesta inutile e stupida, dunque.

 

 

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