Seminascosta dalle risse sulle elezioni regionali è passata nei giorni scorsi una serie di misure con cui governo e parlamento sgretolano tutto il sistema legale di tutela dei lavoratori.
Lo fanno come al solito in modo laterale e non diretto, non eliminano esplicitamente gli articoli dello statuto dei lavoratori ma introducono “deroghe“ su base volontaria alle procedure legali.
In pratica all’atto dell’assunzione il lavoratore viene indotto a firmare un contratto individuale “certificato” con una clausola in cui rinuncia ad avvalersi delle leggi per la tutela del lavoro e delle azioni giudiziarie che usualmente si intraprendono in caso di licenziamenti senza giusta causa o altri soprusi padronali, per andare invece davanti ad un collegio arbitrale che potrà decidere astraendosi da leggi e contratti collettivi. E se il lavoratore non firma? Previsione facile. Il posto di lavoro andrà al primo che accetterà la clausola.
Anche nel caso in cui la causa di lavoro arrivi davanti al giudice, questi non potrà più contestare nel merito le scelte dell’azienda, ma dovrà limitarsi alla verifica formale delle azioni aziendali: questo limite si fa più pesante coi contratti di lavoro “certificati”, con il giudice che non potrà invalidare le deroghe peggiorative contenute negli accordi individuali, ma tali deroghe conteranno nei fatti più delle norme di legge.
Nello specifico caso delle cause di licenziamento il giudice dovrà decidere sulla base di quanto stabilito nei contratti individuali e collettivi come motivi di licenziamento e deve considerare la situazione dell’azienda, la situazione del mercato del lavoro, il comportamento del lavoratore negli anni; per scendere sempre più in basso, tramite i contratti “certificati” si possono stabilire motivi aggiuntivi (non previsti dalla legge e dai contratti collettivi) per licenziare liberamente il lavoratore.
Sono poi previsti una serie di “sconti” alle aziende che si vedano condannate a risarcire i lavoratori per contratti a termine o interinali irregolari, la prescrizione rapida per l’impugnazione dei licenziamenti (con effetto retroattivo).
Altre norme contenute in questa legge riguardano: la mobilità obbligatoria dei dipendenti pubblici in caso di trasferimento di funzioni tra amministrazioni, o tra amministrazioni e privati; l’autorizzazione di nuovi soggetti all’attività di caporalato, o come la chiamano loro, intermediazione di mano d’opera: associazioni di “datori e prestatori di lavoro”, enti bilaterali, e anche gestori di siti internet (!); la modifica delle sanzioni previste per il lavoro in nero e sulle infrazioni sull’orario di lavoro; sono previste deroghe contrattuali a livello territoriale e aziendale.
Fin qui i fatti, che sembrano proprio il punto di arrivo dello smantellamento dei diritti dei lavoratori, perlomeno di quelli stabiliti da leggi e statuti.
Come al solito C.I.S.L. e U.I.L. approvano tutto, mentre la C.G.I.L. lancia grida di guerra, dimentica di essere stata artefice della stagione concertativa e pienamente responsabile della svendita dei diritti di chi lavora in cambio di laute prebende per la propria organizzazione. Le conseguenze saranno pesanti, perché segnano la fine di un’epoca con la scomparsa della relativa sicurezza dei diritti garantiti per legge e con le grandi centrali sindacali che sul piano negoziale si ridurranno ad un ruolo meramente notarile rispetto ai provvedimenti dei governi mentre sul piano pratico si ricicleranno nel sistema degli enti bilaterali ad incamerare e gestire ingenti quantità di potere e denaro.
Leggendo le reazioni dei sindacati di base si nota una ferma intenzione di lotta, ma sembra che questa sia indirizzata più che altro ad evitare lo scippo dei “diritti garantiti”, a combattere sul piano legalistico e contrattuale.
Il guaio è che i diritti “di legge” sono frutto dei loro tempi e dei rapporti sociali che a quei tempi davano impronta.
Lo statuto dei lavoratori è figlio delle lotte operaie della fine degli anni sessanta. Le garanzie contenute in tale legge sono oggi superate, prima che dai provvedimenti governativi, dalla mutazione dei rapporti di forza nella società, dall’assopimento della lotta di classe causato in parte anche dalla falsa sicurezza data dalle leggi stesse, dalle deleghe in bianco consegnate per decenni dai lavoratori a C.G.I.L. C.I.S.L. e U.I.L. Ma forse uno spazio di manovra per la ripresa delle lotte c’è: una volta resisi conto della scomparsa della “rete di salvataggio” legale, una volta compreso che le leggi, in quanto espressioni dello stato e dei gruppi padronali, non saranno mai favorevoli ai lavoratori e che nessun diritto è acquisito per sempre ma solo fin quando fa comodo al soggetto dominante, i lavoratori saranno più portati a mettere in discussione il sistema complessivo dei rapporti di produzione e ad agire non più sul piano meramente difensivo per la conservazione di uno status quo già nei fatti cancellato, ma in senso propositivo per una trasformazione della società.
Non si tratta di difendere vecchi diritti, ma nemmeno di avviare un ciclo di lotte per conquistarne di nuovi a caro prezzo: i “diritti” sono comunque l’espressione di una visione riformista, un risultato di mediazione con stato e padroni, pur essendo di per sé stessi istituti di un certo valore che in certi ambiti limitano lo sfruttamento; ma per l’appunto lo limitano, non lo cancellano, vi convivono all’interno del sistema capitalista.
Bisogna che prenda il via una nuova stagione di lotte, ma per essere davvero efficaci dovranno essere lotte di tipo diverso da quello a cui siamo stati avvezzi negli ultimi decenni, dovranno essere condotte con la consapevolezza che il capitalismo non è emendabile e che serve un cambiamento dalle fondamenta dell’edificio sociale.
E in questo i militanti anarchici possono senza dubbio giocare un ruolo decisivo, nei sindacati di base come in tutte le situazioni di auto organizzazione dei lavoratori in cui sono presenti.
Un ruolo credibile perché mai compromessi con stato e capitale, o con una visione riduttiva e riformista della lotta di classe.

la Commissione Lavoro della F.A.I.

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