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  1. #1
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    Predefinito Un diverso scrutare. Come si può sostenere la fine del capitalismo senza Marx"

    Da un articolo del compagno napoletano Elio Capriati, un resoconto dell'ultimo libro di Emanuele Severino

    http://www.labouratorio.it/2008/01/0...i/#comment-375

    Un diverso scrutare. Come si può sostenere la fine del capitalismo senza essere Marxisti

    Nel 2007 è stato ripubblicato un lavoro “divulgativo” del filosofo Emanuele Severino - “Il declino del capitalismo” - dato alle stampe - nel 1993. Severino nella sua opera, da un’ottica del tutto diversa da quella marxista, spiega il paradosso del capitalismo, destinato a distruggere se stesso sia se continua a perseguire il proprio scopo naturale sia se decide di subordinarlo alla salvezza della Terra. Il Nostro è tra i massimi filosofi mondiali viventi, probabilmente il più importante in Italia. Massimo Cacciari lo definisce un gigante, l’unico filosofo che nel Novecento si possa contrapporre a Heidegger.

    Sintetizzando al massimo il suo pensiero, per Severino il nichilismo è la suprema follia dell’Occidente, è la nientificazione di tutte le cose, il pensare e il vivere tutte le cose come se fossero niente nel loro incessante divenire. Allora, se tutto è diveniente, l’unico valore in campo è la potenza con cui si controlla il divenire. Questa potenza è la tecnica perché, se non esiste una verità assoluta, c‘è la subordinazione alla tecnica da parte di quelle forze della tradizione che, invece, ancora in modo più o meno diretto sono legate al riconoscimento del divino e della verità assoluta.

    Pertanto, afferma Severino, il corso della civiltà umana ha imboccato il “piano inclinato”, che sta facendo cadere tutte le forme e le verità assolute della nostra civiltà – cristianesimo, islam, capitalismo, comunismo, democrazia e via elencando – nel relativismo così da condurre quei valori ritenuti “immutabili” alla loro fine. “Ciò che inclina quel piano è da un lato il cuore della modernità, ossia il pensiero filosofico degli ultimi duecento anni, che mostra l’inevitabilità e irrefutabilità della <morte di Dio>; dall’altro lato è la <tecnica> guidata dalla scienza moderna”.

    Per quanto riguarda il sistema capitalistico, la previsione avanzata da Severino circa la progressiva sparizione della ragion d’essere del capitalismo, in quanto epifenomeno del divenire occidentale, ha suscitato violenti attacchi dal mondo imprenditoriale (celebre un articolo uscito anni fa sul Sole24Ore di un vice-presidente della Confindustria che accusò Severino di essere un alleato del comunismo bolscevico) e altrettanti virulenti attacchi dall’area culturale del comunismo di varia estrazione circa la sua affermazione della scomparsa del comunismo insieme a tutti gli altri valori “immutabili” travolti dal trionfo della ragione tecnologica. E tutte queste polemiche alla luce della rigorosa visione millenaristica, ontologica e metafisica di Severino, fanno un po’ sorridere. Infatti è del tutto fuori luogo cercare di applicare le categorie tradizionali dell’analisi politica al pensiero di Severino.

    Nel 1993 il dibattito internazionale era ancora completamente occupato dalla fine del comunismo; l’attentato dinamitardo che squassò le torri gemelle proprio in quell’anno era solo la prova generale dei catastrofici eventi del 2001. Tuttavia l’analisi del filosofo coglie fenomeni che sono epocali: il declino del capitalismo, intuibile già da parecchio tempo, sembra contraddire la vittoria dell’Occidente capitalista sull’Oriente comunista. Ma è una contraddizione che si scioglie, se si esamina la questione fondamentale della possibilità che il capitalismo sia costretto a subordinare il profitto – suo scopo essenziale – ad altre finalità ad esso esterne. O che, non rinunciando al profitto, finisca col distruggere la Terra e quindi la possibilità stessa della propria esistenza.

    Ma quali sono queste finalità esterne che piegano il capitalismo alla rinuncia finale del suo intimo motivo di esistenza? Scrive Severino: “Nella misura in cui prende coscienza o si convince del proprio carattere distruttivo e autodistruttivo, il capitalismo procede alla mobilitazione delle forme di energia alternativa – rese disponibili dallo sviluppo tecnologico -, che determinino una quantità sempre minore di inquinamento e di distruzione. Per sperare di sopravvivere, il capitalismo si sottomette, cioè, all’apparato tecnico della salvaguardia ambientale. Se non potesse rivolgersi all’innovazione tecnologica e perpetuasse le forme attuali della produzione con l’impiego delle forme di energia attualmente utilizzate, il capitalismo si troverebbe di fronte a questo dilemma: o imporre alla società la perpetuazione delle forme di produzione da esso attualmente praticate, provocando «realmente» la distruzione della Terra – o attivando sempre di più la «convinzione» che le sue procedure economiche distruggono la Terra -; oppure rinunciare alla produzione in vista del profitto e produrre limitatamente in vista della sopravvivenza della Terra. Nel primo caso, la produzione economica o perviene «realmente» alla distruzione della propria base naturale e quindi alla distruzione di se stessa, oppure alimenta a tal punto quella «convinzione» circa il suo carattere distruttivo da provocare il rifiuto della società a proseguire sulla strada del capitalismo. Nel secondo caso, il capitalismo, costretto ad assumere come scopo primario la sopravvivenza della Terra e dunque a rinunciare al proprio scopo, cioè al profitto, è costretto a rinunciare a se stesso. O distrugge la Terra, e quindi distrugge se stesso; oppure si dà un fine diverso da quello per il quale esso è quello che è, e anche in questo caso distrugge se stesso.”

    In conclusione, secondo Severino, ci troviamo sulla soglia di una profonda svolta, dove un insieme di fattori preme perché il capitalismo non abbia più come scopo il profitto, ma la salvezza della Terra. E questo è, appunto, il processo per cui il capitalismo si avvia verso il tramonto.


  2. #2
    Crocutale
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    Si.. e la soluzione proposta quale sarebbe?..

  3. #3
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    Più che un alleato del bolscevismo, con tutto il rispetto, mi sembra un discorso fatto da Hubbard.

    In più, come fa' notare Perseo, tutto molto bello, ma la soluzione quale sarebbe? Perchè distinguere tecnica da capitalismo la vedo realmente dura, già solo per il fatto che per finanziare la tecnica, ci vogliono enormi capitali. Ed essi possono arrivare solo da chi, quel capitale, ce l'ha.

    Ancora due punti che mi preme sottolineare:

    1. se l'Occidente capitalista sta morendo, cosa si prospetta al suo posto? Il Comunismo non direi, dato che in Europa avrebbe difficoltà ad essere applicato (almeno nella sua forma più tradizionale).

    2. si sostiene che il capitalismo stia dedicando sforzi alle energie alternative per evitare il collasso, l'autodistruzione, l'implosione. E' però interessante far notare che, supponendo un sviluppo teconolgico sufficiente a mettere in orbita gli uomini e colonizzare la Luna (cosa non impossibile), il capitalismo avrebbe un satellite tutto nuovo su cui costruire le più inquinanti centrali nucleari, senza preoccuparsi troppo, in tempi brevi, delle scorie. E tutto il gioco al massacro ricomincierebbe.


    Manfr, forse sarebbe meglio inserire nella discussione qualcosa di più approfondito su Severino, onde evitare banalizzare un pensiero che, sicuramente, risulterà ben più esteso di questo.

  4. #4
    Crocutale
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    Casualmente torna la mia fissa, che è lo spostamento in orbita alta delle attività produttive inquinanti. Che in effetti darebbe respiro alla Terra, ma non risolverebbe la questione della proprietà dei mezzi di produzione.
    Però nel capitalismo c'è un'altra contraddizione interessante: la sua base portante, che è il prestito a interesse, immobilizza una marea di capitali sotto forma di interessi passivi.
    Cioè avremmo le tecnologie per iniziare a costruire nello spazio, abbiamo i materiali, la manodopera, ma mancano i pezzi di carta che servono a rappresentare tutte queste cose e renderle mobili.
    Con cui sono riuscito a mettere insieme le mie due fisse preferite.

  5. #5
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    Emanuele Severino (Brescia, 26 febbraio 1929) è un filosofo italiano, uno dei maggiori a livello internazionale.

    Biografia

    Si laureò all'Università di Pavia nel 1950, come alunno dell'Almo Collegio Borromeo, discutendo una tesi su Heidegger e la metafisica sotto la supervisione di Gustavo Bontadini. L'anno successivo ottenne la libera docenza in filosofia teoretica. Dal 1954 al 1970 insegnò filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I libri pubblicati in quegli anni entrarono in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa, suscitando vivaci discussioni all'interno dell'Università Cattolica e nella Congregazione per la dottrina della fede (l'ex Sant'Uffizio). Dopo un lungo e accurato esame la Chiesa proclamò ufficialmente nel 1970 l'insanabile opposizione tra il pensiero di Severino e il Cristianesimo.

    Il filosofo, lasciata l'Università Cattolica, fu chiamato all'Università Ca' Foscari di Venezia dove fu tra i fondatori della Facoltà di Lettere e Filosofia, nella quale hanno insegnato e insegnano alcuni dei suoi allievi (Umberto Galimberti, Carmelo Vigna, Luigi Ruggiu, Mario Ruggenini, Italo Valent, Vero Tarca, Luigi Lentini, Giorgio Brianese, ecc.). Dal 1970 al 2001 è stato professore ordinario di filosofia teoretica, ha diretto l'Istituto di filosofia (diventato poi Dipartimento di filosofia e teoria delle scienze) fino al 1989 e ha insegnato anche Logica, Storia della filosofia moderna e contemporanea e Sociologia.

    Nel 2005 l'Università Ca' Foscari di Venezia lo ha proclamato Professore emerito. Attualmente insegna presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È accademico dei Lincei. Da alcuni decenni collabora con il Corriere della sera.

    Pensiero


    L'eternità di tutti gli essenti


    Severino affronta l'antico problema radicalizzato da Platone e Aristotele e ripreso poi in epoca moderna da Heidegger: il problema dell'essere. Per Severino, tutte le filosofie costituitesi precedentemente sono caratterizzate da un errore di fondo: la fede nel senso greco del divenire. Sin dagli antichi greci infatti, un ente (ovvero un qualcosa che è) viene considerato come proveniente dal nulla, dotato temporaneamente di esistenza e successivamente ritornante nel nulla.

    Rifacendosi al pensiero di Parmenide, Severino riflette sull'opposizione assoluta tra essere e non-essere. Dato che tra i due termini non vi è nulla in comune, l'essere non può che rimanere costantemente uguale a se stesso, evitando di rimanere alterato dall'altro da sè. Anzi, essendo l'essere la totalità di ciò che esiste, non può esserci altro al di fuori di esso dotato di esistenza (Severino rifiuta quindi il concetto di differenza ontologica così come è stato avanzato da Heidegger). Per Severino, quindi, tutta la storia della filosofia è basata sull'errata convinzione che l'essere possa diventare un nulla.

    Ma mentre Parmenide tentava di risolvere il conflitto tra l'evidenza del divenire e l'immutabilità dell'essere affermando l'illusorietà del divenire (negando l’esistenza delle cose del mondo e cadendo quindi in un'aporia), Severino sceglie una via differente, portando il suo pensiero a delle tesi estreme.

    Dato che l'essere è, e non può mai diventare un nulla, ogni essente è eterno. Ogni cosa, ogni pensiero , ogni attimo sono eterni. Il divenire temporale non può quindi che rappresentare l'apparire successivo degli eterni stati dell'essere, così come i fotogrammi di una pellicola si susseguono sino a formare lo svolgimento completo di un film. Gli enti entrano ed escono da quello che Severino chiama cerchio dell'apparire. Ciò significa che quando un ente esce dal cerchio dell'apparire non diviene un nulla, ma si sottrae semplicemente alla vista: dunque, le cose esistono anche quando scompaiono ovvero non si vedono ("vedere senza vedere", dice Donato Sperduto in una tragicommedia sul pensiero severiniano, prefata dallo stesso Severino [Schena editore 2007]).

    La differenza ontologica

    Per Heidegger, l'essere non è un ente tra gli enti. Esso rappresenta piuttosto l'apparire degli enti, e per questo motivo viene definito un transcendens rispetto all'ente. Severino rigetta la concezione heiddegeriana, affermando che la totalità dell'essere è costituito dalla totalità degli enti. La vera differenza ontologica è quindi per Severino quella che si costituisce tra l'essere (l'ente) diveniente e quello immutabile.

    L'essere che appare e scompare non è lo stesso essere immutabile, ma è anch'esso eterno. Entrambi esistono ma in differenti dimensioni.

    Nichilismo, morte e destino


    Severino ritiene che la filosofia abbia sempre cercato riparo contro il terrore che scaturisce dall'imprevedibilità dell'esistenza perché innanzitutto si è sempre creduto nell'uscire dal nulla e nel proprio rientrarvi da parte degli enti. Anche le grandi forme di episteme come quelle di Aristotele ed Hegel, che tendono a dare un ordine ed una configurazione prestabiliti all'esistenza, si muovono sullo stesso terreno.

    L'intera storia dell'Occidente è quindi per Severino storia del nichilismo. La radicale distruzione dell'episteme operata da parte della filosofia contemporanea, e la rapida ascesa della scienza moderna ai vertici del sapere sono conseguenze inevitabili di questa forma di pensiero (la civiltà della tecnica è infatti la forma estrema di volontà di potenza). Secondo la logica severiniana, tutto ciò che appare appare in maniera necessaria ed il progressivo manifestarsi degli eterni non segue quindi un ordine casuale. Ciò significa che la libertà dell'uomo non esiste, ma appare all'interno di quell'essente (anch'esso eterno) che è il nichilismo dell'Occidente. Ed è proprio all'interno dell'Occidente che appare il mortale come noi lo conosciamo.

    Ma per Severino, l'Occidente è destinato al tramonto, per fare spazio al Destino della verità, la verità che testimonia la follia della fede nel divenire. Solo all'interno del Destino della verità la morte acquista un significato inaudito: la morte è il modo con il quale il corpo si porta stabilmente al di fuori del cerchio dell'apparire. Dopo la morte l'essere umano è destinato a sperimentare una gioia sempre crescente, superando definitivamente il dolore patito sulla terra (dolore che appare anch'esso all'interno del nichilismo che vuole la volontà di potenza).

    Dio e il Superdio


    Da quanto detto precedentemente appare chiaro come nel pensiero di Severino non ci sia posto per il Dio comunemente inteso e da qui il contrasto insanabile con la Chiesa Cattolica. Nel corso della storia della filosofia, Dio è sempre stato visto come l'essere eterno ed immutabile, dotato della capacità di creare gli enti dal nulla e di farli ritornare nel nulla se essi non si fossero meritati la salvezza.

    Ma essendo ogni ente eterno, non può esserci né creazione né annientamento, e quindi neanche un Dio comunemente inteso. Alla luce del Destino della verità, ogni ente, anche il più insignificante, acquista un significato inaudito. L'uomo si porta quindi radicalmente al di là del superuomo e della volontà di potenza: l'uomo è un superdio, ben più grande del Dio della tradizione religiosa.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Emanuele_Severino

    Questo è quanto ci dice Wikipedia sul filosofo: premetto che, pur avendo letto l'articolo, sono ignorante sia di economia che di Heidegger, perciò per ora mi astengo dal commentare e dall'esporre alcune mie perplessità, in attesa di vederci un pò meglio

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Perseo Visualizza Messaggio
    Casualmente torna la mia fissa, che è lo spostamento in orbita alta delle attività produttive inquinanti. Che in effetti darebbe respiro alla Terra, ma non risolverebbe la questione della proprietà dei mezzi di produzione.
    Però nel capitalismo c'è un'altra contraddizione interessante: la sua base portante, che è il prestito a interesse, immobilizza una marea di capitali sotto forma di interessi passivi.
    Cioè avremmo le tecnologie per iniziare a costruire nello spazio, abbiamo i materiali, la manodopera, ma mancano i pezzi di carta che servono a rappresentare tutte queste cose e renderle mobili.
    Con cui sono riuscito a mettere insieme le mie due fisse preferite.


    Mica tanto casualmente.
    E come faresti ad eliminare il prestito senza interesse? I templari lo capirono già un migliaio di anni fa', e fotterono allegramente il pirla francese ed il pirla romano.


    Grazie Manfr per il sunto del Severino pensiero. Comunque io questa non interazione tra essere e non-essere la vedo ancora troppo dogmatica. Molto banalmente potrei fare un parallelo tra fisica e filosofia: se seguissimo la logica di Peano e Russell, se è essere, allora non può essere non-essere. Logica molto classica, magari corretta in prima battuta, ma un po' limitante.
    Se usassimo la logica quantistica, abbiamo solo stati di probabilità: ciò che è, lo è perchè noi abbiamo inficiato il suo stato con una nostra osservazione. In più, qualora fosse tale il suo stato, sarebbe solo uno dei possibili e probabili nel suo arcobaleno e spettro di stati possibili.
    Sarà un po' new-age, ma il taoismo mi sembra molto più quantistico dell'ellenismo, da cui sembra Severino sia partito per criticare anche Heidegger.
    Mi sembra poi che Severino ragioni ancora secondo una logica insiemistica classica, che poi è la logica conseguenza di Russell.

    Come collegare tutto ciò al discorso in essere? Mmm, c'è da ragionarci sù un tot.

  7. #7
    Crocutale
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    Citazione Originariamente Scritto da are(a)zione Visualizza Messaggio
    Mica tanto casualmente.
    E come faresti ad eliminare il prestito senza interesse? I templari lo capirono già un migliaio di anni fa', e fotterono allegramente il pirla francese ed il pirla romano.
    I templari sono stati accusati di questo, un 700 anni fa, ma gli concederei il beneficio del dubbio.

    Al posto del finanziamento a interesse si possono stabilire contratti d'affari in cui il finanziatore si associa ad una impresa impegnandosi a coprire le spese fino a una determinata cifra e ottenendo in cambio una determinata percentuale degli utili.

 

 

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