
Originariamente Scritto da
Paolo Arsena
E' un piacere ascoltare il pensiero di papa Ratzinger.
Perché, con un minimo di immaginazione, ci fa rimettere indietro la lancette del tempo e ci trasporta in epoche remote: ai borghi fortificati attorno ai castelli, alle feste cortigiane, ai giullari e agli sbandieratori, ai madrigali, ai duelli tra cavalieri, alla Santa Inquisizione. In una parola, al medioevo.
E' un piacere ascoltare la Chiesa, perché rende un servizio ai laici e agli uomini illuminati.
Oggi il pontefice riapre una polemica contro ciò che più di ogni altra cosa lo terrorizza: la scienza. Vale a dire il sapere umano, la realtà dimostrabile e dimostrata, le nuove frontiere su cui l'uomo diventa Creatore, umanizzando il divino e svuotandolo di significato.
E lo fa con una sorta di insulto, nemmeno tanto velato: lo scienziato è avido, immorale.
A parte il fatto che se guardiamo all'Italia, l'accusa fa ridere. La scienza piange, non ha soldi, elemosina un pizzico di considerazione.
Ma poi, il progresso è progresso. La scienza ha il dovere di sperimentare, di mettere sotto gli occhi del mondo le opportunità, di aprire nuove frontiere. Sta poi all'etica, intesa come confronto su cui anche la Chiesa ha pieno titolo per dire la sua, stabilire le regole di questo sviluppo.
Il mondo che immagina Raztinger è quello che ci racconta la Bibbia. Non vorrei che il timore del papa stia proprio nello scoprire che quelle pagine vengano continuamente smentite dalla realtà. Non è certo un buon motivo per prendersela con la scienza. Nella vita c'è sempre molto da scoprire e tanto da imparare, caro pontefice.