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    Predefinito Una partita difficile, ma aperta

    Una partita difficile, ma aperta

    di Alberto Burgio

    su Essere comunisti 4/2007 del 24/12/2007

    Editoriale

    Quest’articolo si colloca nel bel centro di un paradosso. Da una parte la situazione politica è quanto mai confusa e in rapida evoluzione, il che rende difficile ogni analisi. Dall’altra, tuttavia, confusione e instabilità generano un urgente bisogno di capire. Un bisogno ineludibile che occorre tentare di soddisfare.
    La precarietà del quadro politico prodotto dalle elezioni del 2006 non è una novità, ma si è acuita nelle ultime settimane. Era prevedibile che dopo la nascita del Pd la fragile alleanza dell’Unione sarebbe entrata in fibrillazione. Ma l’instabilità ha anche cause più sostanziali, legate alle scelte compiute dal governo nel corso di quest’anno e mezzo. È emblematico in proposito il nesso 20 ottobre/Protocollo sul welfare. La «piazza rossa» di san Giovanni era stato un segnale lanciato dalle forze più avanzate della sinistra (a cominciare da Prc, Pdci e Fiom) affinché la politica sociale ed economica del governo cambiasse di segno, passando dal rigore al risarcimento sociale. Il grande successo della manifestazione aveva rafforzato le aspettative del «popolo della sinistra». Tanto più bruciante è stata quindi la delusione provocata dalle scelte dell’esecutivo in tema di previdenza e di lavoro. Per non dire dello schiaffo inferto al Parlamento con la decisione di porre la fiducia su un testo che di fatto ha azzerato le modifiche apportate al ddl dalla Commissione Lavoro della Camera.
    A questi fattori di instabilità del quadro politico se ne è aggiunto da ultimo un altro, costituito dalle brusche oscillazioni del Prc.
    Che rischiano di disorientare il corpo del partito e il nostro potenziale elettorato. Nel giro di pochi giorni si è passati da un incondizionato sostegno all’esecutivo a una critica bruciante, che lasciava presagire scenari di crisi. E poi, subito dopo, a un’ulteriore correzione, tesa a rassicurare il governo circa il sostegno del Prc. Ora, l’essenziale per noi è capire in che modo questo stato di cose si rifletterà sul nostro partito, impegnato su più fronti: la verifica di governo; il processo unitario a sinistra; il percorso congressuale, rinviato di qualche mese.
    Cominciamo dalla verifica. La prima osservazione è che essa ha effettivamente ragion d’essere, e non dovrà certo risolversi nel confronto sulla legge elettorale. L’azione del governo Prodi è stata sin qui molto deludente dal punto di vista di una forza politica che ha il compito di rappresentare in primo luogo il mondo del lavoro, il popolo della pace e in generale i soggetti più duramente colpiti dalle politiche neoliberiste. Non è difficile documentare questa affermazione, ricordando i numerosi impegni programmatici disattesi e le decisioni in flagrante contrasto con lo spirito dell’alleanza. Dalla mancata abrogazione delle peggiori leggi berlusconiane (la 30 e la Bossi-Fini) al rifiuto di prendere in considerazione il ritiro delle truppe italiane dalla guerra in Afghanistan. Dalla politica rigorista dei «due tempi» alla vicenda Dal Molin. Dalla mancata riforma del conflitto d’interessi e dell’emittenza televisiva al continuo aumento delle spese militari. Dal rifiuto di dar vita alla Commissione parlamentare sul G8 di Genova al mantenimento dei cpt. Dall’adozione di misure emergenzialiste dettate dall’ossessione sicuritaria al mancato riconoscimento delle coppie di fatto. Tutto si può dire sulla debolezza delle forze di sinistra e sulla loro irresolutezza. Ma queste critiche non tolgono che la primaria responsabilità dello scarso consenso raccolto dal governo Prodi e dell’instabilità del quadro politico incombe sul governo stesso e sulle forze prevalenti della maggioranza.
    Per questa semplice ragione, la verifica politica chiesta dal Prc dovrà essere un reale momento di confronto, teso a riequilibrare l’azione del governo a vantaggio delle istanze, sin qui disattese, della sinistra. D’altra parte, questa esigenza non parla soltanto al governo, ma anche a chi questa verifica ha chiesto. Al nostro partito.
    Gran parte della stampa ha formulato previsioni ironiche, parlando di «penultimatum» e dipingendo il Prc come il proverbiale cane che abbaia alla luna. Sarebbe esiziale per la credibilità stessa del partito che queste irritanti valutazioni ricevessero conferma da una verifica all’acqua di rose. Il compagno Giordano ha annunciato che il Prc porrà obiettivi «credibili, praticabili ed esigibili ». Se questo significa che la trattativa sarà condotta in modo sobrio e concreto, badando ai risultati e non alle apparenze, non possiamo che concordare. Sarebbe invece un grave errore adottare una strategia di autocensura, definire condizioni minimali pur di scongiurare il rischio di un mancato accordo. Un grave errore che si aggiungerebbe ad altri errori già commessi, sui quali riteniamo occorra aprire finalmente una riflessione.
    In questo primo scorcio di legislatura il nostro partito ha interpretato con qualche eccesso di zelo la propria condizione di alleato dell’Ulivo, giungendo talvolta a rappresentare in modo propagandistico le scelte del governo. Abbiamo pagato caro questo atteggiamento. Il grave insuccesso alle amministrative, il difficile rapporto con il movimento contro la guerra e le aspre critiche rivolteci dagli operai di Mirafiori sono sintomi di uno stesso problema. Da ultimo anche la decisione di votare la fiducia sul Protocollo è stata controversa. Ha alimentato nel popolo della sinistra dubbi e perplessità sull’opportunità di sostenere ancora questo quadro politico in assenza di significative correzioni di rotta. E non per caso ha aperto contraddizioni anche all’interno della maggioranza del partito. È chiaro che ormai i nodi sono giunti al pettine e che non sarà più possibile barcamenarsi tra critiche estemporanee e diligenti manifestazioni di «responsabilità».
    L’importanza della verifica ha indotto la Segreteria nazionale del partito a proporre il rinvio del VII Congresso del Prc, previsto per i primi mesi del 2008. Le compagne e i compagni della Segreteria e lo stesso compagno Giordano hanno fatto presente che la contestualità del Congresso con la consultazione del partito che precederà e seguirà la verifica avrebbe generato un ingorgo di difficile gestione. Come ci poniamo nei confronti di questa proposta?
    Alla luce della discussione, aperta e problematica, svoltasi nella Direzione nazionale del 3 dicembre e nelle successive riunioni delle Segreterie provinciali e regionali (che l’hanno approvata a larga maggioranza), abbiamo preso atto dell’orientamento prevalente. Ma – fermo restando che la proposta di rinviare il Congresso è stata avanzata dal gruppo dirigente del partito, che ne reca la primaria responsabilità – abbiamo fatto presente che consideriamo non eludibili alcune condizioni, affinché il rinvio non si trasformi in un atto di arbitrio e in una pericolosa forzatura.
    In primo luogo, deve trattarsi di un rinvio di breve periodo (sei-sette mesi al massimo), tale da rispettare la scadenza statutaria del 2008.
    La seconda condizione concerne la consultazione legata alla verifica di governo. Un rinvio del Congresso in considerazione della sua contestualità con la consultazione sul governo è accettabile solo a patto che tale consultazione impegni davvero il partito (tutti gli iscritti, che dovranno potersi esprimere in modo vincolante nelle sedi del partito) in un’approfondita riflessione sulla partecipazione al governo e sulla linea politica che ha condotto il Prc a compiere tale esperienza.
    Questa linea oggi – lo registriamo come un fatto molto significativo – comincia a raccogliere severe critiche anche di autorevoli esponenti della maggioranza del partito. Per parte nostra, noi l’abbiamo duramente avversata già in occasione del VI Congresso a Venezia, ponendo in risalto i vistosi errori che la inficiavano (perché si sono voluti prospettare al Paese grandi cambiamenti, palesemente preclusi dagli orientamenti dei maggiori partiti dell’Unione? perché si è stretta con l’Ulivo un’alleanza incondizionata, per di più impegnando il partito nell’esecutivo con una delegazione sottodimensionata? perché si è tardato sino al 2006 prima di promuovere iniziative unitarie a sinistra che, ove assunte tempestivamente, avrebbero impresso all’Unione un profilo politico più avanzato?). Non è pensabile che su questioni di tale rilevanza il corpo militante del partito venga estromesso dall’elaborazione delle scelte da compiere. O che sia posto dinanzi a un’alternativa secca – rimanere al governo o uscirne; continuare a far parte della maggioranza o andare all’opposizione – quasi si trattasse di un referendum. La terza condizione, infine, riguarda quello che è stato EDITORIALE più volte indicato dal compagno Giordano come il tema centrale del Congresso: l’unità della sinistra, le sue finalità e le forme della costruzione del soggetto «unitario e plurale». Proprio perché si tratta di un tema portante del prossimo confronto congressuale riteniamo necessario che, nel corso dei mesi che ci separano dal Congresso, ciascuno – a cominciare dai componenti dell’attuale gruppo dirigente – si astenga da qualsiasi forzatura su questa delicata materia, in merito alla quale sussistono posizioni molto diverse nel partito (comprese quelle di chi ritiene esaurita l’esperienza di Rifondazione comunista e maturo il tempo del suo «superamento»).
    Abbiamo già avuto modo di dirlo in circostanze ufficiali e lo ribadiamo qui nel modo più esplicito. Qualche mese fa a Carrara il partito è stato impegnato in un’importante Conferenza di organizzazione. In quell’occasione è stato dibattuto anche il tema dell’unità a sinistra ed è stato sancito il principio secondo cui la costruzione del soggetto unitario e plurale non solo non implica lo scioglimento del Prc, ma, al contrario, lo esclude tassativamente. E fa del rafforzamento dell’autonomia politica, organizzativa e culturale del partito un obiettivo irrinunciabile della nostra azione. A questi impegni formali non si può derogare. Considereremmo quindi inaccettabile che li si mettesse in discussione durante i mesi del rinvio, approfittando della mancata convocazione delle assisi congressuali.
    Al di là degli impegni assunti a Carrara (o meglio, a loro fondamento), contro qualsiasi ipotesi di «superamento » del Prc sussistono precise ragioni politiche. Sulle quali conviene soffermarsi.
    Da sempre – e con maggior determinazione dalle prime 3 avvisaglie dell’offensiva reazionaria della destra nel 2001 – siamo convinti della necessità di superare la frammentazione della sinistra. Senza l’unità – senza piattaforme condivise su lavoro, politica economica, pace, diritti e istituzioni – sarà infatti impossibile contrastare le preponderanti forze moderate del centrosinistra. Abbiamo sempre tenuto questa posizione tanto nel dibattito interno al partito (dove ci si rivolgevano critiche di «frontismo» e «alleantismo ») quanto nelle relazioni con le altre forze della sinistra, partecipando a tutte le iniziative unitarie succedutesi con scarsa fortuna nel corso di questi anni difficili, sino agli «stati generali» dell’8 e 9 dicembre.
    Ma, proprio perché consideriamo indispensabile e urgente l’unità della sinistra, riteniamo al contrario irricevibili le pretese di chi propugna lo smantellamento delle forze organizzate esistenti. E le interpretazioni interessate di chi concepisce gli «stati generali» come il primo passo verso la costruzione di un nuovo partito. Quasi che l’unità fosse la semplice riduzione a uno dei molti – l’annessione degli altri per la prepotente, e distruttiva, affermazione di sé – e non, invece, un processo inclusivo che trae linfa dal reciproco riconoscimento. Aggiungiamo che tanto più inaccettabile sarebbe un’operazione di stampo «bonapartista» che si servisse dell’ingegneria istituzionale (nella fattispecie, della riforma della legge elettorale) per costringere i partiti della sinistra a sciogliersi e a confluire in una unità imposta dall’alto. Si tratterebbe a nostro giudizio di un’operazione violenta e controproducente. Che alimenterebbe diffidenze e risentimenti, rischiando di distruggere i germi di unità che cominciano a maturare.
    La sinistra italiana oggi è composta di molti soggetti, figli di storie e portatori di culture politiche diverse. L’ambientalismo è altra cosa dal socialismo. La cultura di classe dei comunisti è una declinazione specifica della critica anticapitalistica, fa riferimento a un impianto teorico e a finalità strategiche non coincidenti con quelli di altre posizioni genericamente «antagonistiche». Del resto, tale molteplicità è plasticamente rappresentata dall’appartenenza delle forze della sinistra a ben tre diversi gruppi parlamentari in sede europea.
    Ora, il punto è che questa differenza non va semplicemente tollerata. Né soltanto rispettata. Va anche messa a valore, poiché dà voce a una molteplice sensibilità, è una ricchezza che sarebbe irragionevole dissipare. Ciò è particolarmente evidente proprio nel caso dei comunisti, la cui cultura politica, nonostante tutti i tentativi di cancellarla, a partire dalla Bolognina, si dimostra vitale e radicata nel nostro Paese. Per questa ragione concretissima (a ben guardare non c’è nulla di più concreto delle culture politiche, da cui discendono prospettive di analisi, criteri di giudizio, quindi orientamenti e scelte pratiche) abbiamo contrastato – e contrasteremo – con determinazione ogni forzatura su questo terreno. Di forzature ne sono state già compiute, da ultimo nel Cpn del 16 dicembre oltre che da parte del quotidiano «Liberazione». E hanno prodotto conseguenze gravemente negative, inducendo in chi guarda a Rifondazione comunista un pericoloso senso di precarietà e scoraggiando il rafforzamento strutturale e organizzativo del partito. Contro simili operazioni la nostra opposizione è stata – e sarà – incondizionata, senza cedimenti.
    Da questa impostazione del percorso unitario discende la nostra posizione sulla questione del simbolo, che ha destato l’attenzione dei media in occasione degli «stati generali». Per un verso è del tutto naturale che la nascita di un nuovo soggetto politico richieda la creazione di un simbolo diverso da quelli delle organizzazioni che entrano a farne parte. Sin qui siamo tutti d’accordo. I problemi sorgono a proposito del rapporto tra il nuovo simbolo e quelli già esistenti.
    A prima vista, nessuno (eccezion fatta per quanti puntano allo scioglimento di Rifondazione) sembra pretendere che la creazione del nuovo simbolo de «La Sinistra – l’arcobaleno » implichi l’archiviazione dei simboli dei partiti che partecipano al percorso unitario. Ma il punto non è la semplice persistenza dei simboli, bensì la loro funzione. Che, nel caso dei partiti, coinvolge in primo luogo il momento elettorale, allorché ciascuna forza politica compete con le altre per la conquista di un consenso che si esprime, per l’appunto, attraverso la scelta del suo simbolo. Se questo è vero, è immediatamente evidente che assicurare che i partiti della sinistra conserveranno i propri simboli e pretendere al tempo stesso che essi si presentino alle elezioni con il simbolo del soggetto unitario sarebbe soltanto un modo elegante – e un po’ furbesco – per togliere con una mano quel che si offre con l’altra.
    I simboli cancellati dalla scheda elettorale diverrebbero in breve amorfi segni grafici, privi di vita e di significato. E le stesse formazioni politiche, private della loro visibilità, perderebbero ben presto autonomia e ragion d’essere. Il che sarebbe, oltre tutto, un grave errore anche dal punto di vista del rendimento elettorale, per la banale considerazione, suffragata da innumerevoli esperienze, che la forzata convergenza di più formazioni politiche in un cartello elettorale causerebbe la dispersione dei consensi di quanti non scorgerebbero la propria esperienza collettiva e le proprie idee rappresentate da un simbolo privo di storia.
    Se si afferma senza riserve mentali che i partiti continuano a esistere, si deve accettare la conseguenza di questo fatto. Esistono i partiti, esistono i loro organismi dirigenti e le regole democratiche attraverso cui essi prendono le proprie decisioni. Questo è quello che conta per noi. In materia elettorale, saranno gli organismi dirigenti del partito – in ambito territoriale e centrale – a scegliere di volta in volta come presentarsi alle elezioni. Come è sempre accaduto, come è giusto che continui a essere.
    Abbiamo detto in apertura che ci troviamo in una situazione politica caratterizzata da un elevato grado di instabilità. Ciò ci ha costretti a una riflessione lunga e articolata. Sarebbe tuttavia sbagliato desumerne che si tratti di una situazione bloccata o priva di vie d’uscita. Al contrario, è nostra opinione che raramente il confronto politico sia stato aperto come ora. Perciò riteniamo indispensabile prendervi parte per cercare di condurlo verso esiti positivi, mentre pensiamo che isolarsi, attestandosi su posizioni di sterile denuncia, favorirebbe solo l’affermazione delle posizioni altrui.
    È aperto, il confronto politico, tanto in seno al partito (dove si determinano fluidificazioni e si intravede il superamento di violente contrapposizioni che in questi anni hanno gravemente indebolito il Prc), quanto sulla scena politica nazionale (dove il nostro partito può svolgere un ruolo determinante per un cambio di direzione nell’azione del governo e per una maggiore influenza della sinistra). A questa complessa partita politica parteciperemo quindi attivamente, impegnando tutte le nostre risorse di intelligenza e volontà. Fornendo, come sempre, il nostro contributo costruttivo, affinché il Prc sia sempre più forte nell’ambito di una forte sinistra di alternativa.

    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=20594

  2. #2
    Μάρκος Βαφειάδης
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    Su Garibaldi e il Che

    di Valter Mariotti



    Il dibattito di queste settimane sul simbolo ci sta coinvolgendo in un confronto che, volenti o nolenti, costringe a riflettere su aspetti basilari della nostra identità politica, della storia del movimento comunista mondiale e persino sul ruolo di alcune grandi figure di rivoluzionari non solo del ‘900, ma addirittura dell’800. In particolare quest’ultimo filone è stato “inaugurato” da Fausto Bertinotti con le sue affermazioni su Garibaldi simbolo del Fronte delle sinistre unite nelle elezioni italiane del 1948 e, sulle pagine dell’Ernesto on-line, ha suscitato le attenzioni anche di Franco Guerra con la proposta, intelligentemente provocatoria, di assumere Che Guevara come simbolo “universalmente condiviso” di ogni battaglia di riscatto e giustizia sociale. Ritengo che tali giudizi richiedano sicuramente non uno ma una serie di approfondimenti, poiché investono questioni identitarie dirimenti per la militanza politica dei comunisti.

    Garibaldi ha rappresentato per più generazioni un vero e proprio mito, in parte alimentato da certa retorica patriottarda, ma sicuramente in gran parte generato dall’aura di eroismo che il generoso slancio rivoluzionario che egli ha sempre dimostrato gli ha conferito. Ma, ai fini della nostra analisi, credo sia indispensabile collocarne la figura nel preciso contesto storico in cui si trovò ad operare, se vogliamo tentare di tracciare un bilancio della sua azione politica.

    Garibaldi fu il condottiero che guidò vittoriosamente eserciti popolari sia in Europa che in Sudamerica nell’alveo delle rivoluzioni borghesi nazionali. La sua azione, cioè, era rivolta al superamento dei regimi feudali e del potere delle aristocrazie che ne erano espressione e che impedivano lo sviluppo delle forza produttive del quale la emergente borghesia capitalistica si faceva portatrice: di qui l’anticlericalismo e la scelta repubblicana (almeno come obiettivo strategico), opzioni che in un’Italia come quella del dopoguerra seguito al crollo del Fascismo, nella quale non si era compiuta pienamente la trasformazione sociale che doveva traghettare il paese dal medioevo monarchico e retrogrado alla modernità, apparivano ancora rivoluzionarie.

    Quelle rivoluzioni dovevano realizzare l’emancipazione della borghesia e ciò non poteva che avvenire in una cornice nazionale, dato lo sviluppo ineguale del capitalismo e quindi la necessità di ogni borghesia nazionale di svincolarsi dal dominio combinato del colonialismo di alcune potenze europee e delle aristocrazie, essenzialmente terriere, locali. Di qui le accuse di certa storiografia nei confronti di Garibaldi, anche a causa di certe condotte ambigue dell’eroe di Caprera, di aver oggettivamente, se non addirittura in combutta con la Massoneria inglese, favorito l’ingerenza del Regno Unito negli affari interni italiani e dei paesi dell’America latina in funzione rispettivamente antifrancese e filobritannica. Ricordiamo cha anche Lenin fu accusato di essere un agente al servizio della Germania, che gli avrebbe permesso di rientrare in Russia e quindi di indebolire il regime zarista.

    Sappiamo che i rivoluzionari operano in un contesto di rapporti di forza asimmetrici, che da un punto di vista strategico li vede iniziare da una condizione di debolezza per finire (se sono fortunati) in una situazione ribaltata di vantaggio: è ovvio dunque che essi debbano rivolgere a loro favore tutte le contraddizioni in seno al fronte nemico. E’ comunque il senso complessivo del loro operato che deve essere valutato in sede di analisi storica e che offre un’idea effettiva della direzione finale della loro prassi politica e perciò, in tal senso, va ricordata l’adesione che Garibaldi dimostrò nei confronti dei valori e degli obiettivi sociali espressi dalla Comune di Parigi.

    Ma nell’economia del nostro ragionamento va sottolineato che il Garibaldi simbolo del Fronte popolare delle sinistre nelle elezioni italiane del 1948 rappresentava non la rottura rivoluzionaria e quindi la sostituzione di una vecchia classe con un’altra, ma il tentativo di arginare il potere dilagante di un blocco sociale che le rivoluzioni nazionali dell’800 avevano già fatto affermare e che i rapporti di forza del dopoguerra vedevano ormai vittorioso sul tentativo di guerra di popolo che le forze partigiane a guida comunista avevano incarnato. Dunque, il Garibaldi stampato sui manifesti e sulle bandiere nel 1948 non significava un progetto di rivoluzione politica e sociale, come lo era stato il Garibaldi in carne e ossa nel suo contesto storico, ma un programma socialdemocratico che, (pure nell’ambito di arretratezza del nostro paese, dove, come già Gramsci aveva sottolineato, il progetto di rivoluzione borghese nazionale nasce monco, come compromesso tra borghesia industriale del nord e latifondisti del sud) ratificava la sconfitta sul piano rivoluzionario del movimento operaio e comunista che dal 1943 al 1945 aveva conosciuto una fase di crescita.

    E comunque, il Fronte popolare nasce sotto l’egemonia di un Partito comunista forte e radicato che, comprendendo il reale rapporto di forze sul campo, compie una ritirata strategica conservando le proprie forze e imponendo il programma politico più avanzato possibile per quella situazione, con alle spalle l’esperienza della guerra partigiana e delle lotte operaie del 1943, che culminarono con gli scioperi che diedero un importante contributo alla caduta del Fascismo e che furono resi possibili anche dal certosino lavoro svolto dai quadri clandestini (vera e propria ossatura del Partito); inoltre, dato da non sottovalutare, malgrado si stesse imponendo nel Partito la linea togliattiana, al suo interno svolgeva ancora un importante ruolo la componente più strettamente leninista (si pensi alle posizioni di Pietro Secchia).

    Questo era il Partito comunista che si apprestava ad accettare l’unità delle sinistre nel 1948 e comunque solo in funzione tattica, senza rinunciare alla propria identità, storia e autonomia.

    Dunque quel programma di unità delle sinistre si realizzava in una fase storica di crescita mondiale delle forze progressiste e rivoluzionarie, vedeva protagonista un Partito quale quello che abbiamo descritto e realizzava un’alleanza elettorale, quindi in funzione tattica; mentre, se è persino lecito svolgere un paragone, l’attuale “cosa rossa” nasce come vera e propria confluenza organica di forze genericamente di sinistra e, per quanto ci riguarda, tra soggetti nominalmente comunisti che hanno quasi del tutto abbandonato ogni riferimento identitario a quel patrimonio storico e di esperienza politica, il tutto in una fase storica (questo è il dato di maggior rilievo) di trentennali pesanti sconfitte per tutto il movimento comunista mondiale. Se il Garibaldi stampato sui manifesti del Fronte delle sinistre nel 1948 rappresentava una ritirata strategica, l’Arcobaleno della Cosa rossa non è che una liquidazione per fine attività.

    Malgrado ciò, oggi la violenta accelerazione delle contraddizioni sociali imposta dall’ iperliberismo sta suscitando la riorganizzazione a livello mondiale delle forze progressiste laddove il capitalismo presenta gli elementi di maggiore contraddizione e debolezza al tempo stesso. Si pensi alle esperienze del Venezuela e della Bolivia in America latina, dove, tra insopprimibili contraddizioni di classe, forze borghesi progressiste e movimenti popolari di ispirazione marxista si contendono l’egemonia di vasti e variegati fronti antimperialisti; si pensi alla realtà di paesi asiatici come il Nepal o l’India dove partiti di ispirazione maoista hanno condotto, vittoriosamente nel primo caso, o stanno conducendo, nel secondo, guerre rivoluzionarie contro il potere statuale anche a dispetto della presenza di partiti comunisti locali e aprendo quindi delle contraddizioni laceranti nel movimento comunista mondiale che vanno assolutamente studiate e che rendono urgente una risposta politica; o, infine, si pensi anche al ruolo della stessa Cina, sulla quale ci sarebbe da aprire un complesso e interminabile capitolo di analisi storica e politica, o della Russia di Putin, un paese capitalista, dove una borghesia nazionalista autonoma e aggressiva, sconfitte le politiche di subalternità filoatlantica degli anni ’90, affila gli strumenti necessari ad indebolire il fronte imperialista anglo-americano e quindi inconsapevolmente suscita contraddizioni che le forze progressiste e rivoluzionarie mondiali devono saper comprendere e utilizzare.

    Tutto ciò dovrebbe spingere non solo a riconsiderare le affrettate letture della storia del ‘900, ma anche a formulare una strategia di uscita a sinistra dalla profonda crisi progettuale che le forze comuniste stanno vivendo. In quest’ottica si impongono delle considerazioni sul senso storico della figura del Che. Il prestigio morale del rivoluzionario Che Guevara, testimoniato anche dal suo sacrificio personale, è indiscutibile e questo a volte impedisce di valutarne l’operato e le scelte politiche in modo oggettivo; ma tale analisi, per quanto possa risultare ingrata è necessaria per un movimento comunista che non può solo nutrirsi di miti, ma deve essenzialmente alimentarsi di una visione rigorosamente scientifica.

    I processi di trasformazione sociale dei quali il Che è stato a suo tempo protagonista vanno essenzialmente collocati dentro un quadro di rivoluzioni antimperialiste, che vedevano come forza egemone la frazione nazionalista delle borghesie locali alleate dello scarso proletariato industriale e del più numeroso proletariato agricolo in contrapposizione ai paesi imperialisti e alla borghesia compradora, alleata di questi ultimi: non a caso la rivoluzione cubana non si è affermata per iniziativa del locale partito comunista, ma di forze politiche della sinistra radicale, successivamente spostatesi su posizioni socialiste. Infatti la dinamica di quel percorso di cambiamento vide protagonista un soggetto politico organizzato sul modello di un partito combattente e non sul modello di un partito comunista classico, che compie una rivoluzione con un’organizzazione militare separata dal partito stesso, e fu in sostanza imperniato su una prassi soggettivista.

    Questo fu anche il modello che il Che tentò di esportare nel resto del Sudamerica e anche in Africa, con quale successo conosciamo, e che lo consacrò nell’olimpo degli eroi. La sua lotta non si ispirò al principio dell’esercito di popolo (per trovarne conferma basta leggere le pagine che egli dedicò all’argomento ne “La guerra di guerriglia” e confrontarle con quelle vergate da altri grandi interpreti del movimento rivoluzionario antimperialista, valga per tutti l’esempio di Vo Nguien Giap, guida militare del Vietnam rivoluzionario).

    Dunque, il modello guevariano di lotta può essere assunto come riferimento nei paesi a capitalismo avanzato e quindi il Che, data la forza espressiva dei simboli, può rappresentare nella nostra specifica situazione un percorso di trasformazione epocale?

    Per comprendere il senso di tale quesito va sottolineata ancora una volta la centralità nell’elaborazione politica dell’analisi concreta della situazione concreta, secondo il noto assunto leniniano.

    Un’economia a capitalismo avanzato, come quella del nostro contesto, ha già pienamente realizzato il dominio della borghesia, che seppure tra elementi residuali di un vecchio contesto economico-sociale, ha già esaurito la sua missione storica di ammodernamento delle forze produttive. Sicuramente l’esito della seconda guerra mondiale ha posto delle pesanti ipoteche, confermate dalle vicende storiche fino ai nostri giorni, sulla sovranità nazionale del paese, ma questa limitazione è accettata da tutta la borghesia italiana che può dividersi sulle modalità, ma non sull’opportunità di un simile assetto di potere, che comunque condivide e concorre a determinare senza subire passivamente. La nostra situazione dunque non richiede che si affronti con una guerra di popolo la questione della liberazione dall’imperialismo, sentita da quasi tutta la popolazione quale tappa decisiva per l’emancipazione sociale e mobilitazione sulla base della quale costruire un percorso di trasformazione socialista in un processo di rivoluzione ininterrotta. Piuttosto nel nostro contesto il passaggio realizzabile è gia quello della transizione al socialismo in una dinamica lunga e complessa nella quale nessuna opzione può essere esclusa, dove si confrontano fronti sociali contrapposti e che richiede, quale strumento principe della lotta di classe, la presenza di un partito comunista ispirato ad una concezione solida e scientificamente fondata dei meccanismi di trasformazione in senso rivoluzionario della società, ben altro dunque che un ristretto nucleo di eroici guerriglieri.

    Certo, il Che continua a simboleggiare l’inflessibile determinazione a combattere ogni forma di ingiustizia e questo può e deve essere assunto nel nostro patrimonio identitario, ma la falce e il martello, quali simboli dell’alleanza tra operai e contadini, continuano a rappresentare tutto il patrimonio rivoluzionario del ‘900 che, pur tra inevitabili contorcimenti e drammi che attendono ancora una rielaborazione storiografica seria, ha significato cambiamenti di progresso reali in un contesto storico reale e non astratto, come a volte ci si compiace di immaginare, e che, giova ricordarlo, ha rappresentato anche il riferimento ideale per la prassi politica di Che Guevara.

    Una miniera di esperienze il ‘900 per i comunisti, la cui esplorazione va affrontata con urgenza: altro discorso rispetto ad un improbabile quanto propagandistico “ritorno a Marx” o a salti storici alla ricerca di nuovi miti.


    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=...Articolo=16457

 

 

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