Una partita difficile, ma aperta
di Alberto Burgio
su Essere comunisti 4/2007 del 24/12/2007
Editoriale
Quest’articolo si colloca nel bel centro di un paradosso. Da una parte la situazione politica è quanto mai confusa e in rapida evoluzione, il che rende difficile ogni analisi. Dall’altra, tuttavia, confusione e instabilità generano un urgente bisogno di capire. Un bisogno ineludibile che occorre tentare di soddisfare.
La precarietà del quadro politico prodotto dalle elezioni del 2006 non è una novità, ma si è acuita nelle ultime settimane. Era prevedibile che dopo la nascita del Pd la fragile alleanza dell’Unione sarebbe entrata in fibrillazione. Ma l’instabilità ha anche cause più sostanziali, legate alle scelte compiute dal governo nel corso di quest’anno e mezzo. È emblematico in proposito il nesso 20 ottobre/Protocollo sul welfare. La «piazza rossa» di san Giovanni era stato un segnale lanciato dalle forze più avanzate della sinistra (a cominciare da Prc, Pdci e Fiom) affinché la politica sociale ed economica del governo cambiasse di segno, passando dal rigore al risarcimento sociale. Il grande successo della manifestazione aveva rafforzato le aspettative del «popolo della sinistra». Tanto più bruciante è stata quindi la delusione provocata dalle scelte dell’esecutivo in tema di previdenza e di lavoro. Per non dire dello schiaffo inferto al Parlamento con la decisione di porre la fiducia su un testo che di fatto ha azzerato le modifiche apportate al ddl dalla Commissione Lavoro della Camera.
A questi fattori di instabilità del quadro politico se ne è aggiunto da ultimo un altro, costituito dalle brusche oscillazioni del Prc.
Che rischiano di disorientare il corpo del partito e il nostro potenziale elettorato. Nel giro di pochi giorni si è passati da un incondizionato sostegno all’esecutivo a una critica bruciante, che lasciava presagire scenari di crisi. E poi, subito dopo, a un’ulteriore correzione, tesa a rassicurare il governo circa il sostegno del Prc. Ora, l’essenziale per noi è capire in che modo questo stato di cose si rifletterà sul nostro partito, impegnato su più fronti: la verifica di governo; il processo unitario a sinistra; il percorso congressuale, rinviato di qualche mese.
Cominciamo dalla verifica. La prima osservazione è che essa ha effettivamente ragion d’essere, e non dovrà certo risolversi nel confronto sulla legge elettorale. L’azione del governo Prodi è stata sin qui molto deludente dal punto di vista di una forza politica che ha il compito di rappresentare in primo luogo il mondo del lavoro, il popolo della pace e in generale i soggetti più duramente colpiti dalle politiche neoliberiste. Non è difficile documentare questa affermazione, ricordando i numerosi impegni programmatici disattesi e le decisioni in flagrante contrasto con lo spirito dell’alleanza. Dalla mancata abrogazione delle peggiori leggi berlusconiane (la 30 e la Bossi-Fini) al rifiuto di prendere in considerazione il ritiro delle truppe italiane dalla guerra in Afghanistan. Dalla politica rigorista dei «due tempi» alla vicenda Dal Molin. Dalla mancata riforma del conflitto d’interessi e dell’emittenza televisiva al continuo aumento delle spese militari. Dal rifiuto di dar vita alla Commissione parlamentare sul G8 di Genova al mantenimento dei cpt. Dall’adozione di misure emergenzialiste dettate dall’ossessione sicuritaria al mancato riconoscimento delle coppie di fatto. Tutto si può dire sulla debolezza delle forze di sinistra e sulla loro irresolutezza. Ma queste critiche non tolgono che la primaria responsabilità dello scarso consenso raccolto dal governo Prodi e dell’instabilità del quadro politico incombe sul governo stesso e sulle forze prevalenti della maggioranza.
Per questa semplice ragione, la verifica politica chiesta dal Prc dovrà essere un reale momento di confronto, teso a riequilibrare l’azione del governo a vantaggio delle istanze, sin qui disattese, della sinistra. D’altra parte, questa esigenza non parla soltanto al governo, ma anche a chi questa verifica ha chiesto. Al nostro partito.
Gran parte della stampa ha formulato previsioni ironiche, parlando di «penultimatum» e dipingendo il Prc come il proverbiale cane che abbaia alla luna. Sarebbe esiziale per la credibilità stessa del partito che queste irritanti valutazioni ricevessero conferma da una verifica all’acqua di rose. Il compagno Giordano ha annunciato che il Prc porrà obiettivi «credibili, praticabili ed esigibili ». Se questo significa che la trattativa sarà condotta in modo sobrio e concreto, badando ai risultati e non alle apparenze, non possiamo che concordare. Sarebbe invece un grave errore adottare una strategia di autocensura, definire condizioni minimali pur di scongiurare il rischio di un mancato accordo. Un grave errore che si aggiungerebbe ad altri errori già commessi, sui quali riteniamo occorra aprire finalmente una riflessione.
In questo primo scorcio di legislatura il nostro partito ha interpretato con qualche eccesso di zelo la propria condizione di alleato dell’Ulivo, giungendo talvolta a rappresentare in modo propagandistico le scelte del governo. Abbiamo pagato caro questo atteggiamento. Il grave insuccesso alle amministrative, il difficile rapporto con il movimento contro la guerra e le aspre critiche rivolteci dagli operai di Mirafiori sono sintomi di uno stesso problema. Da ultimo anche la decisione di votare la fiducia sul Protocollo è stata controversa. Ha alimentato nel popolo della sinistra dubbi e perplessità sull’opportunità di sostenere ancora questo quadro politico in assenza di significative correzioni di rotta. E non per caso ha aperto contraddizioni anche all’interno della maggioranza del partito. È chiaro che ormai i nodi sono giunti al pettine e che non sarà più possibile barcamenarsi tra critiche estemporanee e diligenti manifestazioni di «responsabilità».
L’importanza della verifica ha indotto la Segreteria nazionale del partito a proporre il rinvio del VII Congresso del Prc, previsto per i primi mesi del 2008. Le compagne e i compagni della Segreteria e lo stesso compagno Giordano hanno fatto presente che la contestualità del Congresso con la consultazione del partito che precederà e seguirà la verifica avrebbe generato un ingorgo di difficile gestione. Come ci poniamo nei confronti di questa proposta?
Alla luce della discussione, aperta e problematica, svoltasi nella Direzione nazionale del 3 dicembre e nelle successive riunioni delle Segreterie provinciali e regionali (che l’hanno approvata a larga maggioranza), abbiamo preso atto dell’orientamento prevalente. Ma – fermo restando che la proposta di rinviare il Congresso è stata avanzata dal gruppo dirigente del partito, che ne reca la primaria responsabilità – abbiamo fatto presente che consideriamo non eludibili alcune condizioni, affinché il rinvio non si trasformi in un atto di arbitrio e in una pericolosa forzatura.
In primo luogo, deve trattarsi di un rinvio di breve periodo (sei-sette mesi al massimo), tale da rispettare la scadenza statutaria del 2008.
La seconda condizione concerne la consultazione legata alla verifica di governo. Un rinvio del Congresso in considerazione della sua contestualità con la consultazione sul governo è accettabile solo a patto che tale consultazione impegni davvero il partito (tutti gli iscritti, che dovranno potersi esprimere in modo vincolante nelle sedi del partito) in un’approfondita riflessione sulla partecipazione al governo e sulla linea politica che ha condotto il Prc a compiere tale esperienza.
Questa linea oggi – lo registriamo come un fatto molto significativo – comincia a raccogliere severe critiche anche di autorevoli esponenti della maggioranza del partito. Per parte nostra, noi l’abbiamo duramente avversata già in occasione del VI Congresso a Venezia, ponendo in risalto i vistosi errori che la inficiavano (perché si sono voluti prospettare al Paese grandi cambiamenti, palesemente preclusi dagli orientamenti dei maggiori partiti dell’Unione? perché si è stretta con l’Ulivo un’alleanza incondizionata, per di più impegnando il partito nell’esecutivo con una delegazione sottodimensionata? perché si è tardato sino al 2006 prima di promuovere iniziative unitarie a sinistra che, ove assunte tempestivamente, avrebbero impresso all’Unione un profilo politico più avanzato?). Non è pensabile che su questioni di tale rilevanza il corpo militante del partito venga estromesso dall’elaborazione delle scelte da compiere. O che sia posto dinanzi a un’alternativa secca – rimanere al governo o uscirne; continuare a far parte della maggioranza o andare all’opposizione – quasi si trattasse di un referendum. La terza condizione, infine, riguarda quello che è stato EDITORIALE più volte indicato dal compagno Giordano come il tema centrale del Congresso: l’unità della sinistra, le sue finalità e le forme della costruzione del soggetto «unitario e plurale». Proprio perché si tratta di un tema portante del prossimo confronto congressuale riteniamo necessario che, nel corso dei mesi che ci separano dal Congresso, ciascuno – a cominciare dai componenti dell’attuale gruppo dirigente – si astenga da qualsiasi forzatura su questa delicata materia, in merito alla quale sussistono posizioni molto diverse nel partito (comprese quelle di chi ritiene esaurita l’esperienza di Rifondazione comunista e maturo il tempo del suo «superamento»).
Abbiamo già avuto modo di dirlo in circostanze ufficiali e lo ribadiamo qui nel modo più esplicito. Qualche mese fa a Carrara il partito è stato impegnato in un’importante Conferenza di organizzazione. In quell’occasione è stato dibattuto anche il tema dell’unità a sinistra ed è stato sancito il principio secondo cui la costruzione del soggetto unitario e plurale non solo non implica lo scioglimento del Prc, ma, al contrario, lo esclude tassativamente. E fa del rafforzamento dell’autonomia politica, organizzativa e culturale del partito un obiettivo irrinunciabile della nostra azione. A questi impegni formali non si può derogare. Considereremmo quindi inaccettabile che li si mettesse in discussione durante i mesi del rinvio, approfittando della mancata convocazione delle assisi congressuali.
Al di là degli impegni assunti a Carrara (o meglio, a loro fondamento), contro qualsiasi ipotesi di «superamento » del Prc sussistono precise ragioni politiche. Sulle quali conviene soffermarsi.
Da sempre – e con maggior determinazione dalle prime 3 avvisaglie dell’offensiva reazionaria della destra nel 2001 – siamo convinti della necessità di superare la frammentazione della sinistra. Senza l’unità – senza piattaforme condivise su lavoro, politica economica, pace, diritti e istituzioni – sarà infatti impossibile contrastare le preponderanti forze moderate del centrosinistra. Abbiamo sempre tenuto questa posizione tanto nel dibattito interno al partito (dove ci si rivolgevano critiche di «frontismo» e «alleantismo ») quanto nelle relazioni con le altre forze della sinistra, partecipando a tutte le iniziative unitarie succedutesi con scarsa fortuna nel corso di questi anni difficili, sino agli «stati generali» dell’8 e 9 dicembre.
Ma, proprio perché consideriamo indispensabile e urgente l’unità della sinistra, riteniamo al contrario irricevibili le pretese di chi propugna lo smantellamento delle forze organizzate esistenti. E le interpretazioni interessate di chi concepisce gli «stati generali» come il primo passo verso la costruzione di un nuovo partito. Quasi che l’unità fosse la semplice riduzione a uno dei molti – l’annessione degli altri per la prepotente, e distruttiva, affermazione di sé – e non, invece, un processo inclusivo che trae linfa dal reciproco riconoscimento. Aggiungiamo che tanto più inaccettabile sarebbe un’operazione di stampo «bonapartista» che si servisse dell’ingegneria istituzionale (nella fattispecie, della riforma della legge elettorale) per costringere i partiti della sinistra a sciogliersi e a confluire in una unità imposta dall’alto. Si tratterebbe a nostro giudizio di un’operazione violenta e controproducente. Che alimenterebbe diffidenze e risentimenti, rischiando di distruggere i germi di unità che cominciano a maturare.
La sinistra italiana oggi è composta di molti soggetti, figli di storie e portatori di culture politiche diverse. L’ambientalismo è altra cosa dal socialismo. La cultura di classe dei comunisti è una declinazione specifica della critica anticapitalistica, fa riferimento a un impianto teorico e a finalità strategiche non coincidenti con quelli di altre posizioni genericamente «antagonistiche». Del resto, tale molteplicità è plasticamente rappresentata dall’appartenenza delle forze della sinistra a ben tre diversi gruppi parlamentari in sede europea.
Ora, il punto è che questa differenza non va semplicemente tollerata. Né soltanto rispettata. Va anche messa a valore, poiché dà voce a una molteplice sensibilità, è una ricchezza che sarebbe irragionevole dissipare. Ciò è particolarmente evidente proprio nel caso dei comunisti, la cui cultura politica, nonostante tutti i tentativi di cancellarla, a partire dalla Bolognina, si dimostra vitale e radicata nel nostro Paese. Per questa ragione concretissima (a ben guardare non c’è nulla di più concreto delle culture politiche, da cui discendono prospettive di analisi, criteri di giudizio, quindi orientamenti e scelte pratiche) abbiamo contrastato – e contrasteremo – con determinazione ogni forzatura su questo terreno. Di forzature ne sono state già compiute, da ultimo nel Cpn del 16 dicembre oltre che da parte del quotidiano «Liberazione». E hanno prodotto conseguenze gravemente negative, inducendo in chi guarda a Rifondazione comunista un pericoloso senso di precarietà e scoraggiando il rafforzamento strutturale e organizzativo del partito. Contro simili operazioni la nostra opposizione è stata – e sarà – incondizionata, senza cedimenti.
Da questa impostazione del percorso unitario discende la nostra posizione sulla questione del simbolo, che ha destato l’attenzione dei media in occasione degli «stati generali». Per un verso è del tutto naturale che la nascita di un nuovo soggetto politico richieda la creazione di un simbolo diverso da quelli delle organizzazioni che entrano a farne parte. Sin qui siamo tutti d’accordo. I problemi sorgono a proposito del rapporto tra il nuovo simbolo e quelli già esistenti.
A prima vista, nessuno (eccezion fatta per quanti puntano allo scioglimento di Rifondazione) sembra pretendere che la creazione del nuovo simbolo de «La Sinistra – l’arcobaleno » implichi l’archiviazione dei simboli dei partiti che partecipano al percorso unitario. Ma il punto non è la semplice persistenza dei simboli, bensì la loro funzione. Che, nel caso dei partiti, coinvolge in primo luogo il momento elettorale, allorché ciascuna forza politica compete con le altre per la conquista di un consenso che si esprime, per l’appunto, attraverso la scelta del suo simbolo. Se questo è vero, è immediatamente evidente che assicurare che i partiti della sinistra conserveranno i propri simboli e pretendere al tempo stesso che essi si presentino alle elezioni con il simbolo del soggetto unitario sarebbe soltanto un modo elegante – e un po’ furbesco – per togliere con una mano quel che si offre con l’altra.
I simboli cancellati dalla scheda elettorale diverrebbero in breve amorfi segni grafici, privi di vita e di significato. E le stesse formazioni politiche, private della loro visibilità, perderebbero ben presto autonomia e ragion d’essere. Il che sarebbe, oltre tutto, un grave errore anche dal punto di vista del rendimento elettorale, per la banale considerazione, suffragata da innumerevoli esperienze, che la forzata convergenza di più formazioni politiche in un cartello elettorale causerebbe la dispersione dei consensi di quanti non scorgerebbero la propria esperienza collettiva e le proprie idee rappresentate da un simbolo privo di storia.
Se si afferma senza riserve mentali che i partiti continuano a esistere, si deve accettare la conseguenza di questo fatto. Esistono i partiti, esistono i loro organismi dirigenti e le regole democratiche attraverso cui essi prendono le proprie decisioni. Questo è quello che conta per noi. In materia elettorale, saranno gli organismi dirigenti del partito – in ambito territoriale e centrale – a scegliere di volta in volta come presentarsi alle elezioni. Come è sempre accaduto, come è giusto che continui a essere.
Abbiamo detto in apertura che ci troviamo in una situazione politica caratterizzata da un elevato grado di instabilità. Ciò ci ha costretti a una riflessione lunga e articolata. Sarebbe tuttavia sbagliato desumerne che si tratti di una situazione bloccata o priva di vie d’uscita. Al contrario, è nostra opinione che raramente il confronto politico sia stato aperto come ora. Perciò riteniamo indispensabile prendervi parte per cercare di condurlo verso esiti positivi, mentre pensiamo che isolarsi, attestandosi su posizioni di sterile denuncia, favorirebbe solo l’affermazione delle posizioni altrui.
È aperto, il confronto politico, tanto in seno al partito (dove si determinano fluidificazioni e si intravede il superamento di violente contrapposizioni che in questi anni hanno gravemente indebolito il Prc), quanto sulla scena politica nazionale (dove il nostro partito può svolgere un ruolo determinante per un cambio di direzione nell’azione del governo e per una maggiore influenza della sinistra). A questa complessa partita politica parteciperemo quindi attivamente, impegnando tutte le nostre risorse di intelligenza e volontà. Fornendo, come sempre, il nostro contributo costruttivo, affinché il Prc sia sempre più forte nell’ambito di una forte sinistra di alternativa.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=20594




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